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lunedì 11 novembre 2019

sono fiera di me

Sono fiera di me.
Ieri i genitori delle due bimbe che ho ritratto sono venuti a prendere il quadro.
Quando inizio un lavoro li rassicuro sempre: “nessun acconto e se il risultato non dovesse piacervi, non preoccupatevi, lo terrei io”. D’altronde, hanno rifiutato tele a dei mostri sacri come Caravaggio, non lo considererei certo un oltraggio se prima o poi rifiutassero una masonite a me.
Comunque, il giorno che il committente viene è la prima volta che vede il quadro e io sono sempre molto emozionata, non tanto per il rischio di tenerlo con me (non sarebbe un dramma, mi affeziono a tutti quelli che faccio), ma perché ciò significherebbe che l’ho deluso e questo in effetti mi dispiacerebbe.
Stavolta i soggetti erano due e sapevo fin dal principio che sarebbe stato molto più complicato (ma anche parecchio stimolante). Era importante capire i due caratteri, sottolineare le due individualità, ma anche catturare i punti di contatto, creare un dialogo di atteggiamenti e di sguardi, tra loro e con lo spettatore. Che sfida! Solo quando sono arrivata alla fine, mi sono resa conto di avercela fatta e mi sono sentita soddisfatta.
Ma in ogni caso, ieri me ne stavo un pochino sulle spine.
Invece, l’espressione che hanno fatto davanti al quadro è stata meravigliosa, direi (dal mio punto di vista) abbastanza emozionante. Come se avessero riconosciuto immediatamente le proprie figlie, ma per la prima volta le stessero guardando in un modo diverso (e in effetti era vero perché lo stavano facendo attraverso il mio sguardo). Vederle così, come le ho viste io, gli è piaciuto molto.
C’è qualcosa di davvero bello in tutto questo e non è propriamente l’aspetto del quadro.
Un po’ mi dispiace non farlo vedere anche a voi nella sua interezza, ma potete anche accontentarvi di un particolare perché il bello non sta nell’oggetto, bensì nelle sensazioni che ho provato io realizzandolo e in quelle che loro hanno provato (e spero proveranno ancora) osservandolo.
Infondo non conoscete le due bambine, forse non conoscete neanche me, non potreste comunque afferrare granché dando un’occhiata veloce a un’immagine su uno schermo digitale. Può darsi invece che possiate farlo di più leggendo queste parole, se vi fidate di me.
Allora fatelo, fidatemi di me, e capirete perché oggi mi sento così fiera.

lalla

"Ritratto di due sorelline", olio su masonite, particolari.

mercoledì 2 ottobre 2019

in pericolo, ma fiera

Non esiste esperienza più pericolosa e gratificante di dipingere il ritratto di una bambina su commissione.
Pericolosa, perché io proverò a capirla in pochissimo tempo, nonostante il fastidio di farsi fotografare e attraverso tutte le maschere che indosserà per difendersi da me. Che sono un’estranea armata di Canon e parecchio curiosa, non c’è di peggio. E la mia casa non è il suo ambiente naturale (dove sarebbe stato più facile nascondersi), ma ci sarà sempre la sua mamma con lei e di solito, con un po’ di pazienza e una merenda, l’imbarazzo la abbondonerà e mi lascerà entrare per conoscerla.
Dopo circa un’ora (spero non troppo brutta per lei) ci saluteremo, ma anche se io non dovessi rivederla mai più in carne e ossa, passeremo ancora tanto tempo insieme.  Nel mio studio resteremo sole. La guarderò a lungo negli occhi, dovrò scavarci dentro e razzolare nel profondo, alla ricerca di quel qualcosa che è lei. Quando mi sembrerà di averla trovata, proverò a catturarla con delle pennellate di colore. Non sarà facile, mi impegnerò con tutta me stessa.
E’ davvero una cosa pericolosa, perché quando io penserò (stremata) di esserci riuscita, quello che crederò di aver visto infondo a quello sguardo forse (probabilmente) non corrisponderà a quello che ci ha sempre visto (o vorrebbe vederci) la sua mamma. So già che, nonostante tutto il mio impegno, il rischio di deluderla non è propriamente un rischio, ma più una discreta probabilità.
Gratificante, perché mi renderà davvero fiera pensare che una mamma innamorata della sua bambina avrà così tanta fiducia in me da affidare gli occhi di sua figlia ai miei occhi. Che sono diversi dai suoi, ma che in ogni caso la guarderanno e la ameranno sinceramente.
E’ questa sincerità, io credo, l’unica attenuante che di solito salva il risultato del mio lavoro dal rigetto di quella mamma.
E se anche questa volta, che le bimbe sono due (insieme), io riuscirò a cavarmela, non potrò che dire grazie. A tutte e tre.
Con una speranza: che nel lungo periodo, le due ragazze (e donne) possano sempre ricordare e apprezzare ciò che io ho visto dentro di loro.


lalla

venerdì 20 settembre 2019

non per tentare l'opera d'arte, nè per diletto, ma per necessità

Una volta ammirato il mio quadro con il Tigro (“il gatto della Strega”), Matilde me l’aveva fatto promettere che le avrei regalato un ritratto con Daenerys.
La prima settimana di settembre è stato il momento ideale: l'ho passata da sola, avevo tanta voglia di dipingere di nuovo e di trovare un modo per sentire vicina la mia bambina.
Non è stato facile cercare di cogliere l’incanto che la pervade, io c’ho provato. Il risultato non è male (lei è contenta!), ma la magia della mia Piccola Fata è troppo vasta per riuscire a catturarla in una
pittura.
In ogni caso è stato un tentativo bellissimo e terribile.
Ho iniziato la mia ultima domenica di vacanza, alle 7.30, ancora in pigiama, pensando: “inizio a dipingere un’oretta e poi mi lavo/vesto/nutro più tardi” . Invece la mia Piccola Fata mi ha risucchiato senza pietà. Verso l’ora di pranzo ho avvertito una voragine nello stomaco, mi sono trascinata verso il frigorifero praticamente senza forze, ma piena di speranze… semi-vuoto, l’immagine della tristezza. Allora con un po’ di pane raffermo ho messo insieme il solito spuntino/degrado di quando sono sola: un crostone condito con olio, sale, mozzarella light e un pizzico di curry. Rinvigorita dal lauto pasto, ho trascritto velocemente sul blog un post che avevo già ultimato nella mia testa durante la notte. Mi sentivo tranquilla (di poter rimandare ancora un’oretta il tempo di riprendere la battaglia) perché avevo già superato quel terribile momento (quello che prima o poi arriva sempre) in cui sembra tutto inutile e sono tentata di buttare via quel pezzo di masonite riottoso, di ripudiarlo. Lo avevo già domato (o lui aveva domato me), quindi ho ripreso a dipingere più rilassata e ogni minuto che passava l’immersione diventata sempre più forte. 

Quasi una perdita di volontà, una sbronza.  Nel tardo pomeriggio ce l’ho fatta a riallontanarmi, mi sono staccata e finalmente ho potuto guadare negli occhi mia figlia (nonostante lei non si trovasse lì con me), ho avvertito una grande fierezza: in qualche modo, trascinandoci a vicenda (io e la pittura), stavamo approdando dove io avrei voluto. Subito dopo ho iniziato a sentire una smania terribile alla schiena e alle braccia. L’ultima ora ho dipinto massaggiandomi e rigirandomi sullo sgabello come se mi avesse morso la tarantola. Dolori ovunque. Ho guardato l’orologio e mi sono resa conto che quella dolcissima tortura si era protratta per oltre dodici ore.
Basta. Ho appoggiato il pennello, la mia mano destra, macchiata di colore, tremava. 

Ho accarezzato il mio lavoro, l’ho ringraziato e sono scappata prima in bagno e poi in cucina, a elemosinare un altro spuntino/degrado. Ho agguantato un mucchietto di calorie più o meno casuale e me lo sono consumato all’americana, accompagnato da una birra, ancora in pigiama, davanti alla TV. Più degrado di così!
Non ho rigovernato i piatti, invece mi sono fatta una bella doccia, una dormita troppo breve (anche perché alle prime luci dell’alba il desiderio di tornare a salutare il mio aguzzino è stato fortissimo) e alle 9.30 mi sono presentata al primo Collegio Docenti con due belle occhiaie nascoste sotto l’abbronzatura.
Mi rendo conto che da vari punti di vista potrei sembrare folle: ho trovato il modo di lavorare come un’ossessa nel mio ultimo giorno di vacanza, di alienare la mia mente fino al completo distacco dalla realtà e di condurre il mio fisico allo stremo.
Non so che dire in mia difesa, tranne che quella mattina del 2 settembre, nonostante persistessero stanchezza e dolori ovunque, mi sentivo felice. Certo, dopo un’esperienza tanto intensa, mente e corpo si sono ribellati e hanno preteso almeno tre giorni prima che io potessi anche solo pensare di riprendere in mano il pennello. Poi il desiderio è tornato, fortissimo, e allora mi sono dedicata alle mani di Tinne e alla gattina. 
Nonostante pareri contrari da parte del web, fino a quando ho sentito un impulso spontaneo, sono andata avanti.
Mi sembra, ma non so se è solo una sensazione, che ogni volta che dipingo sia più forte e più estenuante. Intendiamoci: ho sempre lasciato che la foga prendesse il sopravvento, che facesse di me una stronza senza rispetto del mio stesso corpo e degli altri. Agli altri non devo più pensare (mi concedo queste maratone di pittura o scrittura quando i miei figli non sono come me), non stanno lì nel tentativo di ancorarmi a questo mondo e io, senza ancore, prendo il largo alla deriva. Forse sto solo invecchiando e il mio fisico soccombe con più facilità. O forse negli anni ho davvero abbandonato sempre di più i freni.  Fa un po’ paura, in effetti. Eppure mi chiama e io ne ho bisogno.
Dico grazie a questa mia pazza inclinazione al Disegno e all’Arte. Mi accompagna dall’infanzia, è imprescindibile dal mio modo di esistere e sopravvivere, a lei devo, bene o male, tutto quello che sono.
Non mi importa se queste mie pitture non piaceranno, io non sono “un’artista”, non sono spinta dal desiderio di realizzare il capolavoro, nè da quello di vendere o di convincere nessuno. Mi mantengo in altro modo. 

Tante volte ho spiegato che sono più “una dilettante”, cioè una che disegna per diletto.
Mi rendo sempre più conto che neanche questa è la verità.
Non è mai stato così, non è un diletto (è più vicino a un tormento), bensì una necessità.


lalla

"la gatta della Piccola Fata", olio su masonite 70x70cm
 

domenica 1 settembre 2019

provateci voi

Provate voi a stare con una fata per quasi un mese tutto di fila.
Quando al mattino approdate al dormiveglia, socchiudete gli occhi e guardatela dormire nel letto (annodata al suo Purci di pezza) per un attimo vi sembrerà ancora piccola, indifesa e tutta vostra.
Al suo risveglio vi abbraccerà inebriandovi del suo magico profumo di bavetta.
Convincetela a fare un po’ di colazione controvoglia e poi lasciatela abbrutirsi ancora in pigiama sbracata in poltrona davanti a Cartoonito per almeno un’oretta, perché si sveglia presto (molto prima del fratellone) e perché se anche voi decideste di impedirglielo in nome di un’educazione migliore, ci sarà la nonna ad accenderle la TV.
Nutritela ancora a ritmi abbastanza regolari durante tutto il dì (soprattutto di yogurt, cioccolata, carote, cetrioli e pomodori, pane e olio, pizze, pesche, uva, poponi dello zio e panini ad angolo).
Estirpatele i pidocchi col pettinino per i primi quindici giorni, quindi acconciate con cura e attenzione i suoi lunghissimi capelli di seta corvina.
Vestitela. Lei vorrà sempre scegliere un abito (possibilmente con rimani, fiocchi e lustrini), voi vorrete infilarle comodi pantaloncini e maglietta. Indosserà l’abito.

Qualche volta datele un po’ di lucidalabbra e ombretto, anche se vi sembrerà una cosa ridicola, fatelo perché altrimenti vi ruberà i rossetti mentre siete ai fornelli e se li spalmerà sul viso secondo flussi emotivi di colore circolari (effetto “Urlo” di Munch).
Assecondatela quando vi dirà: “io quest’estate i braccioli non li uso perché ho compiuto 5 anni, quindi so nuotare”.  Non ribattete: “E quando avresti imparato scusa?” perché c’è poco da fare, ha ragione lei: sa nuotare. Avrà imparato tramite uno dei suoi incantesimi, durante l’inverno, dormendo.
Sa anche tuffarsi spericolatamente dalla barca nell’acqua alta e sa risalire da sola, sa usare la maschera e le pinne e, se non la fermerete, tenterà di affogare i suoi cuginetti più grandi.

 
Ammiratela giorno dopo giorno mentre si muove con disinvoltura, osserva e comprende praticamte ogni cosa, si diverte spensierata e comanda a bacchetta il povero Re dei Sugolini (e qualsiasi altro essere vivente le capiti a tiro). Non lo farà mai in modo sgradevole, bensì con una dolcezza infinita, ma, statene certi, nel pieno possesso delle sue facoltà, lo farà.
Annusatela molto spesso, non ci sarà bisogno di andarla a cercare, sarà lei ad abbracciarvi e baciarvi di continuo, le servirà per “segnare il territorio” e drogarvi con il suo profumo che in realtà è una pozione magica.
Ogni tanto portatela sulla “macchina dell’oceano” (una minuscola e insipida giostrina che gli anni passati le piaceva un sacco), anche se ormai non le piace più un granché, ha compiuto 5 anni, si veste come le pare, si trucca, sa nuotare, tiene testa a tutti, ma ancora la diverte, ogni tanto, fare la bambina piccola.
Concedetele pennarelli e fogli a volontà e lasciatele tappezzare la casa con centinaia di “opere”.

Osservate con quale facilità riuscirà a corrompere e ammaliare tutti intorno a sé.
E’ vostro dovere provare a resisterle e ridimensionare i suoi poteri. Fate qualche tentativo, tanto per salvare la faccia. Non ce la farete.
Senza rendervene conto, cadrete lentamente vittima dei suoi incantesimi.
Sole, mare, fata.
Un mese.
Poi tornerete a casa e ve la toglieranno di botto per una settimana.
E quella settimana ricomincerà a piovere.
E quella settimana voi ricomincerete a lavorare.
Forza, provateci, se ne avete il coraggio.
Attenzione all’altissima percentuale di rischio di cadere in depressione.
Rimedi: ciucciare i gattini Siamesi/Sacri di Birmania sfornati da Daenerys (hanno anche loro un ottimo odore) e (provare a) dipingere la vostra fatina.

Il quadro verrà una mezza schifezza. Avete perso in partenza e lo sapete: non sarà mai bello quanto lei, ma non importa, fregatevene del risultato, combattete l’astinenza e dipingete al solo scopo di sentirla vicina e superare questi stranissimi sette giorni senza di lei.
Provateci e buona fortuna.


lalla

P.S. non è la prima volta che sto una settimana senza figli e anche il Re dei Sugolini mi manca, per carità, ma ormai è un ragazzo e (per sua fortuna) vive un po’ meno in simbiosi con me rispetto a quando aveva 5 anni. Un po' meno sì, ma mica tanto, a dire il vero.
Di solito organizzo un viaggio (un diversivo), ma prima o poi dovevo provare a restare da sola nella nostra casa vuota.
Perché in effetti mi sento ogni giorno più forte e spero di poter resistere all’atroce combinazione (senza prole + rientro al lavoro + autunno alle porte).
Bo, speriamo bene, intanto ho pensato che pittura e scrittura, come sempre, mi avrebbero dato una mano.

giovedì 21 marzo 2019

l'dea, la materia e i bioccoli di colore stregati

Venerdì scorso, in terza, ho iniziato a spiegare Michelangelo.
Prima ho parlato della sua formazione neoplatonica, della sua volontà di liberare l’idea imprigionata nel pezzo di marmo (nella materia) aggredendolo solo frontalmente con la sua tecnica unica. Mi ci è voluto almeno un quarto d’ora per analizzare la giovanile Pietà romana. Abbiamo parlato dell’iconografia nordica, letto la composizione piramidale (e a “z”) e ammirato il virtuosismo del panneggio reso con solchi profondi che generano drammatici effetti chiaroscurali. Poi ci siamo spostati sul delicato volto di Maria, idealizzata e giovanissima perché pura (ricordiamoci che si tratta dell’unico essere umanano venuto al mondo senza peccato originale)e sul suo dolore toccante e malinconico. Ci siamo soffermati sul corpo senza vita di Cristo, sulla forza di gravità che lo attrae inesorabile verso il basso e sulla morbida flaccidità delle sue carni molli e abbandonate. Infine ho guardato i miei studenti e gli ho detto: “Michelangelo, orgoglioso e giovane com’era, pensava di aver raggiunto l’idea, la perfezione assoluta, di aver realizzato non una Pietà, ma La Pietà, ne era convinto al punto da mettere una fascia sul busto di Maria (tipo Miss Italia)e firmarla col suo nome”. Tutti hanno sorriso “Ma effettivamente ragazzi, quello che è riuscito a fare è piuttosto sconcertante, soprattutto riflettendo su un fatto: tutto ciò di cui abbiamo parlato fino a adesso non è altro che un enorme sasso bianco… giusto? O almeno, lo sarebbe stato, se lui non ci avesse messo le mani”.

Far le foto ai miei quadri non è facile.
Prima di tutto non sono una professionista, poi mi servo di un’illuminazione improbabile. Nel mio salone (purtroppo) esposto a Nord non entrano mai direttamente i raggi del sole, quindi la luce esterna “raffredda” eccessivamente le immagini. Provo con alcune lampade, ma quelle le “scaldano” troppo. La via di mezzo non esiste, si tratta di aggiustare un po’ le cose e far finta che vadano abbastanza bene.
Inoltre, come si fa a far arrivare il massimo della luce e posizionarsi perfettamente frontali (per non deformare l’immagine)? Rischio di fare ombra io stessa e la luce crea strani riflessi sulla tinta a olio. E non ho manco un cavalletto quindi infiliamoci pure il tremolio della mano: un disastro! Mi arrangio all’Italiana, mi accontento, cerco di aggiustare le cose con Photoshop (e non è detto che invece non finisca per peggiorarle). Che poi, tutta questa fatica che la faccio a fare se i social-networks comprimono le foto senza alcun criterio, ma a sentimento, compromettendo ogni cosa?
Vale anche per le opere d’Arte (e non di puro diletto come le mie): le sculture e le pitture, belle o brutte che siano, andrebbero sempre viste dal vivo.
Come consolazione, va detto che anche al museo, anche quando uno è fortunato (e quindi non si ritrova davanti un gruppo di turisti disinteressati a ingombrare tutta la visione), i riflessi dei vetri o varie ombre esterne vanno a mescolarsi con le sacre tinte e a inficiare in parte la percezione dell’oggetto reale… perciò pazienza, se succede a un divino Kandinskij, figuriamoci che sarà mai se le mie opere vengono riprodotte un po’ maluccio.
 

Pochi giorni fa cercavo di fotografare il mio ultimo quadro e non c’era proprio verso, riflessi ovunque. Ho combattuto un po’ e poi basta, ho cominciato a prenderci gusto nel percepire il riflesso di qualche dettaglio ancora umido o l’ombra dei bioccoli di pittura. La matericità delle opere è una cosa meravigliosa.
D’altronde, cercate di capirmi, gli anni passano e io appartengo a quella generazione di persone che quando leggono adorano ciancicare la consistenza della carta tra le dita e annusare il profumo della stampa, non mi accontenterò mai di un libro digitale (per questo mi piacerebbe tanto trovare un editore e pubblicare qualcosa da poter toccare con le mani).
La materia delle cose le rende corruttibili, è vero, ma anche tangibili e reali. Vestendo le idee di materia, possiamo farle scendere dall’Iperuranio fino a noi, sulla terra, e possiamo toccarle.
Sono stata tante cose nella mia vita (anche e soprattutto un’artigiana) e modellare la creta con le mani insegna, che si tratta di terra, di fatica, di polvere, non solo di effimera Arte. Accarezzo spesso le mie sculture perché finché erano nella mia testa non averi potuto farlo, ma adesso posso.
Quando dipingo mi sento come una bimba euforica che ha rubato la cassetta dei colori, non mi dispiace nemmeno rovinare abiti e mobili con schizzi e macchie più o meno casuali, perché so già che quelle tracce in seguito mi parleranno, mi racconteranno la gioia che ho provato durante il mio gioco. Adoro sporcarmi le mani e macchiarmi di pigmento sotto le unghie (ne vado proprio orgogliosa).
Quanto mi affascinano quelle tinte vischiose dal profumo pungente, quel loro scintillare, quel modo tutto particolare con cui impregnano la masonite!
Perché infondo si tratta solo di questo: di bioccoli di oleose miscele di minerali che vanno a sporcare un infimo supporto di truciolare di legno compresso… giusto?
Oppure mi sto sbagliando e forse nei miei quadri io metto anche qualcos’altro: un po’ di me stessa.
Se così fosse, anche senza l’infinito talento di Michelangelo (ma solo con quelle poche briciole che ho a disposizione) riuscirei a trasformare la materia in idea e non solo l’idea in materia.
Ma guarda, può darsi che alla fine io sia davvero un po’ streghetta… o no?
 

lalla

lunedì 18 marzo 2019

la vita è bella, ma tignosa

Premessa: se cercate “tignoso” sul vocabolario lo trovate ma è un cosiddetto toscanismo, cioè un termine dialettale usato dalle nostre parti, significa “duro a levarselo di torno”, “persistente”, in poche parole “rompicoglioni”. 

Il 14 febbraio Daenerys è scomparsa.
Ci sono rimasta malissimo perché non mi aspettavo certo di trovare un fidanzato, ma che proprio quel giorno mi sparisse anche la gatta, no!
I miei amici pelosi abitano in casa e in giardino (che è abbastanza vasto e segreto, circondato da alte mura), tramite gli alberi riescono a salire anche su alcuni tetti bassi e si stendono per ore a prendere il sole. Ebbene, da uno di quei tetti deve essere caduta nella strada e non si capisce bene il perché visto che conosce da sempre l’ambiente. Forse ha scelto di allontanarsi per cercare l’amore (vista la ricorrenza), ma questa versione non mi convince: era in calore la settimana prima e avevo invitato a far turismo sessuale. un aitante “Sacro di Birmania”. E poi, gettarsi da una parete di 6m nel vuoto e sulle auto sottostanti, non la chiamerei una fuga amorosa, bensì un tentativo di suicidio.
Comunque, l’ho cercata per due giorni, ho tappezzato il quartiere con i manifesti (come nei film). Ho avuto anche la pessima idea di scrivere un appello su FB. Ho pensato che quando scompare una persona si chiamano gli ospedali, quindi ho chiamato e allertato tutti i veterinari e questa invece è stata un’ottima idea: alla fine l’ha ritrovata una clinica veterinaria, ma purtroppo troppo tardi, un’auto l’aveva colpita.
E’ stata tutta una vicenda drammatica: Matilde era molto scossa (la considera la sua gattina) e per due giorni si è fatta la pipì addosso (evento che non era mai più accaduto da un anno e mezzo), io non ho dormito per giorni durante le ricerche (dovevo cercare di tranquillizzare i bambini e fargli accettare ogni possibile scenario, ma ero molto angosciata a pensare quella povera bestia là fuori, persa e terrorizzata in mezzo al traffico cittadino), poi, una volta ritrovata, è stato ancora più terribile perché la botta le aveva compromesso il senso di orientamento ed equilibrio e temevo di doverla far sopprimere. Intanto ho dovuto subite l’attacco mediatico di alcune talebane-feline da quello che doveva essere un gruppo FB di aiuto per la ricerca di animali smarriti, con tanto di forconi mi hanno incolpato di essere stata io a condannarla “facendola uscire di casa” (ne parlavano come se le avessi dato io la via sui viali di circonvallazione), mi hanno dato della pazza, dell’arrogante, di essere una che gioca a fare Dio, una che compra i gatti come fossero giocattoli per i suoi bambini e poi li abbandona al loro destino, mi hanno augurato di essere tormentata per sempre dagli incubi della mia gatta straziata e molte altre cose carine….. e vabbè, quanto è bella l’umanità, sempre pronta a giudicare (senza conoscere), puntare il dito verso il colpevole e sputare veleno!
Che poi, io sono una che non ha certo bisogno di aiuto per convincersi di avere delle colpe, anche da sola ho pensato di averne (non certo per averle permesso di divertirsi rincorrendo farfalline e arrampicandosi sugli alberi), ma per non averla sterilizzata. E’ solo che io, per l’appunto, odio giocare a fare Dio e vorrei che i miei gatti vivessero nel modo più naturale possibile, che non somigliassero a dei soprammobili ciccioni e indolenti (come Gattolinzi), ma che sviluppassero il proprio carattere e conservassero il proprio istinto. Per altro, i siamesi originali (ora chiamati “Thai”) alla fine degli anni ’90 si sono praticamente estinti a causa della sterilizzazione default di tutti gli esemplari domestici, solo negli ultimi anni hanno cominciato a ripopolarsi grazie all’impegno di alcuni allevatori, quindi, potendo, non sarebbe stata una cattiva idea cercare di darle la possibilità di riprodursi conservando il suo patrimonio genetico. Ovviamente, ho evitato di parlare su FB della questione ovaie-sì/ovaie-no, altrimenti le suddette talebane-feline avrebbero indetto una sacra processione fin sotto casa mia e mi avrebbero bruciato come strega!
Vabbè, per fortuna la micetta (per questa volta) se l’è cavata, alla facciaccia loro! Purtroppo una zampina è paralizzata e ciondola un po' strana, ma sa già fare tutto con tre zampe, è un fenomeno. L’ho costretta in casa quasi per tutto il mese, ha chiesto sempre più insistentemente di uscire e ha sofferto segregata in casa, è nata libera e libera vuole restare. Non potrò impedirle di vivere anche all'aperto, ma almeno s
pero che la brutta esperienza le abbia insegnato a essere un po’ più prudente. 

Comunque, riacquistata una certa tranquillità, ho iniziato a dipingere un mio ritratto col Tigro.
Nonostante sua Maestà sia convinto di essere il padrone di casa e di ospitarci tutti per gentil concessione, nonostante cerchi di assestarmi dei morsi dolorosissimi ogni volta che lo invito a fare qualcosa contro il suo volere e in particolare se cerco di prenderlo di peso e spostarlo, va detto che è un Signor gatto.
Lui è arrivato per primo, ben 9 anni fa, e ha accolto con amore prima Gattolinzi e la micetta dagli occhi azzurri poi. Quando li nutro, si mette da parte e lascia finire le gatte prima di cominciare.
Durante la scomparsa di Daenerys, l’ha cercata per giorni, mi si siedeva davanti, mi guardava fisso e poi miagolando mi chiedeva di lei, come per dire: “dove l’hai messa la mia gattina?”.
Quando finalmente l’ho riportata a casa dalla clinica, aveva recuperato l’equilibrio, ma era molto spaventata e debolissima perciò avevo approntato un giaciglio e una lettiera in bagno, per tenerla isolata dagli altri due gattoni (pesano il doppio di lei). Ma Tigro l’ha sentita tornare, si è piazzato davanti alla porta del bagno e ha iniziato un miagolio straziante. Ho resistito cinque minuti, poi l’ho lasciato entrare.
E’ stato delicatissimo, se l’è tutta leccata e sbaciucchiata, anche lei era felicissima di rivederlo, dopo le coccole si è addormentata tranquilla, Tigro finalmente si è calmato e l’ho potuto far uscire.
E va bene che sono bestie, ma è stata una scena abbastanza commovente.
Mi piaceva l’idea di rendere omaggio al mio gattaccio inserendolo in un dipinto. E mentre dipingevo pensavo al periodo molto bello che sto attraversando (spaventi felini a parte). Mi sentivo tutta in brodo di giuggiole e avevo anche cominciato a scrivere un post paradisiaco dove parlavo di piccole grandi gioie legate a tanti aspetti della mia vita, al mio amore infinito per i figli, al mio senso di completezza streghesca, alle mie soddisfazioni con gli studenti…
 

Quando, venerdì sera, mi rendo conto che la piccola tre piedi ha preso la tigna.
La tigna!
L’ha presa nella costosissima clinica veterinaria dove è stata ricoverata 2gg in seguito all’incidente (dove non le hanno fatto un bel niente, tranne attaccarle una flebo e la Tigna e in cambio mi hanno estorto 225e). Guardo meglio e scopro che l’ha pure già attaccata a Gattolinzi.
La tigna!
Per quanto ne so potrebbe averla anche già attaccata a me e alla Piccola Fata, dato che ce la stiamo sbaciucchiando anche noi (e non solo il Tigro) da due settimane.
Ecco.
Dopo un primo, lungo e doveroso momento di scoramento, sono passata all’azione.
Con i bambini dal padre, ho spalmato di crema antimicotica le povere bestiole e le ho espulse in giardino (a questo punto, anche e soprattutto Daenerys), quindi ho passato tutta la mattinata di sabato a cercare di disinfestare la casa, ho aspirato ovunque, cenciato i pavimenti, salviettato i mobili, sbudellato i divani, spellato i cuscini e lavato ogni tipo di tappezzeria (e sapete quanto io ami fare la brava donnina di casa… per niente!).
Verso l’ora di pranzo, ho chiamato la clinica per avvertirli del contagio (non solo per avere un consiglio, ma anche per il bene degli altri gatti ricoverati da loro), il giovane veterinario mi ha spiegato che non era affar suo e che avrei dovuto richiamare lunedì quando c’era il titolare.
Visto che la crema se l’erano già leccata via tutta in 5’ (a vicenda: nel senso che ho visto Tigro leccare Daenerys e “pulirla” direttamente sulla zona lesionata…. orrore!), il resto della giornata ho imbastito un pietoso pellegrinaggio in ben 5 farmacie di Firenze alla ricerca di un farmaco antimicotico orale per uso animale. Ma niente, evidentemente la Tigna è una malattia medievale ritenuta ormai estinta al pari delle streghe. Alla fine un povero Cristo si è mosso a compassione e mi ha venduto una capsula con lo stesso principio attivo del rarissimo farmaco, ma pensata per uso umano (quindi con dosaggio troppo elevato) calcolando lui il frazionamento che avrei dovuto eseguire.
Arrivata a casa ormai nel tardo pomeriggio, diligentissima, ho svuotato la polvere su una stagnola e ho cercato di sezionarla in 14 parti abbastanza equivalenti (mentre separavo le “dosi” mi è venuto in mente che se fosse arrivato qualcuno mi avrebbe preso per una spacciatrice e ho addirittura rischiato di starnutirci sopra e rovinare tutto), ma alla fine credo di essermela cavata, anche senza un trascorso da eroinomane. E lasciamo perdere le scene tragicomiche quando ho dovuto somministrare le piccole palline di carne macinata “drogata” ai tre gatti… vabbè.
Adesso non mi resta che proseguire la cura orale per un altro giorno, incremarli per settimane, aspettando e sperando, che i nostri amici pelosi guariscano e che nel prossimo mese non compaia anche su di noi l’amato ospite.
E insomma, peggio dei pidocchi, il post sui Campi Elisi della vita terrena lo scrivo un’altra volta.
 

lalla
"il Gatto della Strega", olio su masonite, 51x60,5 cm

P.S. La Piccola Fata è molto entusiasta di questo quadro: “bello mamma, dopo ne fai uno di me con Daenerys!!!”. Magari anche sì, se e quando riusciremo ad arrestare la pandemia fungina.

mercoledì 13 febbraio 2019

la mia pittura: tra idea, battaglia e un certo taglio di fusilli

Vorrei parlarvi della pittura. Vorrei spiegarvi cosa mi fa provare. Vorrei raccontarvi il perché non potrei fare a meno di dipingere e, allo stesso tempo, il perché non potrei farlo più spesso di quanto già non faccia (e cioè relativamente di rado). Vorrei farlo perché è un argomento che mi interessa molto, ma è anche tanto difficile da affrontare e non lo so se ce la farò.
 
IL DISEGNO
Comincerò parlando del Disegno perchè tutta la mia storia è iniziata così. Sono stata una specie di bambina-disadattata-disegnatrice-prodigio.
Il Disegno (e in seguito la scultura, poi la pittura e la scrittura) sono sempre state un’esigenza e mi hanno accompagnato per tutta la vita. Senza di loro, non sono io. Infiliamoci anche la curiosa osservazione e interrogazione del mondo, la rielaborazione di tutto questo e il racconto orale (continuo) a persone e cose, e il quadro è completo: sono io. 

Ogni tanto ho deciso che fosse il momento di dedicarmi ad altro e che per un po' di tempo sarei potuta stare senza disegnare, ma non ce l'ho mai fatta troppo a lungo.
Dopo il primo anno di Università di Architettura passato solo a studiare, ero in crisi di astinenza da Disegno e così mi iscrissi anche alla Scuola Internazionale di Fumetti (non allo scopo di diventare fumettista, ma per trovare una scusa che mi consentisse di disegnare almeno due mattine a settimana senza provare sensi di colpa). Insomma, un giorno venne a farci lezione un tipo (sarà stato un fumettista, sinceramente non ricordo né il nome, né la faccia). Era arrivato in classe per parlarci del Disegno e per prima cosa, tanto per rompere il ghiaccio, chiese: “Allora, qualcuno di voi vuol provare a spiegare cosa significhi per lui 'saper disegnare'?”. Tutti zitti. “Suvvia, senza paura...”
Secondo voi chi sarà stata la bischera a provarci, così, senza paura?
Un’ingenua lalla diciottenne mise insieme tutto il suo coraggio e tentò di parlare della cosa a cui teneva di più nella vita: “Ecco… secondo me saper disegnare significa non fare nessuna fatica, non è una questione di tecnica, quando io guardo il foglio bianco già immagino il disegno finito, ce lo vedo sopra come vorrei che fosse, quindi quando inizio a disegnare è come se in realtà iniziassi a “ripassare” ciò che esiste già nella mia mente, per questo quando disegno una donna mi sento tranquilla e posso partire da un piede o da una mano senza sbagliare le proporzioni, perché so già come sarà l’insieme una volta finito”.
Diciotto anni, mica male. E il tipo? Sapete cosa mi rispose, davanti a tutti?
“Ma senti questa! Te che ti sei fumata prima di venire in classe?”
Alla faccia del “suvvia, senza paura…”. Mi sentii molto stupida e ridicola. Tutti i miei compagni scoppiarono a ridere e nessuno provò a difendermi (neanche il mio compagno di banco nonché attuale ex-marito). Facile così: umiliare uno studente e portarsi tutto il resto della classe dalla propria parte! Potreste pensare che il tipo volesse solo fare una battuta e che io sia una persona permalosa. E’ sicuro che io lo sia, peccato che quello non fosse per niente il momento di scherzare per me (che avevo cercato di fidarmi, di aprire il mio cuore e di essere sincera). Che persona meschina, come ho già detto non mi ricordo niente di lui, tranne il tipo di insegnante che dimostrò di essere e a cui cercherò di non assomigliare mai. Chiudiamo il capitolo persone-da-dimenticare e torniamo a ciò che ci interessa.
Il Disegno è tutto: osservazione, interrogazione, rielaborazione, infine sintesi spontanea di ogni tua percezione e restituzione grafica. Insomma io sono come un filtro della realtà, anzi, come uno stampo per la pasta, mi arriva una massa enorme e indefinita di informazioni e sensazioni, da fuori e da dentro, e io potrei trafilarla in tagliatelle o maccheroni, ma quello che esce da me è un taglio tutto speciale, né corta, né lunga, è un tipo di fusillo solo mio. E può piacere a chi la mangia, o può disgustare, ma questo infondo non mi importa. Va bene comunque perché è un taglio sincero, non c’è niente di costruito. Questa è una cosa che avevo già capito dopo il Liceo Artistico (ed è per questo che non mi iscrissi all’Accademia delle Belle Arti): tutto questo non lo si può insegnare e non lo si può imparare, tutto questo lo si è o non lo si è, e basta. Certo, un buon maestro può correggere, indirizzare e far migliorare. La tecnica in effetti si può (e si deve) imparare, ma il talento no, non è proprio possibile.
Eccoci male: ho pronunciato una delle parole proibite: “talento” (l’altra è “artista”).
“Ma chi si crede di essere, crede di avere talento? Crede di averne abbastanza? Crede di averne più degli altri?”.
Non importa, se vi disturba tanto, la ritiro subito. A dire il vero, questo argomento non mi interessa, ve l’ho detto: il piatto di pasta potrà piacervi o meno e siete liberi di non tornare al mio ristorante.
Non è questa la questione, non è il risultato che mi interessa, mi interessa il mentre, il durante e quello che sento, quindi adesso mi concentro e provo a spiegarmi di nuovo.


IL PROCESSO CREATIVO
Allora, dipingere non è solo trafilare i tagliolini, dipingere è anche una specie di combattimento, insieme (e contro) se stessi e il proprio quadro.
Io sono soprattutto una ritrattista, quindi proviamo a parlare di ritratti.
Prima di tutto, mi piacerebbe sempre essere io a scegliere il soggetto, è lui (anzi, quasi sempre lei) ad attrarmi e a farmi desiderare di ritrarlo. Poi, in posa per giorni non ci vuol stare più nessuno, quindi mi servo di foto. Ma non si tratta della roba squallida che state pensando, non mi servo di foto scattate da altri al mare e col sole negli occhi (non sarebbe proprio possibile), le foto le faccio io e questo passo è fondamentale, fa già parte del ritrarre. Ho bisogno di scegliere l’illuminazione e di stare un’oretta col mio soggetto, di guardarlo da ogni angolazione, di girarci intorno come una leonessa con la sua preda, di parlarci e vedere come reagisce, di comprendere e rubare le sue espressioni.
A questo punto, ciao, può tornarsene alla sua vita e lasciarmi da sola, a studiare il materiale fotografico. Ci vuole del tempo, metto insieme più scatti, cerco una composizione che mi soddisfi. Se la trovo, si passa al terzo passo (il disegno), altrimenti si ricomincia dalla Canon.
Facciamo che è andato tutto bene, ho a disposizione il materiale giusto, e passiamo alla terza fase.
Se so di dover colorare a olio, io (che adoro disegnare) non disegno quasi per niente, non sento alcun bisogno di tracciare una base netta o un chiaroscuro preciso (tanto nella mia testa so già come verrà), faccio uno schizzo bruttino e tirato via: ho troppa voglia di passare alla fase quattro e sporcarmi con i colori!
Eccomi, invasa da un’esigenza crescente, che apro con foga i tubetti mezzi seccati, riverso velocemente un bel po’ di colore sulla mia tavolozza incrostata e rianimo i pennelli spampanati con un po’ di diluente vegetale (quasi sempre mi ritrovo con i materiali in cattivo stato, ma ormai è troppo tardi per poter rimediare: quando è arrivato il momento non posso più rimandare, devo procedere, quindi mi arrangio con quello che trovo). Diretta sulla masonite, mi immergo subito nel centro del conflitto, tutta la partita si gioca qui: negli occhi. Come il grande Klimt ci insegna, tutto il resto può anche scomparire nell’indefinitezza (il corpo, le proporzioni, lo sfondo), niente è importante davvero in un ritratto, eccetto lo sguardo. Vado avanti, poi ci ritorno, guardo il mio soggetto, lo scruto, cerco di affondarci dentro, guardo il mio quadro, poi di nuovo il soggetto, di nuovo negli occhi, poi la bocca, il volto, modulo l’espressione, di nuovo lo sguardo… è un processo completamente assorbente (sono del tutto rapita, non ho fame, non ho sonno). A questo punto di solito forze maggiori (per esempio i miei impegni di madre, insegnante o anche solo di persona fisica) mi costringono a staccarmi dalla pittura e dover interrompere quando proprio io non vorrei, ciò è causa di profonde frustrazioni. E oltre a questo, c’è sempre un terribile momento in cui mi rendo conto che sto perdendo la mia battaglia e che il quadro sta andando in una direzione diversa, dove io non vorrei. Sono attimi di puro terrore e disperazione. Ma se resisto e vado ancora avanti, posso farcela, posso riprendere in mano la situazione, quando ce la fo, quando finalmente sento di avere di nuovo il controllo, guardo il mio quadro ed è come se guardassi il soggetto stesso, potrei parlarci se volessi (e di solito, infatti, comincio a farlo). Quando capisco di aver realizzato fisicamente l’idea che avevo in testa, mi sento felice. Insieme sopraggiungono la soddisfazione e un primo sentore di stanchezza, ma ho ancora voglia di concludere, sono ancora spinta in avanti, euforica (perché intravedo il traguardo e ormai so di poterlo raggiungere) procedo e arrivo fino alla fine. Fino a quando la spinta si esaurisce e l’esigenza si placa. Il quadro è finito. Io mi sento fisicamente esausta e psicologicamente svuotata (infatti non ce la faccio a mettere a posto ed ecco perché il mio materiale, quando poi mi servirà di nuovo, farà schifo).
Mi rilasso e finalmente sto benissimo, per giorni parlo col mio quadro e lo accarezzo (con lo sguardo e con le dita).
E’ tutto molto inteso, ma davvero troppo forte per desiderare di provarlo subito e di nuovo.
Ho il resto della mia vita da vivere (non ho intenzione di immolarla all’arte), desidero pensare e dedicarmi anche ad altro. Una volta concluso il mio quadro tutto ciò è possibile, senza patimenti, né rinunce. Passa del tempo, a volte alcuni mesi, nei quali vivo serena e tranquilla. Ma non è mai per sempre, prima o poi tutto questo torna a chiamarmi, le mani iniziano a pizzicarmi e il desiderio rinasce: è il momento di intraprendere una nuova battaglia!
IL NON-FINITO
Tante gente mi dice: “i tuoi quadri sono più belli a metà, lasciali non-finiti”.
Ammesso che possa davvero interessare a qualcuno che i miei quadri siano "più belli", proverò a spiegare perché non lo faccio, perché arrivo fino infondo, fino a quando mi spinge il desiderio di andare. I miei quadri non-finiti non sarebbero più belli, sarebbero solo più ruffiani.
E’ più facile far piacere qualcosa che non è finito, la non definitezza lascia spazio all’immaginazione del fruitore dell’opera. Tanti pittori giocano su questo (lo ha fatto anche Annigoni), io no, grazie. Mi dispiace ripetermi, ma in sostanza: “a chi non piace questa minestra, può buttarsi dalla finestra” o (meno drammaticamente) cambiare ristorante.
Capiamoci, abbiamo detto che l’arte è una sfida. Prendiamo Michelangelo, lui lo aveva capito, sapeva che ogni sua opera era una battaglia ed è vissuto col preciso intento di vincerle tutte. Si era formato in ambiente neoplatonico, quindi da ragazzo spiegava: “nel pezzo di pietra esiste già l’opera d’arte, esiste l’idea (neoplatonica e perfetta), io devo solo riuscire a liberarla da quel blocco di materia che la opprime, devo togliere tutto il superfluo e farla uscire fuori”.
Ecco, adesso che lo sto citando mi rendo conto di quanto la mia spiegazione giovanile del “saper disegnare” fosse simile a quella michelangiolesca del “saper scolpire”. Non ci avevo mai fatto caso, si tratta in ogni caso di cercare di realizzare fisicamente un’idea che la tua mente già conosce… ecco, questo ribadisce quanto fosse coglione quel tipo alla scuola di fumetti, probabilmente avrebbe dato del drogato anche a Michelangelo se l’avesse incontrato da giovane (magari: lui non si sarebbe sentito ridicolo, gli avrebbe rotto il naso!).
Ora, tutto si può dire, tranne mettere in dubbio l’infinito talento di Michelangelo. Lui sapeva di possederlo, aveva un ego più grande della Sistina stessa (e meno male o non avrebbe mai trovato il coraggio di intraprendere e portare a compimento opere tanto sovrumane). Da giovane, la sua autostima era altissima e la sua convinzione intatta, un esempio: una volta conclusa la Pietà romana era tanto convinto di aver raggiunto l’idea (la perfezione) da investire la Madonna di una fascia (tipo Miss Italia) con la sua firma sopra. Maturando, ogni sua convinzione iniziò a vacillare ed è proprio da questa incertezza, dal timore di non aver più la forza e la sfrontatezza necessarie per raggiungere la vera idea (la perfezione) che nacque il suo non-finito. Da vecchio, nell’ultima Pietà milanese, la consapevolezza di non potere (e soprattutto di non volere) raggiungere più niente di perfetto, il desiderio impellente di esprimere tutte le paure e le incertezze dell’uomo prossimo alla morte, lo portò a “distruggere” fisicamente la propria opera, disfare e fondere i corpi in un ultimo e esile abbraccio finale, in un ultimo e grandioso capolavoro. Il non-finito michelangiolesco è paragonabile a certe coeve pitture di sacrifici e pietà dell’ultimo Tiziano (guarda caso, vicino alla fine, gli artisti prediligono sempre certi temi). Mi vengono in mente anche altri epiloghi artistici, come le “pitture nere” della Quinta del Sordo di Goya o gli ultimi Klee. I grandi della St.Arte (quelli che obiettivamente avevano un talento mostruoso) hanno percepito in sé la scintilla della creazione, per un certo periodo si sono sentiti invincibili divinità e hanno alimentato il loro ego gigantesco, ma sono stati anche persone dalla grande sensibilità, si sono posti enormi domande e, nel tentativo di trovare delle risposte, hanno finito per mettere in discussione, smontare e distruggere ogni propria certezza. Questa parabola non li ha resi meno grandi, né meno divini. Ma è, appunto, una parabola, e bisogna essere Michelangelo per poterla percorrere. Bisogna essere in grado di dipingere l’incredibile campionario di perfetti nudi maschili in scorcio nella volta della Sistina, prima di permettersi il lusso di sproporzionare volutamente il torso del Cristo giudice nella parete del Giudizio Universale. Bisogna saper infondere tutta l’energia vitale al David e concluderne ogni singolo dettaglio anatomico, prima di lasciare non-finiti i propri Prigioni. Bisogna arrivare a toccare la divina perfezione dell’idea rinascimentale, prima di concedersi la libertà di poterla distruggere.
Io non sono Michelangelo, io non ho una briciola del suo talento e della sua foga creativa, io non aspiro alla perfezione (non l’ho mai fatto), non potrei proprio farlo (neanche volendo) e quindi, per adesso, non cercherò neanche di distruggerla. Cercherò solo di portare avanti le mie pitture (e ogni altro tipo di espressione artistica) non assecondando nessuna moda o richiesta esterna, ma esclusivamente il mio istinto. Fino a quando ne avrò la forza. Fino a quando ne avrò la voglia. Non una pennellata, né una parola oltre il mio desiderio. Poi basta.

E che nessuno se ne disperi, sono certa che nel ristorante accanto, per modici prezzi, continueranno a servirvi ottime lasagne. 

lalla

 
P.S. Rileggendo questo post in cerca di “orrori ortografici” mi sono accorta che la mia descrizione del processo creativo è molto simile a quella di un atto erotico, quindi, oltre che per drogata, potrei passare anche per maniaca sessuale. Ma forse è normale che i due processi si somiglino in termini di desiderio, urgenza, istinto e sensazioni, infondo, si tratta pur sempre di creazione.
"Sofia con orchidee", olio su masonite, 41,5x46,5 cm.