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giovedì 25 aprile 2019

buona libertà, a tutti.

Oggi è la “festa della liberazione” dal Nazifascismo. E’ un giorno importantissimo e l’argomento, davvero fondamentale, è sia storico che politico. Io però vorrei andare un po’ fuori tema.
In senso più universale (o più personale), che cos’è la libertà?
Io credo, un desiderio che nasce da una certa propensione umana alla ribellione (vedi Adamo con la famosa mela), un’affermazione del proprio io (talvolta bizzarro) che implica la rottura di schemi imposti e quindi percepiti come forzosi e opprimenti. Ha a che vedere con la rivendicazione di tutta una serie di comportamenti stonati rispetto al pensiero comune (solitamente piuttosto stereotipato e banale) quindi estranei al galateo e allergici alle ipocrisie. In conclusione, si tratta di una conquista personale che nella maggior parte dei casi non viene compresa, nel peggiore rende sgraditi, nel migliore ridicoli. Eppure, chi come me coltiva da sempre la volontà di vivere la vita con sincerità (come le pare e piace e secondo una propria impeccabile coerenza) potrà confermarvi che questo principio, col passare degli anni, si fortifica sempre di più fino a diventare tutto ciò a cui non si è più disposti a rinunciare. E riguarda anche cose sciocche, non solo argomenti elevati.
Per esempio, per me libertà è entrare in casa e togliermi il reggiseno (oggi manco me lo sono messo).
Per me libertà è portare solo biancheria di puro cotone, magari scolorita e fuori moda, ma comoda.
Per me libertà è fare a meno delle creme solari (basta esporsi al sole in modo graduale), non usare creme per il viso mattina/notte/anti-age/varie (sono fermamente convinta che tutta la cosmetica sia un'enorme truffa: dai alla pelle delle creme e questa si abitua a riceverle e a non farne più a meno) e non andare dal parrucchiere, in casa nostra applichiamo il seguente metodo: lavarsi spesso con acqua e sapone e il taglio fai-da-te.
Per me libertà è fare poco shopping, quando ero magra, giovane e bella mi annoiava parecchio, adesso mi deprime parecchio, in ogni caso meglio spendere in un altro modo i pochi soldi e il poco tempo a disposizione.
Per me libertà è decidere di vestirmi di nero (che sfina) oppure a righe orizzontali (che ingrassano) o, in alternativa, colorata come una rificolona, a seconda dell'umore.
Per me libertà è scegliere di indossare un costume intero al mare, così non devo preoccuparmi della mia pancia e posso rilassarmi. Lo stesso ragionamento vale in classe, libertà è non vestirsi scollacciata, così non devo preoccuparmi di dove guardano gli studenti e posso concentrarmi sull'insegnamento.

Per me libertà è sorridere tanto, è scherzare spesso e manifestare apertamente i miei sentimenti, è mostrarmi a tutti come un libro aperto perché io sono fatta così, a costo di rischiare, di espormi troppo e di lasciarmi ferire con facilità.
Per me libertà è gesticolare e permettermi di parlare a voce alta e stranamente, inventandomi parole buffe, usare un lessico familiare con i miei figli e pure le parolacce quando ci va (lasciarle dire anche a loro purché lo facciano per scherzo e non con rancore) anche se “non sta bene” perché ci tengo che capiscano che non serve alzare la voce o usare parole “maleducate” per trasmettere un messaggio di odio e umiliazione, che molte persone lo sanno fare benissimo con le buone maniere e sono quelli i comportamenti da cui prendere davvero le distanze.
Per me libertà è poter dire quello che penso (anche attraverso le mie lezioni e i miei insegnamenti) che, non preoccupatevi, è quasi sempre una cosa abbastanza sensata e gentile, quindi far spesso un sacco di ragionamenti (spero interessanti) ed essere accogliente.
Per me libertà è decidere di impegnarmi al massimo e fare del mio meglio in un lavoro che mi piace (che mi sono guadagnata senza l'appoggio di nessuno, ma studiando duramente) e che mi fa sentire indipendente.
Per me libertà è avere il culo di andare a scuola in bici col mio cestino fuxia, di poter salutare la Torre di Arnolfo e arrampicarmi su Ponte Santa Trinita, ogni mattina.
Per me libertà è fischiettare tutto il giorno se mi va (e mi va spesso).
Per me libertà è non dover sottostare a rapporti di comodo (non l’ho mai fatto) o a frequentazioni d’apparenza, non dover ascoltare i discorsi ridicoli e banali della gente (in passato questo mi è capitato spesso, ma ho sviluppato un’allergia terribile verso i luoghi comuni e sono diventata abbastanza stronzetta a riguardo, il “fare finta” e il “volemosi tutti bene” non lo sopporto proprio più!).
Per me libertà è, ogni giorno di festa, riunire la mia famiglia nel lettone e fare colazione lì (Matilde è più mattiniera, Elia di solito ci raggiunge più tardi), giocando tra le lenzuola e facendolo diventare una cuccia ignobile, attardandoci troppo e rischiando continuamente il ribaltamento di qualche tazza e il disastro che prima o poi avverrà (ma anche oggi l’abbiamo scampata).
Per me libertà è lasciare che la mia Piccola Fata decori casa nostra (tanto ci viviamo noi tre e a nessun altro deve piacere), con scotch colorati sui mobili, istallazioni di nastri e disegni incollati sui muri, la lascio essere una fiera “dipingitora” e un’arredatrice folle (come d’altronde lo sono io, che appendo liberamente i miei quadri e pitturo i vari mobili a piacimento).
Per me libertà è raccogliere e conservare ricordi, anche sotto forma di oggetti e sistemarli nel mio cervello e intorno a me secondo un (dis)ordine particolarmente elaborato. Sono quindi anche una collezionista (di sassolini e conchiglie, di Barbie e di tanto altro) come lo è stato il mio babbo (di coleotteri,  di riviste e di tanto altro) e, come tutti i collezionisti, vivo a un passo dall'essere un'accumolatrice seriale.
Infatti, per me libertà è aver rinunciato da tempo a essere una brava donnina di casa, odio rassettare e odio buttare via le cose, lo faccio il minimo indispensabile a garantirci una sopravvivenza dignitosa.
Per me libertà è non dover cucinare a pranzo (sono brava ai fornelli, ma mai più di un’ora, per carità, farlo una volta al dì è più che sufficiente), quando torno alle 14.30 mi piace prendere il Re dei Sugolini e concederci  uno spuntino fuori, abbiamo i nostri posticini preferiti che frequentiamo a rotazione (dal trippaio e dal gelataio ho realizzato un sogno: quando arriviamo basta dire “il solito”).
Per me libertà è concedermi di mangiare tantissima cioccolata fondente, troppa effettivamente.
Per me libertà è scappare via, viaggiare e sentirmi un'esploratrice, l'ideale è farlo con la mia mamma, che ha quasi i miei stessi gusti, i miei stessi orari e soprattutto è entusisasta e curiosa quanto me.

Per me libertà è dedicare del tempo e prendermi cura delle cose che ritengo importanti e tralasciare tutte le altre.
Infatti, per me libertà è (sarebbe, ancora questa non l’ho conquistata) non occuparmi degli aspetti burocratici della vita, cercasi fidanzato ragioniere che non rompa sul resto e pensi a tutto lui.
Per me libertà è scrivere quando ne ho voglia, come adesso.
Per me libertà è stare senza dipingere anche molto a lungo e poi dipingere tante ore e tanti giorni di seguito, seguendo solo il mio istinto, senza preoccuparmi troppo di come verrà alla fine il quadro e senza pensare a quello che gli altri si aspetterebbero da me, ma solo come, quando e finché ho voglia di farlo.
Per me libertà è travestirsi da bella ragazza e andare a ballare (credo che lo farò domani), ma non secondo usanza e cioè allo scopo di imbroccare, bensì, come il verbo stesso suggerirebbe, allo scopo di ballare (in questo caso la vestizione scollacciata e il fatto che sceglierò il cubo più alto della sala per esibirmi é da intendersi come una "performance" teatrale).
Per me libertà è, fondamentalmente, comportarmi come più mi piace, purchè tutto ciò non vada a ledere la libertà degli altri. E' anche: comportarmi come più mi piace, rispondendo solo alla mia coscienza, quindi senza preoccuparmi di dover dimostrare niente a nessuno e fregandomene di cosa pensano gli altri di me. Lo sarebbe, ma ci vuole un'autostima infinita per farlo e in effetti non sempre ci riesco, mi dispiace, ancora non ho conquistato questa libertà, ma ottimismo: ci sto lavorando.
Per me oggi, che era il 25 aprile, libertà è stata avviare un nuovo pazzo progetto di arredo per la nostra casa. La mia mamma mi ha dato un vecchio tavolino da salotto in ferro, si tratta in verità di una struttura che prima portava due cristalli (troppo pericolosi con una Piccola Fata a piede libero). Qualche giorno fa ho ordinato due pannelli di MDF e oggi ci siamo dati all”Action Painting”, in casa, direttamente nel salone (operazione ad alto rischio di macchiare l’intero Universo).
Libertà è stata vestirmi in perfetto stile "uscita dalla piena", senza un filo di trucco e giocare con i colori fino quasi alle 13.00, poi fare una doccia caldissima con Matilde e quindi far scivolare il pranzo oltre le 14.30 (però oggi sono stata secchiona: seppur fuori orario, ho cucinato due volte).
Alla fase “Color Field” hanno partecipato anche i figlioli, in quella “dripping” facevano solo il tifo o davano qualche suggerimento sulle tonalità di colore. Il lavoro però sarà “double face” e così nei prossimi giorni anche loro prenderanno parte all’altro lato della pittura.
Una cosa la vorrei dire, com’è possibile che Jackson Pollock fosse tanto depresso e tormentato? Questo tipo di pittura è divertentissimo, beato lui!
Insomma, buon 25 aprile, buona libertà, che ciascuno possa comprendere quale sia la libertà che desidera, che riesca a conquistarla e a godersela come meglio crede.

lalla



venerdì 9 novembre 2018

la testata stregata, i film, le facce, la gente, le cacche di cane e i fiori

Questo post è troppo lungo e parla di cose del passato, non lo leggete, è meglio.
Fosse per me, manco l’avrei voluto scrivere.
Io vivo nel presente e vorrei parlare solo di quello.
Ma vivo in una casa piena di oggetti che mi parlano, l’80% vengono da una storia antica, quindi di quella amano conversare. In questi due anni ho buttato via un po’ di roba, troppo poca per i miei gusti. E’ difficile: io vorrei far tacere tutte queste voci, ma Elia ha il diritto di sentirle, ha il diritto di ricordare, non potevo mettergli a soqquadro la casa da un giorno all’altro. Ci aveva già pensato qualcun altro a mettergli a soqquadro la vita, da un giorno all’altro.
E allora con tutta questa matassa di oggetti ci convivo, però insomma, quando uno di loro urla troppo forte e al secondo richiamo non si cheta, lo butto via. Un oggetto alla volta, pian piano e senza fretta sto “detheizzando” la casa e la mia vita.
Uno di questi oggetti parlanti è la mia testata del letto, la sua è una lunga storia.
Davvero troppo lunga, andate a farvi un giro.

Un antefatto: ci siete mai entrati nel temibile “tunnel della sfiga”? Tipo che di punto in bianco ti tocca tutta una serie di fregature senza soluzione di continuità? Che poi tu sei pure una bella tosta e sicché non è che ti abbatti alla prima sfiga, e nemmeno alla seconda, e nemmeno alla terza, e manco te ne stai lì come un’ameba a prender schiaffi, reagisci ogni volta, ogni volta rialzi la testa, ogni volta smetti di pensare al passato, a quello che è stato e ti riaffacci ottimista verso il futuro. Ogni volta pensando “dalle ceneri delle brutte esperienze si rinasce arricchite e meglio di prima”, ma purtroppo non sei la Fenice e soprattutto, ancora non l’hai capito, ma sei entrata nel “tunnel della sfiga” e da lì manco la Fenice sarebbe uscita incolume. C’è poco da fare: non dipende da te (da come sei o da come ti comporti), qualunque cosa tu faccia non sei padrona del tuo destino: pian piano precipiterai dalla padella nella brace, sui fornelli, nel tostapane, infine nel micro-onde e meno male che in casa non hai il forno a legna di Hansel e Gretel, altrimenti pure lì!
Insomma, voi mai? Io invece sì.



Cominciamo: come detto nel post precedente, dopo un anno passato ad abituarmi all’idea che il mio babbo e la mia famiglia tutta fossero ammalati e mutilati nel corpo e nello spirito, mi stavo affacciando al 2008/2009 desiderosa di voltare pagina e piena di belle speranze. Bè, chi visse sperando…
Non è stato solo un anno peggiore quello che mi aspettava, ma pure bastardo perché all’inizio faceva ben sperare: il babbo andava benino, io avevo questo giocattolo nuovo del blog che mi entusiasmava e anche il Re dei Sugolini, che alla materna palesava un po’ di problemi di socializzazione, ormai aveva legato con i compagni e sembrava molto più tranquillo. Suvvia, un bel periodo e andiamo che splende il sole: spieghiamo le vele verso il mare aperto… e infiliamoci in una tempesta!
Talmente mi ero fatta prendere dalla corrente positivista che un giorno a pranzo eravamo solo io e quel tipo che amavo e (nonostante le terribili disavventure registrate durante la gravidanza di Elia e la sua/mia quasi morte al momento del parto) ebbi un’idea malsana: avere un altro bambino, anzi: essendo in vena di sognare, meglio se una bambina e l’avrei chiamata Emma. Bel film mi ero girata, vero? A fine pasto lo comunicai al tipo tutta giuliva, a quello non parve il vero, andammo in camera e rimasi incinta. Maledetti ormoni traditori, sono stati loro a parlare quel giorno, ne sono certa, non il mio cervello!
Comunque, io sono un po’ streghetta e iniziai a dipingere un grande legno di compensato trovato a un cassonetto (ganza l’idea di riabilitare un oggetto rifiutato e gettato nella spazzatura, avete mai sentito parlare della storia della cacca di cane da cui nascono fiori? Ve la spiego dopo). Volevo creare una testata del letto fatata, sarebbe stata la nostra ninna nanna, ogni sera e ogni mattina ci avrebbe raccontato quell’amore infino che provavamo l’una per l’altro, quello stato di grazia, quell’abbandono totale alla positività, quel brivido meraviglioso che si prova tuffandosi nel vuoto e nello stesso tempo sentendosi sicuri, quella condivisione, quel sogno che ci stava cullando (lo so, lo so: romantico da procurare il diabete, che volete che vi dica? Era pur sempre un bel film!).
Cavolo, se ci ripenso, incredibile con quale cieco ottimismo mi stessi buttando nel fuoco! Un po’ mi ero fatta fuorviare dalle solite frasi cretine che tutti ripetevano sempre: “ogni gravidanza è diversa dalle altre” “vedrai che questa sarà una passeggiata rispetto alla gravidanza di Elia” “finalmente avrai l’occasione per goderti questa esperienza” “una donna incinta non è una donna malata, anzi: è in stato di grazia!” “la seconda volta il parto è una passeggiata”…

Niente è andato come pensavo e guardate che in gravidanza si pensano un po’ tutte, bellissime o pessime, ma niente, neanche vicina ci sono andata, neanche quando la pensavo bruttissima e temevo di ripetere l’esperienza precedente (giravo un sacco di film, ma quelli dell’orrore no!). A parte le nausee che cominciarono a torturarmi, a parte il fegato che andò subito in tilt, a parte le contrazioni che dal quarto mese mi costrinsero a riposo: tutto questo lo avevo messo in conto, ma per il resto niente, niente è andato come pensavo. Intanto il tipo cominciò a comportarsi in modo un po’ strano, non sembrava molto coinvolto, non voleva “perdere tempo” per accompagnarmi alle ecografie “Viste quelle di un figlio le hai viste tutte, non puoi farti accompagnare dalla tua mamma? A che serve che venga anch’io? Andrà tutto bene, sei tu che sei troppo ansiosa!”.
Adesso, col senno di poi, potrei dire: “troppo ansiosa una s… non mi fate parlare! Troppo scema a tenermi accanto uno del genere!”. Ma allora, chi ci capiva più niente, se mi sentivo un po’ trascurata davo la colpa ai miei ormoni, e invece quelli, poverini, questa volta si stavano comportando proprio bene.
La testata del letto mi sussurrava cose strane, che mi tornavano poco, e io smisi di dipingerla, l’odore dei colori mi dava la nausea e non ce la facevo a tenere le braccia alzate, mi stancavo troppo.
Poi le nausee allentarono la presa e io ripresi la pittura riuscendo a finire, però ve lo confesso: la parte sinistra (quella che conteneva il tipo) non mi ha mai soddisfatto del tutto, mi sembrava un po’ meccanica e ripetitiva (anche negli arabeschi cromatici dello sfondo), la verità è che l’avevo dipinta cercando di tenerla in silenzio e non era più del tutto  sincera.
La gravidanza è continuata piuttosto bene fino al quinto mese e io, anche se un po’ delusa dalle noie fisiche e dal contorno un po’ freddino, continuavo a gustarmi il mio sogno e la mia positività. Fino all’ecografia morfologica. Quel giorno il tipo mi accompagnò (era curioso di scoprire il sesso) e non era solo, brutti dementi irresponsabili: portammo con noi anche il Re dei Sugolini a “conoscere” la new-entry. Sembrava davvero meritarselo, lui che invece era già troppo coinvolto e non faceva altro che disegnare patate con occhi e ciglia dicendo che era il ritratto di “Emmolina”, la sua sorellina nella pancia della mamma!
Stavano scherzando di questo (del fatto che il fratello avesse o meno indovinato il sesso) i tre maschi attorno a me, mentre il Dottore mi preparava all’esame bagnandomi la pancia col gel.
Ed eccoci arrivati, del tutto sconsideratamente, al momento topico.
Ogni volta che nella mia vita c’è stata una deviazione repentina e inarrestabile io l’ho vista scritta in una faccia. Cioè: da una singola espressione ho capito tutto quello che sarebbe successo dopo. Gli altri intorno a me no, non so come hanno fatto, ma non si sono mai accorti di niente, hanno lasciato scorrere le proprie vite nell’inconsapevolezza. Eppure erano così chiare quelle facce, così violente! Come hanno fatto gli altri a non vederle? Come hanno fatto a non riconoscere quelle porte spalancate su un baratro?
Nel momento preciso in cui io le ho individuate, ho anche sentito con assoluta certezza che mi ci avevano già spinto dentro e che non sarei mai più potuta tornare indietro. Quelle facce mi si sono stampate nel cervello.
Una di queste facce, che purtroppo rimarrà sempre con me, è quella che, per una brevissima frazione di secondo, trasfigurò il dottore che mi stava facendo l’ecografia morfologica. Quella faccia, inaspettata e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “c’è qualcosa di gravissimo. Fine del sogno e della positività”. Fine del film.
“Dottore, cosa c’è che non va?”
E lui, stizzito, sentendosi colto in fallo: “ma niente Signora, è solo che si muove, non riesco ad avere una buona visione del cranio” e cambiando discorso, vigliaccamente: “ha ragione il piccolo Elia: è una femmina, è Emmolina”. A quel punto poteva proprio risparmiarselo di farci sapere il sesso.
Poi, prima di uscire, mi fece sedere e vuotò il sacco.
Ora, non è la sede per spiegare cosa avesse il mio feto: in poche parole il cervello non andava bene, ma non era una diagnosi certa, potevamo sperare in un ritardo evolutivo.
Io odio l’incertezza, non c’è niente di peggio del non sapere e del non capire. I parametri per interrompere la gravidanza c’erano tutti, a livello legale, ma io volevo e pretendevo la chiarezza necessaria che mi consentisse di fare una scelta (giusta per noi e giusta per lei).
In Italia i tempi erano strettissimi (la legge sull’ITG fa schifo, non concede i tempi per gli accertamenti necessari), nessuno poteva dirci davvero come stessero le cose, capii subito che solo un elemento avrebbe potuto chiarire la situazione: il tempo. Per fortuna al confine con l’Italia c’è la Francia e così ho potuto concederglielo, come avrei potuto fare altrimenti? Ai figli tutto si concede. Mi sono resa conto che forse quella sarebbe stata l’unica cosa che avrei mai potuto fare per mia figlia: non farmi prendere dal panico e darle tutto il tempo di cui aveva bisogno. Io non lo so come fanno le altre donne, io sono per lasciare la libertà di scelta a tutte, ma nel mio caso, per come sono fatta io, non avrei mai potuto prendere così alla leggera una decisione tanto irreparabile, farlo così, a caso, mi sembrava un’ingiustizia terribile. Mi sono sottoposta ad analisi in Italia e all’estero, abbiamo ascoltato molti esperti e fatto consulti di ogni genere.
Il tipo accanto a me aveva ripreso interesse, anzi era tutto infervorato, traduceva testi di medicina alle due del mattino, non ne sono certa ma penso che avesse imbastito una specie di battaglia personale per dimostrare che la bambina fosse sana. Ho resistito un altro mese, l’ho fatto per lei e ne sono fiera, ne valeva la pena, anche se era terribilmente triste sentirla scalciare e “sopportare” i complimenti al mio pancione o gli sguardi dei passanti.

Lei mi ha ripagato: alla fine mi ha dato una certezza, certo non era quella che avrei desiderato sentirmi dare, ma almeno mi ha accompagnato nella strada che ho bovuto percorrere. É peggiorata drasticamente, le deformazioni si sono propagate, praticamente metà del cervello si è riempito d'acqua, i lineamenti del volto sono scesi, il cranio si è aperto in due: basta.
Per il bene di Elia, per il bene mio e anche per il suo: basta. Per il bene del tipo non posso dirlo perché mi pare che da quel momento in poi abbia iniziato a sbroccare.
Il 29 luglio 2009, nel giorno del quarto compleanno di Elia, ho partorito a Nizza una piccola salma e ho impedito a quella creatura innocente di proseguire il suo percorso di dolore. L’ho partorita da sola perché il tipo se n’è andato (col solito senno di poi, in quel momento, senza preavviso e senza un saluto, mi ha lasciato la mano, è uscito da quella stanza e dalla mia vita, non c’è mai più rientrato veramente), mi ha lasciato sola tra le lacrime a spingere, circondata da estranei che parlavano una lingua per me incomprensibile. Aveva di nuovo perso interesse, d’altronde visto nascere un figlio (vivo) li hai visti tutti, giusto? Non valeva certo la pena restare e guardar nascere una figlia (morta). Solo le cose nuove, facili e piacevoli valevano la pena di essere vissute. Sì, lo so cosa pensate del tipo, ora lo so anch’io, ma prima no, prima non sapevo niente. Ci rimasi malissimo, ma trovai il modo di scusarlo, pensai solo che non ce l’avesse fatta.
Io invece dovevo farcela per forza. Non vale la pena solo di fare le cose più piacevoli o più facili, vale veramente la pena di fare solo una cosa: quella giusta. E io l’ho fatta da sola. Non è stata una passeggiata di salute, ma l’ho fatta, senza rimorsi: non è colpa di nessuno se quella creatura stava così male, siamo animali, è la nostra natura, sono cose che possono succedere e bisogna farsene una ragione.
Però insomma, un bell’annetto leggero, vero?

Ed eccoci a settembre e al nuovo anno: 2009/2010. 
Elia è caduto nel sonno dal letto (in vita sua è caduto due sole volte) e si è spezzato la clavicola, l’ho accudito tre settimane, una volta rientrato alla materna, ha preso l’influenza, che culo.
Dalla scuola, per l’incarico annuale, la chiamata tardava ad arrivare. Alla fine quell’anno mi toccarono solo 2h.
Con 2h di insegnamento a settimana se mi avessero chiesto “che lavoro fai?” avrei potuto ancora definirmi “insegnante”? Con 2h a settimana non si campa e non ci si sente stanchi e realizzati. Stressati sì, pure di più che con l’orario pieno.
Che potevo fare, stare a piangermi addosso perché io sono una brava insegnante e tutto questo era ingiusto? Ma per carità! Come al solito: nella vita si va avanti e ci si adatta, ancora e ancora… (che donna, anche i film dei supereroi mi sono sempre riusciti benissimo).
Mi concessi di dedicarmi ancora di più alla pittura e magari farla diventare un lavoro. Non facevo niente di male infondo, era la scuola (il “lavoro ufficiale”) ad avermi tenuto in sospeso e allontanato, quindi ero del tutto giustificata a dedicarmi ad altro (si trattava di adattamento appunto, non di tradimento) e il mio maledetto senso del dovere, per una volta, mi lasciò in pace.
Cominciavano ad essere una bella pila di sfighe a cui dover reagire: alla malattia del mio babbo, alla gravidanza andata male, alla semi-disoccupazione, alla sensazione di fallimento… tutti intorno a me a raccontarmi la storia che “finalmente avevo del tempo per me”, “adesso sì che avrei potuto seguire la mia strada e le mie passioni”, “finalmente sarei stata davvero me stessa” e magari “avrei venduto i miei quadri e avrei avuto un grande successo”, “ma che fortuna essere rimasta senza lavoro!” (“che fortuna aver perso la bambina” no, fino a quel punto non ci era arrivato nessuno, tranne il tipo, lui pure quello mi ha detto, nel 2016, mai dire mai).
E comunque: che palle tutte queste frasi fatte del cavolo.
La gente vorrebbe che ce le raccontassimo ogni volta che la prendiamo in tasca, ogni volta che prendiamo una sberla, di quelle forti da spostarti la mandibola, ma sono solo cazzate!
Diciamo, più onestamente, che, nonostante le sberle ripetute e nonostante tu sia entrata nel “tunnel della sfiga”, in qualche modo si va avanti, ci si adatta e ci si reinventa.
Ecco, adesso ve lo spiego: non è che da una cacca di cane deve per forza nascere un fiore, cioè magari il cane aveva mangiato proprio acido e ha diserbato per bene il terreno, oppure ci nasce un po’ d’erba stentarella, o (passato il tempo debito) ci nasce la stessa identica erba di prima (che infondo siamo fatti come siamo fatti e se io di lavoro facevo l’insegnate e non la pittrice voleva dire che per lavoro avevo scelto di fare l’insegnate e non la pittrice e infatti dopo 8 anni faccio di nuovo l’insegnate e, per diletto, la pittrice)…che non se la prenda nessuno a male: il fiore può darsi che nasca comunque, 10 cm più in là, e assai probabilmente sarebbe nato pure senza la cacca di cane!
Comunque, la testata del letto (quella dipinta col film del nostro amore) parlava forte, protestava e mi dava fastidio, non riuscivo più a guardarla, non so, forse l’avevo stregata davvero, non ce la volevo in camera. E’ rimasta molti mesi nello studio in attesa di una cornice.
In agosto mi erano pure iniziate le coliche d’aria allo stomaco e la gente a dire “vedrai che è per quello che ti è successo” “saranno crisi psicosomatiche” “sarà per il dolore mentale che provi a causa dell’ITG, ma che non esprimi abbastanza, per questo il tuo corpo ti fa stare male fisicamente”… Ah, sì? E datemi uno psicofarmaco allora! Ma io che la stavo a sentire a fare “la gente”? Guarda: da una parte meno male che adesso (dopo che sono stata piantata) non mi caca più nessuno!
Altro che psico-balle: era la cistifellea piena di sabbia, la gravidanza aveva appesantito tutto il mio sistema epatico (già malridotto di suo), a ottobre mi sono operata e me l’hanno tolta: fine delle coliche (e delle cazzate psicosomatiche).
Appena rimessa iniziai a dipingere con maggiore impegno e dedizione, mi sbilanciai anche con investimenti economici (non è il momento, ma prima o poi un bel post su quelle sanguisughe dei galleristi ci starebbe proprio bene!) e insomma in quell’autunno cercai di trasformare in professione qualcosa che non lo era mai stato e guarda caso non lo è diventato mai. Non ho avuto successo proprio pe niente, ho continuato a vendere sempre pochissimo e meno male che la scuola ha avuto di nuovo bisogno di me o sarei alla fame.
I mesi passarono, arrivò l’autopsia della piccola salma da Nizza, malformazioni molto gravi e anomalie cromosomiche (non la solita “famigerata” trisomia conosciuta da tutti, siamo tipi un po’ speciali, anche nei malanni).
Abbiamo fatto degli accertamenti, anche su di noi. Una volta conosciuto il nemico, col permesso del mio epatologo e della nostra genetista, ho deciso di riprovarci. Il tipo diceva di amarmi e di desiderare tantissimo un altro figlio, io avrei fatto qualsiasi cosa per cercare di renderlo felice e di farlo rientrare veramente nella nostra vita (nel nostro quadro). Sì, certo, ora lo so: il suo non era un desiderio d’amore, probabilmente aveva già smesso di amarmi perché io mi ero macchiata, ero colpevole di aver partecipato ad eventi imperfetti; il suo era solo un desiderio di rivalsa: voleva dimostrare di poter avere un altro figlio sano.
Ma non ho rimorsi, non ho deciso solo per lui: anche io desideravo un altro figlio, ero stata io quel giorno a chiedere il secondo e la mia gravidanza iniziata non era mai finita. Ero ancora psicologicamente incinta, rimasta in attesa di qualcuno che non era arrivato mai.
Questo nuovo progetto mi riagganciò al vecchio sogno, d’un tratto quello che la testata del letto mi raccontava sembrò di nuovo possibile, sincero e giusto, costruii una cornice e la appesi al suo posto.
Ricominciai a girare il mio film, ma ben presto mi accorsi che costava troppo.
Era diventato un salasso psicologico e fisico: dopo pochi mesi un nuovo aborto spontaneo (OK, può capitare), poi un altro (succede), poi un altro ancora (ma perché?) e ancora uno (dopo che gli avevo già visto battere il cuore in ecografia): basta.
Per il bene di Elia e per il mio bene: basta.
Vorrei dire per il nostro bene, cioè anche del tipo, ma non posso dirlo perché mi pare che per lui quegli aborti non significassero niente “ma che vuoi che sia, dopo quello che è successo a Nizza?”, per me invece significavano tutto e rischiavano di distruggermi. Lui avrebbe continuato a provare in eterno (d'altronde il corpo era il mio, l’anima pure evidentemente, che gli costava?). Una decisione del genere, da parte mia, era imperdonabile perchè a quel punto gli fu chiaro: era solo colpa mia se lui non poteva avere un secondo figlio sano e dimostrare di essere perfetto.
E infatti, non me lo lasciò fare: dopo qualche mese di silenzio, una sera d’agosto, senza il mio consenso, mi mise incinta.


Cavolo, che anno difficile il 2015/2016!
Il tipo era di nuovo tutto infervorato, lui che finalmente aveva preso in mano il proprio destino e dimostrato di poter fare del mio corpo quel che voleva. Non ho più voglia di raccontare, non posso ricordare di nuovo come mi abbia fatta sentire in gravidanza (inadeguata e colpevole dei fallimenti precedenti), di come mi abbia umiliato ogni giorno di più e spinto verso il punto di rottura. La testata del letto, non ce la facevo più neanche a guardarla, non sopportavo come se ne stesse appesa lì, a ricordarmi di quanto mi fossi sbagliata e a compatirmi.
Non capivo dove il tipo volesse arrivare (lo voleva o no questo nuovo figlio?), non lo riconoscevo più (altro che film romantico), ero terrorizzata dalla sua freddezza e dal suo distacco, ma ormai io non potevo lasciarmi schiacciare, non potevo cedere, non adesso che finalmente, dopo ben 5 anni, nella pancia portavo di nuovo una piccola bambina e accanto a me avevo Elia, la persona più importante della mia vita. E infatti non ho ceduto mai, ho continuato a prendermi cura di entrambi i miei figli (quello fuori e quello dentro di me) e ho pure vinto un concorso scolastico, sostenendo l’orale al nono mese di gravidanza.
Invece fu lui a crollare, a un mese dal parto, mi chiese scusa in 1000 modi diversi, pianse tra le mie braccia per i successivi quattro mesi, era di nuovo così empatico e dolce, io l’ho scusato ancora (l’amore rende stupidi, il mio era infinito e veramente demente: non aspettava altro che lui tornasse da me).
Il parto di Matilde, per inciso, è stato terribile. “Ogni gravidanza è diversa”… Sì, certo, infatti ogni mia gravidanza è stata peggiore. Ero arrivata a termine, positiva allo streptococco, una mattina sono cominciate delle perdite d’acqua, "é il momento, portami all’ospedale" (il tipo era in modalità straccio da dare in terra), mi hanno rimandato a casa dicendomi che mi sbagliavo, che il sacco non si era rotto (delinquenti!), ma io la sera ho puntato i piedi e mi sono fatta riportare all’ospedale (lui non voleva “facciamo una figuraccia a tornare, ci hanno detto di aspettare le contrazioni”, è no, cazzo! Ora basta fare solo quello che mi dicono, basta fare la brava ragazza, io non me la faccio portare via mia figlia, dopo tutta questa fatica!), abbiamo indotto il parto, l’infezione era ormai gravissima e la bambina è quasi morta.
Ma porta miseria, una dritta mai?
Il dottore tentò di consolarmi: “non pianga Signora, la colpa non è certo sua, suo è il merito di essere tornata stasera, non avrebbe superato la notte, lei le ha salvato la vita”.

Dopo poche ore la mia piccola cominciò a migliorare, è una lottatrice come la sua mamma!
Ecco, una roba del genere è stata pazzesca, è stato come sfiorare l’inferno, ma proprio per questo è stata anche la porta del paradiso. Anche solo tenerla tra le braccia non poteva non rendere felici. E vedere il Re dei Sugolini, che l’ha amata dal primo istante, come facevo a non provare una gioia e una gratitudine immense?
Bo, un modo evidentemente c’era visto che per il tipo tutto questo spettacolo di meraviglia non era abbastanza, per altri 3 mesi non riemerse dal suo stato larvale e di inappetenza verso la vita. Io amavo lui quanto amavo loro e quindi vivevo spezzata in due: piena di felicità per i miei figli e piena di dolore per il mio compagno. Giravo ancora film sul nostro amore (film francesi, molto introspettivi) dove insieme saremmo stati capaci di sconfiggere la depressione e qualsiasi altra difficoltà. Come facevo a non essermi resa conto che, a parte la gravidanza di Elia, per il resto non avevamo mai affrontato nessuna difficoltà insieme?
Ero sempre io da sola a dovermela cavare, quando mai mi aveva appoggiato? Semmai aveva cercato di affondarmi! Ma perché ero tanto scema?!
A un certo punto il tipo ha trovato un modo semplice di farsi passare la depressione: “per stare bene ogni tanto ho bisogno di pensare solo a me stesso”. Ma no, davvero? Comodino. Poi ha iniziato a incolpare un po’ tutto e tutti del suo malessere (il lavoro, la casa esposta a nord, la bambina) e da lì in avanti è stato solo questione di tempo: alla fine ha incolpato me.

Ed eccoci al 2016/2017, l’anno più difficile e traumatizzante della mia vita (ma non il peggiore, alla fine ha avuto i suoi risvolti positivi).
L’anno in cui ho dovuto dire addio al mio babbo (era, purtroppo, qualcosa di inevitabile e che in ogni caso fa parte del corso naturale delle cose, è un dolore lacerante, ma che lascia tanti ricordi, è un dolore giusto).
L’anno in cui ho definitivamente abbandonato la mia carriera di "cineasta amorosa".
E’ successo dopo un’altra di quelle facce rivelatrici, quelle facce/porte sul baratro che mi porto stampate nel cervello e che non potrò dimenticare mai.
Avevo passato la notte ascoltando i respiri profondi di mio padre, sempre più distanti, sempre più leggeri, fino all'ultimo, sospeso, e infine al silenzio. Nonostante la consapevolezza di aver fatto tutto nel modo giusto, di averlo salutato insieme alla mia famiglia, nonostante la dolcezza di aver condiviso un momento di passaggio così importante, è stata una delle prove fisiche ed emotive più sfinenti della mia vita. Quando è giunta la mattina, ci guardavamo tutti come zombie cercando di connettere e di provare a organizzare le cose pratiche, tipo il funerale, per dire, ma sembrava tutto tanto irreale e basta. Sentivamo (tutta la mia famiglia, non solo io) un grande vuoto e un terribile sentimento di irreversibilità.
Il tipo è stato il solo a non partecipare a niente, poi è arrivato, me lo ricordo come fosse adesso, ha attraversato il prato e io gli sono andata incontro, già da lontano stonava, tutto vestito alla moda e con l’onda di gel nei capelli, e quando si è avvicinato ho visto quella faccia, quella faccia inaspettata, terribile e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “quello che provo io è bellissimo e di quello che provi tu non me ne frega niente”.
Tanto per cambiare, nel momento di bisogno, lui una mano non me l’avrebbe data.
Ero così stanca che manco ho pensato che questo volesse dire che aveva trovato un’altra e la fine della nostra storia, semplicemente basta: io in quel momento non avevo né la voglia, né la forza di gestire le sue cazzate e i suoi egoismi, gli dissi soltanto: “togliti immediatamente quel sorrisetto compiaciuto dalla faccia altrimenti ti tiro un ceffone qui davanti a tutti”.
Sono stata ripudiata da un giorno all’altro e sostituita, rifiutata e buttata nella spazzatura (come quel pezzo di legno), ma guarda, lo so che nessuno ci crederà, non è questo il lato peggiore. Il lato peggiore è la disillusione del personaggio (cioè: uno che ti tradisce mentre ti muore il padre palesemente non può essere il protagonista di un film d’amore), il lato peggiore è la conseguente disintegrazione di un sogno durato 19 anni, la perdita del passato è qualcosa di peggiore rispetto alla perdita del futuro. Il futuro possiamo ancora costruircelo, certo, diverso da quello che pensavamo, ma chi può dirlo? Magari ci verrà pure meglio di quello che pensavamo (solita storia del fiore che nasce e della cacca di cane), ma la cacca resta, il puzzo resta, il passato rimane di merda, non si può più cambiare.
Il dolore che il tipo ha volutamente inflitto a me, la noncuranza con cui ha traumatizzato mio figlio e condannato mia figlia non era inevitabile, l’ha scelto lui, l’ha fatto di proposito, cancella i bei ricordi e non fa parte del corso naturale delle cose, non è mai stato giusto.
Le solite frasi fatte della gente sono fioccate a mazzi ma a questo punto ve le risparmio, poi il silenzio: sono spariti tutti. Per "la gente" vale la pena frequentare solo persone che vivono in situazioni facili e piacevoli, niente persone ferite o complicate, che hanno vissuto esperienze imperfette. In effetti "la gente” è molto simile al tipo che viveva con me, infatti tra loro c’è accordo perfetto. Meglio così. Facevano parte anche loro di una storia antica e di quella amavano conversare, se ne sono andati via spontaneamente (assai più dell'80%), uno alla volta, risparmiandomi la fatica di doverli buttare come faccio con gli oggetti parlanti di questa casa. Sono usciti dalla mia vita e così, almeno loro, hanno smesso di parlarmi del passato.
La testata del letto… inaffrontabile, ho chiuso la porta della stanza e per due anni ho dormito in un letto singolo in camera di mia figlia.

Anno scorso (2017/2018) ho cominciato a desiderare di tornare in camera mia, ho pensato a varie soluzioni per la testata stregata:
1) Venderla, mi avevano suggerito la Saatchi Gallery, ma i termini di iscrizione in inglese erano difficilissimi e rischiavo di ipotecarmi la casa senza saperlo, allora ho provato a mettere un annuncio su facebook, avrei accettato offerte anche scarse pur di levarmela di torno. Secondo voi? E’ grassa se vendo 1-2 ritratti l’anno, figurati se qualcuno se la prendeva!
2) Prenderla ad accettate e poi fare un bel falò in giardino, magari di notte danzandoci intorno, una specie di rito vudù, guarda, anche adesso che lo scrivo mi ripiglia la voglia: secondo me questa un po’ sciamanica era la soluzione migliore!
3) Meno drammatica, segarla in due e bruciare solo la parte col tipo.
4) Quella che poi ho fatto e me l’ha suggerita Matilde.
Un pomeriggio giocavamo con (le mie) Barbie sul lettone (non ho mai accennato al fatto che sono una collezionista di Barbie = certamente una malata di mente?) quando la Piccola Fata mi dice: “mamma lo devi finire questo quadro, perché c’è solo Elia con te che dorme nei colori? Devi dipingere anche me!”.
Il tipo era di schiena, io ce lo vedevo moltissimo perché lo avevo dipinto pensando a lui, ma forse bastava poco per vederci qualcun altro.
Così ho pensato che se Leonardo da Vinci ha avuto il coraggio di ritoccare il quadro più famoso del mondo fino alla morte, io avrei potuto ritoccare una testata del letto un po’ mediocre.
Va detto che il tipo era pure fissato che i miei quadri fossero troppo opachi (dipingo su legno senza imprimitura) e mi aveva rotto le palle finché non avevo ricoperto la testata di vernice brillante. Tali vernici sono delle emerite schifezze e ingialliscono col tempo, in più non ci puoi rimettere sopra l’olio. Poco male, sono andata di carta a vetro, una fatica bestia ma vi giuro che mi ha dato una certa soddisfazione (anche se continuo a pensare che le accettate sarebbero state più catartiche).
Al suo posto ho dipinto i miei amori. Ma allora è vero che da una cacca di cane può nascere un fiore, anzi due? Lalla, ma che dici! Scusate, scusate, scusate: sono una brutta persona.
Non ho ritoccato la parte destra quindi alla fine io sono troppo giovane rispetto a loro, è una lalla sognatrice (e cineasta) quella raffigurata, ma va bene così.
Infondo solo da quel volto sereno, abbandonato e puro, solo dalla mia ingenuità, potevano nascere i miei figli. Non credo che avrei avuto la forza di buttarmi tra le fiamme se avessi conosciuto il fuoco. E adesso che lo conosco, ho perso quella purezza, ma posso assaggiare i suoi frutti meravigliosi.
Anche il Re dei Sugolini dorme tranquillo, sospeso tra i colori e sostenuto dai capelli della sua mamma Strega e della sua sorella Fata (lei riposa col nasino all’insù, impertinente e fiera). Dobbiamo stare attente noi femmine magiche, dobbiamo proteggere e sostenere il nostro ragazzo, dobbiamo guidarlo senza intrappolarlo (io lo so che l’amore può essere pericoloso, specialmente se magico), ma i nostri capelli sono sciolti, sono solo una carezza che lo lascerà libero di andare.
Ne è uscito un “ritratto simbolista” della mia famiglia, che (intendo il quadro) non è niente di particolarmente artistico. Invece la mia famiglia lo è.
A parer mio (al di là delle implicazioni affettive) la testata è pittoricamente migliore della versione precedente. E infatti anche il mio presente è migliore di quello di 9 anni fa: una cacca in meno e un fiore in più… e basta Lalla, ma sei proprio tremenda! Per forza che la gente ti schifa!
Il senso sarebbe: ecco perché il 2016/2017 non è per niente un anno da buttare, mi ha fatto uscire col botto dal "tunnel della sfiga".
Tornando al quadro, l’infima vernice brillante è rimasta sul mio corpo, è un’ombra giallastra che sporca gli azzurri e i bianchi, l’ha lasciata il tipo, io me la tengo per adesso (c’è poco da fare), magari un giorno riesco a grattarmela via dalla pelle, ma intanto mi rifiuto di stenderla sui miei figli.
Può darsi che questa testata cambi ancora, vorrei aggiungere tanti bianchi, schiarire, far pulito e limpidezza… ho voglia che mi parli di un futuro di fiori.
Ma insomma, anche basta, mi sa che l’ho fatta davvero troppo troppo troppo lunga, che infondo è solo una testata del letto e se nove anni fa ero andata all’Ikea con 200 euro m’ero tolta il pensiero!

lalla

Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2009.
Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2018.



venerdì 10 febbraio 2017

verso la primavera

In verità, non ho particolari cose da raccontare.
Non che manchino belle novità, come il fatto che tra pochi mesi (incrociando le dita) dovrei essere una “donna divorziata” (che la parola fa schifo, lo so, ma la sensazione, credetemi, è proprio tutt’altra cosa!).
Non che manchino rotture di scatole, come il fatto della drastica diminuzione delle iscrizioni nel mio liceo e il pericolo di diventare il prossimo anno non solo “potenziata”, ma anche “sovrannumeraria” (cavolo, che soddisfazioni mi da la scuola italiana!).
Non che manchino preoccupazioni, come il fatto di dover gestire un Re preadolescente e una Piccola Fata infante (amorosissimi entrambi, per altro).
Nessuna di queste cose mi pesa sul cuore. Nessuno degli aspetti della mia vita mi affligge, nessuno mi sconcerta. Avevo bisogno di un po’ di leggerezza, tutti noi ne avevamo bisogno. E adesso la stiamo coltivando insieme, io e i miei piccoli. Ci alziamo ogni giorno e andiamo tutti e tre a scuola (al nido, alle medie, al liceo), poi ci ritroviamo a casa e ci dilettiamo in Barbie, trucco e parrucco (solo io e Matilde), compiti (solo io ed Elia), canto sfrenato, ballo, progetti folli, avventure, esplorazioni, cucina e degustazioni degne di Master-chef, nonché maratone cinematografiche con relative classifiche nerd e, soprattutto, coccole (per tutti).
Mi ci sento (leggera) perché tutto ha inaspettatamente preso un verso. E io lascio che ogni cosa vada nella direzione in cui vuole andare, dove era giusto che andasse (ormai da tempo), senza cercare di opporre alcuna resistenza.
Nuotare nella direzione giusta è importante, ma non sempre è facile trovarla.
Può apparire chiara davanti a te e allora si tratta solo di avere il coraggio di tuffartici dentro, io l’avevo fatto vent’anni fa: un bel tuffo di testa carpiato, col batticuore e gli occhi chiusi. Un tuffo da applausi. Poi ho fluttuato serena e ignara nell’acqua azzurra per tanto tempo, strasicura di trovarmi nella direzione giusta e di dove quel fiume mi avrebbe portato.
Non mi aspettavo più grosse sorprese.
E invece, può succedere anche di cascare in acqua quando non te l’aspetti, per sbaglio, indietreggiando sulla banchina, e di sbatterci il muso dolorosamente. Eppure, anche questo tuffo inaspettato che ti brucia sù per il naso e ti fa ingoiare una bella gozzata d’acqua salata, per quanto incredibile possa sembrare, ti scaraventa nella direzione giusta.
E una volta imboccata, c’è poco da fare, è una corrente che ti trascina in un solo verso (e indietro non si torna).
Io ve lo devo dire: ora come ora non lo so di preciso dove mi porterà questa corrente, so solo che mi sta portando lontano da dove ero (consentendomi di trattenere me stessa e tutto quello per cui vale la pena vivere). A questo punto, visto anche il gorgo infernale che ha cercato di risucchiarmi verso il fondo e a cui sono sopravvissuta senza annegare (e la conseguente fiducia in me stessa parecchio rinforzata), non mi sembra così importante cercare di “spoilerarmi” il finale.
Dovunque mi porti, sarà una sorpresa.
Dovunque mi porti, io ho intenzione di andarci con tutta la leggerezza possibile.

Perché il sorriso (e un certo malsano ottimismo) sono sempre state le mie armi migliori e anche se fa un freddo cane fuori è ed ancora inverno, io lo sento, e ne sono certa, che sto andando verso la primavera.

lalla

"verso la primavera", olio su masonite, 59x59 cm.
P.S. Esempio di classifica nerd cinematografica di lalla&Elia.
“esseri pseudo-teneri che nella rispettiva scena madre canterina ci hanno fatto venir voglia di sterminarli con un bazooka”:
1. Gli Ewok di “Guerre stellari”
2. I Troll esperti in amore di “Frozen”

3. I 7 nani di “Biancaneve” della Disney quando cantano lo jodel.

domenica 24 aprile 2016

il mio corpo mi ricorda quelli che se ne vanno

Il babbo è morto di notte.
La mattina dopo mi sono passata la lingua sul canino destro e ho sentito tagliare, il dente si era scheggiato. Durante la notte devo aver digrignato il morso senza rendermene conto, per la tensione. Non l'avevo mai fatto prima. D’altronde, non mi ero mai trovata in una situazione come quella, prima.
Ogni tanto mi capita ancora, durante il giorno, di passarci la lingua, è una sensazione strana, un po' dolorosa e un po' dolce perché mi fa pensare a lui.


Qualche giorno fa mi sono tolta la fede.
Era arrivato il momento di farlo e l'ho fatto. Ma non è così facile, per 13 anni il mio dito si è adattato a quel cerchietto d'oro, ha convissuto con lui, ci è cresciuto intorno.
Molte volte, durante il giorno, mi capita sovrappensiero di cercare quel piccolo oggetto con l'altra mano, non trovarlo è una sensazione strana e per niente dolce, per adesso, fa solo male.
Quanto tempo ci metterà il mio dito ad apprezzare di non essere più costretto dentro a una dura gabbia di metallo, a capire che adesso potrà muoversi più liberamente senza quel peso?
Non lo so, è un dito sciocco e nostalgico.
Gli piaceva quella concavità, e, per quanto il metallo fosse freddo, a contatto con la pelle si riscaldava e insieme sembravano tutt'uno. Quel cerchio non gli era mai sembrato un gabbia, ma una comoda culla.
Perciò lo scuso, povero dito, perché anche lui non si era mai trovato in una situazione come questa, prima.


Ieri ho spedito la domanda di mobilità, ho fatto richiesta di tornare ad insegnare alle superiori. Sono stata indecisa fino alla fine.
Prima di tutto c'è lo spauracchio di finire nel "potenziamento" gettata in un corridoio e far da tappabuchi. Poi c'è da dire che Pratolino, dove lavoro, non è una scuola media, ma una piccola oasi in mezzo al bosco con colleghi gentilissimi e ragazzi tranquilli.
Stavo vacillando, poi però ho ascoltato il mio cervello, che è peggio del dente e del dito messi insieme, che mi sussurrava: "rinuncia, accontentati, non puoi farcela ora... quanti cambiamenti pensi di poter sopportare ancora?"
Innumerevoli! E io non mi accontenterò mai!
Prima o poi, magari tra anni, non mesi, il dolore passerà e, se c'è stata, resterà solo la dolcezza. Ti rassegnerai mio tenero corpo a lasciare andare quelli che se ne vanno.
Fai con calma, non avere fretta.
Io intanto vado avanti.


lalla

P.S. Anche il piccolo Re cambierà scuola a settembre, la 1° media lo aspetta, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo stretti la mano: "Partiamo per nuove avventure!".


Acquerello su carta cotone, 35x50 cm.
Durante la prima guerra mondiale nacque il movimento Dada, in sostanza l'arte tradizionale  e la cultura ufficiale non avevano più alcun senso visto che l'umanità era immersa in una tragedia del genere... diciamo che questa è la mia WW1, perciò oggi avevo solo voglia di giocare con i colori e che decidesse il caso.


lunedì 4 gennaio 2016

mi piace il blu

Non aggiorno il blog da più di un mese, eppure avevo tanta voglia di scrivere, e ho scritto molto infatti, mentre guidavo, mentre facevo la doccia, mentre cucinavo, mentre cullavo Matilde malata, mentre cercavo di prendere sonno in una barella del pronto soccorso... 
varie cause di forza maggiore mi hanno impedito di cavare i suddetti post dalla mia testa e digitarli su questa tastiera, sono riuscita solo a scrivere due letterine natalizie nel tradizionale metodo amanuense al mio Theo (che si arrabbia se parlo di lui sul blog) e ai miei genitori (che si meriterebbero molte più attenzioni da parte mia).
Un po' di quei post aleggiano ancora nella mia testa perciò forse non sarebbe una cattiva idea trascriverli qua sopra prima che la demenza senile se li porti via. Vedrò, se posso.
Intanto oggi credo di avere finito il quadro a cui ho lavorato più a lungo della mia vita, dal giorno del mio compleanno, un vero record!
Tanto di cappello ai pittori astratti, non è affatto un gioco da ragazzi creare un'armonia compositiva cromatica e formale senza ritrarre niente e senza voler raccontare niente. Solo forme e colore.
Ci vogliono tanto tempo e cura... come fare un puzzle di 10.000 pezzi senza la noia di fare un puzzle di 10.000 pezzi! 

Completando una nuova parte tutto l'equilibrio cambiava e mi ritrovavo a ridipingere a aggiustare di nuovo tutto il resto, un po' come la tela di Penelope: fare e disfare all'infinito.
E infatti credo che la sensazione che ho provato sia piuttosto simile a quella di eseguire un enorme lavoro a maglia o all'uncinetto, solo che io non so cucire niente più di un bottone (e male) quindi non posso dirvelo con certezza.
Si tratta solo di riuscire a staccare il cervello e lasciarsi guidare dall'istinto e dallo "spirituale" che, come Kandinskij ci insegna, vive nell'Arte, soprattutto in Musica e Pittura e, più nel dettaglio, innegabilmente, nel colore blu. E infatti è stato meraviglioso perdersi nel blu, che mi circondava, mi macchiava, mi inglobava... io adoro il blu!
Sembrava vivo e con una sua volontà.
Ogni volta che mi mettevo davanti al cavalletto, perché attirata da una tonalità da correggere, il quadro mi catturava per ore e ore e alla fine, quando impegni inderogabili mi obbligavano a staccarmi, era un tale dolore doverlo lasciare.

Non so se sono stata all'altezza, non sono una grande creativa, non lo sono mai stata.
Ho molto occhio, questo sì, so guardare le persone e capire come sono fatte, dentro e fuori, ma niente di più. Non so inventare niente che non sia reale.
Non importa, questo quadro è stato un buon amico, una terapia, una compagnia, quasi un amante.
Oggi lo lascio, consapevole che avrei potuto ritoccarlo e ridipingerlo ancora in eterno.

Grazie e addio.

lalla


"Mi piace il blu", olio su tela, 80x80 cm.

Con ammirazione, agli incommensurabili Vasilij Kandinskij, František Kupka e Pavel Filonov.

mercoledì 6 luglio 2011

Potrei raccontarvi un sacco di cose

Potrei raccontarvi che, dopo aver approfondito il mio rapporto con l'arte, sono infine approdata ad un maturo e coscienzioso astrattismo post-moderno.
Potrei raccontarvi che in realtà questo quadro non è astratto, bensì rappresenta l'eterno dualismo di acqua e fuoco, il ribollire lavico della materia primordiale da cui scaturisce la vita.
Potrei raccontarvi che la scelta di un soggetto informale, materico e primitivo è in polemico contrasto con una società legata sempre più spiccatamente ad un'immagine artefatta e digitale.
Potrei raccontarvi che questo quadro è un omaggio, solo grafico e non concettuale, al grande, anzi grandioso, Kandinskij.
E nonostante solo l'ultima frase possa ritenersi in parte vera, qualunque cosa io vi raccontassi voi mi credereste, perchè sono brava a raccontare storie.
Ma sono una persona onesta. Probabilmente priva di talento, ma onesta.
Quindi vi racconterò solo la verità.
E la verità è che avevo voglia di dipingere, anzi, non proprio di dipingere...
ecco, meglio, come i bambini: avevo voglia di colorare.

lalla

olio su multistrato di legno, 50x60x2,5 cm.

P.S. Theo, vedendolo, ha esclamato: "Ganzo! Hai dipinto Topolino in acido!"
(vedi un certo fumetto underground primi anni '80), evidentemente per i quadri senza soggetto (e senza senso) funziona un po' come per le macchie di inchiostro nero di certi psicologi: ognuno ci vede quel che gli pare...
putroppo da quando me l'ha detto anch'io non riesco più a guardarlo senza vederci gli occhi pallati e il naso vibrante del topastro impazzito!