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venerdì 16 novembre 2018

io la penso come Masaccio

Giorni fa ho scritto un post che parlava del passato, di molte cose che mi hanno fatto soffrire, e magari non sono stata abbastanza bella/allegra/rassicurante/positiva.
Una persona dall’animo giusto e gentile ci è rimasta male, a me dispiace perché probabilmente l’ho molto rattristata e così (animata dalle migliori intenzioni) mi ha scritto: "ormai le persone intelligenti hanno capito com’è andata, a questo punto sarebbe bello che tu non scrivessi più di lui, sarebbe bello che scrivessi solo di altro”.
Ed ha ragione: sarebbe bello, ma non sarebbe vero. Perché gli altri avranno pure capito, ma io forse ancora no, non del tutto, non in tutti i momenti, non sempre.
E' un grafico sinuoso che ogni tanto ha delle ricadute verso il basso, ma tranquilli: il trend è molto positivo.
Il tempo passa e io riesco a essere sempre più distaccata, però non sono in grado di dire se lo sarò mai completamente e forse mi va bene così: infondo per riuscire ad anestetizzare completamente i miei sentimenti su ciò che è stato, sarei costretta a farlo su metà della mia vita. Io non voglio questo, ho bisogno di mantenere fino infondo il contatto con quello che ho provato e con quello che provo. Non mi voglio anestetizzare.
Quindi la verità è questa: io non sono sempre bella/allegra/rassicurante/positiva.
Fidatevi che lo sono parecchio, ma non in ogni singolo minuto secondo di ogni singolo giorno.
Ogni tanto quello che sento non è bello. Non è bello, ma io lo sento lo stesso e non me ne vergogno.
Non capirò mai perché invece gli altri se ne vergognino e se ne dispiacciano così tanto, non solo delle proprie fragilità, ma soprattutto delle mie.
Bè, sono io effettivamente a tirarli dentro alla mia vita perché sono una che rompe: che non se ne sta zitta a gioire/patire in un angolo, sono una che racconta, che analizza, che condivide (soprattutto con la scrittura e la pittura, ma anche con le chiacchiere).
Ultimamente mi è venuto di pensare alle cose che faccio, voglio dire: volendola considerare nel suo complesso, esiste un senso, un nesso comune, nella mia produzione?
A chi legge, a chi guarda, a chi mi conosce, che tipo di messaggio arriva?

Ogni anno nelle terze, a ottobre, spiego Masaccio.
Firenze, primi del '400.
Masaccio non piacque molto ai suoi contemporanei, in quel periodo i ricchi committenti preferivano l’elegante e raffinato Gotico Cortese, solo il trascorrere del tempo e il revisionismo della Storia dell’Arte lo hanno reso accettabile al gusto (sempre ammesso che ai più anche oggi possa piacere).
E' il pittore dell’Umanesimo per eccellenza, il solo della sua epoca ad aver avuto il coraggio di mettere davvero al centro dell’universo l’uomo (o meglio, soprattutto la donna) e di averne elevato ciascuna caratteristica fisica (bella o brutta) e ciascuna emozione (bella o brutta) nella dignità di essere rappresentata, solo e soltanto per il solo fatto di essere umana.
Nella “Cacciata dal Paradiso Terrestre” della Cappella Brancacci la luce reale della finestra concretizza i corpi dei progenitori e crea ombre portate ancorandoli a terra, facendoli scendere dal paradiso nel mondo della materia, della polvere, del dolore, della fatica, del sudore e del sangue, del reale. Adamo si copre il volto disperato, ma è ancora anatomicamente armonioso, invece Eva è addirittura deforme, sgraziata nel corpo e devasta dallo shock emotivo, il volto è trasfigurato dalla disperazione: gli occhi trasformati in fosse scure e la bocca in una voragine che grida. Ha tutte le ragioni del mondo per lasciarsi andare allo scoramento, povera donna, ripudiata dal padre, condannata alla morte e al supplizio umano ("tu donna partorirai con dolore", a proposito, grazie Dio: ci sono passata, non è uno scherzo), sentendosi pure in colpa e piena di vergogna per aver suggerito a quell'altro fesso di assaggiare un frutto (ora, va bene rispettare le leggi, ma quelle cretine  e che limitano la conoscenza e l'indipendenza del pensiero umano, anche no). Eva non è classicamente bella, ma è straziante e vera, come solo le donne possono essere.


E vabbè, penserete, Eva è una peccatrice: quello che Masaccio voleva dirci non è questo, ma che la sua bruttezza esteriore è l’impronta visiva del suo peccato.
E allora la coeva Eva peccatrice del goticheggiante Masolino che le sta di fronte? Tutta elegante e raffinata?
E se ancora non siete convinti spostiamoci in Santa Maria Novella, a guardare la "Trinità" e soprattutto Maria, unico essere vivente venuto al mondo senza peccato originale (una donna, nota bene): il suo viso è incredibile.
Ci vuole un coraggio pazzesco per sottoporre una Madonna alle leggi della prospettiva matematica codificata dall’ingegno umano, per rappresentarla non bella e vecchia, una madre vera che mostra al mondo il sacrificio del figlio e che manifesta sul proprio volto un dolore lancinante (eppure non gridato), ma accettato e raccontato con dignità e fierezza. 

Masaccio è il mio eroe, ma credo che abbia potuto fare tutto questo con Maria perché si trattava di una donna (non penso che i suoi committenti gli avrebbero concesso di farlo con Cristo) oppure i suoi affreschi non solo sarebbero piaciuti poco, li avrebbero proprio presi a picconate.
Un altro parecchio coraggioso era Donatello, lui ha ustionato la pelle e scarnificato il corpo della sua "Maddalena Penitente" , inoltre ha provato a umanizzare anche un Cristo crocifisso, ma l’ex-amico Brunelleschi lo criticò dicendo che era troppo rozzo e sembrava “un contadino”. Vabbè, Gesù non era figlio di un contadino, ma di un falegname, non ci vedo una grande differenza. A dire il vero, credo che non ce la vedesse neanche Brunelleschi (ce l’aveva anche lui tanto coraggio: è stato in grado di far crescere su Firenze un fungo gigante autoportante, un segno violento che ogni giorno ricorda ai fiorentini l'arditezza del suo ingegno e mostra all’esterno, spavaldo, il materiale povero con cui è costruito), solo che lui c’aveva litigato di brutto con Donatello e si sa che il rancore è una brutta bestia.
E insomma questi tre moschettieri dell’Umanesimo, col loro caratteraccio, la loro intelligenza e il loro coraggio, hanno inventato il Rinascimento.
Masaccio è stato il meno fortunato, è morto "per veleno" a soli 27 anni, rimanendo piuttosto incompreso. Senza i pittori mediatori (Beato Angelico, Paolo Uccello, Filippo Lippi...) che seppero fondere le novità rinascimentali con l'eleganza e la ricchezza gotica, che seppero ricondurre le figure all'idealizzazione e alla bellezza classica, il Rinascimento sarebbe morto con lui.
Perché tutti la pensano come i ricchi committenti di allora (solitamente anche i miei studenti) e preferiscono immagini belle ed eleganti.

E invece io la penso come Masaccio.
Io penso che il proverbio "i panni sporchi vanno lavati in casa" sia il più brutto del mondo, che in effetti vanno per forza lavati in casa perché in strada non abbiamo la lavatrice, ma una volta lavati vanno stesi fuori senza vergogna, che tutti li vedano a prendere il sole e l'aria fresca, perché solo così torneranno puliti.
Io spero di possedere una briciola dell'intensità e del coraggio di Masaccio e di usarle nella mia scrittura, nella mia pittura, nella mia vita, per raccontare la verità di quella che sono e di quello che sento, nel bene, nel male e persino nell'assurdo.
Io non sono perfetta, io non sono infallibile, io non sono conforme, io non sono sempre bella, ma va bene così: io sono un essere umano coerente a me stessa e tanto basta.
Questo vorrei insegnare ai miei studenti e ai miei figli, questo mi piacerebbe comunicare a tutti coloro che vorranno ascoltarmi: che non c'è vergogna nel provare paura, rabbia o sofferenza oppure nel risultare esuberanti, giocosi e chiassosi, che non c'è vergogna nel sentirsi particolari ed estranei, nell'avere le proprie idee e nel cercare di difenderle e di affermarle con coraggio. L'unica vergogna è mentire (a se stessi e agli altri), l'unico vero sbaglio è nascondersi dietro una bella maschera. Perciò non lo fate, siate sinceri e veri.

lalla
 

P.S. Ovviamente i miei figli e i miei studenti non mi hanno mai visto come Eva, non mi hanno mai visto imprecare, piangere o gridare disperata, ma per carità! Il mio compito non è certo quello di traumatizzarli, ci pensa già abbastanza la vita. Inoltre, anche volendo, non ho mai pensato di somigliarle molto (me la immagino molto più ribelle, gatta morta e umorale di me).
Non vi pare che io somigli di più alla dolce, all'apparenza mite, ma in verità non meno determinata e disobbediente Maria? Non sono certo immacolata, ma come lei ho deciso di affrontare la vita e il mondo: trasparente, dignitosa e fiera.

"Autoritratto con sciarpa di seta", 2012, particolare.
L'ho dipinto pochi giorni dopo aver subito un raschiamento in seguito all'ennesimo aborto spontaneo.

venerdì 9 novembre 2018

la testata stregata, i film, le facce, la gente, le cacche di cane e i fiori

Questo post è troppo lungo e parla di cose del passato, non lo leggete, è meglio.
Fosse per me, manco l’avrei voluto scrivere.
Io vivo nel presente e vorrei parlare solo di quello.
Ma vivo in una casa piena di oggetti che mi parlano, l’80% vengono da una storia antica, quindi di quella amano conversare. In questi due anni ho buttato via un po’ di roba, troppo poca per i miei gusti. E’ difficile: io vorrei far tacere tutte queste voci, ma Elia ha il diritto di sentirle, ha il diritto di ricordare, non potevo mettergli a soqquadro la casa da un giorno all’altro. Ci aveva già pensato qualcun altro a mettergli a soqquadro la vita, da un giorno all’altro.
E allora con tutta questa matassa di oggetti ci convivo, però insomma, quando uno di loro urla troppo forte e al secondo richiamo non si cheta, lo butto via. Un oggetto alla volta, pian piano e senza fretta sto “detheizzando” la casa e la mia vita.
Uno di questi oggetti parlanti è la mia testata del letto, la sua è una lunga storia.
Davvero troppo lunga, andate a farvi un giro.

Un antefatto: ci siete mai entrati nel temibile “tunnel della sfiga”? Tipo che di punto in bianco ti tocca tutta una serie di fregature senza soluzione di continuità? Che poi tu sei pure una bella tosta e sicché non è che ti abbatti alla prima sfiga, e nemmeno alla seconda, e nemmeno alla terza, e manco te ne stai lì come un’ameba a prender schiaffi, reagisci ogni volta, ogni volta rialzi la testa, ogni volta smetti di pensare al passato, a quello che è stato e ti riaffacci ottimista verso il futuro. Ogni volta pensando “dalle ceneri delle brutte esperienze si rinasce arricchite e meglio di prima”, ma purtroppo non sei la Fenice e soprattutto, ancora non l’hai capito, ma sei entrata nel “tunnel della sfiga” e da lì manco la Fenice sarebbe uscita incolume. C’è poco da fare: non dipende da te (da come sei o da come ti comporti), qualunque cosa tu faccia non sei padrona del tuo destino: pian piano precipiterai dalla padella nella brace, sui fornelli, nel tostapane, infine nel micro-onde e meno male che in casa non hai il forno a legna di Hansel e Gretel, altrimenti pure lì!
Insomma, voi mai? Io invece sì.



Cominciamo: come detto nel post precedente, dopo un anno passato ad abituarmi all’idea che il mio babbo e la mia famiglia tutta fossero ammalati e mutilati nel corpo e nello spirito, mi stavo affacciando al 2008/2009 desiderosa di voltare pagina e piena di belle speranze. Bè, chi visse sperando…
Non è stato solo un anno peggiore quello che mi aspettava, ma pure bastardo perché all’inizio faceva ben sperare: il babbo andava benino, io avevo questo giocattolo nuovo del blog che mi entusiasmava e anche il Re dei Sugolini, che alla materna palesava un po’ di problemi di socializzazione, ormai aveva legato con i compagni e sembrava molto più tranquillo. Suvvia, un bel periodo e andiamo che splende il sole: spieghiamo le vele verso il mare aperto… e infiliamoci in una tempesta!
Talmente mi ero fatta prendere dalla corrente positivista che un giorno a pranzo eravamo solo io e quel tipo che amavo e (nonostante le terribili disavventure registrate durante la gravidanza di Elia e la sua/mia quasi morte al momento del parto) ebbi un’idea malsana: avere un altro bambino, anzi: essendo in vena di sognare, meglio se una bambina e l’avrei chiamata Emma. Bel film mi ero girata, vero? A fine pasto lo comunicai al tipo tutta giuliva, a quello non parve il vero, andammo in camera e rimasi incinta. Maledetti ormoni traditori, sono stati loro a parlare quel giorno, ne sono certa, non il mio cervello!
Comunque, io sono un po’ streghetta e iniziai a dipingere un grande legno di compensato trovato a un cassonetto (ganza l’idea di riabilitare un oggetto rifiutato e gettato nella spazzatura, avete mai sentito parlare della storia della cacca di cane da cui nascono fiori? Ve la spiego dopo). Volevo creare una testata del letto fatata, sarebbe stata la nostra ninna nanna, ogni sera e ogni mattina ci avrebbe raccontato quell’amore infino che provavamo l’una per l’altro, quello stato di grazia, quell’abbandono totale alla positività, quel brivido meraviglioso che si prova tuffandosi nel vuoto e nello stesso tempo sentendosi sicuri, quella condivisione, quel sogno che ci stava cullando (lo so, lo so: romantico da procurare il diabete, che volete che vi dica? Era pur sempre un bel film!).
Cavolo, se ci ripenso, incredibile con quale cieco ottimismo mi stessi buttando nel fuoco! Un po’ mi ero fatta fuorviare dalle solite frasi cretine che tutti ripetevano sempre: “ogni gravidanza è diversa dalle altre” “vedrai che questa sarà una passeggiata rispetto alla gravidanza di Elia” “finalmente avrai l’occasione per goderti questa esperienza” “una donna incinta non è una donna malata, anzi: è in stato di grazia!” “la seconda volta il parto è una passeggiata”…

Niente è andato come pensavo e guardate che in gravidanza si pensano un po’ tutte, bellissime o pessime, ma niente, neanche vicina ci sono andata, neanche quando la pensavo bruttissima e temevo di ripetere l’esperienza precedente (giravo un sacco di film, ma quelli dell’orrore no!). A parte le nausee che cominciarono a torturarmi, a parte il fegato che andò subito in tilt, a parte le contrazioni che dal quarto mese mi costrinsero a riposo: tutto questo lo avevo messo in conto, ma per il resto niente, niente è andato come pensavo. Intanto il tipo cominciò a comportarsi in modo un po’ strano, non sembrava molto coinvolto, non voleva “perdere tempo” per accompagnarmi alle ecografie “Viste quelle di un figlio le hai viste tutte, non puoi farti accompagnare dalla tua mamma? A che serve che venga anch’io? Andrà tutto bene, sei tu che sei troppo ansiosa!”.
Adesso, col senno di poi, potrei dire: “troppo ansiosa una s… non mi fate parlare! Troppo scema a tenermi accanto uno del genere!”. Ma allora, chi ci capiva più niente, se mi sentivo un po’ trascurata davo la colpa ai miei ormoni, e invece quelli, poverini, questa volta si stavano comportando proprio bene.
La testata del letto mi sussurrava cose strane, che mi tornavano poco, e io smisi di dipingerla, l’odore dei colori mi dava la nausea e non ce la facevo a tenere le braccia alzate, mi stancavo troppo.
Poi le nausee allentarono la presa e io ripresi la pittura riuscendo a finire, però ve lo confesso: la parte sinistra (quella che conteneva il tipo) non mi ha mai soddisfatto del tutto, mi sembrava un po’ meccanica e ripetitiva (anche negli arabeschi cromatici dello sfondo), la verità è che l’avevo dipinta cercando di tenerla in silenzio e non era più del tutto  sincera.
La gravidanza è continuata piuttosto bene fino al quinto mese e io, anche se un po’ delusa dalle noie fisiche e dal contorno un po’ freddino, continuavo a gustarmi il mio sogno e la mia positività. Fino all’ecografia morfologica. Quel giorno il tipo mi accompagnò (era curioso di scoprire il sesso) e non era solo, brutti dementi irresponsabili: portammo con noi anche il Re dei Sugolini a “conoscere” la new-entry. Sembrava davvero meritarselo, lui che invece era già troppo coinvolto e non faceva altro che disegnare patate con occhi e ciglia dicendo che era il ritratto di “Emmolina”, la sua sorellina nella pancia della mamma!
Stavano scherzando di questo (del fatto che il fratello avesse o meno indovinato il sesso) i tre maschi attorno a me, mentre il Dottore mi preparava all’esame bagnandomi la pancia col gel.
Ed eccoci arrivati, del tutto sconsideratamente, al momento topico.
Ogni volta che nella mia vita c’è stata una deviazione repentina e inarrestabile io l’ho vista scritta in una faccia. Cioè: da una singola espressione ho capito tutto quello che sarebbe successo dopo. Gli altri intorno a me no, non so come hanno fatto, ma non si sono mai accorti di niente, hanno lasciato scorrere le proprie vite nell’inconsapevolezza. Eppure erano così chiare quelle facce, così violente! Come hanno fatto gli altri a non vederle? Come hanno fatto a non riconoscere quelle porte spalancate su un baratro?
Nel momento preciso in cui io le ho individuate, ho anche sentito con assoluta certezza che mi ci avevano già spinto dentro e che non sarei mai più potuta tornare indietro. Quelle facce mi si sono stampate nel cervello.
Una di queste facce, che purtroppo rimarrà sempre con me, è quella che, per una brevissima frazione di secondo, trasfigurò il dottore che mi stava facendo l’ecografia morfologica. Quella faccia, inaspettata e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “c’è qualcosa di gravissimo. Fine del sogno e della positività”. Fine del film.
“Dottore, cosa c’è che non va?”
E lui, stizzito, sentendosi colto in fallo: “ma niente Signora, è solo che si muove, non riesco ad avere una buona visione del cranio” e cambiando discorso, vigliaccamente: “ha ragione il piccolo Elia: è una femmina, è Emmolina”. A quel punto poteva proprio risparmiarselo di farci sapere il sesso.
Poi, prima di uscire, mi fece sedere e vuotò il sacco.
Ora, non è la sede per spiegare cosa avesse il mio feto: in poche parole il cervello non andava bene, ma non era una diagnosi certa, potevamo sperare in un ritardo evolutivo.
Io odio l’incertezza, non c’è niente di peggio del non sapere e del non capire. I parametri per interrompere la gravidanza c’erano tutti, a livello legale, ma io volevo e pretendevo la chiarezza necessaria che mi consentisse di fare una scelta (giusta per noi e giusta per lei).
In Italia i tempi erano strettissimi (la legge sull’ITG fa schifo, non concede i tempi per gli accertamenti necessari), nessuno poteva dirci davvero come stessero le cose, capii subito che solo un elemento avrebbe potuto chiarire la situazione: il tempo. Per fortuna al confine con l’Italia c’è la Francia e così ho potuto concederglielo, come avrei potuto fare altrimenti? Ai figli tutto si concede. Mi sono resa conto che forse quella sarebbe stata l’unica cosa che avrei mai potuto fare per mia figlia: non farmi prendere dal panico e darle tutto il tempo di cui aveva bisogno. Io non lo so come fanno le altre donne, io sono per lasciare la libertà di scelta a tutte, ma nel mio caso, per come sono fatta io, non avrei mai potuto prendere così alla leggera una decisione tanto irreparabile, farlo così, a caso, mi sembrava un’ingiustizia terribile. Mi sono sottoposta ad analisi in Italia e all’estero, abbiamo ascoltato molti esperti e fatto consulti di ogni genere.
Il tipo accanto a me aveva ripreso interesse, anzi era tutto infervorato, traduceva testi di medicina alle due del mattino, non ne sono certa ma penso che avesse imbastito una specie di battaglia personale per dimostrare che la bambina fosse sana. Ho resistito un altro mese, l’ho fatto per lei e ne sono fiera, ne valeva la pena, anche se era terribilmente triste sentirla scalciare e “sopportare” i complimenti al mio pancione o gli sguardi dei passanti.

Lei mi ha ripagato: alla fine mi ha dato una certezza, certo non era quella che avrei desiderato sentirmi dare, ma almeno mi ha accompagnato nella strada che ho bovuto percorrere. É peggiorata drasticamente, le deformazioni si sono propagate, praticamente metà del cervello si è riempito d'acqua, i lineamenti del volto sono scesi, il cranio si è aperto in due: basta.
Per il bene di Elia, per il bene mio e anche per il suo: basta. Per il bene del tipo non posso dirlo perché mi pare che da quel momento in poi abbia iniziato a sbroccare.
Il 29 luglio 2009, nel giorno del quarto compleanno di Elia, ho partorito a Nizza una piccola salma e ho impedito a quella creatura innocente di proseguire il suo percorso di dolore. L’ho partorita da sola perché il tipo se n’è andato (col solito senno di poi, in quel momento, senza preavviso e senza un saluto, mi ha lasciato la mano, è uscito da quella stanza e dalla mia vita, non c’è mai più rientrato veramente), mi ha lasciato sola tra le lacrime a spingere, circondata da estranei che parlavano una lingua per me incomprensibile. Aveva di nuovo perso interesse, d’altronde visto nascere un figlio (vivo) li hai visti tutti, giusto? Non valeva certo la pena restare e guardar nascere una figlia (morta). Solo le cose nuove, facili e piacevoli valevano la pena di essere vissute. Sì, lo so cosa pensate del tipo, ora lo so anch’io, ma prima no, prima non sapevo niente. Ci rimasi malissimo, ma trovai il modo di scusarlo, pensai solo che non ce l’avesse fatta.
Io invece dovevo farcela per forza. Non vale la pena solo di fare le cose più piacevoli o più facili, vale veramente la pena di fare solo una cosa: quella giusta. E io l’ho fatta da sola. Non è stata una passeggiata di salute, ma l’ho fatta, senza rimorsi: non è colpa di nessuno se quella creatura stava così male, siamo animali, è la nostra natura, sono cose che possono succedere e bisogna farsene una ragione.
Però insomma, un bell’annetto leggero, vero?

Ed eccoci a settembre e al nuovo anno: 2009/2010. 
Elia è caduto nel sonno dal letto (in vita sua è caduto due sole volte) e si è spezzato la clavicola, l’ho accudito tre settimane, una volta rientrato alla materna, ha preso l’influenza, che culo.
Dalla scuola, per l’incarico annuale, la chiamata tardava ad arrivare. Alla fine quell’anno mi toccarono solo 2h.
Con 2h di insegnamento a settimana se mi avessero chiesto “che lavoro fai?” avrei potuto ancora definirmi “insegnante”? Con 2h a settimana non si campa e non ci si sente stanchi e realizzati. Stressati sì, pure di più che con l’orario pieno.
Che potevo fare, stare a piangermi addosso perché io sono una brava insegnante e tutto questo era ingiusto? Ma per carità! Come al solito: nella vita si va avanti e ci si adatta, ancora e ancora… (che donna, anche i film dei supereroi mi sono sempre riusciti benissimo).
Mi concessi di dedicarmi ancora di più alla pittura e magari farla diventare un lavoro. Non facevo niente di male infondo, era la scuola (il “lavoro ufficiale”) ad avermi tenuto in sospeso e allontanato, quindi ero del tutto giustificata a dedicarmi ad altro (si trattava di adattamento appunto, non di tradimento) e il mio maledetto senso del dovere, per una volta, mi lasciò in pace.
Cominciavano ad essere una bella pila di sfighe a cui dover reagire: alla malattia del mio babbo, alla gravidanza andata male, alla semi-disoccupazione, alla sensazione di fallimento… tutti intorno a me a raccontarmi la storia che “finalmente avevo del tempo per me”, “adesso sì che avrei potuto seguire la mia strada e le mie passioni”, “finalmente sarei stata davvero me stessa” e magari “avrei venduto i miei quadri e avrei avuto un grande successo”, “ma che fortuna essere rimasta senza lavoro!” (“che fortuna aver perso la bambina” no, fino a quel punto non ci era arrivato nessuno, tranne il tipo, lui pure quello mi ha detto, nel 2016, mai dire mai).
E comunque: che palle tutte queste frasi fatte del cavolo.
La gente vorrebbe che ce le raccontassimo ogni volta che la prendiamo in tasca, ogni volta che prendiamo una sberla, di quelle forti da spostarti la mandibola, ma sono solo cazzate!
Diciamo, più onestamente, che, nonostante le sberle ripetute e nonostante tu sia entrata nel “tunnel della sfiga”, in qualche modo si va avanti, ci si adatta e ci si reinventa.
Ecco, adesso ve lo spiego: non è che da una cacca di cane deve per forza nascere un fiore, cioè magari il cane aveva mangiato proprio acido e ha diserbato per bene il terreno, oppure ci nasce un po’ d’erba stentarella, o (passato il tempo debito) ci nasce la stessa identica erba di prima (che infondo siamo fatti come siamo fatti e se io di lavoro facevo l’insegnate e non la pittrice voleva dire che per lavoro avevo scelto di fare l’insegnate e non la pittrice e infatti dopo 8 anni faccio di nuovo l’insegnate e, per diletto, la pittrice)…che non se la prenda nessuno a male: il fiore può darsi che nasca comunque, 10 cm più in là, e assai probabilmente sarebbe nato pure senza la cacca di cane!
Comunque, la testata del letto (quella dipinta col film del nostro amore) parlava forte, protestava e mi dava fastidio, non riuscivo più a guardarla, non so, forse l’avevo stregata davvero, non ce la volevo in camera. E’ rimasta molti mesi nello studio in attesa di una cornice.
In agosto mi erano pure iniziate le coliche d’aria allo stomaco e la gente a dire “vedrai che è per quello che ti è successo” “saranno crisi psicosomatiche” “sarà per il dolore mentale che provi a causa dell’ITG, ma che non esprimi abbastanza, per questo il tuo corpo ti fa stare male fisicamente”… Ah, sì? E datemi uno psicofarmaco allora! Ma io che la stavo a sentire a fare “la gente”? Guarda: da una parte meno male che adesso (dopo che sono stata piantata) non mi caca più nessuno!
Altro che psico-balle: era la cistifellea piena di sabbia, la gravidanza aveva appesantito tutto il mio sistema epatico (già malridotto di suo), a ottobre mi sono operata e me l’hanno tolta: fine delle coliche (e delle cazzate psicosomatiche).
Appena rimessa iniziai a dipingere con maggiore impegno e dedizione, mi sbilanciai anche con investimenti economici (non è il momento, ma prima o poi un bel post su quelle sanguisughe dei galleristi ci starebbe proprio bene!) e insomma in quell’autunno cercai di trasformare in professione qualcosa che non lo era mai stato e guarda caso non lo è diventato mai. Non ho avuto successo proprio pe niente, ho continuato a vendere sempre pochissimo e meno male che la scuola ha avuto di nuovo bisogno di me o sarei alla fame.
I mesi passarono, arrivò l’autopsia della piccola salma da Nizza, malformazioni molto gravi e anomalie cromosomiche (non la solita “famigerata” trisomia conosciuta da tutti, siamo tipi un po’ speciali, anche nei malanni).
Abbiamo fatto degli accertamenti, anche su di noi. Una volta conosciuto il nemico, col permesso del mio epatologo e della nostra genetista, ho deciso di riprovarci. Il tipo diceva di amarmi e di desiderare tantissimo un altro figlio, io avrei fatto qualsiasi cosa per cercare di renderlo felice e di farlo rientrare veramente nella nostra vita (nel nostro quadro). Sì, certo, ora lo so: il suo non era un desiderio d’amore, probabilmente aveva già smesso di amarmi perché io mi ero macchiata, ero colpevole di aver partecipato ad eventi imperfetti; il suo era solo un desiderio di rivalsa: voleva dimostrare di poter avere un altro figlio sano.
Ma non ho rimorsi, non ho deciso solo per lui: anche io desideravo un altro figlio, ero stata io quel giorno a chiedere il secondo e la mia gravidanza iniziata non era mai finita. Ero ancora psicologicamente incinta, rimasta in attesa di qualcuno che non era arrivato mai.
Questo nuovo progetto mi riagganciò al vecchio sogno, d’un tratto quello che la testata del letto mi raccontava sembrò di nuovo possibile, sincero e giusto, costruii una cornice e la appesi al suo posto.
Ricominciai a girare il mio film, ma ben presto mi accorsi che costava troppo.
Era diventato un salasso psicologico e fisico: dopo pochi mesi un nuovo aborto spontaneo (OK, può capitare), poi un altro (succede), poi un altro ancora (ma perché?) e ancora uno (dopo che gli avevo già visto battere il cuore in ecografia): basta.
Per il bene di Elia e per il mio bene: basta.
Vorrei dire per il nostro bene, cioè anche del tipo, ma non posso dirlo perché mi pare che per lui quegli aborti non significassero niente “ma che vuoi che sia, dopo quello che è successo a Nizza?”, per me invece significavano tutto e rischiavano di distruggermi. Lui avrebbe continuato a provare in eterno (d'altronde il corpo era il mio, l’anima pure evidentemente, che gli costava?). Una decisione del genere, da parte mia, era imperdonabile perchè a quel punto gli fu chiaro: era solo colpa mia se lui non poteva avere un secondo figlio sano e dimostrare di essere perfetto.
E infatti, non me lo lasciò fare: dopo qualche mese di silenzio, una sera d’agosto, senza il mio consenso, mi mise incinta.


Cavolo, che anno difficile il 2015/2016!
Il tipo era di nuovo tutto infervorato, lui che finalmente aveva preso in mano il proprio destino e dimostrato di poter fare del mio corpo quel che voleva. Non ho più voglia di raccontare, non posso ricordare di nuovo come mi abbia fatta sentire in gravidanza (inadeguata e colpevole dei fallimenti precedenti), di come mi abbia umiliato ogni giorno di più e spinto verso il punto di rottura. La testata del letto, non ce la facevo più neanche a guardarla, non sopportavo come se ne stesse appesa lì, a ricordarmi di quanto mi fossi sbagliata e a compatirmi.
Non capivo dove il tipo volesse arrivare (lo voleva o no questo nuovo figlio?), non lo riconoscevo più (altro che film romantico), ero terrorizzata dalla sua freddezza e dal suo distacco, ma ormai io non potevo lasciarmi schiacciare, non potevo cedere, non adesso che finalmente, dopo ben 5 anni, nella pancia portavo di nuovo una piccola bambina e accanto a me avevo Elia, la persona più importante della mia vita. E infatti non ho ceduto mai, ho continuato a prendermi cura di entrambi i miei figli (quello fuori e quello dentro di me) e ho pure vinto un concorso scolastico, sostenendo l’orale al nono mese di gravidanza.
Invece fu lui a crollare, a un mese dal parto, mi chiese scusa in 1000 modi diversi, pianse tra le mie braccia per i successivi quattro mesi, era di nuovo così empatico e dolce, io l’ho scusato ancora (l’amore rende stupidi, il mio era infinito e veramente demente: non aspettava altro che lui tornasse da me).
Il parto di Matilde, per inciso, è stato terribile. “Ogni gravidanza è diversa”… Sì, certo, infatti ogni mia gravidanza è stata peggiore. Ero arrivata a termine, positiva allo streptococco, una mattina sono cominciate delle perdite d’acqua, "é il momento, portami all’ospedale" (il tipo era in modalità straccio da dare in terra), mi hanno rimandato a casa dicendomi che mi sbagliavo, che il sacco non si era rotto (delinquenti!), ma io la sera ho puntato i piedi e mi sono fatta riportare all’ospedale (lui non voleva “facciamo una figuraccia a tornare, ci hanno detto di aspettare le contrazioni”, è no, cazzo! Ora basta fare solo quello che mi dicono, basta fare la brava ragazza, io non me la faccio portare via mia figlia, dopo tutta questa fatica!), abbiamo indotto il parto, l’infezione era ormai gravissima e la bambina è quasi morta.
Ma porta miseria, una dritta mai?
Il dottore tentò di consolarmi: “non pianga Signora, la colpa non è certo sua, suo è il merito di essere tornata stasera, non avrebbe superato la notte, lei le ha salvato la vita”.

Dopo poche ore la mia piccola cominciò a migliorare, è una lottatrice come la sua mamma!
Ecco, una roba del genere è stata pazzesca, è stato come sfiorare l’inferno, ma proprio per questo è stata anche la porta del paradiso. Anche solo tenerla tra le braccia non poteva non rendere felici. E vedere il Re dei Sugolini, che l’ha amata dal primo istante, come facevo a non provare una gioia e una gratitudine immense?
Bo, un modo evidentemente c’era visto che per il tipo tutto questo spettacolo di meraviglia non era abbastanza, per altri 3 mesi non riemerse dal suo stato larvale e di inappetenza verso la vita. Io amavo lui quanto amavo loro e quindi vivevo spezzata in due: piena di felicità per i miei figli e piena di dolore per il mio compagno. Giravo ancora film sul nostro amore (film francesi, molto introspettivi) dove insieme saremmo stati capaci di sconfiggere la depressione e qualsiasi altra difficoltà. Come facevo a non essermi resa conto che, a parte la gravidanza di Elia, per il resto non avevamo mai affrontato nessuna difficoltà insieme?
Ero sempre io da sola a dovermela cavare, quando mai mi aveva appoggiato? Semmai aveva cercato di affondarmi! Ma perché ero tanto scema?!
A un certo punto il tipo ha trovato un modo semplice di farsi passare la depressione: “per stare bene ogni tanto ho bisogno di pensare solo a me stesso”. Ma no, davvero? Comodino. Poi ha iniziato a incolpare un po’ tutto e tutti del suo malessere (il lavoro, la casa esposta a nord, la bambina) e da lì in avanti è stato solo questione di tempo: alla fine ha incolpato me.

Ed eccoci al 2016/2017, l’anno più difficile e traumatizzante della mia vita (ma non il peggiore, alla fine ha avuto i suoi risvolti positivi).
L’anno in cui ho dovuto dire addio al mio babbo (era, purtroppo, qualcosa di inevitabile e che in ogni caso fa parte del corso naturale delle cose, è un dolore lacerante, ma che lascia tanti ricordi, è un dolore giusto).
L’anno in cui ho definitivamente abbandonato la mia carriera di "cineasta amorosa".
E’ successo dopo un’altra di quelle facce rivelatrici, quelle facce/porte sul baratro che mi porto stampate nel cervello e che non potrò dimenticare mai.
Avevo passato la notte ascoltando i respiri profondi di mio padre, sempre più distanti, sempre più leggeri, fino all'ultimo, sospeso, e infine al silenzio. Nonostante la consapevolezza di aver fatto tutto nel modo giusto, di averlo salutato insieme alla mia famiglia, nonostante la dolcezza di aver condiviso un momento di passaggio così importante, è stata una delle prove fisiche ed emotive più sfinenti della mia vita. Quando è giunta la mattina, ci guardavamo tutti come zombie cercando di connettere e di provare a organizzare le cose pratiche, tipo il funerale, per dire, ma sembrava tutto tanto irreale e basta. Sentivamo (tutta la mia famiglia, non solo io) un grande vuoto e un terribile sentimento di irreversibilità.
Il tipo è stato il solo a non partecipare a niente, poi è arrivato, me lo ricordo come fosse adesso, ha attraversato il prato e io gli sono andata incontro, già da lontano stonava, tutto vestito alla moda e con l’onda di gel nei capelli, e quando si è avvicinato ho visto quella faccia, quella faccia inaspettata, terribile e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “quello che provo io è bellissimo e di quello che provi tu non me ne frega niente”.
Tanto per cambiare, nel momento di bisogno, lui una mano non me l’avrebbe data.
Ero così stanca che manco ho pensato che questo volesse dire che aveva trovato un’altra e la fine della nostra storia, semplicemente basta: io in quel momento non avevo né la voglia, né la forza di gestire le sue cazzate e i suoi egoismi, gli dissi soltanto: “togliti immediatamente quel sorrisetto compiaciuto dalla faccia altrimenti ti tiro un ceffone qui davanti a tutti”.
Sono stata ripudiata da un giorno all’altro e sostituita, rifiutata e buttata nella spazzatura (come quel pezzo di legno), ma guarda, lo so che nessuno ci crederà, non è questo il lato peggiore. Il lato peggiore è la disillusione del personaggio (cioè: uno che ti tradisce mentre ti muore il padre palesemente non può essere il protagonista di un film d’amore), il lato peggiore è la conseguente disintegrazione di un sogno durato 19 anni, la perdita del passato è qualcosa di peggiore rispetto alla perdita del futuro. Il futuro possiamo ancora costruircelo, certo, diverso da quello che pensavamo, ma chi può dirlo? Magari ci verrà pure meglio di quello che pensavamo (solita storia del fiore che nasce e della cacca di cane), ma la cacca resta, il puzzo resta, il passato rimane di merda, non si può più cambiare.
Il dolore che il tipo ha volutamente inflitto a me, la noncuranza con cui ha traumatizzato mio figlio e condannato mia figlia non era inevitabile, l’ha scelto lui, l’ha fatto di proposito, cancella i bei ricordi e non fa parte del corso naturale delle cose, non è mai stato giusto.
Le solite frasi fatte della gente sono fioccate a mazzi ma a questo punto ve le risparmio, poi il silenzio: sono spariti tutti. Per "la gente" vale la pena frequentare solo persone che vivono in situazioni facili e piacevoli, niente persone ferite o complicate, che hanno vissuto esperienze imperfette. In effetti "la gente” è molto simile al tipo che viveva con me, infatti tra loro c’è accordo perfetto. Meglio così. Facevano parte anche loro di una storia antica e di quella amavano conversare, se ne sono andati via spontaneamente (assai più dell'80%), uno alla volta, risparmiandomi la fatica di doverli buttare come faccio con gli oggetti parlanti di questa casa. Sono usciti dalla mia vita e così, almeno loro, hanno smesso di parlarmi del passato.
La testata del letto… inaffrontabile, ho chiuso la porta della stanza e per due anni ho dormito in un letto singolo in camera di mia figlia.

Anno scorso (2017/2018) ho cominciato a desiderare di tornare in camera mia, ho pensato a varie soluzioni per la testata stregata:
1) Venderla, mi avevano suggerito la Saatchi Gallery, ma i termini di iscrizione in inglese erano difficilissimi e rischiavo di ipotecarmi la casa senza saperlo, allora ho provato a mettere un annuncio su facebook, avrei accettato offerte anche scarse pur di levarmela di torno. Secondo voi? E’ grassa se vendo 1-2 ritratti l’anno, figurati se qualcuno se la prendeva!
2) Prenderla ad accettate e poi fare un bel falò in giardino, magari di notte danzandoci intorno, una specie di rito vudù, guarda, anche adesso che lo scrivo mi ripiglia la voglia: secondo me questa un po’ sciamanica era la soluzione migliore!
3) Meno drammatica, segarla in due e bruciare solo la parte col tipo.
4) Quella che poi ho fatto e me l’ha suggerita Matilde.
Un pomeriggio giocavamo con (le mie) Barbie sul lettone (non ho mai accennato al fatto che sono una collezionista di Barbie = certamente una malata di mente?) quando la Piccola Fata mi dice: “mamma lo devi finire questo quadro, perché c’è solo Elia con te che dorme nei colori? Devi dipingere anche me!”.
Il tipo era di schiena, io ce lo vedevo moltissimo perché lo avevo dipinto pensando a lui, ma forse bastava poco per vederci qualcun altro.
Così ho pensato che se Leonardo da Vinci ha avuto il coraggio di ritoccare il quadro più famoso del mondo fino alla morte, io avrei potuto ritoccare una testata del letto un po’ mediocre.
Va detto che il tipo era pure fissato che i miei quadri fossero troppo opachi (dipingo su legno senza imprimitura) e mi aveva rotto le palle finché non avevo ricoperto la testata di vernice brillante. Tali vernici sono delle emerite schifezze e ingialliscono col tempo, in più non ci puoi rimettere sopra l’olio. Poco male, sono andata di carta a vetro, una fatica bestia ma vi giuro che mi ha dato una certa soddisfazione (anche se continuo a pensare che le accettate sarebbero state più catartiche).
Al suo posto ho dipinto i miei amori. Ma allora è vero che da una cacca di cane può nascere un fiore, anzi due? Lalla, ma che dici! Scusate, scusate, scusate: sono una brutta persona.
Non ho ritoccato la parte destra quindi alla fine io sono troppo giovane rispetto a loro, è una lalla sognatrice (e cineasta) quella raffigurata, ma va bene così.
Infondo solo da quel volto sereno, abbandonato e puro, solo dalla mia ingenuità, potevano nascere i miei figli. Non credo che avrei avuto la forza di buttarmi tra le fiamme se avessi conosciuto il fuoco. E adesso che lo conosco, ho perso quella purezza, ma posso assaggiare i suoi frutti meravigliosi.
Anche il Re dei Sugolini dorme tranquillo, sospeso tra i colori e sostenuto dai capelli della sua mamma Strega e della sua sorella Fata (lei riposa col nasino all’insù, impertinente e fiera). Dobbiamo stare attente noi femmine magiche, dobbiamo proteggere e sostenere il nostro ragazzo, dobbiamo guidarlo senza intrappolarlo (io lo so che l’amore può essere pericoloso, specialmente se magico), ma i nostri capelli sono sciolti, sono solo una carezza che lo lascerà libero di andare.
Ne è uscito un “ritratto simbolista” della mia famiglia, che (intendo il quadro) non è niente di particolarmente artistico. Invece la mia famiglia lo è.
A parer mio (al di là delle implicazioni affettive) la testata è pittoricamente migliore della versione precedente. E infatti anche il mio presente è migliore di quello di 9 anni fa: una cacca in meno e un fiore in più… e basta Lalla, ma sei proprio tremenda! Per forza che la gente ti schifa!
Il senso sarebbe: ecco perché il 2016/2017 non è per niente un anno da buttare, mi ha fatto uscire col botto dal "tunnel della sfiga".
Tornando al quadro, l’infima vernice brillante è rimasta sul mio corpo, è un’ombra giallastra che sporca gli azzurri e i bianchi, l’ha lasciata il tipo, io me la tengo per adesso (c’è poco da fare), magari un giorno riesco a grattarmela via dalla pelle, ma intanto mi rifiuto di stenderla sui miei figli.
Può darsi che questa testata cambi ancora, vorrei aggiungere tanti bianchi, schiarire, far pulito e limpidezza… ho voglia che mi parli di un futuro di fiori.
Ma insomma, anche basta, mi sa che l’ho fatta davvero troppo troppo troppo lunga, che infondo è solo una testata del letto e se nove anni fa ero andata all’Ikea con 200 euro m’ero tolta il pensiero!

lalla

Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2009.
Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2018.



domenica 14 ottobre 2018

10 anni

No, non è un post in ritardo per il compleanno di mio figlio che compie gli anni a luglio (e inoltre è già a 13).
E’ un anniversario diverso: il 14 ottobre 2008 ho iniziato a scrivere questo blog.
10 anni e 187 post. Perché ho iniziato?
Un passo alla volta, cerchiamo intanto di capire perché ho iniziato a ottobre.
Innanzi tutto va detto che settembre è proprio un mesuccio difficile per me, provo a spiegarmi.
Io sono una secchiona e cerco di dare sempre il massimo (l’ho fatto negli studi e lo faccio nel lavoro), è una rincorsa continua per cercare di fare il mio dovere, non stacco mai la spina eppure non basta, non sono mai all’altezza delle aspettative (le mie), la parola “relax” non mi compete, io vivo nell’ansia. Tranne che in vacanza, per questo adoro stare in vacanza, la spina la butto proprio, svuoto la mente dalla tensione e la riempio solo di cose belle, tante cose belle, tante esperienze, progetti, pensieri, anche la parola “noia” non mi compete, il mio cervello pensa sempre qualcosa di meraviglioso da fare e il mio corpo lo segue a ruota. Ci starei volentieri tutta la vita in vacanza, per questo non sopporto settembre. Poi vabbè: l’abbronzatura scompare immediatamente dal viso (che si riappropria del suo luttuoso color verdognolo) e nel resto del corpo si sgretola lasciandomi “sudicia”, si sfalda a pezzettini o si esfolia stile muta di serpente, la mattina fa freddo, le giornate si accorciano drammaticamente, arrivano i primi raffreddori … schifo, schifo, schifo!
L’unica cosa che salva ‘sto mese del cavolo è il capodanno, i nuovi inizi valgono sempre la pena di essere vissuti.
Sì, lo so, per tutti gli altri il capodanno è a gennaio, ma io nella scuola c’ho passato tutta la vita, come studentessa (meno male che i miei mi hanno risparmiato almeno la materna) e poi come insegnante.
Per me l’anno inizia il 1° settembre col botto degli esami di riparazione e degli scrutini, prosegue a ritmo forsennato con interessanti preparazioni di lezioni, divertenti ore passate in classe, noiosissime correzioni (da svolgersi soprattutto nei giorni di interruzione di frequenza, tipo le domeniche, le pause natalizie e pasquali), orribili adempimenti burocratici (sono sempre di più, che palle!!!) e interminabili riunioni collegiali, poi si infittisce mostruosamente nel mese di giugno con le stressantissime valutazioni finali e gli scrutini, magari prosegue per inerzia negli esami di maturità fino a metà luglio e quindi si conclude con un mese e mezzo di meritatissimo riposo, il 31 agosto è finito.
Il 1° di settembre si ricomincia, è capodanno.
OK, ci siamo capiti, poi ricordo che a quei tempi, a inizio secolo (ganzo dire “a inizio secolo”, fa tanto Signora Belle Epoque), ero ancora “precaria” e settembre era pure peggio, perché mi licenziavano a giugno/luglio e poi mi riprendevano quando gli pareva quindi l’anno ricominciava per tutti tranne che per me, dovevo aspettare, a volte giorni, a volte mesi, per sapere “di che morte dovevo morire”, scoprire da che parte della provincia sarei finita a insegnare (se sarei finita da qualche parte) e magari in due o tre scuole molto lontane (tipo quell’anno che mi toccò la bella accoppiata Campi Bisenzio-Empoli oppure quello dopo: Empoli-Bagno a Ripoli… ma che comodità!). A settembre entravo in sospensione, mi sentivo inutile e preoccupata, era così difficile non avere nessuna certezza.
Ma perché ho iniziato proprio nel 2008?
Quel settembre lì fu una passeggiata di salute rispetto a come era stato quello precedente quando il giorno 17 settembre 2007, così, senza alcun preavviso, il babbo era precipitato a un passo dalla morte palesando, violentemente, la sua malattia. Che anno d’inferno il 2007/2008!
Ma siamo una bella squadra di lottatori, non potevamo stare solo a piangerci addosso 365 giorni perché, pover’uomo, aveva poco più di 60 anni e quel giorno era invecchiato 20 anni di colpo, oppure perché era sempre stato il nostro irremovibile riferimento (fin troppo padre/padrone) e adesso ci guardava con gli occhi smarriti di un cucciolo abbandonato, oppure perché aveva sempre posseduto un corpo immenso/invincibile e non se lo meritava di essere smontato così a pezzi, perchè tutto questo era ingiusto, perché, perché, perché… ce ne sarebbero stati così tanti di “perché” per farci piangere. E infatti un bel po’ abbiamo pianto, e non abbiamo dormito e ci siamo disperati, ma senza arrenderci mai, la parola "resa" non ci compete, noi viviamo e moriamo in battaglia. Mica perché siamo degli eroi, molto più semplicemente perché arrendersi non è consesso, non è un’opzione possibile e, sinceramente, non serve proprio a niente. Nella vita, qualsiasi sapore abbia, alla fine tocca farsi piacere la minestra, se questa passa il convento. Si fa così: ci si adatta e in qualche modo si va avanti. Per lo meno, noi facciamo così.
Quindi, tornando a me, nonostante le vacanze estive, non arrivavo ad affrontare settembre bella riposata, ci arrivavo traumatizzata e col bisogno di voltare pagina, felice di chiudere quell’anno maledetto e piena di speranza per quello nuovo. Insomma un settembre non da buttare e forse era arrivato il momento di rendersi conto che nessuno di noi è infinito, che siamo progettati a termine e di quanto non sia proprio il caso di sprecare neanche un minuto della propria vita.
Dopo un anno di adattamento alla nuova realtà, finalmente guardavamo avanti.
Ora, io in avanti ci guardo sempre a dire il vero, pure troppo, e anche dentro gli altri (ancora di più), e soprattutto dentro di me (troppissimo), perciò, dopo tanti anni, tanto per cambiare, quello che mi concessi di fare non è stato guardare, bensì rubare. Rubare un po’ più di tempo per me e per la mia pittura.
Cosa fosse un blog io non lo sapevo, ma accanto a me avevo un tizio tecnologico che mi suggerì di pubblicare i miei quadri online, accompagnati magari da un breve commento, creare insomma un blog professionale che mi aiutasse a vendere “è una cosa che va di moda adesso, ne scrive uno la ragazza di un mio amico fumettista che vuol fare la sceneggiatrice, anche tu hai sempre detto che ti piace scrivere”.
Così il 14 ottobre 2008 ho iniziato e subito dal primo post ho tradito il suggerimento di fare “un breve commento”, ho scritto una pappardella infinita e tutti si saranno rotti le scatole. C’ho provato a essere “professionale e distaccata” ma non è proprio nella mia natura, in pochi post ho iniziato a dilungarmi inutilmente (commercialmente parlando) su ogni sensazione, sono riuscita a mantenere un minimo di distacco durante i primi mesi, poi pian piano il lato oscuro ha preso il sopravvento e ho finito per riversare nelle righe tutto quello che mi passava per la testa. Addio blog professionale e distaccato che ti aiuterà a vendere.
Insomma, un fallimento? No, perché? Il mio blog ha preso la direzione che gli piaceva di più, quella di cui io avevo più bisogno, ha cambiato funzione: non mi reclamizza e non sa vendermi, ma sa ascoltarmi, coccolarmi, consolarmi… questo piccolo blog è un successo!
E intanto la vita si è fatta splendida, tante volte, e si è fatta durissima, tante altre. E il mio piccolo blog sempre ad aspettarmi paziente, quando non potevo dedicarmi a lui, e sempre accanto a me, se ne avevo bisogno.
Mi è servito nei momenti meravigliosi, quando le persone in carne ed ossa non avevano né tempo né voglia per starsene lì ad esultare con me (o forse erano troppo invidiose per farlo).
Mi è servito nei momenti orribili, quando le persone in carne ed ossa non avevano né tempo né voglia per starsene lì a piangere e imprecare con me (o forse erano troppo distratte per farlo) e non hanno saputo dirmi altro che frasi fatte o ammorbarmi con indegni luoghi comuni.
Ecco perché non ho mai smesso di scriverlo.
Insieme alla mia pittura è diventato tutt’uno, un tutt’uno che è un po’ come se fosse vivo, un altro piccolo figlio, per me certo, non per gli altri, va bene così dai, deve servire a me, non agli altri. E questa bestiola blog+pittura infondo è il mio specchio e parla sempre di me, cavolo come sono lallacentrica! Poi vabbè, mi piace illudermi: ogni tanto spero che possa servire un po’ anche a qualcun altro (sotto forma di lettore) e questo pensiero, quando mi sfiora, è bellissimo…
Quindi piccolo blog, per favore, continua a starmi vicino, nella buona e nella cattiva sorte. Continua ad aiutarmi, continua ad ascoltarmi, continua a coccolarmi.
Io sono una persona empatica (poveretta me), cioè una di quelle che sprizza sentimenti da tutti i pori e da tantissimo agli altri, che regala aiuto, attenzioni e amore a destra e a manca pretendendo e aspettandosi poco in cambio. Attenzione: il fatto che non lo pretenda e non me lo aspetti non significa che anche io non abbia bisogno di essere ascoltata, aiutata e coccolata. Altroché! Mi stupisce quante poche persone se ne siano rese conto... io ho tanto bisogno d’essere amata, di Amore puro, limpido, senza secondi fini e che duri per sempre.
Questi dieci anni mi hanno dimostrato innumerevoli volte che non posso e non devo sperare di riceverlo da nessun altro, che è sbagliato pretenderlo e perfino stupido cercarlo negli altri. Perché alla fine, nonostante i gesti gentili, i tanti sorrisi e le belle parole, alla resa dei conti, nel preciso momento in cui io di quell’Amore avrò davvero bisogno, disperatamente bisogno, tutti gli altri non saranno capaci di darmelo e scapperanno da me. Solo tu, piccolo blog, me lo darai.
Solo io me lo darò.

lalla

P.S. Ora non cominciamo con le crociate “convinci lalla che il prossimo la ama”, lo so che molte persone mi vogliono bene e che i miei figli mi amano (certo però non posso riversare i miei problemi su di loro e non posso pretendere il loro appoggio incondizionato, devo proteggerli, io sono l’adulto, il nostro non è un rapporto paritario). Non è una cosa triste quella che ho scritto, ma una serena presa di coscienza, sto parlando di un tipo di comprensione ed empatia, di un tipo di appoggio e sostegno, di un tipo di ascolto e perdono, tutti ottenibili, a parer mio, solo da se stessi.
In sostanza: io mi voglio molto bene, tutto qua, sono grata a me stessa per l'Amore che ho saputo darmi anche nelle situazioni più disparate (e disperate) e sono fiera di aver generato degli strumenti di aiuto e cura così efficienti... brava, no?

Poi, vabbè, ce n'è sempre bisogno (di ascolto e coccole, aiuto e cura), volendo tornare all’anno 2008/2009, si è detto che mi ci affacciavo con grandi aspettative, giusto?
E infatti, povera fessa, è stato un anno notevolmente peggiore del precedente, ma questa è un’altra storia… e forse un altro post.

giovedì 28 giugno 2018

alla Donna, all'Arte, ai cerchi che si aprono e si chiudono

Ho finito il mio ultimo quadro e sono felice.
Avevo un po' di paura, non sapevo se sarei stata in grado di gestirlo, per le grandi dimensioni, per il tempo e la dedizione che pretendeva e, soprattutto, per lo speciale rapporto d’amore che mi lega al tema trattato.
Cercherò di spiegarmi attraverso un post sull’Arte, un post avventuroso e per me difficile da scrivere (perché sono naturalmente prolissa e invece dovrò cercare di essere meno secchiona/insegnante/pallosa possibile, altrimenti risulterà odioso da leggere).
Ovvia, cominciamo, Prof.ssa Gonnelli via da me, abbandona questo corpo!

Questo quadro è una dichiarazione d’amore alla bellezza femminile e all’Arte (quella con la A maiuscola, quella che ammiro e studio da sempre, quella dei geni del passato, non la mia).
E’ un cerchio che si chiude, dopo circa 25 anni, un cerchio che si è aperto una mattina di primavera agli Uffizi (durante una gita scolastica) facendo cadere in amore una piccola lalla sedicenne, un cerchio che da quel momento ha avvolto la mia vita, ha deciso la mia professione di insegnante e sospinto la mia passione per l’Arte.
In sostanza, di fronte alla meravigliosa “Venere di Urbino” di Tiziano, ebbi quella che potremmo  definire una lieve "sindrome di Stendhal".
(Per chi è proprio masochista e volesse approfondire, nel 2010 ho raccontato l’evento  nel post la secchiona, il "rosa maiale" e la morbidezza della carne).
Comunque, per farla breve: quella che provai non fu per niente una sensazione banale o leggera e da allora il desiderio di riprovarla e la gratitudine verso gli autori che me la trasmettono, non mi ha mai abbandonato. Mi è capitato ancora tantissime volte, in San Vitale a Ravenna, di fronte agli astratti informali di kandinsky, sull'Empyre State Bulding...
Ma ritorniamo al tema specifico del primo quadro ammaliatore: una donna nuda semi-distesa.
L’eleganza femminile, la linea curva, l’equilibrio formale, l’armonia cromatica, la pelle morbida e calda, lo sguardo ammiccante… come potevano lasciare impassibile una come me, cresciuta dall’età di 6 anni praticamente (solo) disegnando (solo) donne?
Negli anni, studiando/visitando/spiegando la Storia dell’Arte, mi è diventato sempre più chiaro che quel tema fascinoso non aveva stregato solo me, ma moltissimi grandi (immensi) artisti prima di me, Tiziano compreso.
Perché, al di là dei singoli significati specifici legati alla contestualizzazione storica e alle caratteristiche artistiche dell’autore, il corpo nudo di donna è splendido, c’è poco da fare. E’ languido, è morbido, è rassicurante, è attraente, è maestoso, fa pensare alla vita, alla fertilità e alla prosperità.
Gli garbava perfino agli antichi Greci della classicità, è proprio per questo non lo ritraevano nudo, perché “gli garbava troppo”: capivano che avrebbe favorito nello spettatore l’insorgere di sensazioni quali il desiderio, l’amore e l’attrazione… insomma sensazioni umane e mutevoli (del tutto negative, dato che attraverso l’Arte essi cercavano di trasmettere la propria perfezione, superiorità ed eternità).
Ma, Greci pieni si sé e estremisti religiosi a parte, tutte le altre civiltà hanno onorato il nudo femminile attraverso i secoli e alcuni artisti, in un continuo gioco di citazioni, anelli e cerchi che si aprivano e si chiudevano, hanno creato dei veri e propri capolavori legati a questa specifica posa semi-distesa.
Oddio, scusate, si è riaffacciata la Proffe!
Ma pazienza, via, bisogna che la richiami e vi faccia vedere qualche esempio, ne vale proprio la pena, sono una gioia per gli occhi e dal vivo, ovviamente, sono ancora più spettacolari… mi raccomando fate i bagagli e andate a cercarli!
"Sarcofago degli sposi", VI sec. a.C, terracotta.
Sì, lo vedo anche io che è vestita, ma la posa è quella e poi, cavolo, una donna posta al pari dell'uomo, anzi, DAVANTI all'uomo, con lui che regge un piattino da cui lei pilucca del cibo mentre chiacchiera e gesticola... che popolo di illuminati questi Etruschi!

Sandro Botticelli, "Venere e Marte", 1482-83, tecnica mista su tavola, 69x173 cm.
Figuriamoci se Sandrino, a cui le donne venivano eleganti e piene di grazia in qualunque posizione, non ne faceva una semi-distesa... la sua non è una bellezza terrena, ma quella ideale e pura dell'Iperuranio. Tutto è definito dal disegno fiorentino, dalla linea netta e curva di contorno.
Giorgione (e Tiziano probabilmente nel panneggio), "Venere dormiente", 1507-10, olio su tela, 108,5x175 cm.
Bellezza casta e inconsapevole, una sorta di Madre Natura immersa nel dolce e rassicurante paesaggio veneto. Tutto è generato dal colore: l'armonia compositiva, la profondità della prospettiva cromatica, la morbinezza delle sfumature. Che senso di pace, maestà e tranquillità.
Tiziano Vecellio, "Venere di Urbino", 1538, olio su tela, 119x165 cm.
Eccola qui, il mio amore, con quella carne morbida e calda, quello sguardo impudico, i gioielli e l'ambientazione che la fanno sembrare più una castellana che una Venere. E la composizione delle forme... asimmetrica, non rigida, in equilibrio perfetto. Tutto grazie al colore, com'è vivo quel rosso!
Jaques Louis David, "Madame Recamier", 1800, olio su tela, 174x224 cm.
David era un Neoclassico e pure moralista, figuriamoci se la spogliava! Però questa donna è proprio un ritratto dal volto somigliante. L'immagine non è pomposa come potremmo aspettarci visto il periodo, è invece realizzata con pochi orpelli, una tavolozza cromatica ribassata e calda e grandissima sensibilità.
Antonio Canova, "Paolina Borghese come Venere vincitrice", 1804-08, marmo e oro, 160x200 cm.
Altro neoclassico, ma la bellezza pura e neoplatonica arriva a Canova filtrata dalla grazia Rococò. Squisiti dettagli (anche in oro, da Fidia) e perfezione formale. Il mio amore per Canova si è un po' mitigato quando scoprii che faceva scolpire la sua bottega e rifiniva le opere solo alla fine... insomma, Michelangelo che si fa la Sistina tutto da solo c'ha un altro fascino!
Di solito le opere classiche hanno un solo punto di vista preferenziale, ma questa era posta su una pedana rotante, mi sono imbattuta in questa vista di schiena, curiosamente, ricorda la mia ragazza.
 
Francisco Goya, "Maja vestida" e "Maja desnuda", 1800, olio su tela, 95x190.
Di fatto la prima vera donna nuda (e vestita) della Storia dell'Arte, nel senso che non finge di essere una Venere o altro, è una donna nuda e basta. Goya era un illuminista e il suo amore per la ragione gli permise di fare questo salto. Sì, lo so, manca un po' di collo e i seni sembrano rifatti adesso da un chirurgo plastico, ma il pube, le gambe e i piedi sono spettacolari. Pennellate veloci, freschissime, quasi ceramiche.


Jane Auguste Dominique Ingres, "la grande Odalisca", 1814, olio su tela, 88.9×162.56 cm.
Io adoro Ingres, il suo amore per le donne e il suo modo di rappresentarle, quasi sempre di schiena, servendosi di deformazioni manieriste e puriste, pur di catturarne l'eterna eleganza. I colori sono laccati, i dettagli nitidissimi, i vezzi orientaleggianti. Non c'è niente di reale in questo corpo, tranne la sua bellezza senza tempo.
Edoard Manet, "Olympia", 1863, olio su tela, 130,5x190 cm.
Una geniale parodia della Venere di Tiziano, col gatto nero impaurito al posto del cane raggomitolato (simbolo di fedeltà) e la serva che porta i fiori. Le dame ben pensanti svenivano osservando questo corpo reale, tozzo, moderno, esposto così impudicamente e la sfrontatezza con cui Olympia, la prostituta più famosa di Parigi, le sfidava con lo sguardo. Da applausi! Manet era un pittore realista e un maestro del colore, qui è tutta un'armonia di bianchi.
Paul Gauguin, "e tamari no Atua - La nascita di Cristo, figlio di Dio", 1896, olio su tela, 96x131 cm.
Le forme arcaiche, quasi romaniche e il ritorno ai temi religiosi filtrati dalla spiritualità primitiva di un mondo incontaminato dal progresso e dalla modernità. Io sono una ragazza di Gauguin, non so spiegare cosa provi ogni volta che ne vedo uno, i suoi dipinti sono tutti miei ritratti, del mio corpo e della mia anima.
Amedeo Modigliani - Nu Couché au coussin Bleu.jpg
Amedeo Modigliani, "nudo disteso con cuscino blu", 19016, olio su tela, 60x92cm.
Amedeo Modigliani, "nudo disteso", 1917, olio su tela, 89x146 cm.
Modigliani era uno scultore nello spirito, ma la salute cagionevole lo costrinse a ripiegare sulla pittura, per questo gli occhi spesso sono vuoti (come quelli delle statue) e i corpi solidi, incisi e taglienti. Era toscano e in lui rivive tutta l'eleganza di Botticelli.
Ecco, vi siete annoiati?
Loro, i grandi, lo sanno che scherzo e non si offendono se mi prendo qualche confidenza, ma non pretendo certo paragonare il mio lavoro al loro, non oserei, e adesso a mettere le foto del mio quadro qui sotto non so come fare, mi vergogno come una ladra!
Ma perdonatemi, io non voglio rubare niente.  Ho dipinto senza guardare questi capolavori,  lasciando che mi ispirasse il loro ricordo nella memoria e il meraviglioso corpo di Lucia che avevo davanti.
Il mio è un omaggio alla Donna e a tutte queste opere.
Per dirgli grazie di tanta bellezza.

lalla
 
lalla, 2018, "Dea dell'amore", olio su masonite, 90x157,8 cm.
Ora, va bene che la mia versione è un po' più fru-fru delle sue illustri antenate, ma i colori in queste foto sono falsati...
 
P.S. un piccolo/grande ringraziamento anche a Paul Klee, a lui le donne nude semi-distese non interessavano per niente, ma in quanto a eleganza di linea e colore, non aveva rivali.
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Paul Klee, "Separazione alla sera", acquerello su carta, 1922.

mercoledì 14 febbraio 2018

buon San Valentino lalla

Oggi ho fatto una lezione introduttiva agli ospiti francesi della mia terza su “Firenze, la città del Rinascimento” (alla cui scoperta li accompagnerò nei prossimi giorni), io c’ho provato ma dubito che abbiano capito una sola parola di italiano, ma tant’è… ed ho (anche) un raffreddore fotonico.
Comunque oggi è una bellissima giornata di sole, almeno il cielo azzurro l’avranno gradito… ed è (anche) S.Valentino, la festa degli innamorati.
A proposito di San Valentino, ormai non riesco più a contare l‘enorme quantità di commenti e suggerimenti che negli ultimi due anni mi sono stati regalati (a sproposito) sulla mia coppia scoppiata e sull’argomento “amore”.


Iniziando dagli improbabili e (dal mio punto di vista) persino offensivi:
- “Ci sono novità? E’ tornato indietro?” (Eh no, mi dispiace, forse avrebbe voluto, ma non aveva acquistato un biglietto del treno A/R)
- “Avete risolto?” (come se il nostro fosse stato un problema di geometria, magari).


Attraverso i banalissimi e poco rassicuranti:
-“morto un papa se ne fa un altro” (sai che soddisfazione! E perché non “morto un papa si passa all’ateismo”?)
- “si chiude una porta, si apre un portone” (ma per dove? Dove vuole andare e mandarmi ‘sta gente? Attenzione, preferirei evitare di andarmene nuovamente affanculo!)
- “vedrai che tra poco fuori ci sarà la fila” (Ma perché mai? Non sono mica un’attrazione turistica, non mi ci metto a stampare tickets!).


Fino ai più recenti, paradossali e increduli:
- “perché non ti cerchi un fidanzato?”(alludendo credo a una pratica seria tipo “ricerca di mercato”, mi è giunta in effetti voce di portali appositi, anche se mi è parso di capire che di solito si trova altro). Guardate, lasciamo perdere, mi fanno già abbastanza incazzare le 300 richieste di amicizia da parte di uomini che ho su facebook….
- “non ti piacerebbe innamorarti ancora ed essere felice di nuovo?”
E su questo, stai calma lalla…


Allora, grazie a tutti del pensiero, ma di tutta questa saggezza popolare elargita aggratisse ne farei volentieri a meno.
Credetemi, non ce n’è bisogno, sull’argomento “amore” sono piuttosto ferrata. Mi ci sono abbandonata completamente e per molti anni ho assaporato fino infondo la sensazione con ogni fibra del mio corpo nonostante (e grazie a) i miei piedi per terra. Per lungo tempo ho reso la persona amata molto felice e lo sono stata anche io. Ho provato l’amore vero (so di cosa stiamo parlando) che è meglio assai di quello scritto sui cioccolatini e che sarebbe durato in eterno proprio come quello delle favole se solo l’altro soggetto coinvolto non avesse combinato l’inverosimile per distruggerlo.
Perciò, una volta accertata una mia certa competenza a riguardo, vorrei rispondere alle ultime domande una volta per tutte: “No, non me lo vado a cercare un fidanzato con la scritta Saldi sulla fronte” e “No, non desidero innamorarmi di nuovo”.
Il tempo è breve, non ho intenzione di sprecarlo nei rimpianti o nel tentativo di ripetere esperienze già vissute. Quel che è stato, è stato.

E, a proposito della felicità… nel 99,9% dei casi non sono gli uomini a rendere felici le donne (guardatevi intorno, gente!). A dire il vero non sono neppure le donne nel 99,9% dei casi a rendere felici gli uomini (ma diciamo che questo aspetto mi interessa di meno a questo punto della storia, mi sembra di essermi già prodigata abbastanza!)
La felicità non è qualcosa che va cercata, ma che viene da dentro, che nasce dall’equilibrio (chimico), dall’amore per le piccole cose e da una certa spericolata curiosità e propensione al rischio. Credo che quando si ha il mega culo di provarla, vada difesa e coltivata con una forte determinazione e coerenza. C’entra anche qualcosa col guardarsi allo specchio al mattino e sentirsi puliti e fieri di se stessi.
Sono sempre stata una persona equilibrata e non ho rimpianti: ho seguito il mio cuore e ho ascoltato la mia coscienza. Tutto questo aiuta. Al di là del giramento di coglioni che ogni tanto la situazione mi impone, dopo 42 anni di impegno, avventure e disavventure, vado molto d’accordo con lalla… non vorrei mai che proprio adesso un terzo incomodo arrivasse a rovinarmi l’idillio!
E poi c’è un’altra cosa: sono una persona piuttosto ottimista, non mi va di pensare che la vita sia così banale da ripropormi ancora le stesse cose (che noia!), mi auguro invece che stia preparando per me qualcosa di nuovo.
Anzi, ci conto.


lalla


P.S. Non finirò mai di ringraziare questo corpo (imperfetto e degradabile) che da sempre mi regala la possibilità di sentire, pensare e vivere. E, soprattutto, mi regala la possibilità di farlo in un modo tutto diverso dagli altri, perciò di essere un’entità distinta (imperfetta e degradabile), unica e sola.
Dura poco, ma non è una cosa da poco, esistere.
Ti voglio bene cara lalla e scusa se ogni tanto non mi prendo abbastanza cura di te, so che fai sempre del tuo meglio, per favore accompagnami ancora a lungo su questa terra, stare da queste parti mi piace un sacco!

un po' di selfie senza filtri e senza vergogna, ma con molto orgoglio e amore (per me).

martedì 6 febbraio 2018

un po' come i Romani, il "Ritratto Felino"

In Storia dell’Arte gli antichi Romani passano spesso per copioni dei Greci. Cavolate!
L’organizzazione culturale, sociale e politica dell’Impero Romano non aveva nulla a che vedere con quella delle democratiche poleis greche, figuriamoci se potevano avere la stessa arte!
Vi sembra che il Colosseo di Roma (per scopo/forma/materiali/tecnica costruttiva) abbia forse qualcosa a che vedere con il Partenone di Atene?
I Romani erano come spugne, assorbivano ciò che gli serviva, ma hanno inventato anche un sacco di costrutti architettonici e artistici nuovi (tipo l’Arco di Trionfo, tanto per dire) e tutti funzionano alla grande (e infatti loro sì che sono stati scopiazzati ad oltranza > vedi Napoleone e il suo Arc de Triomphe!).
O.K., dai Greci avevano copiato gli Dei dell’Olimpo, questo è vero, ma ciò dimostra solo e soltanto che della religione, agli antichi Romani non gliene poteva fregare di meno, allora tanto valeva prendersene una già fatta e usarla per scopi di potere (così l’imperatore poteva spacciarsi per semi-Dio). L’impronta dell’imperatore sull’Arte era talmente forte che quello Romano è l’unico periodo artistico che non ha praticamente tramandato il nome degli autori, ma solo quello dei committenti.
Hanno conquistato mezzo mondo, erano certamente un popolo molto pratico e se dovevano impegnare del tempo per fare qualcosa ci doveva essere uno scopo ben preciso (anche in Arte).
Pratici, ma non aridi e a dire il vero un culto personale, spontaneo e sincero, ce l’avevano: era il culto dei Lari, degli antenati. Per loro la cosa più importante era conservare la memoria storica (della propria famiglia e del proprio popolo).
Per questo, per ricordare il singolo e le sue gesta, si diffuse il Ritratto.
Il Ritratto è l’esatto contrario del Modello Ideale greco (codificato per rappresentare la superiorità fisica e psicologica di tutti i cittadini della polis). I ritratti dovevano invece sottolineare tutte quelle caratteristiche (fisiche e psicologiche) che allontanavano la singola persona dal modello ideale e che la rendevano unica. Quasi tutti chiamano queste caratteristiche “difetti”. Cavolate!
A chi mai piacerebbe vivere in un popolo di cloni identici e perfetti? Forse agli antichi Greci, ma a me no di certo. Io adoro le differenze.
Un ritratto molto speciale inventato dai romani è il Monumento Equestre (dove la potenza del cavallo si unisce all’intelligenza dell’uomo per simboleggiare l’invincibilità del grande condottiero). Si pensi al bronzeo Marco Aurelio (l’unico sopravvissuto alle fusioni cristiane): l’imperatore calmo e pacato doma con la sola forza del pensiero l’irrequieto destriero (simbolo anche del grande Impero in declino). Come già detto, la roba romana funziona benissimo e, dal Rinascimento in avanti, giù a rifare Monumenti Equestri in tutte le piazze d’Italia e poi d’Europa, nei secoli dei secoli, Amen.
Non mi lamento, per carità, mi piacciono molto i monumenti equestri, ma (almeno per adesso) non mi interessa copiarli perché sono diversa da un Imperatore Romano e di conseguenza diversa è la mia Arte. Non ho (ancora) un ego abbastanza grande per conquistare il mondo.
Ma anche io, come gli antichi Romani, ho il culto dei Lari e custodisco gelosamente la memoria della mia famiglia e del mio popolo. E infatti anche io faccio Ritratti, ma un po’ meno monumentali di quelli imperiali.
Cerco soprattutto di raccontare me stessa e il mio mondo, che è quello delle donne.
Per questo ho pensato a un ritratto di donna con animale. Il cavallo è un meraviglioso animale, ma non mi serviva un simbolo di potenza muscolare e soprattutto non volevo che la mia donna lo domasse. Adesso mi viene in mente la mia opera preferita di Leonardo:"la dama con l'ermellino" (anni fa venne a trovarmi a Firenze e io andai a incontrarla nella sala bianca di Palazzo Pitti, che eleganza sublime), ma non va bene neanche quella, non è un omaggio alla donna in realtà, ma il ritratto dell'amante di un potente (è Cecilia Gallarani e l'ermellino é un'allusione al suo cognome e a Ludovico il Moro).
Io volevo omaggiare la donna come donna (non come "amante di", "madre di", "figlia di") e mi serviva un animale specchio. Ho pensato che quello specchio potesse essere un gatto, anzi, una gatta.
La gatta non è un animale ammaestrabile, è un simbolo di fierezza, di indipendenza e di mistero.
Nel mio “Ritratto Felino”, la gatta sorniona e sfuggente viene trattenuta dolcemente dalle mani della ragazza che quasi si fondono al suo corpo (le due sono in simbiosi, non in opposizione). Lo sguardo fiero e senza paura della giovane è il mio augurio a tutte le donne: che possano un giorno assaporare la consapevolezza della propria grandezza.
Vedo nella donna una profondità maggiore, una praticità maggiore, una coerenza maggiore, una forza maggiore. E forse ho torto, forse non sono maggiori, ma solo diverse da quelle maschili.
Comunque sia, io adoro le differenze.

lalla
"Le due gatte", Ritratto Felino, olio su masonite, 50x60cm
P.S. La mia splendida modella domani avrà 17 anni. Le ho chiesto io di alzare il mento mentre posava, per natura non ha questo atteggiamento spavaldo. E’ una ragazza mite, silenziosa e misteriosa (come una gatta). Ma è anche intelligente, studiosa e determinata. E’ coerente, è forte, è dolce, è romantica, è piena di speranza, è bellissima. Alla sua età ero come lei, ma forse un po' più imbranata (parecchio più imbranata).
Le auguro di incontrare nella vita persone giuste, che sappiano apprezzare la sua grandezza, che non cerchino di frenarla, che non si sentano in competizione con lei, che siano in grado di godersi la fortuna di averla accanto. E se così non fosse (perché il mondo è pieno di stronzi invidiosi) le auguro di fare come me: di andare avanti come un treno, di continuare a vivere la vita a testa alta e di lasciare indietro chi non se lo merita.
Auguri Lucia, vai e spacca!