Visualizzazione post con etichetta nudi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nudi. Mostra tutti i post

venerdì 9 novembre 2018

la testata stregata, i film, le facce, la gente, le cacche di cane e i fiori

Questo post è troppo lungo e parla di cose del passato, non lo leggete, è meglio.
Fosse per me, manco l’avrei voluto scrivere.
Io vivo nel presente e vorrei parlare solo di quello.
Ma vivo in una casa piena di oggetti che mi parlano, l’80% vengono da una storia antica, quindi di quella amano conversare. In questi due anni ho buttato via un po’ di roba, troppo poca per i miei gusti. E’ difficile: io vorrei far tacere tutte queste voci, ma Elia ha il diritto di sentirle, ha il diritto di ricordare, non potevo mettergli a soqquadro la casa da un giorno all’altro. Ci aveva già pensato qualcun altro a mettergli a soqquadro la vita, da un giorno all’altro.
E allora con tutta questa matassa di oggetti ci convivo, però insomma, quando uno di loro urla troppo forte e al secondo richiamo non si cheta, lo butto via. Un oggetto alla volta, pian piano e senza fretta sto “detheizzando” la casa e la mia vita.
Uno di questi oggetti parlanti è la mia testata del letto, la sua è una lunga storia.
Davvero troppo lunga, andate a farvi un giro.

Un antefatto: ci siete mai entrati nel temibile “tunnel della sfiga”? Tipo che di punto in bianco ti tocca tutta una serie di fregature senza soluzione di continuità? Che poi tu sei pure una bella tosta e sicché non è che ti abbatti alla prima sfiga, e nemmeno alla seconda, e nemmeno alla terza, e manco te ne stai lì come un’ameba a prender schiaffi, reagisci ogni volta, ogni volta rialzi la testa, ogni volta smetti di pensare al passato, a quello che è stato e ti riaffacci ottimista verso il futuro. Ogni volta pensando “dalle ceneri delle brutte esperienze si rinasce arricchite e meglio di prima”, ma purtroppo non sei la Fenice e soprattutto, ancora non l’hai capito, ma sei entrata nel “tunnel della sfiga” e da lì manco la Fenice sarebbe uscita incolume. C’è poco da fare: non dipende da te (da come sei o da come ti comporti), qualunque cosa tu faccia non sei padrona del tuo destino: pian piano precipiterai dalla padella nella brace, sui fornelli, nel tostapane, infine nel micro-onde e meno male che in casa non hai il forno a legna di Hansel e Gretel, altrimenti pure lì!
Insomma, voi mai? Io invece sì.



Cominciamo: come detto nel post precedente, dopo un anno passato ad abituarmi all’idea che il mio babbo e la mia famiglia tutta fossero ammalati e mutilati nel corpo e nello spirito, mi stavo affacciando al 2008/2009 desiderosa di voltare pagina e piena di belle speranze. Bè, chi visse sperando…
Non è stato solo un anno peggiore quello che mi aspettava, ma pure bastardo perché all’inizio faceva ben sperare: il babbo andava benino, io avevo questo giocattolo nuovo del blog che mi entusiasmava e anche il Re dei Sugolini, che alla materna palesava un po’ di problemi di socializzazione, ormai aveva legato con i compagni e sembrava molto più tranquillo. Suvvia, un bel periodo e andiamo che splende il sole: spieghiamo le vele verso il mare aperto… e infiliamoci in una tempesta!
Talmente mi ero fatta prendere dalla corrente positivista che un giorno a pranzo eravamo solo io e quel tipo che amavo e (nonostante le terribili disavventure registrate durante la gravidanza di Elia e la sua/mia quasi morte al momento del parto) ebbi un’idea malsana: avere un altro bambino, anzi: essendo in vena di sognare, meglio se una bambina e l’avrei chiamata Emma. Bel film mi ero girata, vero? A fine pasto lo comunicai al tipo tutta giuliva, a quello non parve il vero, andammo in camera e rimasi incinta. Maledetti ormoni traditori, sono stati loro a parlare quel giorno, ne sono certa, non il mio cervello!
Comunque, io sono un po’ streghetta e iniziai a dipingere un grande legno di compensato trovato a un cassonetto (ganza l’idea di riabilitare un oggetto rifiutato e gettato nella spazzatura, avete mai sentito parlare della storia della cacca di cane da cui nascono fiori? Ve la spiego dopo). Volevo creare una testata del letto fatata, sarebbe stata la nostra ninna nanna, ogni sera e ogni mattina ci avrebbe raccontato quell’amore infino che provavamo l’una per l’altro, quello stato di grazia, quell’abbandono totale alla positività, quel brivido meraviglioso che si prova tuffandosi nel vuoto e nello stesso tempo sentendosi sicuri, quella condivisione, quel sogno che ci stava cullando (lo so, lo so: romantico da procurare il diabete, che volete che vi dica? Era pur sempre un bel film!).
Cavolo, se ci ripenso, incredibile con quale cieco ottimismo mi stessi buttando nel fuoco! Un po’ mi ero fatta fuorviare dalle solite frasi cretine che tutti ripetevano sempre: “ogni gravidanza è diversa dalle altre” “vedrai che questa sarà una passeggiata rispetto alla gravidanza di Elia” “finalmente avrai l’occasione per goderti questa esperienza” “una donna incinta non è una donna malata, anzi: è in stato di grazia!” “la seconda volta il parto è una passeggiata”…

Niente è andato come pensavo e guardate che in gravidanza si pensano un po’ tutte, bellissime o pessime, ma niente, neanche vicina ci sono andata, neanche quando la pensavo bruttissima e temevo di ripetere l’esperienza precedente (giravo un sacco di film, ma quelli dell’orrore no!). A parte le nausee che cominciarono a torturarmi, a parte il fegato che andò subito in tilt, a parte le contrazioni che dal quarto mese mi costrinsero a riposo: tutto questo lo avevo messo in conto, ma per il resto niente, niente è andato come pensavo. Intanto il tipo cominciò a comportarsi in modo un po’ strano, non sembrava molto coinvolto, non voleva “perdere tempo” per accompagnarmi alle ecografie “Viste quelle di un figlio le hai viste tutte, non puoi farti accompagnare dalla tua mamma? A che serve che venga anch’io? Andrà tutto bene, sei tu che sei troppo ansiosa!”.
Adesso, col senno di poi, potrei dire: “troppo ansiosa una s… non mi fate parlare! Troppo scema a tenermi accanto uno del genere!”. Ma allora, chi ci capiva più niente, se mi sentivo un po’ trascurata davo la colpa ai miei ormoni, e invece quelli, poverini, questa volta si stavano comportando proprio bene.
La testata del letto mi sussurrava cose strane, che mi tornavano poco, e io smisi di dipingerla, l’odore dei colori mi dava la nausea e non ce la facevo a tenere le braccia alzate, mi stancavo troppo.
Poi le nausee allentarono la presa e io ripresi la pittura riuscendo a finire, però ve lo confesso: la parte sinistra (quella che conteneva il tipo) non mi ha mai soddisfatto del tutto, mi sembrava un po’ meccanica e ripetitiva (anche negli arabeschi cromatici dello sfondo), la verità è che l’avevo dipinta cercando di tenerla in silenzio e non era più del tutto  sincera.
La gravidanza è continuata piuttosto bene fino al quinto mese e io, anche se un po’ delusa dalle noie fisiche e dal contorno un po’ freddino, continuavo a gustarmi il mio sogno e la mia positività. Fino all’ecografia morfologica. Quel giorno il tipo mi accompagnò (era curioso di scoprire il sesso) e non era solo, brutti dementi irresponsabili: portammo con noi anche il Re dei Sugolini a “conoscere” la new-entry. Sembrava davvero meritarselo, lui che invece era già troppo coinvolto e non faceva altro che disegnare patate con occhi e ciglia dicendo che era il ritratto di “Emmolina”, la sua sorellina nella pancia della mamma!
Stavano scherzando di questo (del fatto che il fratello avesse o meno indovinato il sesso) i tre maschi attorno a me, mentre il Dottore mi preparava all’esame bagnandomi la pancia col gel.
Ed eccoci arrivati, del tutto sconsideratamente, al momento topico.
Ogni volta che nella mia vita c’è stata una deviazione repentina e inarrestabile io l’ho vista scritta in una faccia. Cioè: da una singola espressione ho capito tutto quello che sarebbe successo dopo. Gli altri intorno a me no, non so come hanno fatto, ma non si sono mai accorti di niente, hanno lasciato scorrere le proprie vite nell’inconsapevolezza. Eppure erano così chiare quelle facce, così violente! Come hanno fatto gli altri a non vederle? Come hanno fatto a non riconoscere quelle porte spalancate su un baratro?
Nel momento preciso in cui io le ho individuate, ho anche sentito con assoluta certezza che mi ci avevano già spinto dentro e che non sarei mai più potuta tornare indietro. Quelle facce mi si sono stampate nel cervello.
Una di queste facce, che purtroppo rimarrà sempre con me, è quella che, per una brevissima frazione di secondo, trasfigurò il dottore che mi stava facendo l’ecografia morfologica. Quella faccia, inaspettata e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “c’è qualcosa di gravissimo. Fine del sogno e della positività”. Fine del film.
“Dottore, cosa c’è che non va?”
E lui, stizzito, sentendosi colto in fallo: “ma niente Signora, è solo che si muove, non riesco ad avere una buona visione del cranio” e cambiando discorso, vigliaccamente: “ha ragione il piccolo Elia: è una femmina, è Emmolina”. A quel punto poteva proprio risparmiarselo di farci sapere il sesso.
Poi, prima di uscire, mi fece sedere e vuotò il sacco.
Ora, non è la sede per spiegare cosa avesse il mio feto: in poche parole il cervello non andava bene, ma non era una diagnosi certa, potevamo sperare in un ritardo evolutivo.
Io odio l’incertezza, non c’è niente di peggio del non sapere e del non capire. I parametri per interrompere la gravidanza c’erano tutti, a livello legale, ma io volevo e pretendevo la chiarezza necessaria che mi consentisse di fare una scelta (giusta per noi e giusta per lei).
In Italia i tempi erano strettissimi (la legge sull’ITG fa schifo, non concede i tempi per gli accertamenti necessari), nessuno poteva dirci davvero come stessero le cose, capii subito che solo un elemento avrebbe potuto chiarire la situazione: il tempo. Per fortuna al confine con l’Italia c’è la Francia e così ho potuto concederglielo, come avrei potuto fare altrimenti? Ai figli tutto si concede. Mi sono resa conto che forse quella sarebbe stata l’unica cosa che avrei mai potuto fare per mia figlia: non farmi prendere dal panico e darle tutto il tempo di cui aveva bisogno. Io non lo so come fanno le altre donne, io sono per lasciare la libertà di scelta a tutte, ma nel mio caso, per come sono fatta io, non avrei mai potuto prendere così alla leggera una decisione tanto irreparabile, farlo così, a caso, mi sembrava un’ingiustizia terribile. Mi sono sottoposta ad analisi in Italia e all’estero, abbiamo ascoltato molti esperti e fatto consulti di ogni genere.
Il tipo accanto a me aveva ripreso interesse, anzi era tutto infervorato, traduceva testi di medicina alle due del mattino, non ne sono certa ma penso che avesse imbastito una specie di battaglia personale per dimostrare che la bambina fosse sana. Ho resistito un altro mese, l’ho fatto per lei e ne sono fiera, ne valeva la pena, anche se era terribilmente triste sentirla scalciare e “sopportare” i complimenti al mio pancione o gli sguardi dei passanti.

Lei mi ha ripagato: alla fine mi ha dato una certezza, certo non era quella che avrei desiderato sentirmi dare, ma almeno mi ha accompagnato nella strada che ho bovuto percorrere. É peggiorata drasticamente, le deformazioni si sono propagate, praticamente metà del cervello si è riempito d'acqua, i lineamenti del volto sono scesi, il cranio si è aperto in due: basta.
Per il bene di Elia, per il bene mio e anche per il suo: basta. Per il bene del tipo non posso dirlo perché mi pare che da quel momento in poi abbia iniziato a sbroccare.
Il 29 luglio 2009, nel giorno del quarto compleanno di Elia, ho partorito a Nizza una piccola salma e ho impedito a quella creatura innocente di proseguire il suo percorso di dolore. L’ho partorita da sola perché il tipo se n’è andato (col solito senno di poi, in quel momento, senza preavviso e senza un saluto, mi ha lasciato la mano, è uscito da quella stanza e dalla mia vita, non c’è mai più rientrato veramente), mi ha lasciato sola tra le lacrime a spingere, circondata da estranei che parlavano una lingua per me incomprensibile. Aveva di nuovo perso interesse, d’altronde visto nascere un figlio (vivo) li hai visti tutti, giusto? Non valeva certo la pena restare e guardar nascere una figlia (morta). Solo le cose nuove, facili e piacevoli valevano la pena di essere vissute. Sì, lo so cosa pensate del tipo, ora lo so anch’io, ma prima no, prima non sapevo niente. Ci rimasi malissimo, ma trovai il modo di scusarlo, pensai solo che non ce l’avesse fatta.
Io invece dovevo farcela per forza. Non vale la pena solo di fare le cose più piacevoli o più facili, vale veramente la pena di fare solo una cosa: quella giusta. E io l’ho fatta da sola. Non è stata una passeggiata di salute, ma l’ho fatta, senza rimorsi: non è colpa di nessuno se quella creatura stava così male, siamo animali, è la nostra natura, sono cose che possono succedere e bisogna farsene una ragione.
Però insomma, un bell’annetto leggero, vero?

Ed eccoci a settembre e al nuovo anno: 2009/2010. 
Elia è caduto nel sonno dal letto (in vita sua è caduto due sole volte) e si è spezzato la clavicola, l’ho accudito tre settimane, una volta rientrato alla materna, ha preso l’influenza, che culo.
Dalla scuola, per l’incarico annuale, la chiamata tardava ad arrivare. Alla fine quell’anno mi toccarono solo 2h.
Con 2h di insegnamento a settimana se mi avessero chiesto “che lavoro fai?” avrei potuto ancora definirmi “insegnante”? Con 2h a settimana non si campa e non ci si sente stanchi e realizzati. Stressati sì, pure di più che con l’orario pieno.
Che potevo fare, stare a piangermi addosso perché io sono una brava insegnante e tutto questo era ingiusto? Ma per carità! Come al solito: nella vita si va avanti e ci si adatta, ancora e ancora… (che donna, anche i film dei supereroi mi sono sempre riusciti benissimo).
Mi concessi di dedicarmi ancora di più alla pittura e magari farla diventare un lavoro. Non facevo niente di male infondo, era la scuola (il “lavoro ufficiale”) ad avermi tenuto in sospeso e allontanato, quindi ero del tutto giustificata a dedicarmi ad altro (si trattava di adattamento appunto, non di tradimento) e il mio maledetto senso del dovere, per una volta, mi lasciò in pace.
Cominciavano ad essere una bella pila di sfighe a cui dover reagire: alla malattia del mio babbo, alla gravidanza andata male, alla semi-disoccupazione, alla sensazione di fallimento… tutti intorno a me a raccontarmi la storia che “finalmente avevo del tempo per me”, “adesso sì che avrei potuto seguire la mia strada e le mie passioni”, “finalmente sarei stata davvero me stessa” e magari “avrei venduto i miei quadri e avrei avuto un grande successo”, “ma che fortuna essere rimasta senza lavoro!” (“che fortuna aver perso la bambina” no, fino a quel punto non ci era arrivato nessuno, tranne il tipo, lui pure quello mi ha detto, nel 2016, mai dire mai).
E comunque: che palle tutte queste frasi fatte del cavolo.
La gente vorrebbe che ce le raccontassimo ogni volta che la prendiamo in tasca, ogni volta che prendiamo una sberla, di quelle forti da spostarti la mandibola, ma sono solo cazzate!
Diciamo, più onestamente, che, nonostante le sberle ripetute e nonostante tu sia entrata nel “tunnel della sfiga”, in qualche modo si va avanti, ci si adatta e ci si reinventa.
Ecco, adesso ve lo spiego: non è che da una cacca di cane deve per forza nascere un fiore, cioè magari il cane aveva mangiato proprio acido e ha diserbato per bene il terreno, oppure ci nasce un po’ d’erba stentarella, o (passato il tempo debito) ci nasce la stessa identica erba di prima (che infondo siamo fatti come siamo fatti e se io di lavoro facevo l’insegnate e non la pittrice voleva dire che per lavoro avevo scelto di fare l’insegnate e non la pittrice e infatti dopo 8 anni faccio di nuovo l’insegnate e, per diletto, la pittrice)…che non se la prenda nessuno a male: il fiore può darsi che nasca comunque, 10 cm più in là, e assai probabilmente sarebbe nato pure senza la cacca di cane!
Comunque, la testata del letto (quella dipinta col film del nostro amore) parlava forte, protestava e mi dava fastidio, non riuscivo più a guardarla, non so, forse l’avevo stregata davvero, non ce la volevo in camera. E’ rimasta molti mesi nello studio in attesa di una cornice.
In agosto mi erano pure iniziate le coliche d’aria allo stomaco e la gente a dire “vedrai che è per quello che ti è successo” “saranno crisi psicosomatiche” “sarà per il dolore mentale che provi a causa dell’ITG, ma che non esprimi abbastanza, per questo il tuo corpo ti fa stare male fisicamente”… Ah, sì? E datemi uno psicofarmaco allora! Ma io che la stavo a sentire a fare “la gente”? Guarda: da una parte meno male che adesso (dopo che sono stata piantata) non mi caca più nessuno!
Altro che psico-balle: era la cistifellea piena di sabbia, la gravidanza aveva appesantito tutto il mio sistema epatico (già malridotto di suo), a ottobre mi sono operata e me l’hanno tolta: fine delle coliche (e delle cazzate psicosomatiche).
Appena rimessa iniziai a dipingere con maggiore impegno e dedizione, mi sbilanciai anche con investimenti economici (non è il momento, ma prima o poi un bel post su quelle sanguisughe dei galleristi ci starebbe proprio bene!) e insomma in quell’autunno cercai di trasformare in professione qualcosa che non lo era mai stato e guarda caso non lo è diventato mai. Non ho avuto successo proprio pe niente, ho continuato a vendere sempre pochissimo e meno male che la scuola ha avuto di nuovo bisogno di me o sarei alla fame.
I mesi passarono, arrivò l’autopsia della piccola salma da Nizza, malformazioni molto gravi e anomalie cromosomiche (non la solita “famigerata” trisomia conosciuta da tutti, siamo tipi un po’ speciali, anche nei malanni).
Abbiamo fatto degli accertamenti, anche su di noi. Una volta conosciuto il nemico, col permesso del mio epatologo e della nostra genetista, ho deciso di riprovarci. Il tipo diceva di amarmi e di desiderare tantissimo un altro figlio, io avrei fatto qualsiasi cosa per cercare di renderlo felice e di farlo rientrare veramente nella nostra vita (nel nostro quadro). Sì, certo, ora lo so: il suo non era un desiderio d’amore, probabilmente aveva già smesso di amarmi perché io mi ero macchiata, ero colpevole di aver partecipato ad eventi imperfetti; il suo era solo un desiderio di rivalsa: voleva dimostrare di poter avere un altro figlio sano.
Ma non ho rimorsi, non ho deciso solo per lui: anche io desideravo un altro figlio, ero stata io quel giorno a chiedere il secondo e la mia gravidanza iniziata non era mai finita. Ero ancora psicologicamente incinta, rimasta in attesa di qualcuno che non era arrivato mai.
Questo nuovo progetto mi riagganciò al vecchio sogno, d’un tratto quello che la testata del letto mi raccontava sembrò di nuovo possibile, sincero e giusto, costruii una cornice e la appesi al suo posto.
Ricominciai a girare il mio film, ma ben presto mi accorsi che costava troppo.
Era diventato un salasso psicologico e fisico: dopo pochi mesi un nuovo aborto spontaneo (OK, può capitare), poi un altro (succede), poi un altro ancora (ma perché?) e ancora uno (dopo che gli avevo già visto battere il cuore in ecografia): basta.
Per il bene di Elia e per il mio bene: basta.
Vorrei dire per il nostro bene, cioè anche del tipo, ma non posso dirlo perché mi pare che per lui quegli aborti non significassero niente “ma che vuoi che sia, dopo quello che è successo a Nizza?”, per me invece significavano tutto e rischiavano di distruggermi. Lui avrebbe continuato a provare in eterno (d'altronde il corpo era il mio, l’anima pure evidentemente, che gli costava?). Una decisione del genere, da parte mia, era imperdonabile perchè a quel punto gli fu chiaro: era solo colpa mia se lui non poteva avere un secondo figlio sano e dimostrare di essere perfetto.
E infatti, non me lo lasciò fare: dopo qualche mese di silenzio, una sera d’agosto, senza il mio consenso, mi mise incinta.


Cavolo, che anno difficile il 2015/2016!
Il tipo era di nuovo tutto infervorato, lui che finalmente aveva preso in mano il proprio destino e dimostrato di poter fare del mio corpo quel che voleva. Non ho più voglia di raccontare, non posso ricordare di nuovo come mi abbia fatta sentire in gravidanza (inadeguata e colpevole dei fallimenti precedenti), di come mi abbia umiliato ogni giorno di più e spinto verso il punto di rottura. La testata del letto, non ce la facevo più neanche a guardarla, non sopportavo come se ne stesse appesa lì, a ricordarmi di quanto mi fossi sbagliata e a compatirmi.
Non capivo dove il tipo volesse arrivare (lo voleva o no questo nuovo figlio?), non lo riconoscevo più (altro che film romantico), ero terrorizzata dalla sua freddezza e dal suo distacco, ma ormai io non potevo lasciarmi schiacciare, non potevo cedere, non adesso che finalmente, dopo ben 5 anni, nella pancia portavo di nuovo una piccola bambina e accanto a me avevo Elia, la persona più importante della mia vita. E infatti non ho ceduto mai, ho continuato a prendermi cura di entrambi i miei figli (quello fuori e quello dentro di me) e ho pure vinto un concorso scolastico, sostenendo l’orale al nono mese di gravidanza.
Invece fu lui a crollare, a un mese dal parto, mi chiese scusa in 1000 modi diversi, pianse tra le mie braccia per i successivi quattro mesi, era di nuovo così empatico e dolce, io l’ho scusato ancora (l’amore rende stupidi, il mio era infinito e veramente demente: non aspettava altro che lui tornasse da me).
Il parto di Matilde, per inciso, è stato terribile. “Ogni gravidanza è diversa”… Sì, certo, infatti ogni mia gravidanza è stata peggiore. Ero arrivata a termine, positiva allo streptococco, una mattina sono cominciate delle perdite d’acqua, "é il momento, portami all’ospedale" (il tipo era in modalità straccio da dare in terra), mi hanno rimandato a casa dicendomi che mi sbagliavo, che il sacco non si era rotto (delinquenti!), ma io la sera ho puntato i piedi e mi sono fatta riportare all’ospedale (lui non voleva “facciamo una figuraccia a tornare, ci hanno detto di aspettare le contrazioni”, è no, cazzo! Ora basta fare solo quello che mi dicono, basta fare la brava ragazza, io non me la faccio portare via mia figlia, dopo tutta questa fatica!), abbiamo indotto il parto, l’infezione era ormai gravissima e la bambina è quasi morta.
Ma porta miseria, una dritta mai?
Il dottore tentò di consolarmi: “non pianga Signora, la colpa non è certo sua, suo è il merito di essere tornata stasera, non avrebbe superato la notte, lei le ha salvato la vita”.

Dopo poche ore la mia piccola cominciò a migliorare, è una lottatrice come la sua mamma!
Ecco, una roba del genere è stata pazzesca, è stato come sfiorare l’inferno, ma proprio per questo è stata anche la porta del paradiso. Anche solo tenerla tra le braccia non poteva non rendere felici. E vedere il Re dei Sugolini, che l’ha amata dal primo istante, come facevo a non provare una gioia e una gratitudine immense?
Bo, un modo evidentemente c’era visto che per il tipo tutto questo spettacolo di meraviglia non era abbastanza, per altri 3 mesi non riemerse dal suo stato larvale e di inappetenza verso la vita. Io amavo lui quanto amavo loro e quindi vivevo spezzata in due: piena di felicità per i miei figli e piena di dolore per il mio compagno. Giravo ancora film sul nostro amore (film francesi, molto introspettivi) dove insieme saremmo stati capaci di sconfiggere la depressione e qualsiasi altra difficoltà. Come facevo a non essermi resa conto che, a parte la gravidanza di Elia, per il resto non avevamo mai affrontato nessuna difficoltà insieme?
Ero sempre io da sola a dovermela cavare, quando mai mi aveva appoggiato? Semmai aveva cercato di affondarmi! Ma perché ero tanto scema?!
A un certo punto il tipo ha trovato un modo semplice di farsi passare la depressione: “per stare bene ogni tanto ho bisogno di pensare solo a me stesso”. Ma no, davvero? Comodino. Poi ha iniziato a incolpare un po’ tutto e tutti del suo malessere (il lavoro, la casa esposta a nord, la bambina) e da lì in avanti è stato solo questione di tempo: alla fine ha incolpato me.

Ed eccoci al 2016/2017, l’anno più difficile e traumatizzante della mia vita (ma non il peggiore, alla fine ha avuto i suoi risvolti positivi).
L’anno in cui ho dovuto dire addio al mio babbo (era, purtroppo, qualcosa di inevitabile e che in ogni caso fa parte del corso naturale delle cose, è un dolore lacerante, ma che lascia tanti ricordi, è un dolore giusto).
L’anno in cui ho definitivamente abbandonato la mia carriera di "cineasta amorosa".
E’ successo dopo un’altra di quelle facce rivelatrici, quelle facce/porte sul baratro che mi porto stampate nel cervello e che non potrò dimenticare mai.
Avevo passato la notte ascoltando i respiri profondi di mio padre, sempre più distanti, sempre più leggeri, fino all'ultimo, sospeso, e infine al silenzio. Nonostante la consapevolezza di aver fatto tutto nel modo giusto, di averlo salutato insieme alla mia famiglia, nonostante la dolcezza di aver condiviso un momento di passaggio così importante, è stata una delle prove fisiche ed emotive più sfinenti della mia vita. Quando è giunta la mattina, ci guardavamo tutti come zombie cercando di connettere e di provare a organizzare le cose pratiche, tipo il funerale, per dire, ma sembrava tutto tanto irreale e basta. Sentivamo (tutta la mia famiglia, non solo io) un grande vuoto e un terribile sentimento di irreversibilità.
Il tipo è stato il solo a non partecipare a niente, poi è arrivato, me lo ricordo come fosse adesso, ha attraversato il prato e io gli sono andata incontro, già da lontano stonava, tutto vestito alla moda e con l’onda di gel nei capelli, e quando si è avvicinato ho visto quella faccia, quella faccia inaspettata, terribile e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “quello che provo io è bellissimo e di quello che provi tu non me ne frega niente”.
Tanto per cambiare, nel momento di bisogno, lui una mano non me l’avrebbe data.
Ero così stanca che manco ho pensato che questo volesse dire che aveva trovato un’altra e la fine della nostra storia, semplicemente basta: io in quel momento non avevo né la voglia, né la forza di gestire le sue cazzate e i suoi egoismi, gli dissi soltanto: “togliti immediatamente quel sorrisetto compiaciuto dalla faccia altrimenti ti tiro un ceffone qui davanti a tutti”.
Sono stata ripudiata da un giorno all’altro e sostituita, rifiutata e buttata nella spazzatura (come quel pezzo di legno), ma guarda, lo so che nessuno ci crederà, non è questo il lato peggiore. Il lato peggiore è la disillusione del personaggio (cioè: uno che ti tradisce mentre ti muore il padre palesemente non può essere il protagonista di un film d’amore), il lato peggiore è la conseguente disintegrazione di un sogno durato 19 anni, la perdita del passato è qualcosa di peggiore rispetto alla perdita del futuro. Il futuro possiamo ancora costruircelo, certo, diverso da quello che pensavamo, ma chi può dirlo? Magari ci verrà pure meglio di quello che pensavamo (solita storia del fiore che nasce e della cacca di cane), ma la cacca resta, il puzzo resta, il passato rimane di merda, non si può più cambiare.
Il dolore che il tipo ha volutamente inflitto a me, la noncuranza con cui ha traumatizzato mio figlio e condannato mia figlia non era inevitabile, l’ha scelto lui, l’ha fatto di proposito, cancella i bei ricordi e non fa parte del corso naturale delle cose, non è mai stato giusto.
Le solite frasi fatte della gente sono fioccate a mazzi ma a questo punto ve le risparmio, poi il silenzio: sono spariti tutti. Per "la gente" vale la pena frequentare solo persone che vivono in situazioni facili e piacevoli, niente persone ferite o complicate, che hanno vissuto esperienze imperfette. In effetti "la gente” è molto simile al tipo che viveva con me, infatti tra loro c’è accordo perfetto. Meglio così. Facevano parte anche loro di una storia antica e di quella amavano conversare, se ne sono andati via spontaneamente (assai più dell'80%), uno alla volta, risparmiandomi la fatica di doverli buttare come faccio con gli oggetti parlanti di questa casa. Sono usciti dalla mia vita e così, almeno loro, hanno smesso di parlarmi del passato.
La testata del letto… inaffrontabile, ho chiuso la porta della stanza e per due anni ho dormito in un letto singolo in camera di mia figlia.

Anno scorso (2017/2018) ho cominciato a desiderare di tornare in camera mia, ho pensato a varie soluzioni per la testata stregata:
1) Venderla, mi avevano suggerito la Saatchi Gallery, ma i termini di iscrizione in inglese erano difficilissimi e rischiavo di ipotecarmi la casa senza saperlo, allora ho provato a mettere un annuncio su facebook, avrei accettato offerte anche scarse pur di levarmela di torno. Secondo voi? E’ grassa se vendo 1-2 ritratti l’anno, figurati se qualcuno se la prendeva!
2) Prenderla ad accettate e poi fare un bel falò in giardino, magari di notte danzandoci intorno, una specie di rito vudù, guarda, anche adesso che lo scrivo mi ripiglia la voglia: secondo me questa un po’ sciamanica era la soluzione migliore!
3) Meno drammatica, segarla in due e bruciare solo la parte col tipo.
4) Quella che poi ho fatto e me l’ha suggerita Matilde.
Un pomeriggio giocavamo con (le mie) Barbie sul lettone (non ho mai accennato al fatto che sono una collezionista di Barbie = certamente una malata di mente?) quando la Piccola Fata mi dice: “mamma lo devi finire questo quadro, perché c’è solo Elia con te che dorme nei colori? Devi dipingere anche me!”.
Il tipo era di schiena, io ce lo vedevo moltissimo perché lo avevo dipinto pensando a lui, ma forse bastava poco per vederci qualcun altro.
Così ho pensato che se Leonardo da Vinci ha avuto il coraggio di ritoccare il quadro più famoso del mondo fino alla morte, io avrei potuto ritoccare una testata del letto un po’ mediocre.
Va detto che il tipo era pure fissato che i miei quadri fossero troppo opachi (dipingo su legno senza imprimitura) e mi aveva rotto le palle finché non avevo ricoperto la testata di vernice brillante. Tali vernici sono delle emerite schifezze e ingialliscono col tempo, in più non ci puoi rimettere sopra l’olio. Poco male, sono andata di carta a vetro, una fatica bestia ma vi giuro che mi ha dato una certa soddisfazione (anche se continuo a pensare che le accettate sarebbero state più catartiche).
Al suo posto ho dipinto i miei amori. Ma allora è vero che da una cacca di cane può nascere un fiore, anzi due? Lalla, ma che dici! Scusate, scusate, scusate: sono una brutta persona.
Non ho ritoccato la parte destra quindi alla fine io sono troppo giovane rispetto a loro, è una lalla sognatrice (e cineasta) quella raffigurata, ma va bene così.
Infondo solo da quel volto sereno, abbandonato e puro, solo dalla mia ingenuità, potevano nascere i miei figli. Non credo che avrei avuto la forza di buttarmi tra le fiamme se avessi conosciuto il fuoco. E adesso che lo conosco, ho perso quella purezza, ma posso assaggiare i suoi frutti meravigliosi.
Anche il Re dei Sugolini dorme tranquillo, sospeso tra i colori e sostenuto dai capelli della sua mamma Strega e della sua sorella Fata (lei riposa col nasino all’insù, impertinente e fiera). Dobbiamo stare attente noi femmine magiche, dobbiamo proteggere e sostenere il nostro ragazzo, dobbiamo guidarlo senza intrappolarlo (io lo so che l’amore può essere pericoloso, specialmente se magico), ma i nostri capelli sono sciolti, sono solo una carezza che lo lascerà libero di andare.
Ne è uscito un “ritratto simbolista” della mia famiglia, che (intendo il quadro) non è niente di particolarmente artistico. Invece la mia famiglia lo è.
A parer mio (al di là delle implicazioni affettive) la testata è pittoricamente migliore della versione precedente. E infatti anche il mio presente è migliore di quello di 9 anni fa: una cacca in meno e un fiore in più… e basta Lalla, ma sei proprio tremenda! Per forza che la gente ti schifa!
Il senso sarebbe: ecco perché il 2016/2017 non è per niente un anno da buttare, mi ha fatto uscire col botto dal "tunnel della sfiga".
Tornando al quadro, l’infima vernice brillante è rimasta sul mio corpo, è un’ombra giallastra che sporca gli azzurri e i bianchi, l’ha lasciata il tipo, io me la tengo per adesso (c’è poco da fare), magari un giorno riesco a grattarmela via dalla pelle, ma intanto mi rifiuto di stenderla sui miei figli.
Può darsi che questa testata cambi ancora, vorrei aggiungere tanti bianchi, schiarire, far pulito e limpidezza… ho voglia che mi parli di un futuro di fiori.
Ma insomma, anche basta, mi sa che l’ho fatta davvero troppo troppo troppo lunga, che infondo è solo una testata del letto e se nove anni fa ero andata all’Ikea con 200 euro m’ero tolta il pensiero!

lalla

Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2009.
Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2018.



giovedì 28 giugno 2018

alla Donna, all'Arte, ai cerchi che si aprono e si chiudono

Ho finito il mio ultimo quadro e sono felice.
Avevo un po' di paura, non sapevo se sarei stata in grado di gestirlo, per le grandi dimensioni, per il tempo e la dedizione che pretendeva e, soprattutto, per lo speciale rapporto d’amore che mi lega al tema trattato.
Cercherò di spiegarmi attraverso un post sull’Arte, un post avventuroso e per me difficile da scrivere (perché sono naturalmente prolissa e invece dovrò cercare di essere meno secchiona/insegnante/pallosa possibile, altrimenti risulterà odioso da leggere).
Ovvia, cominciamo, Prof.ssa Gonnelli via da me, abbandona questo corpo!

Questo quadro è una dichiarazione d’amore alla bellezza femminile e all’Arte (quella con la A maiuscola, quella che ammiro e studio da sempre, quella dei geni del passato, non la mia).
E’ un cerchio che si chiude, dopo circa 25 anni, un cerchio che si è aperto una mattina di primavera agli Uffizi (durante una gita scolastica) facendo cadere in amore una piccola lalla sedicenne, un cerchio che da quel momento ha avvolto la mia vita, ha deciso la mia professione di insegnante e sospinto la mia passione per l’Arte.
In sostanza, di fronte alla meravigliosa “Venere di Urbino” di Tiziano, ebbi quella che potremmo  definire una lieve "sindrome di Stendhal".
(Per chi è proprio masochista e volesse approfondire, nel 2010 ho raccontato l’evento  nel post la secchiona, il "rosa maiale" e la morbidezza della carne).
Comunque, per farla breve: quella che provai non fu per niente una sensazione banale o leggera e da allora il desiderio di riprovarla e la gratitudine verso gli autori che me la trasmettono, non mi ha mai abbandonato. Mi è capitato ancora tantissime volte, in San Vitale a Ravenna, di fronte agli astratti informali di kandinsky, sull'Empyre State Bulding...
Ma ritorniamo al tema specifico del primo quadro ammaliatore: una donna nuda semi-distesa.
L’eleganza femminile, la linea curva, l’equilibrio formale, l’armonia cromatica, la pelle morbida e calda, lo sguardo ammiccante… come potevano lasciare impassibile una come me, cresciuta dall’età di 6 anni praticamente (solo) disegnando (solo) donne?
Negli anni, studiando/visitando/spiegando la Storia dell’Arte, mi è diventato sempre più chiaro che quel tema fascinoso non aveva stregato solo me, ma moltissimi grandi (immensi) artisti prima di me, Tiziano compreso.
Perché, al di là dei singoli significati specifici legati alla contestualizzazione storica e alle caratteristiche artistiche dell’autore, il corpo nudo di donna è splendido, c’è poco da fare. E’ languido, è morbido, è rassicurante, è attraente, è maestoso, fa pensare alla vita, alla fertilità e alla prosperità.
Gli garbava perfino agli antichi Greci della classicità, è proprio per questo non lo ritraevano nudo, perché “gli garbava troppo”: capivano che avrebbe favorito nello spettatore l’insorgere di sensazioni quali il desiderio, l’amore e l’attrazione… insomma sensazioni umane e mutevoli (del tutto negative, dato che attraverso l’Arte essi cercavano di trasmettere la propria perfezione, superiorità ed eternità).
Ma, Greci pieni si sé e estremisti religiosi a parte, tutte le altre civiltà hanno onorato il nudo femminile attraverso i secoli e alcuni artisti, in un continuo gioco di citazioni, anelli e cerchi che si aprivano e si chiudevano, hanno creato dei veri e propri capolavori legati a questa specifica posa semi-distesa.
Oddio, scusate, si è riaffacciata la Proffe!
Ma pazienza, via, bisogna che la richiami e vi faccia vedere qualche esempio, ne vale proprio la pena, sono una gioia per gli occhi e dal vivo, ovviamente, sono ancora più spettacolari… mi raccomando fate i bagagli e andate a cercarli!
"Sarcofago degli sposi", VI sec. a.C, terracotta.
Sì, lo vedo anche io che è vestita, ma la posa è quella e poi, cavolo, una donna posta al pari dell'uomo, anzi, DAVANTI all'uomo, con lui che regge un piattino da cui lei pilucca del cibo mentre chiacchiera e gesticola... che popolo di illuminati questi Etruschi!

Sandro Botticelli, "Venere e Marte", 1482-83, tecnica mista su tavola, 69x173 cm.
Figuriamoci se Sandrino, a cui le donne venivano eleganti e piene di grazia in qualunque posizione, non ne faceva una semi-distesa... la sua non è una bellezza terrena, ma quella ideale e pura dell'Iperuranio. Tutto è definito dal disegno fiorentino, dalla linea netta e curva di contorno.
Giorgione (e Tiziano probabilmente nel panneggio), "Venere dormiente", 1507-10, olio su tela, 108,5x175 cm.
Bellezza casta e inconsapevole, una sorta di Madre Natura immersa nel dolce e rassicurante paesaggio veneto. Tutto è generato dal colore: l'armonia compositiva, la profondità della prospettiva cromatica, la morbinezza delle sfumature. Che senso di pace, maestà e tranquillità.
Tiziano Vecellio, "Venere di Urbino", 1538, olio su tela, 119x165 cm.
Eccola qui, il mio amore, con quella carne morbida e calda, quello sguardo impudico, i gioielli e l'ambientazione che la fanno sembrare più una castellana che una Venere. E la composizione delle forme... asimmetrica, non rigida, in equilibrio perfetto. Tutto grazie al colore, com'è vivo quel rosso!
Jaques Louis David, "Madame Recamier", 1800, olio su tela, 174x224 cm.
David era un Neoclassico e pure moralista, figuriamoci se la spogliava! Però questa donna è proprio un ritratto dal volto somigliante. L'immagine non è pomposa come potremmo aspettarci visto il periodo, è invece realizzata con pochi orpelli, una tavolozza cromatica ribassata e calda e grandissima sensibilità.
Antonio Canova, "Paolina Borghese come Venere vincitrice", 1804-08, marmo e oro, 160x200 cm.
Altro neoclassico, ma la bellezza pura e neoplatonica arriva a Canova filtrata dalla grazia Rococò. Squisiti dettagli (anche in oro, da Fidia) e perfezione formale. Il mio amore per Canova si è un po' mitigato quando scoprii che faceva scolpire la sua bottega e rifiniva le opere solo alla fine... insomma, Michelangelo che si fa la Sistina tutto da solo c'ha un altro fascino!
Di solito le opere classiche hanno un solo punto di vista preferenziale, ma questa era posta su una pedana rotante, mi sono imbattuta in questa vista di schiena, curiosamente, ricorda la mia ragazza.
 
Francisco Goya, "Maja vestida" e "Maja desnuda", 1800, olio su tela, 95x190.
Di fatto la prima vera donna nuda (e vestita) della Storia dell'Arte, nel senso che non finge di essere una Venere o altro, è una donna nuda e basta. Goya era un illuminista e il suo amore per la ragione gli permise di fare questo salto. Sì, lo so, manca un po' di collo e i seni sembrano rifatti adesso da un chirurgo plastico, ma il pube, le gambe e i piedi sono spettacolari. Pennellate veloci, freschissime, quasi ceramiche.


Jane Auguste Dominique Ingres, "la grande Odalisca", 1814, olio su tela, 88.9×162.56 cm.
Io adoro Ingres, il suo amore per le donne e il suo modo di rappresentarle, quasi sempre di schiena, servendosi di deformazioni manieriste e puriste, pur di catturarne l'eterna eleganza. I colori sono laccati, i dettagli nitidissimi, i vezzi orientaleggianti. Non c'è niente di reale in questo corpo, tranne la sua bellezza senza tempo.
Edoard Manet, "Olympia", 1863, olio su tela, 130,5x190 cm.
Una geniale parodia della Venere di Tiziano, col gatto nero impaurito al posto del cane raggomitolato (simbolo di fedeltà) e la serva che porta i fiori. Le dame ben pensanti svenivano osservando questo corpo reale, tozzo, moderno, esposto così impudicamente e la sfrontatezza con cui Olympia, la prostituta più famosa di Parigi, le sfidava con lo sguardo. Da applausi! Manet era un pittore realista e un maestro del colore, qui è tutta un'armonia di bianchi.
Paul Gauguin, "e tamari no Atua - La nascita di Cristo, figlio di Dio", 1896, olio su tela, 96x131 cm.
Le forme arcaiche, quasi romaniche e il ritorno ai temi religiosi filtrati dalla spiritualità primitiva di un mondo incontaminato dal progresso e dalla modernità. Io sono una ragazza di Gauguin, non so spiegare cosa provi ogni volta che ne vedo uno, i suoi dipinti sono tutti miei ritratti, del mio corpo e della mia anima.
Amedeo Modigliani - Nu Couché au coussin Bleu.jpg
Amedeo Modigliani, "nudo disteso con cuscino blu", 19016, olio su tela, 60x92cm.
Amedeo Modigliani, "nudo disteso", 1917, olio su tela, 89x146 cm.
Modigliani era uno scultore nello spirito, ma la salute cagionevole lo costrinse a ripiegare sulla pittura, per questo gli occhi spesso sono vuoti (come quelli delle statue) e i corpi solidi, incisi e taglienti. Era toscano e in lui rivive tutta l'eleganza di Botticelli.
Ecco, vi siete annoiati?
Loro, i grandi, lo sanno che scherzo e non si offendono se mi prendo qualche confidenza, ma non pretendo certo paragonare il mio lavoro al loro, non oserei, e adesso a mettere le foto del mio quadro qui sotto non so come fare, mi vergogno come una ladra!
Ma perdonatemi, io non voglio rubare niente.  Ho dipinto senza guardare questi capolavori,  lasciando che mi ispirasse il loro ricordo nella memoria e il meraviglioso corpo di Lucia che avevo davanti.
Il mio è un omaggio alla Donna e a tutte queste opere.
Per dirgli grazie di tanta bellezza.

lalla
 
lalla, 2018, "Dea dell'amore", olio su masonite, 90x157,8 cm.
Ora, va bene che la mia versione è un po' più fru-fru delle sue illustri antenate, ma i colori in queste foto sono falsati...
 
P.S. un piccolo/grande ringraziamento anche a Paul Klee, a lui le donne nude semi-distese non interessavano per niente, ma in quanto a eleganza di linea e colore, non aveva rivali.
Immagine correlata
Paul Klee, "Separazione alla sera", acquerello su carta, 1922.

martedì 24 gennaio 2012

"plastiche seduzioni"

Qualche mese fa avevo già capito che una pseudo-carriera artistica sarebbe stata impossibile. Mi ci è voluto un po' di tempo per digerire l'incofutabile verità che passo molto del mio tempo compiendo gesti inutili.
Scrivendo sceneggiature per fumetti che faranno schifo agli editori, realizzando tavole che non saranno mai pubblicate, dipingendo quadri che non saranno mai acquistati e scrivendo racconti che non verranno mai letti....
Mentre tentavo di buttar giù l'amaro boccone trovai per caso questo video, volevo metterlo qua sopra, poi me ne sono scordata.
Oggi ci sono inciampata di nuovo così ho pensato che fosse il momento giusto per postarlo.
Non so, non riesco a capire neanche se conosco l'autore.
Però fa davvero un effetto strano pensare che da qualche parte di questo stranissimo mondo uno sconosciuto si sia messo lì, per il gusto di niente, a compiere anch'esso un'inutile gesto: montare della musica con i miei nudi... 
che dire?
Grazie sconosciuto, visto che siamo qui sulla terra a perdere tempo tanto vale divertirci!


lalla

mercoledì 6 ottobre 2010

dilettante allo sbaraglio

Nella vita ho incontrato spesso persone che provano per me sentimenti molto contrastanti.
Ricevo grandi complimenti e lodi, posso, a pelle, stare simpaticissima e con la stessa facilità risultare del tutto insopportabile, diventare bersaglio anche di sfoghi plateali...
Bisogna ammettere che ho qualche pregio: sono diligente nel lav
oro (il senso del dovere mi perseguita dalle medie), entusiasta di tutto ciò che faccio, facilitata da un'ottima memoria fotografica, logica matematica e doti artistiche semi-inutili (ma vistose e ammalianti), quasi sempre cordiale e accogliente (almeno spero), abbastanza determinata e pressapoco inaffondabile.
Innegabilmente però, ho molti difetti: parlo troppo, troppo a voce alta e troppo in fretta (e in più in uno strano linguaggio tutto mio e con la voce da gallina), talvolta sono davvero
prolissa e pallosa (specialmente quando attacco un bottone sull'arte a poveri amici e parenti che, inconsapevolmente e per sola cortesia, avevano sfiorato l'argomento), sono approssimativa (sbaglio nomi, date, sono sprecisa nelle citazioni), mi infilo nei discorsi di tutti, ho una visione distorta e romanzata della realtà che mi circonda, sono un'esibizionista convinta e , soprattutto, sono stata, e sono anche adesso, una dilettante in qualsiasi campo.
Questo credo che sia, più di tutte le altre cose, deprecabile e odioso.
Tanto per approfondire, entriamo un po' nel dettaglio.
Al liceo sono riuscita in breve tempo a inimicarmi tutto l'istituto: io non ho dovuto faticare più di tanto per studiare, mi bastava leggere una volta gli appunti presi in classe e risultavo immediatamente la migliore, facevo gli esercizi di matematica con la spensieratezza con cui molti, rosolando al sole d'agosto, affrontano la "Settimana Enigmistica", disegnavo senza fatica appoggiandomi solo al talento e non a infiniti esercizi di pratica. Agli occhi della massa non ero solo secchiona, insomma, ma fetente.
Quando, uscita dall'Università di Architettura, mi recai al laboratorio di Giorgio per chiedergli sostegno nella realizzazione di una sepoltura in ceramica per un'amica, non sapevo niente di creta e colori, come al solito mi buttai allo sbaraglio, alla fine lui mi chiese di rimanere a lavorare con lui, per 5 anni ho realizzato manufatti e insegnato alle stagiste che venivano da noi dopo aver fatto la "scuola per ceramisti", io, che ero solo una dilettante.
Da due anni mi sono messa a scrivere su questo blog, ma leggo pochissimo, sono leggermente dislessica, scrivo quello che sento e che emerge spontaneo nella mia testa, ma inbevo ogni post di terribili "orrori" ortografici che Theo mi indica penosamente e che solo così posso correggere.
Questa domenica, che mi passi o meno questa cavolo di tonsillite, parteciperò finalmente alla prima rappresentazione dello spettacolo teatrale che proviamo da più di un anno, siamo 6 attrici (4 hanno seguito corsi teatrali con istruttori seri, alcune per anni). Io ovviamente faccio l'autodidatta, la "dilettante allo sbaraglio", che si butta senza un minimo di tecnica, sostenuta solo dalla sfrontatezza e, appunto, dall'esibizionismo.
Un ultimo esempio. L'anno scorso, in penuria di guad
agni, molti amici mi hanno suggerito di dare corsi di pittura per cercare di arrotondare un po'.
E cosa avrei potuto mai insegnare a quei poveracci che si fossero iscritti? Io non conosco la tecnica dell'olio, non so niente, non è un modo di dire, vedete, quando dico "dilettante".

Non preparo il supporto, prendo i colori e comincio, senza dare una base, procedo spedita (rifinendo le varie parti via via che le affronto), così, come mi viene, ho pochissimi ripensamenti. Ho scelto di lavorare sulla masonite perchè è rigida e non rimbalza, come diluente uso l'olio extravergine d'oliva di mio fratello perchè ha un ottimo odore (non quello fresco, per carità, sarebbe peccato, quello degli anni prima, che mia Mamma di solito usa per friggere).
Insomma, il mio approccio alla pittura, come ad ogni altra cosa, è avvenuto in modo spontaneo e approssimativo ed ha più a che vedere con la frittura mista che con la tecnica accademica!
Non ci credete?

Ovvia, vi voglio far inorridire mostrandovi il "work in progress" del ritratto di Chiara M., guardare per credere...

lalla

P.S. Chiara M. è una ragazza minuta, all'apparenza fragile, ma piena di una forza interiore che non credo sappia di possedere. Ha preferito non ritrarre il proprio volto e inizialmente ero dispiaciuta, la ritengo un soggetto molto affascinante. Nonostante ciò, devo ammettere che mi ha colpito far posare un corpo così armonico e in forma (pratica Kung-fu).
La luce accarezzava le superfici toniche, i muscoli guizzavano nella penombra, sembravano trattenere a stento una grande energia. E poi questo suo mostrasi e fuggire allo stesso tempo, mi ha regalato una visione di lei molto misteriosa e intrigante.
Ha attraversato mezz'Italia in treno solo per posare per me.
E' stato un grande onore e spero che questo ritratto le piaccia almeno un po'.





"Chiara M.", olio su masonite, 50x60 cm.

giovedì 25 marzo 2010

non se ne esce

Da qualche mese, insieme a un piccolo gruppetto di amiche coraggiose, stiamo cercando di mettere su uno spettacolo teatrale. L'ideatrice del progetto è la mia migliore amica, ha scelto un testo della Comencini in un momento non estremamente allegro dal punto di vista amoroso e sospetto che questo particolare abbia avuto il suo peso.
Lo spettacolo parla della femminilità e della maternità (ma non ci cascate, sorvola ogni aspetto positivo), delle corna che pesano sulla testa (del mio personaggio), della frustrazione delle donne (costrette a fare sempre delle rinunce), dell'inutile ricerca dell'amore (che gli uomini sono tutti o traditori o insensibili o senza spina dorsale), del difficile legame madre-figlia, che finisce sempre tutto male, una si suicida pure... e che allegria!
Per fortuna noi tutte la pigliamo parecchio sul ridere e passiamo delle belle serate insieme, ma comunque, tanto per capirci, una delle battute tormentone è : "non se ne esce".
E qui mi verrebbe di fare un gestaccio alla Comencini e anche a chi ci benedì con la splendida frase "partorirai con dolore", che il mio Theo non lo cambierei con nessuno e che due giorni fa è nata la piccola Giulia, Chiara l'ha partorita nel pomeriggio, tra un creme caramel con panna e una minestra con doppia dose di parmigiano, lei ha un tappetino fitto fitto di capellini neri che le incornicia il faccino rugoso, la pelle profumata, due occhietti furbi e vaffanculo alla sfiga!
Però devo ammetere che, solo a livello lavorativo, questa frase "non se ne esce" ogni tanto mi ronza in testa. Continuo a incontrare gente che dice che nel mondo dell'arte vengono considerati, quindi apprezzati, quindi quotati, quindi ammirati, quindi acquistati, quindi finanziati e quindi messi nella situazione di non morire di fame e fare questo percorso/lavoro, solo coloro che possiedono le seguenti caratteristiche:
- essere già conosciuti, cioè aver fatto almeno 10/15 anni di mostre "a perdere" (un sacco di soldi buttati per pavoneggiarsi) e apparire spesso nelle riviste di settore (sempre pagando, s'intende).
- essere maturo/vecchio, perchè i giovani non possono pretendere di essere presi sul serio, come possono sapere cosa sia l'arte (e infatti io non lo so, nonostante la studi da una vita, ma che son giovane? pendo da tutte le parti!).
Oltretutto le gallerie migliori non ti considerano se già non sei conosciuto ed è inutile iscrirversi ai concorsi nazionali per cercare visibilità perchè se non hai un curriculum "imponente" vieni scartato a priori... significa che può avere la possibilità di "fare l'artista" e magari anche qualcosa di buono solo chi è ricco e vecchio (e forse rincoglionito).
Scusate, ma se tutto ciò è vero, questi critici/galleristi/collezionisti si sono veramente fumati il cervello!
Certo, non so cosa sia l'arte, però, se esiste, avrà certamente più a che fare col talento, con l'intuizione, magari col genio, che con l'età e la notorietà del suo autore.
Insomma, non se ne esce...
o forse si, chi lo sa.

lalla

"le gambe - grande metopa", olio su masonite, 60 x 60 cm.

martedì 9 marzo 2010

la secchiona, il "rosa maiale" e la morbidezza della carne

In terza/quarta liceo artistico il nostro prof. di arte ci portò agli Uffizi a vedere il michelangiolesco "Tondo Doni", da poco restaurato.
Va precisato che a quei tempi ero una "nerd" in piena regola: portavo golfini infeltriti e camicette con galetta bianca (giuro), capelli lunghi fino al sedere con la frangetta, mocassini ai piedi (il resto femminile della classe sfoggiava magliettine aderenti, all-star, trucco pesante, banana di gelatina nei capelli e una sigaretta tra le dita), ero secchionissima, mai fatta una forca (neanche pensata), il senso del dovere e la paura di deludere genitori e professori mi ossessionava. Per fortuna mi ossessionava anche la curiosità, la voglia di conoscere ed imparare e alla fine vale il proverbio "impara l'arte e mettila da parte", o almeno spero.
Ma nonostante fossi sempre seduta nel primo banco a prendere appunti e preparatissima sulla lezione, dell'arte non avevo ancora capito nulla.
Forse era colpa del suddetto prof. (un uomo serissimo nel suo lavoro, ma molto piatto e asettico, spiegava con la voce monocorde, sembrava che parlasse di ragioneria...) o forse ero semplicemente io, troppo immatura e troppo inesperta. Pensavo di conoscere l'arte solo perchè ricordavo i nomi, le date, le nozioni e prendevo bei voti, che scema...
Insomma, andiamo agli Uffizi.
Come al solito, ad una buona parte della classe non gliene importava nulla di arrivare al museo, si attardavano alle vetrine, chiacchieravano tutto il tempo, io stavo appiccicata al prof., ogni tanto mi guardavo indietro con una certa disapprovazione. Ero anche un po' snob, ammettiamolo.
Ed ecco che, una volta davanti al "Tondo Doni" successe una cosa strana: sinceramente, il quadro non mi piacque per niente. La riproduzione sul libro di testo conservava la patina del tempo, ma dal vero il restauro regalava alla superficie pittorica dei colori incredibilmente sgargianti. La pelle dei personaggi era "rosa maiale", non scherzo, brillava come uno smalto, le vesti erano gialle, verdi, azzurre che cangiavano in
viola, la Madonna aveva più muscoli di un culturista, idem il bambin Gesù... io ero solo una ragazzina, non ero pronta per questa irruenza, per questa violenza pittorica. Anni più tardi ho capito Michelangelo ed il suo essere uno scultore anche mentre dipingeva.
E così, per la prima volta, mi sono distratta dalla spiegazione del prof. e ho cominciato a vagare per la stanza.
E' stata una fortuna perchè ad un certo punto è accaduta una magia: mi sono innamorata di un dipinto, e dell'arte.
A quei tempi non sapevo chi fosse Tiziano Vecellio, né avrei saputo datare, o commentare, la sua "Venere di Urbino", ma rimasi parecchi minuti ammaliata da quella donna distesa, che mi guardava ammiccante.
Aveva gli occhi umidi e vivi, ma soprattutto la pelle, quella pelle candida, potevo quasi percepirne il calore e il profumo. Che meraviglia, la morbidezza della carne nuda...
Ancora oggi subisco il fascino della Venere, ma certo non sono più un'adolescente e ho corde diverse che vengono sollecitate anche da quadri diversi.
Però quella prima sensazione fu tanto forte da rapirmi completamente, da allora ho passato tutta la vita cercando di provarla ancora (quasi avessi avuto la "sindrome di stendhal" o mi fossi "drogata di pittura"). Ogni tanto mi succede di nuovo, è qualcosa di magico, penso che accada solo se esiste una sintonia perfetta tra quello che si prova in quel momento e ciò che sentiva l'artista.
Non so, so solo che a risvegliarmi dal mio torpore amoroso furono i rimproveri del prof.:
"Gonnelli! Da te non me l'aspettavo, che fai ancora qui, ci siamo spostati nell'altra sala..."
Vaglielo a spiegare al prof. Ragazzini che quella mattina stava cambiato il corso della mia vita, che avevo assaporato quanta gioia e serenità avrebbe potuto darmi l'arte, che avevo deciso che l'avrei dovuta scoprire e cercare sempre, che avrei anche potuto insegnarla un giorno, tanto mi era sembrata immensa...
pensai che, se un giorno fossi riuscita a far sentire a un ragazzo, anche ad uno solo, quello che avevo sentito io, sarei stata una grande professoressa!


lalla

P.S. Negli anni ho fatto pace con Michelangelo.
E' stata proprio la volta della Sistina a ragalarmi una nuova estasi artistica.
Prima di entrare nella Cappella hai già visto centinaia di riproduzioni e pensi di sapere già tutto su quel soffito, ma lei è tanto grandiosa ed eroica da costringerti a restare almeno mezz'ora, sconcertato, con la testa rivolta verso l'alto. E' tanto magnetica da rendere per tutti invisibili i capolavori di Botticelli e Perugino presenti sulle pareti.
Come tanta forza e potenza possano essere scaturite da una sola mano rimane un mistero, ancor più della divina creazione d'Adamo in essa rappresentata.
Saranno sempre, per me, Tiziano "il Pittore" e Michelangelo "lo Scultore", a loro devo tutto e li ringrazio.

"il corpo - grande metopa", olio su masonite, 60x60 cm.

mercoledì 3 marzo 2010

la specializzazione

Qualche giorno fa ho letto un trafiletto molto carino sui gatti che rispecchia perfettamente le caratteristiche del nostro terribile Tigro: "il gatto è l'animale domestico meno domestico che ci sia, seducente e misterioso, perfettamente adattabile alla foresta come alla casa perchè libero e fiero".
Aggiungerei che possiede una flemma tutta particolare, passa le sue giornate dormendo o riempendosi di croccantini, di tanto in tanto organizza piccoli agguati in stile "grande predatore", giocherellamenti vari e un po' d'esplorazione... insomma, eccelle nel dolce far niente. Son fatti così anche i leoni, soprattutto i maschi, che se la dormono quasi tutto il giorno e ogni tanto banchettano con qualche erbivoro tonto rimediato dalle leonesse.
Bisogna ammettere però che esistono anche felini un po' più "nobili", che hanno sviluppato delle doti superiori al "sapersi fare la toilette" e al "dormire acciambellato".
E' il caso del ghepardo, un animale molto affascinante (a dire il vero è il felino più bruttino di tutti, con la testa piccola e il mantello stinto).
Il suo fascino sta nel fatto che ogni caratteristica del corpo e del metabolismo si è evoluta per consentirgli di correre a una velocità di 120,5 km/h.
Cavolo, che bravo! Tutta questa bravura serve ad afferrare un'antilope e potersela mangiare.
Ora penserete che il ghepardo sia molto furbo e l'antilope molto sfigata, invece non tanto, perchè il primo è certamente destinato all'estinsione e la seconda invece prospera allegra nella savana.
La spiegazione sta nel fatto che il ghepardo si è troppo specializzato, come altri animali scellerati dalla comune sorte (vedi lo schifiltoso panda che mangia solo bambù). Il poverello sa correre bene, ma se mancano le antilopi è inutile correre i 100 metri più velocemente di Carl Lewis...
la natura insegna che è meglio non specializzarsi, saper fare un po' di tutto, sapersi arrangiare e non eccellere nel particolare... insomma, meglio il molle e ruffiano gatto Tigro dell'atletico e virtuoso ghepardo.
E allora, mi chiedo: io avrò fatto bene a cercare di specializzarmi (visto anche la scarsità di antilopi) o era meglio rimanere sul vago?

lalla

"metopa", olio su masonite, 40x40 cm.

mercoledì 17 febbraio 2010

Elisa

Oggi ho deciso di rilassarmi e mi sono rimessa a dipingere.
E' stato piacevole, come sempre.
Ne è uscito qualcosa che è una via di mezzo tra una Metopa e un ritratto, anche se il volto non si vede.
La modella è un'altra mia nipote, la sorella di Elena, bellissima anche lei.
In mezzo alle tante donne della mia famiglia, Elisa è così diversa, sembra un alieno.
Da piccola era esagerata e irresistibile, come un personaggio dei fumetti: il fisico e la bocca piccoli piccoli, ma orecchie, occhi e chioma enormi. Si decise a parlare molto tardi, ma esordì formulando direttamente frasi che contenevano condizionali e congiuntivi usati correttamente.
Crescendo è diventata un cigno dal collo lungo, gli arti sottili, il portamento altero, il seno da urlo e ha conservato quegli splendidi occhi scuri. E' studiosa, un po' ansiosa e iperprotettiva, ma sa quel che vuole.
Non sono riuscita a catturare tutto il suo fascino,
credo anche di averle regalato qualche millimetro di troppo sul naso e non so se mi perdonerà...

lalla


"Elisa", olio su masonite, 50x50 cm.

mercoledì 3 febbraio 2010

le nipoti

Si dice che i figli siano la misura del tempo che passa.
Figuriamoci i nipoti, o meglio, le nipoti.
Intorno ai 10 anni ho smesso di essere una bambina in corrispondenza al mio nuovo e maturo ruolo di zia.
Nascono questi due rospetti, prima una, poi l'altra, a breve distanza.
Diametrialmente opposte nel corpo, nella mente... lo erano allora, lo sono adesso.
Con Elena ed Elisa ho giocato quasi fossero state delle bambole parlanti (quello di "zia" è un ruolo molto più semplice e comodo di quello di "mamma": quando sei stanca di giocare o fanno troppe bizze puoi sempre riconsegnare le patate bollenti alla legittima proprietaria).
Con loro ho trascorso assolate giornate al mare, ho realizzato fantasiose coreografie di balletti, ho animato allegre feste di compleanno con cacce al tesoro e colpi di scena... le ho dirette in molte mirabolanti avventure.
Grazie Silvia, fare la zia è stato molto divertente.

Poi, ad un tratto, le mie nipoti sono cresciute.
Elena ha una bambina, buffa e zuccherina come era lei da piccola.
La lele è stata la migliore modella che abbia mai posato per me, calda e naturale.
Il suo bellissimo corpo è smussato, armonioso e morbido.

Ha ancora quello sguardo malinconico e quel dolce sorriso non-sorriso che aveva da bambina.

Sua sorella Elisa ha un corpo altrettanto bello, ma fiero, nervoso e spigoloso.
La loro differenza mi affascina moltissimo, cercherò di trarne dei buoni lavori, come forse non è questa prima prova.

lalla

"Elena", olio su masonite, 50 x50 cm.

venerdì 22 gennaio 2010

la prima vera mostra

Incredibile ma vero: partecipo a una mostra di pittura e scultura dal titolo "INDIVIDUAZIONI"!!!
Ora non eccitiamoci troppo, innanzi tutto non è una personale, ma una collettiva.
Inoltre non è un gran riconoscimento, ma è solo segno che potevo permettermi la quota di partecipazione.
Però, ad onor del vero, la proprietaria della galleria si è detta felicissima della mia partecipazione e ha predetto una lunga e proficua collaborazione...
si, "proficua", nel senso che le opere sono in vendita (ho deciso di correre il rischio, ipotizzando una certa scarsità di acquirenti e poi è arrivato il momento di capire se i miei quadri piacciono ad altri oltre che a me).
Aggiungerò maggiori dettagli più avanti.
Intanto posso dirvi che l'inaugurazione si terrà Sabato 20 febbraio alla
Galleria d'Arte Mentana in piazza mentana a Firenze.
Quell'infausto primo giorno sarò presente anch'io (in preda a un'orribile miscuglio di imbarazzo e soddisfazione, probabilmente scossa da tic, risolini isterici e ondate d'adrenali
na) e la TV Toscana (pronta a documentare il mio pietoso stato).
I miei lavori (dovrebbero essere 4 quadri e 2/3 sculture) rimarranno in mostra per 20 giorni, fino al 16 marzo.
Spero di non far eccessive figuracce e di conservare un buon ricordo del tutto.
E' troppo, vero, sperare che si tratti dell'inizio di qualcos'altro?

lalla


"poltrona Chesterfield", olio su masonite, 47,5 x 65 cm.

giovedì 14 gennaio 2010

le mie metope

Non si può studiare tutta la vita l'arte antica, amarla come io la amo, e non esserne influenzati una volta scelta questa strada.
Dei greci ammiro soprattutto il senso di assoluto.
Si erano prefissi uno scopo: rappresentare attraverso l'arte la loro superiorità.
Non si sa come, ma alla fine hanno raggiunto la prefezione che tanto cercavano.
Per capire cosa intendo, ai ragazzi, a scuola, faccio sempre questo esempio: provate a chiudere gli occhi e a immaginarvi un rettangolo... fatto?
Adesso aprite gli occhi e ditemi: com'era il rettangolo?

Posso dirvelo io com'era: avete immaginato tutti la facciata del Partenone di Atene, il Rettangolo con la "R" maiuscola, quello della "sezione aurea".
Ecco cosa sono riusciti a fare i greci spingendo la loro ossessiva ricerca di perfezione fino a raggiungere le proporzioni intrinseche nell'essere umano, capaci di trasmettergli il senso di eterno e di vero.
Non lo hanno fatto solo in architettura, ma anche in scultura e in pittura.

La loro ricerca è stata tanto assoluta da lasciare un segno indelebile in tutta l'arte occidentale, tanto forte da tornare periodicamentre e sempre, tanto inevitabile da potersi definire "classica".
Però l'arte greca che è giunta fino a noi si è caricata degli inevitabili segni del tempo, è solo una rovina (in architettura), un frammento o una copia (in scultura), niente più che una descrizione scritta (in pittura).
La sua perfezione è stata scalfita, spezzata, erosa.

Forse proprio per questo irrompe nel nostro immaginario ancora più spettacolare e romantica.
Le metope greche sono elementi architettonici e scultorei che, alternati ai triglifi, componevano il fregio nel tempio dorico.
Non sono qualcosa di integro e finito, sono parti, frammenti di un insieme.
Stranamente però, anche decontestualizzate e appese in un museo, conservano il loro fascino
. Al di là del soggetto sempre diverso, ognuna raggiunge perfettamente, pur nella propria asimmetria e originalità, quel senso di assoluto e di vero. Il segreto è nella composizione delle parti, nell'armonia dei vuoti e dei pieni, nell'equilibrio dei segni.
Ed ecco le mie metope.
Sono anch'esse dei frammenti, parti di un'insieme (di un corpo).
Non possiedono la forza delle loro antenate e per questo acquistano un senso solo se poste l'una accanto all'altra.
Nella loro precarietà cercano, timidamente, di catturare quell'attimo di eternità e di assoluto tanto cari alla classicità.


lalla


metope, olio su quattro pannelli di masonite 25x25.


metopa 1



metopa 2


metopa 3


metopa 4

domenica 8 novembre 2009

cos'è la bellezza

Che cos'è la bellezza femminile?
Se l"Afrodite di Milo" o la "Nike di Samotracia", con le loro mutilazioni, sono belle, bellezza non sempre significa integrità e freschezza.
Se le turgide grassezze di Ingres sono belle, bellezza non significa un corpo atletico e sodo.
Se la Venere di Botticelli, con le sue spalle cadenti e i piedi oblunghi, o se i nudi di Modigliani, con i colli lunghissimi e i lineamenti taglienti, sono belli, bellezza non ha un solo canone di proporzioni.
In tutti questi esempi, bellezza è sicuramente armonia delle forme ed è soprattutto eleganza della linea.
Bellezza può albergare in un corpo segnato dal tempo come le statue dell'antichità?
Bellezza può nascondersi nelle rotondità adipose fino a toccare i cellulitici eccessi di Rubens?
Ho passato l'adolescenza a odiare ogni piccola diversità del mio corpo: avrei desiderato i riccioli (io che ho i capelli lisci come spaghetti), avrei voluto un seno piccolo, una vita sottile ed essere più alta di 10 cm. Com'ero bella da ragazza e non lo sapevo.
Ho passato la mia vita a dieta, cercando di arginare una spiccata golosità e un metabolismo troppo lento.
Tra 4 giorni compio 34 anni, ho i primi capelli bianchi, 10 chili di troppo e varie vicissitudini hanno segnato la mia pancia.
Il mio corpo è stanco e pieno di storia, in contuinuo declino, dalla nascita del Re dei Sugolini si è drasticamente allontanato da qualunque canone di bellezza tonica e plastificata.
Ma oggi posso vivere una vita che mi piace solo in virtù dell'ospitalità che mi offre.
Quindi finalmente ci faccio pace e gli dico grazie di avermi portato fin qui: sei bello così come sei!

lalla



"nuda", olio su tela, 30x60 cm.

lunedì 2 novembre 2009

sono una dilettante

Oggi un artista che stimo e che ho conosciuto tramite la rete ha perso un po' di tempo per me, per darmi dei consigli. Innanzi tutto è stato molto gentile, vede in me del talento e della passione, non so perchè, e questo mi fa sentire bene.
Poi
mi ha fatto riflettere su alcuni problemi che riguardano il mio lavoro.
Principalmente la drastica assenza di una "ricerca", "un filo conduttore", "un senso" ai soggetti che scelgo.

Rispondo in queste righe, come ho fatto direttamente con lui.
E' vero, non c'è che dire: la mia produzione nel suo insieme "non ha ne capo, ne coda".
Il fatto che io lavori senza "uno scopo" vero e proprio o " un messaggio da mandare" è proprio la caratteristica che da sempre mi differenzia da un vero artista.
E' per questo che mi considero solo una dilettante.

Non so cosa mi impedisca di caratterizzarmi.
Ho forse visto e conosciuto troppa arte?
Visito mostre, mi aggiorno, trascino la mia famiglia per musei anche in vacanza... la mia è una vera passione che sazia il mio desiderio di ricerca e comunicazione.E' come se avessi ascoltato troppa musica e al momento di comporre una melodia personale, immancabilmente, mi entrasse sempre in testa un motivo conosciuto.
Insomma, quando dipingo finisco sempre per assomigliare a qualcuno che conosco.
Mi è sempre sembrato tanto difficile trovare una strada personale, al punto di fare "come la volpe con l'uva": decidere che in fondo non la vorrei e che non sarebbe giusto cercarla.
La mia pittura non è riconoscibile, non ho un vero e proprio stile.
Le uniche caratteristiche che, mi sembra, accomunino tra loro i miei dipinti sono:
- L'armonia d'insieme di forme, linea, colori.
- Le composizioni equilibrate.

- Prevale talvolta una certa eleganza liberty un po' orientaleggiante, forse in me connaturata perchè sono donna.
- L'attenzione per il soggetto e la perdita dello sfondo.
- L'uso del colore celeste/blu oltremare.- La preferenza, come soggetti, per il corpo femminile, le nature morte, i ritratti.
- Tutti i quadri o le sculture sono dominati da un certo silenzio e immobilità.


Potrei smettere, dato che non c'è un vero senso in quello che faccio.

Ma fin da quando ero molto piccola, se non disegno, se non dipingo, ne sento la mancanza.
Quindi, mi sono rassegnata a vivere serenamente l'arte, come qualcosa che mi dia piacere mentre la faccio.

Ho smesso di pormi troppe domande.
Ogni tanto ricasco nella tentazione di "cercare un senso" ed escogito "serie" di dipinti che possano portare avanti una ricerca precisa...
ho sempre qualche progetto in mente, tutte le volte però le cose vanno così:
parto piena di entusiasmo col primo dipinto e mentre lo faccio soddisfo la mia idea, mi appago... a quel punto tutto il discorso perde per me interesse e sono attirata da nuove idee e soggetti.
Insomma "vado di palo in frasca"...
questo è un altro motivo per cui credo che non riuscirò a vendere mai.
Non so... c'è speranza?

Proverò a cambiarmi, a domare la mia incostanza.
Saluto Luigi Capizzi, se, anche grazie a lui, riuscirò a migliorarmi, a non essere solo una dilettante, il risultato sarà su queste pagine.

lalla

"nudo al centro", olio su masonite, 50x70 cm.