Vorrei parlarvi della pittura. Vorrei spiegarvi cosa mi fa
provare. Vorrei raccontarvi il perché non potrei fare a meno di dipingere e,
allo stesso tempo, il perché non potrei farlo più spesso di quanto già non faccia
(e cioè relativamente di rado). Vorrei farlo perché è un argomento che mi
interessa molto, ma è anche tanto difficile da affrontare e non lo so se ce la
farò.
IL DISEGNO
Comincerò parlando del Disegno perchè tutta la mia storia è iniziata così. Sono stata una specie di bambina-disadattata-disegnatrice-prodigio.
Il Disegno (e in seguito la scultura, poi la pittura e la scrittura) sono
sempre state un’esigenza e mi hanno accompagnato per tutta la vita. Senza di
loro, non sono io. Infiliamoci anche la curiosa osservazione e interrogazione
del mondo, la rielaborazione di tutto questo e il racconto orale (continuo) a
persone e cose, e il quadro è completo: sono io.
Ogni tanto ho deciso che fosse il momento di dedicarmi ad altro e che per un po' di tempo sarei potuta stare senza disegnare, ma non ce l'ho mai fatta troppo a lungo.
Dopo il primo anno di Università di Architettura passato solo a studiare, ero
in crisi di astinenza da Disegno e così mi iscrissi anche alla Scuola
Internazionale di Fumetti (non allo scopo di diventare fumettista, ma per trovare una scusa
che mi consentisse di disegnare almeno due mattine a settimana senza provare
sensi di colpa). Insomma, un giorno venne a farci lezione un tipo (sarà stato
un fumettista, sinceramente non ricordo né il nome, né la faccia). Era arrivato
in classe per parlarci del Disegno e per prima cosa, tanto per rompere il
ghiaccio, chiese: “Allora, qualcuno di voi vuol provare a spiegare cosa
significhi per lui 'saper disegnare'?”. Tutti zitti. “Suvvia, senza paura...”
Secondo voi chi sarà stata la bischera a provarci, così, senza paura?
Un’ingenua lalla diciottenne mise insieme tutto il suo coraggio e tentò di parlare della
cosa a cui teneva di più nella vita: “Ecco… secondo me saper disegnare
significa non fare nessuna fatica, non è una questione di tecnica, quando io
guardo il foglio bianco già immagino il disegno finito, ce lo vedo sopra come
vorrei che fosse, quindi quando inizio a disegnare è come se in realtà
iniziassi a “ripassare” ciò che esiste già nella mia mente, per questo quando
disegno una donna mi sento tranquilla e posso partire da un piede o da una mano
senza sbagliare le proporzioni, perché so già come sarà l’insieme una volta
finito”.
Diciotto anni, mica male. E il tipo? Sapete cosa mi rispose, davanti a tutti?
“Ma senti questa! Te che ti sei fumata prima di venire in classe?”
Alla faccia del “suvvia, senza paura…”. Mi sentii molto stupida e ridicola. Tutti
i miei compagni scoppiarono a ridere e nessuno provò a difendermi (neanche il
mio compagno di banco nonché attuale ex-marito). Facile così: umiliare uno studente
e portarsi tutto il resto della classe dalla propria parte! Potreste pensare
che il tipo volesse solo fare una battuta e che io sia una persona permalosa. E’ sicuro
che io lo sia, peccato che quello non fosse per niente il momento di
scherzare per me (che avevo cercato di fidarmi, di aprire il mio cuore e di
essere sincera). Che persona meschina, come ho già detto non mi ricordo niente
di lui, tranne il tipo di insegnante che dimostrò di essere e a cui cercherò di
non assomigliare mai. Chiudiamo il capitolo persone-da-dimenticare e torniamo a
ciò che ci interessa.
Il Disegno è tutto: osservazione, interrogazione, rielaborazione, infine
sintesi spontanea di ogni tua percezione e restituzione grafica. Insomma io sono come
un filtro della realtà, anzi, come uno stampo per la pasta, mi arriva una massa
enorme e indefinita di informazioni e sensazioni, da fuori e da dentro, e io potrei trafilarla in
tagliatelle o maccheroni, ma quello che esce da me è un taglio tutto speciale, né
corta, né lunga, è un tipo di fusillo solo mio. E può piacere a chi la mangia,
o può disgustare, ma questo infondo non mi importa. Va bene comunque perché è
un taglio sincero, non c’è niente di costruito. Questa è una cosa che avevo già
capito dopo il Liceo Artistico (ed è per questo che non mi iscrissi all’Accademia
delle Belle Arti): tutto questo non lo si può insegnare e non lo si può
imparare, tutto questo lo si è o non lo si è, e basta. Certo, un buon maestro
può correggere, indirizzare e far migliorare. La tecnica in effetti si può (e si deve)
imparare, ma il talento no, non è proprio possibile.
Eccoci male: ho pronunciato una delle parole proibite: “talento” (l’altra è
“artista”).
“Ma chi si crede di essere, crede di avere talento? Crede di averne abbastanza?
Crede di averne più degli altri?”.
Non importa, se vi disturba tanto, la ritiro subito. A dire il vero, questo
argomento non mi interessa, ve l’ho detto: il piatto di pasta potrà piacervi o
meno e siete liberi di non tornare al mio ristorante.
Non è questa la questione, non è il risultato che mi interessa, mi interessa il
mentre, il durante e quello che sento, quindi adesso mi concentro e provo a
spiegarmi di nuovo.
IL PROCESSO CREATIVO
Allora, dipingere non è solo trafilare i tagliolini, dipingere è anche una specie
di combattimento, insieme (e contro) se stessi e il proprio quadro.
Io sono soprattutto una ritrattista, quindi proviamo a parlare di ritratti.
Prima di tutto, mi piacerebbe sempre essere io a scegliere il soggetto, è lui (anzi,
quasi sempre lei) ad attrarmi e a farmi desiderare di ritrarlo. Poi, in posa
per giorni non ci vuol stare più nessuno, quindi mi servo di foto. Ma non si tratta
della roba squallida che state pensando, non mi servo di foto scattate da altri al mare
e col sole negli occhi (non sarebbe proprio possibile), le foto le faccio io e
questo passo è fondamentale, fa già parte del ritrarre. Ho bisogno di scegliere
l’illuminazione e di stare un’oretta col mio soggetto, di guardarlo da ogni
angolazione, di girarci intorno come una leonessa con la sua preda, di parlarci
e vedere come reagisce, di comprendere e rubare le sue espressioni.
A questo punto, ciao, può tornarsene alla sua vita e lasciarmi da sola, a
studiare il materiale fotografico. Ci vuole del tempo, metto insieme più
scatti, cerco una composizione che mi soddisfi. Se la trovo, si passa al terzo passo
(il disegno), altrimenti si ricomincia dalla Canon.
Facciamo che è andato tutto bene, ho a disposizione il materiale giusto, e
passiamo alla terza fase.
Se so di dover colorare a olio, io (che adoro disegnare) non disegno quasi per
niente, non sento alcun bisogno di tracciare una base netta o un chiaroscuro
preciso (tanto nella mia testa so già come verrà), faccio uno schizzo bruttino
e tirato via: ho troppa voglia di passare alla fase quattro e sporcarmi con i
colori!
Eccomi, invasa da un’esigenza crescente, che apro con foga i tubetti mezzi
seccati, riverso velocemente un bel po’ di colore sulla mia tavolozza
incrostata e rianimo i pennelli spampanati con un po’ di diluente vegetale
(quasi sempre mi ritrovo con i materiali in cattivo stato, ma ormai è troppo
tardi per poter rimediare: quando è arrivato il momento non posso più rimandare, devo procedere, quindi mi arrangio con quello che trovo). Diretta
sulla masonite, mi immergo subito nel centro del conflitto, tutta la partita si
gioca qui: negli occhi. Come il grande Klimt ci insegna, tutto il resto può anche
scomparire nell’indefinitezza (il corpo, le proporzioni, lo sfondo), niente è
importante davvero in un ritratto, eccetto lo sguardo. Vado avanti, poi ci
ritorno, guardo il mio soggetto, lo scruto, cerco di affondarci dentro, guardo
il mio quadro, poi di nuovo il soggetto, di nuovo negli occhi, poi la bocca, il
volto, modulo l’espressione, di nuovo lo sguardo… è un processo completamente
assorbente (sono del tutto rapita, non ho fame, non ho sonno). A questo punto
di solito forze maggiori (per esempio i miei impegni di madre, insegnante o
anche solo di persona fisica) mi costringono a staccarmi dalla pittura e dover
interrompere quando proprio io non vorrei, ciò è causa di profonde frustrazioni.
E oltre a questo, c’è sempre un terribile momento in cui mi rendo conto che sto
perdendo la mia battaglia e che il quadro sta andando in una direzione diversa, dove io non vorrei. Sono attimi di puro terrore e disperazione. Ma se resisto e vado
ancora avanti, posso farcela, posso riprendere in mano la situazione, quando ce
la fo, quando finalmente sento di avere di nuovo il controllo, guardo il mio quadro
ed è come se guardassi il soggetto stesso, potrei parlarci se volessi (e di
solito, infatti, comincio a farlo). Quando capisco di aver realizzato
fisicamente l’idea che avevo in testa, mi sento felice. Insieme sopraggiungono
la soddisfazione e un primo sentore di stanchezza, ma ho ancora voglia di concludere,
sono ancora spinta in avanti, euforica (perché intravedo il traguardo e ormai so
di poterlo raggiungere) procedo e arrivo fino alla fine. Fino a quando la
spinta si esaurisce e l’esigenza si placa. Il quadro è finito. Io mi sento
fisicamente esausta e psicologicamente svuotata (infatti non ce la faccio a mettere
a posto ed ecco perché il mio materiale, quando poi mi servirà di nuovo, farà schifo).
Mi rilasso e finalmente sto benissimo, per giorni parlo col mio quadro e lo
accarezzo (con lo sguardo e con le dita).
E’ tutto molto inteso, ma davvero troppo forte per desiderare di provarlo subito
e di nuovo.
Ho il resto della mia vita da vivere (non ho intenzione di immolarla all’arte),
desidero pensare e dedicarmi anche ad altro. Una volta concluso il mio quadro
tutto ciò è possibile, senza patimenti, né rinunce. Passa del tempo, a volte
alcuni mesi, nei quali vivo serena e tranquilla. Ma non è mai per sempre, prima
o poi tutto questo torna a chiamarmi, le mani iniziano a pizzicarmi e il desiderio rinasce: è il momento di intraprendere una nuova battaglia!

IL NON-FINITO
Tante gente mi dice: “i tuoi quadri sono più belli a metà, lasciali
non-finiti”. Ammesso che possa davvero interessare a qualcuno che i miei quadri siano "più belli", proverò a spiegare perché non lo faccio, perché arrivo fino
infondo, fino a quando mi spinge il desiderio di andare. I miei quadri
non-finiti non sarebbero più belli, sarebbero solo più ruffiani.
E’ più facile far piacere qualcosa che non è finito, la non definitezza lascia
spazio all’immaginazione del fruitore dell’opera. Tanti pittori giocano su
questo (lo ha fatto anche Annigoni), io no, grazie. Mi dispiace ripetermi, ma
in sostanza: “a chi non piace questa minestra, può buttarsi dalla finestra” o (meno drammaticamente) cambiare ristorante.
Capiamoci, abbiamo detto che l’arte è una sfida. Prendiamo Michelangelo, lui lo
aveva capito, sapeva che ogni sua opera era una battaglia ed è vissuto col
preciso intento di vincerle tutte. Si era formato in ambiente neoplatonico,
quindi da ragazzo spiegava: “nel pezzo di pietra esiste già l’opera d’arte,
esiste l’idea (neoplatonica e perfetta), io devo solo riuscire a liberarla da
quel blocco di materia che la opprime, devo togliere tutto il superfluo e farla
uscire fuori”.
Ecco, adesso che lo sto citando mi rendo conto di quanto la mia spiegazione giovanile
del “saper disegnare” fosse simile a quella michelangiolesca del “saper
scolpire”. Non ci avevo mai fatto caso, si tratta in ogni caso di cercare di
realizzare fisicamente un’idea che la tua mente già conosce… ecco, questo
ribadisce quanto fosse coglione quel tipo alla scuola di fumetti, probabilmente
avrebbe dato del drogato anche a Michelangelo se l’avesse incontrato da giovane
(magari: lui non si sarebbe sentito ridicolo, gli avrebbe rotto il naso!).
Ora, tutto si può dire, tranne mettere in dubbio l’infinito talento di
Michelangelo. Lui sapeva di possederlo, aveva un ego più grande della Sistina
stessa (e meno male o non avrebbe mai trovato il coraggio di intraprendere e portare
a compimento opere tanto sovrumane). Da giovane, la sua autostima era altissima
e la sua convinzione intatta, un esempio: una volta conclusa la Pietà romana
era tanto convinto di aver raggiunto l’idea (la perfezione) da investire la
Madonna di una fascia (tipo Miss Italia) con la sua firma sopra. Maturando,
ogni sua convinzione iniziò a vacillare ed è proprio da questa incertezza, dal
timore di non aver più la forza e la sfrontatezza necessarie per raggiungere la
vera idea (la perfezione) che nacque il suo non-finito. Da vecchio,
nell’ultima Pietà milanese, la consapevolezza di non potere (e soprattutto di
non volere) raggiungere più niente di perfetto, il desiderio impellente di
esprimere tutte le paure e le incertezze dell’uomo prossimo alla morte, lo
portò a “distruggere” fisicamente la propria opera, disfare e fondere i corpi
in un ultimo e esile abbraccio finale, in un ultimo e grandioso capolavoro. Il
non-finito michelangiolesco è paragonabile a certe coeve pitture di sacrifici e
pietà dell’ultimo Tiziano (guarda caso, vicino alla fine, gli artisti prediligono
sempre certi temi). Mi vengono in mente anche altri epiloghi artistici, come le “pitture nere” della Quinta del Sordo di Goya o gli ultimi Klee. I
grandi della St.Arte (quelli che obiettivamente avevano un talento mostruoso) hanno
percepito in sé la scintilla della creazione, per un certo periodo si sono
sentiti invincibili divinità e hanno alimentato il loro ego gigantesco, ma sono
stati anche persone dalla grande sensibilità, si sono posti enormi domande e, nel
tentativo di trovare delle risposte, hanno finito per mettere in discussione, smontare e distruggere
ogni propria certezza. Questa parabola non li ha resi meno grandi, né meno
divini. Ma è, appunto, una parabola, e bisogna essere Michelangelo per poterla
percorrere. Bisogna essere in grado di dipingere l’incredibile campionario di
perfetti nudi maschili in scorcio nella volta della Sistina, prima di
permettersi il lusso di sproporzionare volutamente il torso del Cristo giudice
nella parete del Giudizio Universale. Bisogna saper infondere tutta l’energia vitale
al David e concluderne ogni singolo dettaglio anatomico, prima di lasciare non-finiti
i propri Prigioni. Bisogna arrivare a toccare la divina perfezione dell’idea
rinascimentale, prima di concedersi la libertà di poterla distruggere.
Io non sono Michelangelo, io non ho una briciola del suo talento e della sua foga
creativa, io non aspiro alla perfezione (non l’ho mai fatto), non potrei proprio
farlo (neanche volendo) e quindi, per adesso, non cercherò neanche di
distruggerla. Cercherò solo di portare avanti le mie pitture (e ogni altro tipo
di espressione artistica) non assecondando nessuna moda o richiesta esterna, ma
esclusivamente il mio istinto. Fino a quando ne avrò la forza. Fino a quando ne
avrò la voglia. Non una pennellata, né una parola oltre il mio desiderio. Poi basta.
E che nessuno se ne disperi, sono certa che nel ristorante accanto, per modici prezzi, continueranno a servirvi ottime lasagne.
lalla
P.S. Rileggendo questo post in cerca di “orrori ortografici” mi sono accorta
che la mia descrizione del processo creativo è molto simile a quella di un atto erotico,
quindi, oltre che per drogata, potrei passare anche per maniaca sessuale. Ma forse
è normale che i due processi si somiglino in termini di desiderio, urgenza, istinto e
sensazioni, infondo, si tratta pur sempre di creazione.
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"Sofia con orchidee", olio su masonite, 41,5x46,5 cm.
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