giovedì 21 marzo 2019

l'dea, la materia e i bioccoli di colore stregati

Venerdì scorso, in terza, ho iniziato a spiegare Michelangelo.
Prima ho parlato della sua formazione neoplatonica, della sua volontà di liberare l’idea imprigionata nel pezzo di marmo (nella materia) aggredendolo solo frontalmente con la sua tecnica unica. Mi ci è voluto almeno un quarto d’ora per analizzare la giovanile Pietà romana. Abbiamo parlato dell’iconografia nordica, letto la composizione piramidale (e a “z”) e ammirato il virtuosismo del panneggio reso con solchi profondi che generano drammatici effetti chiaroscurali. Poi ci siamo spostati sul delicato volto di Maria, idealizzata e giovanissima perché pura (ricordiamoci che si tratta dell’unico essere umanano venuto al mondo senza peccato originale)e sul suo dolore toccante e malinconico. Ci siamo soffermati sul corpo senza vita di Cristo, sulla forza di gravità che lo attrae inesorabile verso il basso e sulla morbida flaccidità delle sue carni molli e abbandonate. Infine ho guardato i miei studenti e gli ho detto: “Michelangelo, orgoglioso e giovane com’era, pensava di aver raggiunto l’idea, la perfezione assoluta, di aver realizzato non una Pietà, ma La Pietà, ne era convinto al punto da mettere una fascia sul busto di Maria (tipo Miss Italia)e firmarla col suo nome”. Tutti hanno sorriso “Ma effettivamente ragazzi, quello che è riuscito a fare è piuttosto sconcertante, soprattutto riflettendo su un fatto: tutto ciò di cui abbiamo parlato fino a adesso non è altro che un enorme sasso bianco… giusto? O almeno, lo sarebbe stato, se lui non ci avesse messo le mani”.

Far le foto ai miei quadri non è facile.
Prima di tutto non sono una professionista, poi mi servo di un’illuminazione improbabile. Nel mio salone (purtroppo) esposto a Nord non entrano mai direttamente i raggi del sole, quindi la luce esterna “raffredda” eccessivamente le immagini. Provo con alcune lampade, ma quelle le “scaldano” troppo. La via di mezzo non esiste, si tratta di aggiustare un po’ le cose e far finta che vadano abbastanza bene.
Inoltre, come si fa a far arrivare il massimo della luce e posizionarsi perfettamente frontali (per non deformare l’immagine)? Rischio di fare ombra io stessa e la luce crea strani riflessi sulla tinta a olio. E non ho manco un cavalletto quindi infiliamoci pure il tremolio della mano: un disastro! Mi arrangio all’Italiana, mi accontento, cerco di aggiustare le cose con Photoshop (e non è detto che invece non finisca per peggiorarle). Che poi, tutta questa fatica che la faccio a fare se i social-networks comprimono le foto senza alcun criterio, ma a sentimento, compromettendo ogni cosa?
Vale anche per le opere d’Arte (e non di puro diletto come le mie): le sculture e le pitture, belle o brutte che siano, andrebbero sempre viste dal vivo.
Come consolazione, va detto che anche al museo, anche quando uno è fortunato (e quindi non si ritrova davanti un gruppo di turisti disinteressati a ingombrare tutta la visione), i riflessi dei vetri o varie ombre esterne vanno a mescolarsi con le sacre tinte e a inficiare in parte la percezione dell’oggetto reale… perciò pazienza, se succede a un divino Kandinskij, figuriamoci che sarà mai se le mie opere vengono riprodotte un po’ maluccio.
 

Pochi giorni fa cercavo di fotografare il mio ultimo quadro e non c’era proprio verso, riflessi ovunque. Ho combattuto un po’ e poi basta, ho cominciato a prenderci gusto nel percepire il riflesso di qualche dettaglio ancora umido o l’ombra dei bioccoli di pittura. La matericità delle opere è una cosa meravigliosa.
D’altronde, cercate di capirmi, gli anni passano e io appartengo a quella generazione di persone che quando leggono adorano ciancicare la consistenza della carta tra le dita e annusare il profumo della stampa, non mi accontenterò mai di un libro digitale (per questo mi piacerebbe tanto trovare un editore e pubblicare qualcosa da poter toccare con le mani).
La materia delle cose le rende corruttibili, è vero, ma anche tangibili e reali. Vestendo le idee di materia, possiamo farle scendere dall’Iperuranio fino a noi, sulla terra, e possiamo toccarle.
Sono stata tante cose nella mia vita (anche e soprattutto un’artigiana) e modellare la creta con le mani insegna, che si tratta di terra, di fatica, di polvere, non solo di effimera Arte. Accarezzo spesso le mie sculture perché finché erano nella mia testa non averi potuto farlo, ma adesso posso.
Quando dipingo mi sento come una bimba euforica che ha rubato la cassetta dei colori, non mi dispiace nemmeno rovinare abiti e mobili con schizzi e macchie più o meno casuali, perché so già che quelle tracce in seguito mi parleranno, mi racconteranno la gioia che ho provato durante il mio gioco. Adoro sporcarmi le mani e macchiarmi di pigmento sotto le unghie (ne vado proprio orgogliosa).
Quanto mi affascinano quelle tinte vischiose dal profumo pungente, quel loro scintillare, quel modo tutto particolare con cui impregnano la masonite!
Perché infondo si tratta solo di questo: di bioccoli di oleose miscele di minerali che vanno a sporcare un infimo supporto di truciolare di legno compresso… giusto?
Oppure mi sto sbagliando e forse nei miei quadri io metto anche qualcos’altro: un po’ di me stessa.
Se così fosse, anche senza l’infinito talento di Michelangelo (ma solo con quelle poche briciole che ho a disposizione) riuscirei a trasformare la materia in idea e non solo l’idea in materia.
Ma guarda, può darsi che alla fine io sia davvero un po’ streghetta… o no?
 

lalla

lunedì 18 marzo 2019

la vita è bella, ma tignosa

Premessa: se cercate “tignoso” sul vocabolario lo trovate ma è un cosiddetto toscanismo, cioè un termine dialettale usato dalle nostre parti, significa “duro a levarselo di torno”, “persistente”, in poche parole “rompicoglioni”. 

Il 14 febbraio Daenerys è scomparsa.
Ci sono rimasta malissimo perché non mi aspettavo certo di trovare un fidanzato, ma che proprio quel giorno mi sparisse anche la gatta, no!
I miei amici pelosi abitano in casa e in giardino (che è abbastanza vasto e segreto, circondato da alte mura), tramite gli alberi riescono a salire anche su alcuni tetti bassi e si stendono per ore a prendere il sole. Ebbene, da uno di quei tetti deve essere caduta nella strada e non si capisce bene il perché visto che conosce da sempre l’ambiente. Forse ha scelto di allontanarsi per cercare l’amore (vista la ricorrenza), ma questa versione non mi convince: era in calore la settimana prima e avevo invitato a far turismo sessuale. un aitante “Sacro di Birmania”. E poi, gettarsi da una parete di 6m nel vuoto e sulle auto sottostanti, non la chiamerei una fuga amorosa, bensì un tentativo di suicidio.
Comunque, l’ho cercata per due giorni, ho tappezzato il quartiere con i manifesti (come nei film). Ho avuto anche la pessima idea di scrivere un appello su FB. Ho pensato che quando scompare una persona si chiamano gli ospedali, quindi ho chiamato e allertato tutti i veterinari e questa invece è stata un’ottima idea: alla fine l’ha ritrovata una clinica veterinaria, ma purtroppo troppo tardi, un’auto l’aveva colpita.
E’ stata tutta una vicenda drammatica: Matilde era molto scossa (la considera la sua gattina) e per due giorni si è fatta la pipì addosso (evento che non era mai più accaduto da un anno e mezzo), io non ho dormito per giorni durante le ricerche (dovevo cercare di tranquillizzare i bambini e fargli accettare ogni possibile scenario, ma ero molto angosciata a pensare quella povera bestia là fuori, persa e terrorizzata in mezzo al traffico cittadino), poi, una volta ritrovata, è stato ancora più terribile perché la botta le aveva compromesso il senso di orientamento ed equilibrio e temevo di doverla far sopprimere. Intanto ho dovuto subite l’attacco mediatico di alcune talebane-feline da quello che doveva essere un gruppo FB di aiuto per la ricerca di animali smarriti, con tanto di forconi mi hanno incolpato di essere stata io a condannarla “facendola uscire di casa” (ne parlavano come se le avessi dato io la via sui viali di circonvallazione), mi hanno dato della pazza, dell’arrogante, di essere una che gioca a fare Dio, una che compra i gatti come fossero giocattoli per i suoi bambini e poi li abbandona al loro destino, mi hanno augurato di essere tormentata per sempre dagli incubi della mia gatta straziata e molte altre cose carine….. e vabbè, quanto è bella l’umanità, sempre pronta a giudicare (senza conoscere), puntare il dito verso il colpevole e sputare veleno!
Che poi, io sono una che non ha certo bisogno di aiuto per convincersi di avere delle colpe, anche da sola ho pensato di averne (non certo per averle permesso di divertirsi rincorrendo farfalline e arrampicandosi sugli alberi), ma per non averla sterilizzata. E’ solo che io, per l’appunto, odio giocare a fare Dio e vorrei che i miei gatti vivessero nel modo più naturale possibile, che non somigliassero a dei soprammobili ciccioni e indolenti (come Gattolinzi), ma che sviluppassero il proprio carattere e conservassero il proprio istinto. Per altro, i siamesi originali (ora chiamati “Thai”) alla fine degli anni ’90 si sono praticamente estinti a causa della sterilizzazione default di tutti gli esemplari domestici, solo negli ultimi anni hanno cominciato a ripopolarsi grazie all’impegno di alcuni allevatori, quindi, potendo, non sarebbe stata una cattiva idea cercare di darle la possibilità di riprodursi conservando il suo patrimonio genetico. Ovviamente, ho evitato di parlare su FB della questione ovaie-sì/ovaie-no, altrimenti le suddette talebane-feline avrebbero indetto una sacra processione fin sotto casa mia e mi avrebbero bruciato come strega!
Vabbè, per fortuna la micetta (per questa volta) se l’è cavata, alla facciaccia loro! Purtroppo una zampina è paralizzata e ciondola un po' strana, ma sa già fare tutto con tre zampe, è un fenomeno. L’ho costretta in casa quasi per tutto il mese, ha chiesto sempre più insistentemente di uscire e ha sofferto segregata in casa, è nata libera e libera vuole restare. Non potrò impedirle di vivere anche all'aperto, ma almeno s
pero che la brutta esperienza le abbia insegnato a essere un po’ più prudente. 

Comunque, riacquistata una certa tranquillità, ho iniziato a dipingere un mio ritratto col Tigro.
Nonostante sua Maestà sia convinto di essere il padrone di casa e di ospitarci tutti per gentil concessione, nonostante cerchi di assestarmi dei morsi dolorosissimi ogni volta che lo invito a fare qualcosa contro il suo volere e in particolare se cerco di prenderlo di peso e spostarlo, va detto che è un Signor gatto.
Lui è arrivato per primo, ben 9 anni fa, e ha accolto con amore prima Gattolinzi e la micetta dagli occhi azzurri poi. Quando li nutro, si mette da parte e lascia finire le gatte prima di cominciare.
Durante la scomparsa di Daenerys, l’ha cercata per giorni, mi si siedeva davanti, mi guardava fisso e poi miagolando mi chiedeva di lei, come per dire: “dove l’hai messa la mia gattina?”.
Quando finalmente l’ho riportata a casa dalla clinica, aveva recuperato l’equilibrio, ma era molto spaventata e debolissima perciò avevo approntato un giaciglio e una lettiera in bagno, per tenerla isolata dagli altri due gattoni (pesano il doppio di lei). Ma Tigro l’ha sentita tornare, si è piazzato davanti alla porta del bagno e ha iniziato un miagolio straziante. Ho resistito cinque minuti, poi l’ho lasciato entrare.
E’ stato delicatissimo, se l’è tutta leccata e sbaciucchiata, anche lei era felicissima di rivederlo, dopo le coccole si è addormentata tranquilla, Tigro finalmente si è calmato e l’ho potuto far uscire.
E va bene che sono bestie, ma è stata una scena abbastanza commovente.
Mi piaceva l’idea di rendere omaggio al mio gattaccio inserendolo in un dipinto. E mentre dipingevo pensavo al periodo molto bello che sto attraversando (spaventi felini a parte). Mi sentivo tutta in brodo di giuggiole e avevo anche cominciato a scrivere un post paradisiaco dove parlavo di piccole grandi gioie legate a tanti aspetti della mia vita, al mio amore infinito per i figli, al mio senso di completezza streghesca, alle mie soddisfazioni con gli studenti…
 

Quando, venerdì sera, mi rendo conto che la piccola tre piedi ha preso la tigna.
La tigna!
L’ha presa nella costosissima clinica veterinaria dove è stata ricoverata 2gg in seguito all’incidente (dove non le hanno fatto un bel niente, tranne attaccarle una flebo e la Tigna e in cambio mi hanno estorto 225e). Guardo meglio e scopro che l’ha pure già attaccata a Gattolinzi.
La tigna!
Per quanto ne so potrebbe averla anche già attaccata a me e alla Piccola Fata, dato che ce la stiamo sbaciucchiando anche noi (e non solo il Tigro) da due settimane.
Ecco.
Dopo un primo, lungo e doveroso momento di scoramento, sono passata all’azione.
Con i bambini dal padre, ho spalmato di crema antimicotica le povere bestiole e le ho espulse in giardino (a questo punto, anche e soprattutto Daenerys), quindi ho passato tutta la mattinata di sabato a cercare di disinfestare la casa, ho aspirato ovunque, cenciato i pavimenti, salviettato i mobili, sbudellato i divani, spellato i cuscini e lavato ogni tipo di tappezzeria (e sapete quanto io ami fare la brava donnina di casa… per niente!).
Verso l’ora di pranzo, ho chiamato la clinica per avvertirli del contagio (non solo per avere un consiglio, ma anche per il bene degli altri gatti ricoverati da loro), il giovane veterinario mi ha spiegato che non era affar suo e che avrei dovuto richiamare lunedì quando c’era il titolare.
Visto che la crema se l’erano già leccata via tutta in 5’ (a vicenda: nel senso che ho visto Tigro leccare Daenerys e “pulirla” direttamente sulla zona lesionata…. orrore!), il resto della giornata ho imbastito un pietoso pellegrinaggio in ben 5 farmacie di Firenze alla ricerca di un farmaco antimicotico orale per uso animale. Ma niente, evidentemente la Tigna è una malattia medievale ritenuta ormai estinta al pari delle streghe. Alla fine un povero Cristo si è mosso a compassione e mi ha venduto una capsula con lo stesso principio attivo del rarissimo farmaco, ma pensata per uso umano (quindi con dosaggio troppo elevato) calcolando lui il frazionamento che avrei dovuto eseguire.
Arrivata a casa ormai nel tardo pomeriggio, diligentissima, ho svuotato la polvere su una stagnola e ho cercato di sezionarla in 14 parti abbastanza equivalenti (mentre separavo le “dosi” mi è venuto in mente che se fosse arrivato qualcuno mi avrebbe preso per una spacciatrice e ho addirittura rischiato di starnutirci sopra e rovinare tutto), ma alla fine credo di essermela cavata, anche senza un trascorso da eroinomane. E lasciamo perdere le scene tragicomiche quando ho dovuto somministrare le piccole palline di carne macinata “drogata” ai tre gatti… vabbè.
Adesso non mi resta che proseguire la cura orale per un altro giorno, incremarli per settimane, aspettando e sperando, che i nostri amici pelosi guariscano e che nel prossimo mese non compaia anche su di noi l’amato ospite.
E insomma, peggio dei pidocchi, il post sui Campi Elisi della vita terrena lo scrivo un’altra volta.
 

lalla
"il Gatto della Strega", olio su masonite, 51x60,5 cm

P.S. La Piccola Fata è molto entusiasta di questo quadro: “bello mamma, dopo ne fai uno di me con Daenerys!!!”. Magari anche sì, se e quando riusciremo ad arrestare la pandemia fungina.

mercoledì 13 febbraio 2019

la mia pittura: tra idea, battaglia e un certo taglio di fusilli

Vorrei parlarvi della pittura. Vorrei spiegarvi cosa mi fa provare. Vorrei raccontarvi il perché non potrei fare a meno di dipingere e, allo stesso tempo, il perché non potrei farlo più spesso di quanto già non faccia (e cioè relativamente di rado). Vorrei farlo perché è un argomento che mi interessa molto, ma è anche tanto difficile da affrontare e non lo so se ce la farò.
 
IL DISEGNO
Comincerò parlando del Disegno perchè tutta la mia storia è iniziata così. Sono stata una specie di bambina-disadattata-disegnatrice-prodigio.
Il Disegno (e in seguito la scultura, poi la pittura e la scrittura) sono sempre state un’esigenza e mi hanno accompagnato per tutta la vita. Senza di loro, non sono io. Infiliamoci anche la curiosa osservazione e interrogazione del mondo, la rielaborazione di tutto questo e il racconto orale (continuo) a persone e cose, e il quadro è completo: sono io. 

Ogni tanto ho deciso che fosse il momento di dedicarmi ad altro e che per un po' di tempo sarei potuta stare senza disegnare, ma non ce l'ho mai fatta troppo a lungo.
Dopo il primo anno di Università di Architettura passato solo a studiare, ero in crisi di astinenza da Disegno e così mi iscrissi anche alla Scuola Internazionale di Fumetti (non allo scopo di diventare fumettista, ma per trovare una scusa che mi consentisse di disegnare almeno due mattine a settimana senza provare sensi di colpa). Insomma, un giorno venne a farci lezione un tipo (sarà stato un fumettista, sinceramente non ricordo né il nome, né la faccia). Era arrivato in classe per parlarci del Disegno e per prima cosa, tanto per rompere il ghiaccio, chiese: “Allora, qualcuno di voi vuol provare a spiegare cosa significhi per lui 'saper disegnare'?”. Tutti zitti. “Suvvia, senza paura...”
Secondo voi chi sarà stata la bischera a provarci, così, senza paura?
Un’ingenua lalla diciottenne mise insieme tutto il suo coraggio e tentò di parlare della cosa a cui teneva di più nella vita: “Ecco… secondo me saper disegnare significa non fare nessuna fatica, non è una questione di tecnica, quando io guardo il foglio bianco già immagino il disegno finito, ce lo vedo sopra come vorrei che fosse, quindi quando inizio a disegnare è come se in realtà iniziassi a “ripassare” ciò che esiste già nella mia mente, per questo quando disegno una donna mi sento tranquilla e posso partire da un piede o da una mano senza sbagliare le proporzioni, perché so già come sarà l’insieme una volta finito”.
Diciotto anni, mica male. E il tipo? Sapete cosa mi rispose, davanti a tutti?
“Ma senti questa! Te che ti sei fumata prima di venire in classe?”
Alla faccia del “suvvia, senza paura…”. Mi sentii molto stupida e ridicola. Tutti i miei compagni scoppiarono a ridere e nessuno provò a difendermi (neanche il mio compagno di banco nonché attuale ex-marito). Facile così: umiliare uno studente e portarsi tutto il resto della classe dalla propria parte! Potreste pensare che il tipo volesse solo fare una battuta e che io sia una persona permalosa. E’ sicuro che io lo sia, peccato che quello non fosse per niente il momento di scherzare per me (che avevo cercato di fidarmi, di aprire il mio cuore e di essere sincera). Che persona meschina, come ho già detto non mi ricordo niente di lui, tranne il tipo di insegnante che dimostrò di essere e a cui cercherò di non assomigliare mai. Chiudiamo il capitolo persone-da-dimenticare e torniamo a ciò che ci interessa.
Il Disegno è tutto: osservazione, interrogazione, rielaborazione, infine sintesi spontanea di ogni tua percezione e restituzione grafica. Insomma io sono come un filtro della realtà, anzi, come uno stampo per la pasta, mi arriva una massa enorme e indefinita di informazioni e sensazioni, da fuori e da dentro, e io potrei trafilarla in tagliatelle o maccheroni, ma quello che esce da me è un taglio tutto speciale, né corta, né lunga, è un tipo di fusillo solo mio. E può piacere a chi la mangia, o può disgustare, ma questo infondo non mi importa. Va bene comunque perché è un taglio sincero, non c’è niente di costruito. Questa è una cosa che avevo già capito dopo il Liceo Artistico (ed è per questo che non mi iscrissi all’Accademia delle Belle Arti): tutto questo non lo si può insegnare e non lo si può imparare, tutto questo lo si è o non lo si è, e basta. Certo, un buon maestro può correggere, indirizzare e far migliorare. La tecnica in effetti si può (e si deve) imparare, ma il talento no, non è proprio possibile.
Eccoci male: ho pronunciato una delle parole proibite: “talento” (l’altra è “artista”).
“Ma chi si crede di essere, crede di avere talento? Crede di averne abbastanza? Crede di averne più degli altri?”.
Non importa, se vi disturba tanto, la ritiro subito. A dire il vero, questo argomento non mi interessa, ve l’ho detto: il piatto di pasta potrà piacervi o meno e siete liberi di non tornare al mio ristorante.
Non è questa la questione, non è il risultato che mi interessa, mi interessa il mentre, il durante e quello che sento, quindi adesso mi concentro e provo a spiegarmi di nuovo.


IL PROCESSO CREATIVO
Allora, dipingere non è solo trafilare i tagliolini, dipingere è anche una specie di combattimento, insieme (e contro) se stessi e il proprio quadro.
Io sono soprattutto una ritrattista, quindi proviamo a parlare di ritratti.
Prima di tutto, mi piacerebbe sempre essere io a scegliere il soggetto, è lui (anzi, quasi sempre lei) ad attrarmi e a farmi desiderare di ritrarlo. Poi, in posa per giorni non ci vuol stare più nessuno, quindi mi servo di foto. Ma non si tratta della roba squallida che state pensando, non mi servo di foto scattate da altri al mare e col sole negli occhi (non sarebbe proprio possibile), le foto le faccio io e questo passo è fondamentale, fa già parte del ritrarre. Ho bisogno di scegliere l’illuminazione e di stare un’oretta col mio soggetto, di guardarlo da ogni angolazione, di girarci intorno come una leonessa con la sua preda, di parlarci e vedere come reagisce, di comprendere e rubare le sue espressioni.
A questo punto, ciao, può tornarsene alla sua vita e lasciarmi da sola, a studiare il materiale fotografico. Ci vuole del tempo, metto insieme più scatti, cerco una composizione che mi soddisfi. Se la trovo, si passa al terzo passo (il disegno), altrimenti si ricomincia dalla Canon.
Facciamo che è andato tutto bene, ho a disposizione il materiale giusto, e passiamo alla terza fase.
Se so di dover colorare a olio, io (che adoro disegnare) non disegno quasi per niente, non sento alcun bisogno di tracciare una base netta o un chiaroscuro preciso (tanto nella mia testa so già come verrà), faccio uno schizzo bruttino e tirato via: ho troppa voglia di passare alla fase quattro e sporcarmi con i colori!
Eccomi, invasa da un’esigenza crescente, che apro con foga i tubetti mezzi seccati, riverso velocemente un bel po’ di colore sulla mia tavolozza incrostata e rianimo i pennelli spampanati con un po’ di diluente vegetale (quasi sempre mi ritrovo con i materiali in cattivo stato, ma ormai è troppo tardi per poter rimediare: quando è arrivato il momento non posso più rimandare, devo procedere, quindi mi arrangio con quello che trovo). Diretta sulla masonite, mi immergo subito nel centro del conflitto, tutta la partita si gioca qui: negli occhi. Come il grande Klimt ci insegna, tutto il resto può anche scomparire nell’indefinitezza (il corpo, le proporzioni, lo sfondo), niente è importante davvero in un ritratto, eccetto lo sguardo. Vado avanti, poi ci ritorno, guardo il mio soggetto, lo scruto, cerco di affondarci dentro, guardo il mio quadro, poi di nuovo il soggetto, di nuovo negli occhi, poi la bocca, il volto, modulo l’espressione, di nuovo lo sguardo… è un processo completamente assorbente (sono del tutto rapita, non ho fame, non ho sonno). A questo punto di solito forze maggiori (per esempio i miei impegni di madre, insegnante o anche solo di persona fisica) mi costringono a staccarmi dalla pittura e dover interrompere quando proprio io non vorrei, ciò è causa di profonde frustrazioni. E oltre a questo, c’è sempre un terribile momento in cui mi rendo conto che sto perdendo la mia battaglia e che il quadro sta andando in una direzione diversa, dove io non vorrei. Sono attimi di puro terrore e disperazione. Ma se resisto e vado ancora avanti, posso farcela, posso riprendere in mano la situazione, quando ce la fo, quando finalmente sento di avere di nuovo il controllo, guardo il mio quadro ed è come se guardassi il soggetto stesso, potrei parlarci se volessi (e di solito, infatti, comincio a farlo). Quando capisco di aver realizzato fisicamente l’idea che avevo in testa, mi sento felice. Insieme sopraggiungono la soddisfazione e un primo sentore di stanchezza, ma ho ancora voglia di concludere, sono ancora spinta in avanti, euforica (perché intravedo il traguardo e ormai so di poterlo raggiungere) procedo e arrivo fino alla fine. Fino a quando la spinta si esaurisce e l’esigenza si placa. Il quadro è finito. Io mi sento fisicamente esausta e psicologicamente svuotata (infatti non ce la faccio a mettere a posto ed ecco perché il mio materiale, quando poi mi servirà di nuovo, farà schifo).
Mi rilasso e finalmente sto benissimo, per giorni parlo col mio quadro e lo accarezzo (con lo sguardo e con le dita).
E’ tutto molto inteso, ma davvero troppo forte per desiderare di provarlo subito e di nuovo.
Ho il resto della mia vita da vivere (non ho intenzione di immolarla all’arte), desidero pensare e dedicarmi anche ad altro. Una volta concluso il mio quadro tutto ciò è possibile, senza patimenti, né rinunce. Passa del tempo, a volte alcuni mesi, nei quali vivo serena e tranquilla. Ma non è mai per sempre, prima o poi tutto questo torna a chiamarmi, le mani iniziano a pizzicarmi e il desiderio rinasce: è il momento di intraprendere una nuova battaglia!
IL NON-FINITO
Tante gente mi dice: “i tuoi quadri sono più belli a metà, lasciali non-finiti”.
Ammesso che possa davvero interessare a qualcuno che i miei quadri siano "più belli", proverò a spiegare perché non lo faccio, perché arrivo fino infondo, fino a quando mi spinge il desiderio di andare. I miei quadri non-finiti non sarebbero più belli, sarebbero solo più ruffiani.
E’ più facile far piacere qualcosa che non è finito, la non definitezza lascia spazio all’immaginazione del fruitore dell’opera. Tanti pittori giocano su questo (lo ha fatto anche Annigoni), io no, grazie. Mi dispiace ripetermi, ma in sostanza: “a chi non piace questa minestra, può buttarsi dalla finestra” o (meno drammaticamente) cambiare ristorante.
Capiamoci, abbiamo detto che l’arte è una sfida. Prendiamo Michelangelo, lui lo aveva capito, sapeva che ogni sua opera era una battaglia ed è vissuto col preciso intento di vincerle tutte. Si era formato in ambiente neoplatonico, quindi da ragazzo spiegava: “nel pezzo di pietra esiste già l’opera d’arte, esiste l’idea (neoplatonica e perfetta), io devo solo riuscire a liberarla da quel blocco di materia che la opprime, devo togliere tutto il superfluo e farla uscire fuori”.
Ecco, adesso che lo sto citando mi rendo conto di quanto la mia spiegazione giovanile del “saper disegnare” fosse simile a quella michelangiolesca del “saper scolpire”. Non ci avevo mai fatto caso, si tratta in ogni caso di cercare di realizzare fisicamente un’idea che la tua mente già conosce… ecco, questo ribadisce quanto fosse coglione quel tipo alla scuola di fumetti, probabilmente avrebbe dato del drogato anche a Michelangelo se l’avesse incontrato da giovane (magari: lui non si sarebbe sentito ridicolo, gli avrebbe rotto il naso!).
Ora, tutto si può dire, tranne mettere in dubbio l’infinito talento di Michelangelo. Lui sapeva di possederlo, aveva un ego più grande della Sistina stessa (e meno male o non avrebbe mai trovato il coraggio di intraprendere e portare a compimento opere tanto sovrumane). Da giovane, la sua autostima era altissima e la sua convinzione intatta, un esempio: una volta conclusa la Pietà romana era tanto convinto di aver raggiunto l’idea (la perfezione) da investire la Madonna di una fascia (tipo Miss Italia) con la sua firma sopra. Maturando, ogni sua convinzione iniziò a vacillare ed è proprio da questa incertezza, dal timore di non aver più la forza e la sfrontatezza necessarie per raggiungere la vera idea (la perfezione) che nacque il suo non-finito. Da vecchio, nell’ultima Pietà milanese, la consapevolezza di non potere (e soprattutto di non volere) raggiungere più niente di perfetto, il desiderio impellente di esprimere tutte le paure e le incertezze dell’uomo prossimo alla morte, lo portò a “distruggere” fisicamente la propria opera, disfare e fondere i corpi in un ultimo e esile abbraccio finale, in un ultimo e grandioso capolavoro. Il non-finito michelangiolesco è paragonabile a certe coeve pitture di sacrifici e pietà dell’ultimo Tiziano (guarda caso, vicino alla fine, gli artisti prediligono sempre certi temi). Mi vengono in mente anche altri epiloghi artistici, come le “pitture nere” della Quinta del Sordo di Goya o gli ultimi Klee. I grandi della St.Arte (quelli che obiettivamente avevano un talento mostruoso) hanno percepito in sé la scintilla della creazione, per un certo periodo si sono sentiti invincibili divinità e hanno alimentato il loro ego gigantesco, ma sono stati anche persone dalla grande sensibilità, si sono posti enormi domande e, nel tentativo di trovare delle risposte, hanno finito per mettere in discussione, smontare e distruggere ogni propria certezza. Questa parabola non li ha resi meno grandi, né meno divini. Ma è, appunto, una parabola, e bisogna essere Michelangelo per poterla percorrere. Bisogna essere in grado di dipingere l’incredibile campionario di perfetti nudi maschili in scorcio nella volta della Sistina, prima di permettersi il lusso di sproporzionare volutamente il torso del Cristo giudice nella parete del Giudizio Universale. Bisogna saper infondere tutta l’energia vitale al David e concluderne ogni singolo dettaglio anatomico, prima di lasciare non-finiti i propri Prigioni. Bisogna arrivare a toccare la divina perfezione dell’idea rinascimentale, prima di concedersi la libertà di poterla distruggere.
Io non sono Michelangelo, io non ho una briciola del suo talento e della sua foga creativa, io non aspiro alla perfezione (non l’ho mai fatto), non potrei proprio farlo (neanche volendo) e quindi, per adesso, non cercherò neanche di distruggerla. Cercherò solo di portare avanti le mie pitture (e ogni altro tipo di espressione artistica) non assecondando nessuna moda o richiesta esterna, ma esclusivamente il mio istinto. Fino a quando ne avrò la forza. Fino a quando ne avrò la voglia. Non una pennellata, né una parola oltre il mio desiderio. Poi basta.

E che nessuno se ne disperi, sono certa che nel ristorante accanto, per modici prezzi, continueranno a servirvi ottime lasagne. 

lalla

 
P.S. Rileggendo questo post in cerca di “orrori ortografici” mi sono accorta che la mia descrizione del processo creativo è molto simile a quella di un atto erotico, quindi, oltre che per drogata, potrei passare anche per maniaca sessuale. Ma forse è normale che i due processi si somiglino in termini di desiderio, urgenza, istinto e sensazioni, infondo, si tratta pur sempre di creazione.
"Sofia con orchidee", olio su masonite, 41,5x46,5 cm.

giovedì 7 febbraio 2019

Caro babbo, tra le tante, tre cose

Caro babbo, non considerarmi una figlia ingrata perché al cimitero non ci vengo.
Abbi pazienza, non condivido l’amore foscoliano per i sepolcri e non ho bisogno di una tomba per ravvivare la nostra “corrispondenza d’amorosi sensi”.
Sorprende soprattutto me quanto questa corrispondenza sia viva, tutto l’anno e non solo i primi giorni di febbraio perché neanche delle ricorrenze ho bisogno, il mio cervello si ricollega a te in ordine sparso e casuale, ma con un ritmo piuttosto costante.
Sai che Silvia è nata 3 giorni prima di te (a dire il vero 26 anni dopo, ma sul calendario 3 giorni prima), per questo motivo abbiamo sempre festeggiato il vostro compleanno insieme. Ecco, tante volte ti fossero venuti dei dubbi, volevo farti sapere che io continuo a fare lo stesso, imperterrita.
A questo proposito, tre cose vorrei raccontarti.
 

La prima.
Questo compleanno è stato davvero bello, tutti insieme alla maniera Beppini, come sarebbe piaciuto a te. Nell’esatto momento in cui Silvia spegneva le sue 50 candeline (non ce l’ha fatta mica, sai? Erano una selva!) mi è venuto di pensare che meraviglioso regalo sia stata lei per te. Ho immaginato come ti devi essere sentito orgoglioso ed emozionato, in quel tuo ventiseiesimo compleanno, un giovanotto con la barbetta ancora scura e la figura affilata, stringendo tra le braccia la tua prima figlia. Una meraviglia, vero? E’ stato un pensiero stupendo, mi ha fatto tantissimo piacere e così l’ho detto subito alla mia sorella grande. Forse anche a lei ha fatto piacere, invece la mamma si è riempita di malinconia e mi dispiace, non era quello il mio intento. Io quel giorno coltivavo solo pensieri lieti e voglia di festeggiare. Anche te.
 

La seconda.
Dopo il pranzo e tante chiacchiere abbiamo giocato a yahtzee. Era tantissimo tempo che non ci giocavamo più.
Te la ricordi quell’estate che avevamo preso l’abitudine, nel pomeriggio, di giocare a yahtzee in barca, promettendo di tuffarci se ci fossero venuti 5 dadi uguali? E tu c’avevi pure il mal di schiena, ma con il tuo solito culo ovviamente facesti il punto e tutto sovreccitato ti buttasti in mare come un ragazzino impazzito??? (che, diciamocelo, competizione a parte, se ti avessimo pregato in ginocchio di buttarti a stomaco pieno per fare una nuotata con noi, non avresti accettato manco morto).
Tornando all’atro giorno, partitina insulsa, giocatori inesperti, punteggi bassi, non ti sei perso niente. Poi però, a un certo punto, tiro e mi vengono quattro 3 e io, posso giurartelo, ti sento. Hai presente il potere della suggestione e dell’auto persuasione? Funzionano alla grande! (le religioni c’hanno fondato degli imperi). Il nostro cervello e i nostri sensi sono birboni, ingannano.
Ti ho sentito lì con me è ti ho sussurrato: “non ti va babbo di fare un bello yahtzee? Ci starebbe proprio bene, no?”. Ho tirato il quinto dato e se mi avessero chiesto di scommetterci una gamba, io l’avrei fatto, perché ero certa al 100% che il 3 sarebbe uscito. Che magia!
E così infine, anche per quest’anno, io e te abbiamo festeggiato il tuo compleanno insieme.
   

La terza.
Torniamo alla storia della “corrispondenza d’amorosi sensi”, vorrei parlartene meglio perchè mi stupisce moltissimo.
Ogni tanto, così dal nulla, mi ricordo un tuo proverbio. Assaggio un cibo piuttosto disgustoso e penso che forse a te sarebbe piaciuto (“quel che non ammazza ingrassa”), oppure ne mangio un altro che a me piace da morire e ricordo quanto tu lo disprezzassi (tipo il riso al pomodoro). Mi viene in mente una litigata o un errore grosso che hai fatto tu (o che ho fatto io). Mi ricordo uno sguardo d'intesa che ci siamo scambiati, una frase a metà, le tante cose che ci siamo detti, le battute e le grullate che piacevano a entrambi e anche le sere dove davamo spettacolo (sei sempre stato l’anima della festa e un po’ lo sono anch’io). Ricordo le infinite e terribili partite a carte fatte in studio o al mare (“quando il cul la ragion contrasta, vince il cul che la ragion non basta!”)…
L’altra settimana a Firenze nevicava e una studentessa mi stava raccontando di aver avuto difficoltà a raggiungere la scuola e che l'aveva accompagnata suo padre, d'un tratto mi è tornato in mente un giorno che mi stavi accompagnando al liceo, la neve la sera si era sciolta, ma poi la strada di notte era ghiacciata, non è che mi è arrivato un ricordo vago, ma proprio la sensazione perfetta di quell’istante: stare seduti in auto accanto, mentre prendevamo le curve al Montanino e tu che mi dici “ieri nevicava e siamo stati a casa, ma la strada era sgombra, è peggio oggi, il fondo non è sicuro” e invece io in auto con te mi sono sempre sentita sicurissima, tanta era l’abitudine e la fiducia, e con te al volante c’avrei valicato le Alpi a cuor leggero durante una tormenta (ci sapevi fare davvero, anche se adesso mi rendo conto che, da bravo maschio Alfa, ti mettevi un po' troppo sotto le auto prima di sorpassare). 


Insomma, questo fenomeno della rimembranza è davvero potente e sorprendente.
Io, babbo, te lo dico con sincerità, il giorno che ti ho salutato non potevo sapere che ci sarebbe stata, così forte e così a lungo. Sono la custode della nostra memoria e, senza alcuno sforzo, senza impegno e in modo completamente spontaneo, in un certo senso, ti sto tenendo vivo. Direi che questa cosa è anche parecchio consolante. Cioè, cavolo, un giorno anche io morirò, ma è troppo carino pensare che i miei figli, e magari anche altre persone che mi hanno conosciuto, ogni tanto si ricorderanno di me. Magari anche di quanto gli rompevo le scatole, di una cosa che gli ho insegnato, di una bischerata che gli ho detto, di come sorridevo o mi arrabbiavo. Certo, dopo due generazioni, quando moriranno anche i miei figli (e i miei nipoti, se ci saranno) suppongo che nessuno si ricorderà più di me, ma chi se ne frega: tanto quelli manco li conosco, tanto vale che loro non conoscano me!
N.B. Per questo “diventerò una pittrice famosissima e i miei quadri mi terranno in vita per sempre nella memoria collettiva” oltreché improbabile, non mi è mai sembrata un'opzione particolarmente allettante.
Ma torniamo a noi, non sei contento di sapere che non te ne sei andato davvero, non ancora e non per noi? Dico “noi” perché sono quasi matematicamente certa di non essere la sola Beppina a provare questo. Siamo in tanti a trattenerti ancora per un po' su questa terra. Parecchio ganzo, vero? E tu ne eri cosciente, lo sapevi che avresti lasciato un’impronta così forte? Non sei sorpreso? Te l’aspettavi?
Io spero di sì, perché se te lo aspettavi vuol dire che siamo stati bravi.
E che tu lo sei stato con noi.


lalla
una foto mossa del 2004, in barca, dove si grulleggia

mercoledì 19 dicembre 2018

le classi dell'amore

Mancano pochi giorni a Natale.
Vorrei raccontarvi di alcune classi speciali.
Voi non siete insegnanti, per lo meno, la quasi totalità di voi non lo è, quindi non potete saperlo. Che le classi non sono tutte uguali, che ne esistono di speciali.
E' una cosa rara, insegno da 14 anni, ne ho incontrate poche, le conto sulle dita di una mano: la prima, molti anni fa, al Liceo Scientifico di Sesto Fiorentino, un'altra nello Scientifico di Campi, una alla scuola media di Pratolino... può darsi che ne abbia anche adesso, ma eviterò di sbilanciarmi a riguardo perché quelli dell'Internazionale sono svegli e magari vengono a leggermi.
Parlo di quelle classi che, quando guardi l'orario e sai che stai per entrarci, fai un sorriso perché hai proprio voglia di vedere i tuoi studenti. Sai che con loro starai bene pure se ammollerai dei 3 e ti toccherà fare degli urlacci. Starci volentieri non dipende dal fatto che tra gli studenti ci siano delle eccellenze o che siano tutti bravi, ubbidienti, studiosi o calmi. Non è questo. E non è manco questione di far squallidi favoritismi, non sono io a percepire una classe speciale, è la classe ad esserlo. E' un'alchimia un po' indecifrabile che hanno, presi tutti insieme. Nemmeno loro sanno come succede, quale sia la chiave, però anche loro la sentono, sanno di averla. E ogni tanto se ne approfittano, o almeno ci provano, perché no? Infondo sono adolescenti, uno dei loro compiti è scoprire fino a dove possono spingersi, mettere alla prova se stessi e l'adulto. Il compito dell'insegnante invece è cercare di non rompere l'idillio, facendoli rimanere nei ranghi, non è facilissimo (chi sa di avere fascino proverà sempre ad usarlo per ottenere un trattamento di favore).
Tra me è me, le chiamo "le classi dell'amore".
Ora, lasciamo perdere le battutine cretine, già mi tocca subirne da parte dei colleghi se nei Consigli di Classe mi esprimo in favore dei ragazzi con troppo trasporto (nessuno stupore a riguardo, di simpatici burloni è pieno il mondo, figuriamoci il Collegio Docenti!)
Parlo di Amore nel senso di empatia, nel senso di accettazione, nel senso di coesistenza, nel senso di rispetto. Come vi ho detto, non è mai stata una sensazione mia, soggettiva, bensì oggettiva e anche i colleghi simpaticoni sopracitati, alla fine hanno sempre concordano con me.
In ciascuna di queste classi c'erano il secchione (e/o la secchiona), l'antipatico un po' polemico (e/o l'antipatica un po' polemica), il timido (e/o la timida), lo sbuccione (quasi sempre maschio a dire il vero!), il narciso (maschio pure quello), la gatta morta (femmina) e il maschietto con l'ormone a 1000... va bene, c'erano tutti gli stereotipi e tutte le stranezze eppure ognuno accettava l'altro, io li accettavo tutti e tutti accettavano l'insegnante. Accettavano me, che gli ammollavo i 3 come caramelle, ma anche i 10 a dire il vero, purché se li meritassero (sia i 3 che i 10).
Fare questo lavoro bene è difficile, farlo bene insegnando la mia materia (anzi, le mie due materie) e avendo solo 2h a settimana è ai limiti della fantascienza, con l'orario completo sarebbero 9 classi da preparare e valutare ogni settimana (umanamente impossibile), alla fine (per una questione di sopravvivenza) gli insegnanti mollano (e gli studenti pure).
Tanti colleghi mi prendono un po' in giro perché ancora non mi arrendo e ce la metto tutta (anche con le classi respingenti, soprattutto con quelle): "sei troppo fogata", "ma chi te lo fa fare di correggere tutte le tavole ogni settimana?!", "fai troppo, è tempo sprecato".
Tempo sprecato?

E invece.
Succede che la dolcissima Giulia, con cui ho passato meno di un anno, mi ricontatti per anni e infine mi scriva il giorno della sua laurea in Architettura ringraziandomi e dicendomi che aver conquistato quel traguardo era anche merito mio. E io sono davvero commossa e felice per lei.
Succede che Sara, piena di talento e speciale (ma con poca voglia di studiare) era sempre passata inosservata dai colleghi finché non sono arrivata io e sono riuscita a vederla, succede che la abbandoni dopo 3 anni per vincere un concorso incinta di Matilde e che lei mi scriva nell'estate del 2016 (in un periodo proprio di merda per me), mi mandi la foto del suo 27/30 all'esame di St.Arte, dicendomi che lo dedica a me e che le dispiace di non aver saputo fare di meglio "ma lo sa che la teoria non è mai stata il mio forte" e io le risponda che all'Università avevo preso lo stesso voto al primo esame di St.Arte e che non sarei potuta essere più fiera di lei!
Succede, due anni fa, che Alice e Francesca abbiano bisogno di qualche consiglio per passare il test di ammissione a Disegno Industriale e pensino a me, quindi facciamo due incontri, le seguo un po' online e loro, bravissime: passano entrambe il test!
Succede l'anno scorso che Erika, tenera e coraggiosa allo stesso tempo, appassionata di uno sport poco conosciuto in Italia, mi scriva: "Salve Prof, sono anni che non ci sentiamo, ma ho sempre continuato a seguirla e oggi, quando mia mamma mi ha chiesto che cosa volessi fare da grande, perché volessi inseguire il mio sogno e che tipo di persona volessi diventare, io, volevo dirglielo, ho pensato che mi piacerebbe diventare come lei" e io mi senta onorata, mi commuova di nuovo come una bambina. E poi mi senta in colpa anche, abbia paura, anzi sia terrorizzata della responsabilità che porto.


Ne parlo con alcune professoresse, il confine tra giusto o sbagliato è labile: ho il terrore di influenzarli troppo, di andare oltre il mio compito. Tutti gli insegnanti si fanno queste domande? Ma perché succede? Da sempre, in classe impongo un regime poliziesco per il rispetto delle regole, ammollo 2 a chi non consegna le tavole dopo due settimane, applico note disciplinari se becco qualcuno a copiare, decurtazioni di voti a chi è in ritardo, li faccio lavorare il doppio di qualsiasi altra prof. della mia materia che abbia mai conosciuto. Perché non mi hanno mai bucato le gomme allora?
Ecco però, va detto, io provo a essere giusta, io li guardo, li ascolto, li rispetto, questo sì.
Si affezionano a me perché io mi affeziono a loro.
Perciò sono troppo empatica? questo è il problema!
E sono un'attrice, in classe mi piace fare teatro, gesticolo, mi agito, li faccio ridere, li stupisco. Ho una voce stridula e potentissima che tiene svegli (probabilmente imparano la St.Arte anche nell'edifico accanto). Negli anni tanti colleghi e colleghe, sentendomi spiegare dal corridoio, mi hanno detto che sono bravissima, che si sente la passione, che affascino le classi. I bravi insegnanti sono questo? Persone carismatiche che ammaliano branchi di studenti ignari? Un'altra cosa: io sono affascinante? Con questa voce da gallina?
Se è così, io però sono un'adulta e vorrei sfuggire alla regola "chi sa di avere fascino proverà sempre ad usarlo per ottenere un trattamento di favore".
E qui sta il vero problema: essere sempre stata secchiona è una lama a doppio taglio. Mi impegno al massimo perché sono continuamente sottoposta all'ansia da prestazione, quindi cerco l'approvazione degli altri, è l'unica cosa che possa allentare questa pressione e, c'è poco da fare, quando arriva, mi fa stare bene. E' un sollievo. 
Il mio peccato, lo so, in ogni rapporto della mia vita, è quello di avvertire un disperato bisogno di approvazione. La maledizione di desiderare di sentirsi dire continuamente "brava".
Non è un peccato da poco. E' un peccato grave. Non dovrei cercare gratificazione nel mio rapporto con gli studenti, è sbagliato.
Ricapitoliamo: mantenere un clima accogliente (sennò si sentono respinti) e frizzante (sennò si addormentano), creando un contatto umano (sennò diventano anaffettivi), imponendo regole ferree (sennò si rammolliscono), spiegando appassionatamente (sennò di annoiano), facendoli lavorare come muli (sennò si adagiano), mettendocela tutta (o non ce la farai mai) ma in tutto questo niente, nessuna gratificazione e affezionarsi zero, pure se ci passi due ore a settimana per cinque anni e per cinque anni li vedi piangere, ridere, esultare, arrabbiarsi, litigare, far pace, superare i propri limiti, te cuore zero... ma come si fa? Qualcuno ci riesce? Qualcuno sa farlo davvero? L'equilibrio perfetto è impossibile, solo i funamboli possono trovarlo, io non lo sono!
Ne parlo con un'amica psicologa, le spiego il mio punto di vista: che voglio insegnare il più possibile ai miei studenti, ma temo di influenzarli troppo, ho il terrore di plagiarli. E lei mi risponde una roba molto da psicologa, ma stupenda (perché è mia amica) e molto rassicurante: "lalla, ma te mica li conduci nella droga o li spingi a lasciarsi andare! Tu li esorti a scegliere la propria strada con coraggio, a impegnarsi per realizzare i propri sogni, a migliorarsi, a dare il massimo. Tu li fai sentire visti forse per la prima volta... stai tranquilla, non è un male e non preoccuparti: chi viene affascinato dalla persona che sei, lo fa perché è sulla tua stessa lunghezza d'onda, lo fa perché già ti assomiglia, mentalmente e empaticamente siete vicini. Non li conduci mai dove vuoi tu, ma dove sentono di voler andare".
E speriamo sia vero, via...
Per fortuna ci sono gli altri, non sono sola, siamo 9 insegnanti nel Consiglio di Classe, i ragazzi hanno a disposizione un ventaglio completo (come quello che gli proporrà poi la vita): il buono, il distaccato, l'empatico, il severo... ci compensiamo a vicenda, la responsabilità non ricade solo su di me. Meno male.


Insomma.

Succede che tanti altri studenti (Greta, Federico, Elena, Francesca, Giulia... scusate, adesso non posso elencarvi tutti, ma sapete che sto parlando di voi) ogni tanto mi abbiano contattato per raccontarmi quello che fanno, mi abbiano chiesto un consiglio, un piccolo aiuto oppure mi abbiano fatto un saluto (per farmi sapere che pensano ancora a me e per scoprire se io ho ancora voglia di ascoltarli). Quando succede, mi fa tanto piacere sentirli, li vedo inseguire i propri sogni (la fotografia, un blog sulla moda, lo sport...), li vedo laurearsi (in medicina, architettura...) li vedo innamorarsi, li vedo diventare genitori, li vedo in viaggio, hanno tanta strada davanti e tanta voglia di fare!

E poi.
Succede che pochi giorni fa in una classe siano tutti ansiosi e si lamentino per il troppo carico di studio e un compito che li aspetta. Io gli dico che li capisco, so che è dura, ma le verifiche vanno fatte: servono soprattutto a loro, per crescere, per capire se stanno studiando e apprendendo nel modo giusto e quando le valutano i professori devono cercare di essere giusti, non buoni... poi faccio una battuta sugli accidenti che sicuramente mi tirano ogni volta che sono a disegnare oppure quando esco di classe dopo avergli restituito le tavole valutate! E una studentessa mi risponde subito: "Ma figuriamoci Prof! Lei è diversa: ci da solo dei voti, lei non ci giudica". E questa, detta così, con leggerezza, è una delle cose più belle che mi siano mai state dette, ma spero che i ragazzi si stiano sbagliando e che valga anche per tutti gli altri prof.

Infine.
Succede che ieri sera mi scriva Niccolò, dopo tanto, tantissimo tempo. Niccolò era uno studente che studiava poco e che sembrava farsi scorrere tutto sulle spalle, che sembrava vivere solo di leggerezza e in superficie. Sembrava agli altri così, non a me. A me piaceva un sacco e sono certa che molto del clima delizioso che si respirava in classe fosse merito suo. Niccolò mi scrive per farmi gli auguri di Natale, per complimentarsi delle mie pitture, per dirmi che non avrebbe mai potuto desiderare un'insegnante di St.Arte migliore di me e che non mi dimenticherà mai.
Nemmeno io lo farò, ma non lo so, non credo di meritare tanta riconoscenza solo per aver tentato di fare bene il mio mestiere. Anche volendo mettere per un attimo da parte la questione affascino/non affascino, io ce la metto tutta, è vero, ma faccio tanti errori, ho tanti limiti. Fatico a imparare i loro nomi, faccio confusione con le date, con le nozioni. Delle volte sono stanca e non gestisco la lezione con l'energia giusta, spesso e volentieri sono di fretta. Qualche volta mi ammalo (sentendomi in colpa). Io col cavolo che "faccio troppo" come alcuni mi dicono! Nessuno di noi insegnanti fa troppo, non sarà mai troppo, né abbastanza, quello che facciamo per gli studenti.


Però. 

È Natale cavolo!
Allora solo per una volta voglio pensare che sia tutto vero: che l'incontro con queste classi speciali (e con tantissimi altri studenti singoli) sia stata una fortuna per loro e non solo per me, che sia riuscita a fargli del bene (e meno danni possibili). Per una volta me ne sto zitta, smetto di pensare che di certo ho sbagliato e sto sbagliando un sacco di cose e me li prendo questi auguri, mi prendo tutta questa gratitudine, questi pensieri, questi ricordi, queste speranze, me li prendo e me li tengo stretti, non c'è regalo più grande!
Ragazzi miei, questo post è per voi. Spero di essere stata davvero una brava insegnante, io c'ho provato (e continuerò a provarci). Quello che in questi anni voi mi avete dato, ciò che voi avete insegnato a me, è molto più di quello che io ho fatto per voi.
Grazie.
Grazie per avermi ascoltata anche se avreste voluto starvene da tutt'altra parte invece che a scuola, grazie per esservi spaccati la schiena sulle tavole, grazie per esservi fatti venire la tendinite a forza di scrivere appunti,
grazie per aver creduto in voi stessi e un po' anche in me, grazie per aver reso le ore passate insieme così liete e di non averle dimenticate.
Trascorrete uno splendido Natale accanto alle persone che amate (senza studiare o lavorare, mi raccomando, lo sapete come la penso: sgobbate come muli tutti i giorni, ma in vacanza fate vacanza) e poi ripartite, andate avanti così e conquistate il mondo!


lalla

P.S. A onor del vero, anche.
Succede che la settimana scorsa, parlando del suo futuro con uno studente appassionato di Storia dell'Arte, questo mi dica che vorrebbe continuare a studiarla, ma non certo "finire" a fare l'insegnante di liceo: "non so proprio lei come faccia, con un sacco di gente che non gliene frega nulla" e "comunque non ci penso proprio a cosa farò da grande, anzi, spero di morire prima dei 40 anni, non ne vale proprio la pena di vivere oltre". Perciò insomma, al di là della drammatica teatralità, in due frasi prima mi ha dato della fallita e poi della vecchia decrepita che non merita di vivere.
Non me la sono presa (lui è uno di quelli che mi ascolta), poi vabbè, in classe è una Diva e si esprime sempre in quel modo un po' bischero di chi vuol fare il grosso, il superiore, il distaccato... sarà vero, a me non sembra.
C'è di peggio: ci sono i furbini, quelli smaliziati, quelli che non gliene frega nulla davvero, che sotto sotto ti guardano strafottenti e ti sfidano, quelli capaci di trascinare in basso una classe intera... con loro insisterò fino a perderci il sonno, non li mollo porca miseria. Non è detto che alla fine non riesca a trovare una chiave, non è detto che non cambino rotta, che non si rendano conto che io non mi arrendo e che sono lì per loro. Se riuscissi ad arrivare a uno soltanto di questi leader in negativo, so che potrei guadagnarmi un'altra "classe dell'amore".

P.P.S.S. Ecco, ragazzini dell'Internazionale, magari avete letto questo post e io, cretina, vi ho suggerito un'idea malsana... non vi provate a bucarmi le ruote della bici!!! Ho una rete di spionaggio infallibile e vi beccherei di sicuro.

4 anni fa, con frangetta (e banana di pezza proiettata in testa) mentre spiego "il Perseo" di Benvenuto Cellini.
il mio regalo di gennaio per tutte le classi: un mese di Disegno Ornato.
In questa foto due ragazze di prima: riporto della figura in scala e chiaroscuro in un'unica direzione.

E subito dopo essersi rilassati col chiaroscuso... l'argomento più odiato di tutto il quinquennio:
le Proiezioni Ortoganili della retta generica!


venerdì 16 novembre 2018

io la penso come Masaccio

Giorni fa ho scritto un post che parlava del passato, di molte cose che mi hanno fatto soffrire, e magari non sono stata abbastanza bella/allegra/rassicurante/positiva.
Una persona dall’animo giusto e gentile ci è rimasta male, a me dispiace perché probabilmente l’ho molto rattristata e così (animata dalle migliori intenzioni) mi ha scritto: "ormai le persone intelligenti hanno capito com’è andata, a questo punto sarebbe bello che tu non scrivessi più di lui, sarebbe bello che scrivessi solo di altro”.
Ed ha ragione: sarebbe bello, ma non sarebbe vero. Perché gli altri avranno pure capito, ma io forse ancora no, non del tutto, non in tutti i momenti, non sempre.
E' un grafico sinuoso che ogni tanto ha delle ricadute verso il basso, ma tranquilli: il trend è molto positivo.
Il tempo passa e io riesco a essere sempre più distaccata, però non sono in grado di dire se lo sarò mai completamente e forse mi va bene così: infondo per riuscire ad anestetizzare completamente i miei sentimenti su ciò che è stato, sarei costretta a farlo su metà della mia vita. Io non voglio questo, ho bisogno di mantenere fino infondo il contatto con quello che ho provato e con quello che provo. Non mi voglio anestetizzare.
Quindi la verità è questa: io non sono sempre bella/allegra/rassicurante/positiva.
Fidatevi che lo sono parecchio, ma non in ogni singolo minuto secondo di ogni singolo giorno.
Ogni tanto quello che sento non è bello. Non è bello, ma io lo sento lo stesso e non me ne vergogno.
Non capirò mai perché invece gli altri se ne vergognino e se ne dispiacciano così tanto, non solo delle proprie fragilità, ma soprattutto delle mie.
Bè, sono io effettivamente a tirarli dentro alla mia vita perché sono una che rompe: che non se ne sta zitta a gioire/patire in un angolo, sono una che racconta, che analizza, che condivide (soprattutto con la scrittura e la pittura, ma anche con le chiacchiere).
Ultimamente mi è venuto di pensare alle cose che faccio, voglio dire: volendola considerare nel suo complesso, esiste un senso, un nesso comune, nella mia produzione?
A chi legge, a chi guarda, a chi mi conosce, che tipo di messaggio arriva?

Ogni anno nelle terze, a ottobre, spiego Masaccio.
Firenze, primi del '400.
Masaccio non piacque molto ai suoi contemporanei, in quel periodo i ricchi committenti preferivano l’elegante e raffinato Gotico Cortese, solo il trascorrere del tempo e il revisionismo della Storia dell’Arte lo hanno reso accettabile al gusto (sempre ammesso che ai più anche oggi possa piacere).
E' il pittore dell’Umanesimo per eccellenza, il solo della sua epoca ad aver avuto il coraggio di mettere davvero al centro dell’universo l’uomo (o meglio, soprattutto la donna) e di averne elevato ciascuna caratteristica fisica (bella o brutta) e ciascuna emozione (bella o brutta) nella dignità di essere rappresentata, solo e soltanto per il solo fatto di essere umana.
Nella “Cacciata dal Paradiso Terrestre” della Cappella Brancacci la luce reale della finestra concretizza i corpi dei progenitori e crea ombre portate ancorandoli a terra, facendoli scendere dal paradiso nel mondo della materia, della polvere, del dolore, della fatica, del sudore e del sangue, del reale. Adamo si copre il volto disperato, ma è ancora anatomicamente armonioso, invece Eva è addirittura deforme, sgraziata nel corpo e devasta dallo shock emotivo, il volto è trasfigurato dalla disperazione: gli occhi trasformati in fosse scure e la bocca in una voragine che grida. Ha tutte le ragioni del mondo per lasciarsi andare allo scoramento, povera donna, ripudiata dal padre, condannata alla morte e al supplizio umano ("tu donna partorirai con dolore", a proposito, grazie Dio: ci sono passata, non è uno scherzo), sentendosi pure in colpa e piena di vergogna per aver suggerito a quell'altro fesso di assaggiare un frutto (ora, va bene rispettare le leggi, ma quelle cretine  e che limitano la conoscenza e l'indipendenza del pensiero umano, anche no). Eva non è classicamente bella, ma è straziante e vera, come solo le donne possono essere.


E vabbè, penserete, Eva è una peccatrice: quello che Masaccio voleva dirci non è questo, ma che la sua bruttezza esteriore è l’impronta visiva del suo peccato.
E allora la coeva Eva peccatrice del goticheggiante Masolino che le sta di fronte? Tutta elegante e raffinata?
E se ancora non siete convinti spostiamoci in Santa Maria Novella, a guardare la "Trinità" e soprattutto Maria, unico essere vivente venuto al mondo senza peccato originale (una donna, nota bene): il suo viso è incredibile.
Ci vuole un coraggio pazzesco per sottoporre una Madonna alle leggi della prospettiva matematica codificata dall’ingegno umano, per rappresentarla non bella e vecchia, una madre vera che mostra al mondo il sacrificio del figlio e che manifesta sul proprio volto un dolore lancinante (eppure non gridato), ma accettato e raccontato con dignità e fierezza. 

Masaccio è il mio eroe, ma credo che abbia potuto fare tutto questo con Maria perché si trattava di una donna (non penso che i suoi committenti gli avrebbero concesso di farlo con Cristo) oppure i suoi affreschi non solo sarebbero piaciuti poco, li avrebbero proprio presi a picconate.
Un altro parecchio coraggioso era Donatello, lui ha ustionato la pelle e scarnificato il corpo della sua "Maddalena Penitente" , inoltre ha provato a umanizzare anche un Cristo crocifisso, ma l’ex-amico Brunelleschi lo criticò dicendo che era troppo rozzo e sembrava “un contadino”. Vabbè, Gesù non era figlio di un contadino, ma di un falegname, non ci vedo una grande differenza. A dire il vero, credo che non ce la vedesse neanche Brunelleschi (ce l’aveva anche lui tanto coraggio: è stato in grado di far crescere su Firenze un fungo gigante autoportante, un segno violento che ogni giorno ricorda ai fiorentini l'arditezza del suo ingegno e mostra all’esterno, spavaldo, il materiale povero con cui è costruito), solo che lui c’aveva litigato di brutto con Donatello e si sa che il rancore è una brutta bestia.
E insomma questi tre moschettieri dell’Umanesimo, col loro caratteraccio, la loro intelligenza e il loro coraggio, hanno inventato il Rinascimento.
Masaccio è stato il meno fortunato, è morto "per veleno" a soli 27 anni, rimanendo piuttosto incompreso. Senza i pittori mediatori (Beato Angelico, Paolo Uccello, Filippo Lippi...) che seppero fondere le novità rinascimentali con l'eleganza e la ricchezza gotica, che seppero ricondurre le figure all'idealizzazione e alla bellezza classica, il Rinascimento sarebbe morto con lui.
Perché tutti la pensano come i ricchi committenti di allora (solitamente anche i miei studenti) e preferiscono immagini belle ed eleganti.

E invece io la penso come Masaccio.
Io penso che il proverbio "i panni sporchi vanno lavati in casa" sia il più brutto del mondo, che in effetti vanno per forza lavati in casa perché in strada non abbiamo la lavatrice, ma una volta lavati vanno stesi fuori senza vergogna, che tutti li vedano a prendere il sole e l'aria fresca, perché solo così torneranno puliti.
Io spero di possedere una briciola dell'intensità e del coraggio di Masaccio e di usarle nella mia scrittura, nella mia pittura, nella mia vita, per raccontare la verità di quella che sono e di quello che sento, nel bene, nel male e persino nell'assurdo.
Io non sono perfetta, io non sono infallibile, io non sono conforme, io non sono sempre bella, ma va bene così: io sono un essere umano coerente a me stessa e tanto basta.
Questo vorrei insegnare ai miei studenti e ai miei figli, questo mi piacerebbe comunicare a tutti coloro che vorranno ascoltarmi: che non c'è vergogna nel provare paura, rabbia o sofferenza oppure nel risultare esuberanti, giocosi e chiassosi, che non c'è vergogna nel sentirsi particolari ed estranei, nell'avere le proprie idee e nel cercare di difenderle e di affermarle con coraggio. L'unica vergogna è mentire (a se stessi e agli altri), l'unico vero sbaglio è nascondersi dietro una bella maschera. Perciò non lo fate, siate sinceri e veri.

lalla
 

P.S. Ovviamente i miei figli e i miei studenti non mi hanno mai visto come Eva, non mi hanno mai visto imprecare, piangere o gridare disperata, ma per carità! Il mio compito non è certo quello di traumatizzarli, ci pensa già abbastanza la vita. Inoltre, anche volendo, non ho mai pensato di somigliarle molto (me la immagino molto più ribelle, gatta morta e umorale di me).
Non vi pare che io somigli di più alla dolce, all'apparenza mite, ma in verità non meno determinata e disobbediente Maria? Non sono certo immacolata, ma come lei ho deciso di affrontare la vita e il mondo: trasparente, dignitosa e fiera.

"Autoritratto con sciarpa di seta", 2012, particolare.
L'ho dipinto pochi giorni dopo aver subito un raschiamento in seguito all'ennesimo aborto spontaneo.