martedì 4 febbraio 2020

perdo colpi, ma non su tutti i fronti

Scusa babbo, mi dispiace, cerco di darmi un tono, ma ogni volta al giorno della merla ci arrivo con la lingua in terra. E’ una bella fregatura gestire un’indole da maniaca del controllo senza possedere le oggettive capacità per esserlo, soprattutto in zona scrutini.
Ma ci sono tante attenuanti.
Per esempio, da settembre ci sto mettendo tanta buona volontà (anche quella conta) per arginare il mio odio atavico e adempiere prontamente a ogni schifezza burocratica. Tutto ciò alla lunga sfinisce e ciononostante non è che io non mi fossi preparata per tempo o che non avessi corretto e valutato ogni tavola e verifica passo-passo da brava formichina laboriosa, ma considera che la fine del primo quadrimestre riesce sempre e comunque a trasformarsi in un evento piuttosto apocalittico.
Gli studenti ci mettono del loro, le mie ripetute minacce e penalizzazioni non sono bastate per impedire che quei disgraziati di 5° facessero scivolare la consegna delle tavole di progetto fino all’ultimo giorno possibile e (in)immaginabile: venerdì 31 gennaio. E anche quei birboni di 4° hanno rimandato il compito di St.Arte fino allo stesso giorno.
E quindi, a mia discolpa, puoi considerare che venerdì, dopo 5h di scuola, ne abbia passate altre 7 correggendo, facendo medie e prendendo decisioni (scomode).
Dopo 12h di lavoro ci sta di essere un po’ bolliti.
Sabato mattina me ne sono servite altre 3 per ripensarci, caricare ogni voto sul registro e infine scrivere ogni singolo giudizio.
Sono stata davvero diligente e alle 10.30 avevo già finito e mi stavo scapicollando verso il Carrefour per ritirare la stampa di 500 fotografie e acciuffare al volo qualche alimento.
Alle 11.00 è tornata Matilde con raffreddore e catarri (se ne era andata venerdì mattina sana come un pesce), da quel momento ho imbastito il suo intrattenimento, la preparazione del pranzo e il contemporaneo montaggio degli album fotografici.
Alle 14.15, quando è rientrato Elia da scuola (anche lui raffreddato), ho servito a entrambi un ottimo pollo arrosto con patate e carciofi ritti in pentola, bravina, no? Ho mangiato pure poco perché sono a dieta, te lo ricordi vero che schifo che erano le diete? Tienine conto!
Alle 15.00 mi sono rimessa ad attaccare fotografie, efficiente come un treno, dopo circa 2h avevo completato 6 bellissimi album: 3 da regalare la sera stessa a Silvia per il suo compleanno e 3 per la mia mamma che altrimenti sarebbe stata un po’ gelosa (bisogna sempre pensare insieme a tutte le persone che si amano, come quando ci son due sorelline e al compleanno di una, fai un piccolo pensierino anche all’altra). Le foto raccontano delle nostre avventure a Torino, Vicenza e Treviso, bel regalo, non ti pare?
Considera a questo punto quanto mi sentissi fiera di me: contro ogni pronostico, ce la stavo facendo a gestire tutto!
Alle 17.00 mi son messa a preparare la valigia, a sistemare i gatti e la casa per la partenza.
Alle 17.30 era quasi fatta, ma prima di vestire a festa la Piccola Fata, l’ho guardata negli occhi e mi è garbata poco, così le ho provato la temperatura: 37.7°.
Momento di disperazione: tutta la mia corsa era stata inutile? Mi veniva quasi da piangere, altro che album bellissimi. Non avrei potuto raggiungere S.Giovenale e festeggiare mia sorella. Soprattutto non sarei potuta stare accanto alla mia famiglia in questi giorni che sono i più delicati dell’anno, ammantati di dolcezza e tristezza insieme. L’indomani non sarei potuta venire al cimitero da te ad augurarti buon compleanno... io lo so che tu non sei lì dentro in quella bara babbo e neppure tra le nuvole in cielo, so che tutto quello che mi rimane di te lo devo cercare nel mio corpo e nella mia memoria, ma le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno.
No, a saltare questa proprio non ci stavo, infondo la Piccola Fata sembrava volenterosa, sabato freddo non era e così mi sono decisa a partire lo stesso.
Ora, considera che avevo perso almeno 30’ in autocommiserazioni e il ritardo pesava nella mia tabella di marcia interiore, quindi quando è arrivato il momento di vestire me stessa “a festa”, l’ho fatto un po’ in fretta e furia, ma con rinnovato ottimismo e l’ottusa certezza di avere di nuovo tutto sotto controllo.
Alle 18.00 ho raccattato ogni cosa, album straripanti di foto, valigia, pacchetti, due figli in precario stato di salute e ho trascinato il mio bottino verso l’auto.
E qui, i primi cenni di cedimento strutturale: ho sbagliato a ricordarmi la via dove avevo parcheggiato e ai poveri ammalati ho fatto fare un inutile giro pesca (altri 15’ persi e qualche grado di febbre guadagnato).
E comunque, dopo 1h di guida, alle 19.15 sono arrivata a destinazione, accompagnata da due untori pieni di catarro, ma prima di tutti e in perfetto orario. Finalmente ho cominciato a rilassarmi e a pensare: “evviva, ce l’ho fatta!”
Autostima a 1000.
Pian piano sono arrivati gli altri e io bella pimpante come sempre.
Infine è arrivata mia nipote Elisa e dopo i consueti baci contaminatori, mi ha guardata un po’ strana e mi ha detto: “scusa zia, ma non è che per caso ti sei messa due scarpe diverse?”
Porca miseria, l’ho fatto.
Ciao autostima, mi sono cascate le braccia, poi l’abbiamo presa parecchio a ridere (prenderla a piangere non ci pareva proprio il caso).


Allego documentazione fotografica, ma tu babbo te le sei mai messe due scarpe diverse per andare in ufficio tutto in tiro? No? ... e due calzini? Nemmeno?
E vabbè, vediamola da un’altra angolazione: il cervello della tu’ figliola sta andando in pappa, ma guardando questa foto mi viene di pensare che ha pur sempre un bel paio di gambe!
Ogni volta che mi metto una gonna lo faccio con orgoglio ricordardomi di tutte le volte che mi hai detto che avevo le gambe più belle del mondo. Non importa quanto sia vero, è bello che tu sia riuscito a farmelo credere.
Mi hai fatto credere anche cose meno simpatiche, mi ricordo anche quelle e mi sta bene così.
Mi sta bene che tu sia nella mia testa e sapere che per sempre ci resterai.


lalla


P.S. Anche ieri mi sono rimboccata le maniche e ho totalizzato 11h di lavoro praticamente continuative, agli scrutini ho cercato di fare del mio meglio per gli studenti e spero in qualche modo di avercela fatta. Sono tornata a casa a ora di cena e mi è iniziato un simpatico mal di gola (gli untori colpiscono ancora).
Stamani effettivamente mi sentivo un po’ confusa, più volte ho dovuto guardare l’orario per ricordarmi in che classe andare e meno male che c’è la “pausa didattica” perché brancolavo parecchio nel buio.
Dopo pranzo ho telefonato alla mamma (le foto, a proposito, sono piaciute molto ad entrambe, soprattutto perché le nostre avventure sono fantastiche). Comunque, mi sentivo stanca e stonata, ma cercavo di parlarle del più e del meno, poi lei mi fa: “ma insomma non te lo ricordi che oggi è il 4 febbraio?”. E io certo che me lo ricordo (le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno), ma perdonami babbo se preferisco celebrare il giorno della tua nascita e non quello della tua dipartita anche se, per coincidenza, sul calendario sono così vicini.

sabato 25 gennaio 2020

Strega comanda colore

La Strega si è messa a dieta il 7 di gennaio.
Una collega ha cercato di dissuaderla “a una certa età bisogna scegliere: o la faccia o il culo”, magari… il lato B della Strega regge benissimo (ed è un vero peccato che nessuno possa dargli un’occhiata a parte lei), l’annoso problema è la pancia.
Comunque lei non lo fa per tornare gnocchissima, farsi desiderare da tutti gli uomini del mondo e poi schifarli guardandoli dall’alto in basso (non che le dispiacerebbe, per carità, sempre femmina è).
La ragione più nobile e primaria è che da molti mesi a questa parte ogni pomeriggio si sentiva uno straccio (il suo fegato malandato è in affanno, ha bisogno di alleggerire la portata e di maggior rigore).
La ragione meno nobile è che non le calzavano più i pantaloni, sotto ogni golf si vedeva un rotolino e non le si chiudeva più neanche un cappotto (questo, diciamocelo tra noi che adesso lei non ci sente, va ben oltre l’essere gnocchissima).
Possibili soluzioni:
1) girare in versione insaccato come nulla fosse e a testa alta, all’americana.
Sì, sarebbe bello, ma mi dispiace, per adesso ancora non ce la fa ad essere una mortadella orgogliosa, cioè, col tempo è diventata orgogliosa di tante cose: ha conquistato l’orgoglio nerd, l’orgoglio stramba, l’orgoglio rughe e capelli grigi, l’orgoglio single e perfino l’orgoglio curvy (sulle poppe e sul sedere sì, ma sulla pancia proprio no, non c’è verso!)
2) ricomprare tutto il guardaroba.
Peggio che mai, è troppo tirchia e poi non andrebbe bene verso l’ambiente.
E allora? Non rimaneva che la soluzione n° 3, la più odiata di tutte, ma l’unica percorribile: la dieta.
La Strega, che ricordiamo essere piuttosto tappa (162 cm a stento), il 7 gennaio pesava uno sproposito: ben 68,5 kg. Non sono stati i banchetti natalizi, magari, lei per questioni di salute non se li può permettere certi cibi e non assaggia più un pandoro da anni.
Ma, pandoro o meno, la Strega ha un metabolismo bastardissimo e lentissimo che, zitto zitto, senza far troppi stravizi, le regala circa mezzo chiletto a stagione.  E voi penserete, e vabbè, che sarà mai? Nulla, per carità, ma con questo andazzo in 3 anni puoi metter sú circa 6 kg in piena tranquillità e senza praticamente rendertene conto (se non ci fosse il cappotto rivelatore).
E poi, spontaneamente, non c’è verso che scenda mai di un grammo.
C’è chi accumula in inverno e poi cala in estate perché fa caldo e gli scende l’appetito (ma quando mai???) o chi dimagrisce sotto stress (per carità!) o quando soffre (neanche per sogno!) o quando è tranquilla e felice (ma nemmeno!). Neanche un grammo, mai successo senza enormi sacrifici volontari.
Sapete da cosa si capisce se qualcuno ha combattuto con il suo peso per tutta la vita? Perché si ricorda esattamente ogni sua oscillazione nel corso degli anni. Il resto della popolazione dimentica, ma chi ha dovuto spesso imporsi di soffrire la fame, non si scorda neanche 1 kg.
Ad esempio, nel 2002 la Strega pesava 62 kg e mi ricordo che in primavera si vedeva un po’ tondetta e si mise a dieta per tornare sui 60 kg. La Strega non è mai stata magra e non vuole neanche diventarlo, vorrebbe solo evitare di aumentare costantemente, per questo ogni tanto si deve convincere a stare a stecchetto per qualche mese. Negli ultimi 4 anni ha evitato di porsi il problema, c'erano altre priorità (tipo mantenere la calma), ma alla fine il momento è giunto.
Insomma, obiettivo complessivo (e parecchio ottimistico): perdere 8 kg in 7 mesi.
Siamo sinceri e guardimoci negli occhi: la Strega non ce la farà mai, ma almeno speriamo che non interrompa la dieta dopo il primo mese, appena avrà perso solo 2-3 kg e le sarà rallentato il metabolismo, altrimenti se li riprenderà in 15 giorni con gli interessi.
Sarebbe la fine: 70 kg, il punto di non ritorno.
No, no, no, ottimismo! Forza e coraggio Strega: ce la puoi fare!
In ogni caso, ancora non si sa bene se le orribili privazioni stiano portando ad un effettivo dimagrimento, ma di certo il nervosismo e il peggioramento del carattere a quest’ora fioccherebbero alla grande se non fosse che (ed ecco qui l’alzata d’ingegno) per star tranquillina la Strega si è regalata un antistress.
Ha funzionato benissimo, tutti questi colori le hanno riportato in bocca il gusto, le pennellate morbide le hanno regalato attimi di sogno. La Strega si veste spesso di nero (perchè sfina), ma, badate bene, ha un'anima da rificolona.
Il primo mese di torture è quasi finito senza che abbia fatto troppe vittime intorno a sé.
Ma abbiamo appena detto che non è certo questo il momento di fermarsi e il suo antistress è quasi finito… e allora d’ora in poi statele alla larga, question di poco e comincerà a scagliare anatemi a destra e a manca!

lalla

P.S. la mia mamma mi ha chiesto: “quando inizi un quadro sai dove vuoi arrivare o è la pittura a guidarti? In quelli figurativi comandi di più e in quelli astratti comanda più lei?”
Bellissima domanda.
Entrambe le cose in effetti, diciamo che la pittura vorrebbe sempre prendere il sopravvento, nei quadri figurativi ci combatto di più, è vero, cerco di ricondurla dove voglio io e qualche volta ho l’illusione di avercela fatta. Negli astratti sono più accondiscendente, abbasso la guardia e mi lascio trasportare lontano.
Questo quadro si intitola "Fluida" e, nonostante non sia un ritratto, credetemi se vi dico che mi somiglia moltissimo.

martedì 24 dicembre 2019

Babbo Natale siamo noi


Come ogni anno, alla fine ci siamo.
Io adoro il Natale!
Essendo una Strega, ho sempre sorvolato sull’aspetto religoso dell'illustre nascita (per altro avvenuta in primavera), ai miei figli ho insegnato invece quanta magia ci sia in questa festa, che è un’occasione in più per stare vicini alle persone che amiamo e farglielo sapere.
Ieri abbiamo impacchettato e firmato insieme i regali, poi Babbo Natale passerà quando gli pare, ma intanto noi ci scambiamo i nostri doni oggi, alla Vigilia.
A proposito di pacchetti, finalmente è arrivato il mio momento, anni e anni di scherno, ma adesso la causa ambientalista riportata alla ribalta da Greta è (almeno all’apparenza) condivisa e nessuno questo Natale potrà storgere il naso di fronte ai miei pacchetti di riuso. Tengo in caldo le mie carte stropicciate tutto l’anno, finalmente ieri gli ho concesso la loro seconda occasione! Ci siamo fatti prendere la mano e ci siamo divertiti a invertire appositamente i contenuti: vestiti in buste di libri, libri in buste di oggettistica... (per chi saprà stare al gioco si accrescerà l’effetto sorpresa).
Regali nuovi e rigorosamente acquistati per l’occasione, ma in buste vecchie e rigorosamente di riusco e con orribili (ma abbondanti) fiocchi appiattiti e nastri arricciati. Lo confesso, ci siamo superati creando gli impacchi più brutti di sempre, ma ci abbiamo messo il divertimento (speriamo che conti anche quello).
Accantonati gli orribili incarti, li ho aiutati a preparare dei biscotti da regalare per la colazione di Natale. Il Re dei Sugolini ha mani enormi (molto più grandi delle mie), ma gli sono cresciute troppo in fretta e ancora non le controlla molto bene (che poi sarebbe un altro modo per dire che in cucina è piuttosto svogliato e inetto): ha sbrodolato impasto fluido su tutta la sua felpa e ribaltato il latte sul bancone. La Piccola Fata ha mani piccoline e precise, ma le guida appositamente per combinare i peggiori disastri (che poi sarebbe un altro modo per dire che è dispettosa e ribelle): ha tentato di imbastire nuove ricette parallelamente alla nostra, aggiungendo ingredienti random e impropri e ogni volta che metteva tre stelline decorative, se ne mangiava altrettante.
Allora, la cucina me l’hanno ridotta un disastro, ma secondo me i biscotti sgonfiotti e senza grassi sono venuti buoni. Un po’ bruttarelli, ma buoni e alla nostra famiglia piaceranno. Sarà un Natale con un po’ meno forma, ma con tantissima sostanza… non vi pare perfetto?!
In questi anni a Matilde ho raccontato che suo nonno era Babbo Natale. In un certo senso penso proprio che possa essere vero. Quando era in vita era cocciuto, irruento e forte, ma anche facile alla commozione, entusiasta e ancora bambinesco, adorava la musica, mangiare, far festa, regali e organizzare soprese. Poi le ho mostrato una sua foto con la barba bianca e il pancione e da quel momento lei non ha avuto più dubbi.
Sa che sono io ad organizzare il calendario dell’avvento personalizzato in uno stivalone di pannolence numerato e stracolmo di regalini per lei e suo fratello, infatti dal 1° dicembre mi chiama “figlia di babbo Natale” non dimenticando di sottolineare con orgoglio di esserne la nipote.
Oggi abbiamo fatto colazione insieme sapendo che il 24° giorno avrebbero terminato il calendario e trovato il regalo più grande, che poi è il mio dono natalizio. Ma mentre mangiava Matilde non faceva altro che chiedere: “quando abbiamo finito ci scambiamo i regali, giusto?”.
E io sorridevo pensando che fosse una sorta di modo di dire perché non vedeva l’ora di curiosare nella calza (sono io che faccio i regali di solito, dagli ultimi due anni ha iniziato anche Elia, ma lei al massimo si attribuiva il merito di portare a casa il “lavoretto” fatto alla materna) e invece il Re dei Sugolini e la  Piccola Fata sono sempre meglio di come me li aspetti (nonostante io mi aspetti parecchio).
Dopo aver scartato i miei pacchi bruttissimi, è stata la volta dei doni di Elia per entrambe e quindi, inaspettatamente, anche Matilde ha tirato fuori i suoi, realizzati e custoditi in gran segreto.
I miei figli sono già due splendidi babbonatalini, si sono fatti e mi hanno fatto regali azzeccatissimi, li hanno scelti o realizzati con il cuore. Il Re dei Sugolini mi ha regalato il libro perfetto per me “Dietro una grande donna, c’è sempre un grande gatto”, Matilde mi ha disegnato una pozione magica e mi ha spiegato che potrò usarla per convertire le brutte cose in delfini, meglio di così?
Una meraviglia!
E adesso lo so che questo post è un po' sempliciotto e scritto in fretta e furia, ma avevo 40' di numero e per caricare una foto non c'è tempo, devo correre a far cose più importanti perchè non è finita qui, adesso carico valigia, pacchi e figlioli in auto e mi sposto a San Giovenale dalla mia mamma, devo dare una mano ai fornelli, stasera ceneremo tutti insieme, ci scambieremo i regali, giocheremo, diremo bischerate e faremo tardissimo, stanotte se non erro dovrebbe passare anche Babbo Natale…
Penserete che è troppo, far durare il Natale dal 1° al 25 dicembre, ma vi sbagliate, in verità ogni giorno dell’anno può essere Natale e spero di avere abbastanza energia per far sì che ogni giorno del 2020 lo sia.
Lo auguro a tutti voi!


lalla

venerdì 13 dicembre 2019

due campanelli

Io mi ascolto e mi osservo molto, da sempre. Mi monitorizzo e sono molto esigente. Allora diciamo “bene, ma non benissimo” dato che questa settimana sono suonati due campanelli.

Primo campanello.
Il lavoro di insegnante me lo hanno sempre invidiato tutti, senza sapere l’abnegazione che richiede (farlo bene) e lo stress psicologico a cui sottopone.  Ma, nonostante il non riconoscimento della società e lo stipendio ridicolo, ho sempre pensato che ne valesse parecchio la pena.
Da qualche anno però, seguendo una curva esponenziale, il mio lavoro sta cambiando. Non si tratta più di insegnare e quindi organizzare attività (la cosa più stimolante) e preparare lezioni (la cosa più interessante), stare in classe (la cosa più bella e importante) e correggere verifiche (la cosa più pallosa), si tratta invece di sopravvivere a tutta una spirale impressionante di adempimenti burocratici, incontri/scontri e impegni pomeridiani, scadenze improvvise e spesso inderogabili  che mi costringono a  un controllo continuo della rete (anche di domenica). Ho sempre corretto piramidi di tavole anche nel fine settimana, non è di questo che mi lamento, il fatto è che adesso non posso staccare mai, non più. Non aiuta il fatto che da tre anni mi ritrovi a dover coordinare il Dipartimento (gratis) e una classe (quasi gratis) nonostante l’esigua scansione oraria di 2h a settimana. Non posso farlo in quelle 2h, è chiaro, altrimenti addio programma di Disegno e Storia dell’Arte, quindi coordino in tutto il resto del tempo (e non sapete che beghe!).  Di conseguenza è decisamente stupido avere un part-time per gestire i miei figli: ci rimetto una fetta di stipendio e mi ritrovo invece a gestire i figli degli altri (a gratis) praticamente non-stop.
Per una persona come me, la ragnatela burocratica e tutto questo carico di preoccupazioni extra sono una maglia asfissiante che mi risucchia energie. Non me ne restano più abbastanza per fare ciò che è più importante che, porca miseria, qualsiasi cosa mi venga detto o ordinato di fare, io so cos’è:  dare ogni volta il 100% quando sono con i miei figli e con i miei studenti. Quel 100% forse non sarà abbastanza, ma io devo sapere di averlo dato (anche il 120% se ce la faccio): non conosco un altro modo per dormire tranquilla.
Devo mettercela tutta e di più.
E io ce la metto, giuro, ma in questa situazione tante energie si disperdono e io non riesco a perdonarmelo.
Eccoci al campanello: martedì ho assegnato un compito in classe di Disegno a due ragazzi, dovevano eseguire la prospettiva centrale di un solido composto… avevo sbagliato il ripasso di due spigoli! Per fortuna sono bravi e se ne sono accorti da soli nei primi 10’ così hanno avuto il tempo di svolgere tutto correttamente, ma io avevo sbagliato.
Potrei dire a mia discolpa che il compito vero e proprio fosse lunedì e che io lo avessi preparato con calma e attenzione, potrei raccontare come i suddetti ragazzi fossero mancati per il blocco dei treni procurato dal terremoto e mi avessero chiesto (la sera del lunedì tramite chat) di recuperarlo l’indomani in un’ora di supplenza, potrei aggiungere come io avessi accettato recandomi a lavoro in fretta e furia un’ora prima (sempre a gratis)  e avessi dovuto cambiare la traccia la volo col bianchetto nei 10’ prima di entrare in aula. E’ tutto vero, ma questo non giustifica il fatto che io abbia sbagliato un ripasso. Non mi era MAI capitato nella vita. Io scambio lettere, parole intere, date, sbaglio i calcoli da sempre, va bene, lo so di essere fallevole, questo lo accetto ma ho anche dei punti di forza, porca miseria: io non sbaglio MAI un ragionamento logico matematico o di geometria descrittiva!
Non è neanche “una tantum”: mi era successa anche un’altra cosa tremenda il primo lunedì di novembre quando è entrato in vigore l’orario scolastico definitivo. Ho letto per benino il nuovo orario prima di entrare in classe: 5°-1°-buco-3°. Ok, sono corsa in 5° e mi sono concentrata nella lezione, ho fatto del mio meglio. Quando sono uscita dalla classe la mia testa bacata aveva elaborato l’orario a modo suo: 5°-buco-1°-3°. Essendo convinta di avere un’ora libera, mi sono messa al computer in aula docenti tutta efficiente a caricare il nuovo orario e l’ora di ricevimento sul registro (come prescritto dalla circolare). Ci sono rimasta per ben 45’ prima di rendermi conto che durante quell’ora sarei dovuta stare in classe. Quando me ne sono accorta, lo giuro, ho rischiato l’infarto. Non mi era mai successa una cosa del genere, mi è presa la disperazione: io non posso perdere un’ora di Storia dell’Arte, significa perdere un’intera settimana! Sono corsa in 1° e mi sono scusata 200 volte. Mi sentivo schiacciata dal senso di colpa. Quando è suonata la campanella e sono entrata nella mia VERA ora libera, sono andata a controllare al banco dei custodi e ho scoperto che l’indomani i ragazzi avrebbero avuto una supplenza (menomale!), così mi sono precipitata in vicepresidenza per costituirmi e a pregare che mi concedessero un’ora aggiuntiva per recuperare la lezione. Solo in quel momento mi si è sciolto il nodo alla gola.
So di essere poco indulgente con me stessa e anche questo errore l’ho vissuto malissimo, ma in ogni caso l’avevo attribuito ai miei soliti problemi di dislessia, mi ero vergognata, ma non spaventata.
Il ripasso sbagliato invece è proprio un campanello d’allarme.
Allora ho deciso una cosa importante: che il prossimo anno cercherò di evitare il coordinamento del dipartimento e se mi nomineranno  di nuovo anche coordinatrice di una classe io troverò il coraggio di rifiutare l’incarico. Non sarà elegante, ma posso e devo farcela. Ci sono persone che sanno destreggiarsi molto meglio di me con burocrazia, cifre e scadenze, io per cercare di farlo decentemente sono spinta ad un affaticamento mentale davvero eccessivo. Non ne vale la pena. Non può risentirne la didattica, non è giusto. Per i miei studenti ci sarò sempre (anche la domenica, anche via chat, anche a gratis) ma vorrei tornare lucida e scattante, come gli servo davvero. Se poi invece questi sono i primi segni di una demenza senile pace, ma almeno vorrei provare a invertire la tendenza.


Secondo campanello.
Ok, accantonato il campanello di over-working (con conseguenti stress e ansia) a cui cercherò di dare ascolto e porre rimedio nel prossimo anno, passiamo a una roba diversa.
Martedì notte (quella dopo aver sbagliato il ripasso), ho fatto un sogno.
Nei sogni sembra tutto vero, poi quando ti svegli ti rendi conto che non torna nulla, ma facciamo finta che quello che vi racconterò adesso abbia un senso.
Allora, siamo in una realtà parallela in cui io vivo in casa con i miei figli però c’è anche un altro bimbo (credo) e soprattutto suo padre (che non è il mio ex-compagno). Questo tizio vive nella nostra casa, ma ognuno sta per conto suo, diciamo che è un coinquilino e io neanche so che faccia c’ha, forse la faccia non ce l’ha neanche. Anche i mie figli parlano con lui e con l’altro bimbo tranquillamente, soprattutto Elia, come se averci questi due in casa fosse la routine (loro non so dove dormano, in ogni caso non nei nostri letti), forse li stiamo ospitando per un periodo, non è chiaro. Vabbè, poi succedono tutta una serie di cose banali che non ricordo, comunque so che il tizio senza faccia è simpatico e tranquillo e la sensazione è che non sia sconosciuto, ma una persona con cui siamo in confidenza .  Ad un certo punto arriva la sera e lui si siede sul divano (credo per guardare la televisione) e anche io devo sedermi e, non so per quale ragione, senza chiedere manco il permesso,  mi ci accovaccio contro (come se lui fosse un guscio semicircolare e io mi ci sistemassi perfettamente all’interno come il frutto della noce). Ho provato una sensazione struggente, che sembrava perfetta e che non provavo da tantissimo tempo. E ho pensato (nel sogno): “ma guarda, questo tizio che non avevo considerato per tutta la giornata e invece è il posto giusto dove sistemarmi”.
Subito dopo mi sono svegliata incazzata come una biscia, non contro il destino avverso che mi ha relegato al ruolo di donna single (per non dire sola), ma contro il mio inconscio e i miei ormoni: il posto giusto NON esiste! Lo dico con cognizione di causa guardandomi intorno: almeno l’80% delle donne con un compagno non hanno trovato il loro guscio (qualcuno che combaci perfettamente, le faccia sentire al sicuro e importanti), figurati se posso perdere il mio tempo a sperare di ricadere nel 20% di quelle acculate.
Nonostante la convinzione razionale di voler procedere da sola, l’inconscio ci prova a mandare dei segnali. 
Il fatto è che ho 44 anni, non 64: gli ormoni ancora pressano. Ben vengano i sogni erotici (mica sono una suora!), ma possibile fare ancora questi cavolo di sogni romantici?
Potrei dire a mia discolpa che a settembre, in seguito a ripetute lusinghe di un simil-corteggiatore, avevo preso l’iniziativa con l’idea di abbandonare il mio triennale ritorno al nubilato, potrei anche rivelarvi che poi quello si è dimostrato solo un quaquaraquà a cui piaceva giocare al gatto col topo, ma che non aveva alcuna intenzione di passare a giochi più interessanti, potrei aggiungere che (al di là della contentezza di provare di nuovo un certo friccichino e di lasciarmi andare a certi pensieri, segno che alcuni eventi del passato sono ormai accantonati) ci sono effettivamente rimasta un po’ male e a bocca asciutta , tutto questo è vero, ma non giustifica il fatto che io abbia sognato una roba tipo il Principe Azzurro! lalla ancora pensi di desiderare queste scemenze? Vergogna!
Non vi dico che amaro in bocca.
Non posso permettere al mio ego ferito di distrarmi dalla mai vita e di farmi rimanere agganciata a una piccola delusione senza importanza.
Tempo due minuti, giuro, sento i passettini di Matilde sul parquet: “Mamma posso venire nel lettone? Ho fatto un incubo”.  Avrei voluto risponderle: “Vieni, vieni, ho fatto un incubo anch’io”.
Mi è salita “in collo” (a Firenze si dice così, non “in braccio”, le braccia possono tenere anche distanti, invece i bambini vanno tenuti attaccati, con la faccia nell’incavo sotto l’orecchio, per percepirne il calore, e la testolina sotto il naso, per gustarne l'odore). Mi si è allacciata come un Koala, calda e profumatissima di bavetta. Nel sogno quando mi sono posizionata nel mio guscio, non ho sentito nessuna resistenza, combaciavamo alla perfezione (era una sensazione troppo perfetta, irreale), invece Matilde mi ha conficcato le ginocchia nel costato e i gomiti nel seno dando vita a una tortura dolcissima che mi ha tolto il sonno e restituito la serenità. Ha sconfitto il mio inconscio con facilità. I miei sentimenti sono più forti dei miei ormoni e la realtà è molto più bella dei sogni. Io sono per gli altri morbida, calda e accogliente, io li faccio sentire al sicuro e importanti.
Io sono il guscio. Dei miei figli, dei miei studenti, probabilmente anche della mia mamma e perfino di chi mi conosce appena. E’ la mia natura, io sono fatta così.
Essere un guscio è bellissimo, basta ascoltare i campanelli e non dimenticarsi di cosa sia importante, scrollarsi di dosso tutto quello che non lo è.

lalla

domenica 17 novembre 2019

Arno Terribile

Vivo nel quartiere di Sant’Ambrogio, sotto il livello dell’Arno.
Al momento dell’acquisto della casa avevo del tutto sottovalutato la questione.
Poi, durante i lavori di ristrutturazione, da alcuni pannelli di legno nel mezzanino saltarono fuori panconi di terra secca, che ci faceva della terra a 4m di altezza? A svelare l’arcano fiorirono gli aneddoti dei vicini: nel 1966 l’appartamento (P.T. + mezzanino) fu completamente sommerso di acqua, o meglio, di melma (per non dire merda) e gli occupanti si salvarono arrampicandosi dal giardino sul balcone del primo piano. Da allora ogni piena mi terrorizza. E’ pur vero che dall’ultima alluvione di Firenze qualcosa è stato fatto (tipo l’invaso di Bilancino), basterà? Non ci resta che sperare di esser stati più bravi che con il Mose di Venezia. In ogni caso, penso che se la Natura decidesse di mettersi “di buzzo buono”, non ci sarebbero invasi, dighe o argini capaci di fermarla.
Non riesco a non pensare a tutta la mia vita che verrebbe spazzata via, ai miei quadri, alle mie foto, ai miei ricordi. Ho persino ideato un piano di evacuazione, ma non credo che al momento del bisogno (tutta impanicata) sarei capace di metterlo in atto.
Ciò nonostante, pur non arrivando ai livelli di incoscienza di Turner (che si fece legare all’albero maestro di una nave durante la tempesta), anche io sono attirata dal lato Sublime e Terribile della Natura.
Un’oretta fa sono andata sulle sponde a veder passare il mostro che ruggisce (la piena era prevista per le 12.00). Prima sono salita su Ponte alle Grazie per osservare il Ponte Vecchio (la zona Uffizi è dove il passaggio si strozza di più) e poi proprio su Ponte Vecchio
per fotografare il nostro Liceo che sfidava la furia dell'Arno. Mi ha dato un po' di brividi salire sui ponti, ma ho pensato " se hanno resistito 35 anni fa...". Il rombo delle acque era assordante. Spaventoso, eppure non ero sola su quelle sponde, tanta potenza terrorizza, ma in un certo senso attrae. Incute un forte rispetto, diciamo che è capace di ricollocarci al nostro giusto posto, quello di ospiti di questa Terra. Noi esseri umani ci riteniamo tanto superiori, ma alla fine non siamo altro che piccole formichine in balia degli eventi atmosferici.
Non sono un’esperta, ma mi sembra che verso le 13.00 il livello stesse già calando, anche per oggi spero di non finire sott’acqua. Penso a quelli che purtroppo in questi giorni ci sono finiti (a Venezia, a Matera) e che di certo ci stanno finendo in questo momento, da qualche parte, in giro per l'Italia.
Pare che domani voglia ricominciare a piovere, ancora. Sono quasi tre settimane che non fa altro che piovere, stanotte sembrava che stesse scendendo il diluvio universale. D'accordo la potenza sublime della Natura, ma a questo punto s'è capito, anche meno va bene.
Il primo che mi dice che l’Autunno è la sua stagione preferita, Novembre è un mese meraviglioso o che l’acqua fa bene alle piante, me lo mangio per colazione.
Teniamo duro ancora un po' va, che stanno già montando le lucine per le strade e, se una tempesta non se le porta via, tra poco è Natale!

lalla

martedì 12 novembre 2019

44

Oggi compio 44 anni e sono ancora una bambina, infatti la prima cosa che mi viene da pensare (o meglio, fischiettare) a riguardo è “44 gatti in fila per sei col resto di due, col resto di DueeeeeEEEE!!! ZAM ZAM!”
La seconda è che, se le donne in Italia vivono in media 85 anni, da oggi posso finalmente definirmi “una donna di mezz’età”. Che culo.
Ed ecco subito il terzo pensiero “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita…” Che culo per la seconda volta, io non voglio smarrire proprio niente! Banalissima “crisi di mezz’età”  via da me che sarò pure un po’ pazza, ma banale proprio per niente!
Va bene, niente crisi, ma un po’ di dubbi esistenziali ce li avrai, no?
Allora ci penso meglio… trovato!
Ecco un dilemma che mi ha sempre tormentato:  perché tutti dicono di togliere il nero dai peperoni grigliati dato che le verdure sbruciacchiate sono cancerogene e poi in farmacia ti vendono il carbone vegetale? E’ il peperone a essere particolarmente assassino o lo sono i farmacisti?
E anche, quando negli anni ’90 (da certe citazioni temporali i 44 si percepiscono tutti) c’erano le bancarelle che vendevano le pseudo Lacoste con la codina del logo girata male, fu adottato il termine “tarocchi=falsi”, perché? La lettura delle carte è forse una fregatura più grande di una borsa di Cucci?
Allora, se potete, datemi una mano a risolvere questi gravissimi dubbi esistenziali, invece non ho bisogno di aiuto riguardo al perché si dica “fare il portoghese” quando vuoi entrare senza pagare o altre cose così, in questa mia mezza età sui fondamentali mi sono informata!
Scherzi a parte, anche se li ho compiuti solo alle 7.30 di stamani, avere 44 anni mi piace molto.
Non solo perché mi piacciono graficamente i due quattro uguali e il suono che fanno quando lo dico.
In generale mi piacciono i miei compleanni perché mi piace ricordare e misurare il tempo che passa. Mi piace crescere e quindi, in sostanza, mi piace anche invecchiare.
Non è una cosa strana, è una cosa giusta.
Molte persone si vergognano di invecchiare, soprattutto molte donne. Un po’ perché “gli uomini quando invecchiano diventano più interessanti”, “come sono affascinanti gli uomini brizzolati!” E le donne? Le donne invece quando invecchiano diventano una schifezza e tanto per tirarle su di morale fioriscono i modi di dire simpatici e burloni tipo “hai il sale e pepe nei capelli”, “hai le zampe di gallina intorno agli occhi”… ma cosa ho al posto della faccia: l’occorrente per fare il brodo? Evidentemente sì e l’hai appena acquistato al supermercato, infatti sulla bocca  ti sta venendo “un codice a barre”.  Ma che carini!
Cosa dovrebbero fare allora questi poveri sacchetti della spesa ambulanti? Ma che domande! Dovrebbero immediatamente correre ai ripari attuando tutta una serie di interventi più o meno invasivi, dallo scontato tingersi i capelli grigi, al quotidiano stuccarsi la faccia di intonaco, fino allo stirarsi le rughe e tutti i lineamenti (con il bisturi, quando l’intonaco non basta più) e alla definitiva mummificazione iniettandosi il botulino… altro dubbio esistenziale: ma il botulino non era un batterio che se avevi la sfiga di mangiartelo ti spediva allegramente all’altro mondo? Siamo sicuri che faccia tanto bene iniettarselo nella faccia? Solo se lo ingurgiti nell’esofago è particolarmente assassino o lo sono i chirurghi estetici?
Ma io mi chiedo: perché? Perché donne sottostate a tutto questo? Possibile che ancora pensiate che un segno del tempo possa in qualche modo svalutarvi? Ma ribellatevi, porca miseria!
Certo, anche a me piace truccarmi un po’, ma essendo ancora una bambina lo faccio come un gioco di travestimento, come lo facevo a 8 anni con i Truccosetti e cioè mettendomi un po’ di rossetto scintillante, la riga nera e l’azzurrino sugli occhi. Io mi rifiuto di stuccarmi la faccia, la pelle è mia, le rughe sono mie e guai a chi le tocca!

In questa foto purtroppo non si vedono abbastanza i miei splendidi capelli bianchi, ma ero appena uscita dalla doccia e le mani sono avvizzite dall’acqua calda: si vede la mia pelle. Io non sono una statua di cera, io sono vera, io sono viva, io sono fatta di tessuto biologico che (nonostante un giornaliero ricambio) deve per forza portare i segni di questi 44 anni.
Mi fa piacere che si vedano perché io li ho vissuti intensamente e sono fiera di ricordarmeli tutti, in ogni minimo dettaglio, uno per uno.

lalla

P.S. La ricerca della zampa non è stata così facile e dal Pollaiolo io e Matilde siamo state più di 30’ in coda. “Signora, dopo le cosce e le alette desidera altro?”
“sì, grazie, vorrei una zampa di gallina”.
Le altre persone che ci guardano stupite neanche avessi chiesto la Luna e lui, sulla difensiva: “no, non posso vendergliela”.
“Perché no? Questi polli avranno avuto dei piedi o erano tutti mutanti? Per favore…”.
“Va bene, aspetti qui” scappa sul retro e poi mi passa un pacchettino sottobanco, neanche stessi acquistando della droga, e mi sussurra: “ma mi scusi, a lei cosa serve una zampa di gallina?”
E io, a voce alta: “Ma è chiaro, no? Per farci una pozione magica!”.

lunedì 11 novembre 2019

sono fiera di me

Sono fiera di me.
Ieri i genitori delle due bimbe che ho ritratto sono venuti a prendere il quadro.
Quando inizio un lavoro li rassicuro sempre: “nessun acconto e se il risultato non dovesse piacervi, non preoccupatevi, lo terrei io”. D’altronde, hanno rifiutato tele a dei mostri sacri come Caravaggio, non lo considererei certo un oltraggio se prima o poi rifiutassero una masonite a me.
Comunque, il giorno che il committente viene è la prima volta che vede il quadro e io sono sempre molto emozionata, non tanto per il rischio di tenerlo con me (non sarebbe un dramma, mi affeziono a tutti quelli che faccio), ma perché ciò significherebbe che l’ho deluso e questo in effetti mi dispiacerebbe.
Stavolta i soggetti erano due e sapevo fin dal principio che sarebbe stato molto più complicato (ma anche parecchio stimolante). Era importante capire i due caratteri, sottolineare le due individualità, ma anche catturare i punti di contatto, creare un dialogo di atteggiamenti e di sguardi, tra loro e con lo spettatore. Che sfida! Solo quando sono arrivata alla fine, mi sono resa conto di avercela fatta e mi sono sentita soddisfatta.
Ma in ogni caso, ieri me ne stavo un pochino sulle spine.
Invece, l’espressione che hanno fatto davanti al quadro è stata meravigliosa, direi (dal mio punto di vista) abbastanza emozionante. Come se avessero riconosciuto immediatamente le proprie figlie, ma per la prima volta le stessero guardando in un modo diverso (e in effetti era vero perché lo stavano facendo attraverso il mio sguardo). Vederle così, come le ho viste io, gli è piaciuto molto.
C’è qualcosa di davvero bello in tutto questo e non è propriamente l’aspetto del quadro.
Un po’ mi dispiace non farlo vedere anche a voi nella sua interezza, ma potete anche accontentarvi di un particolare perché il bello non sta nell’oggetto, bensì nelle sensazioni che ho provato io realizzandolo e in quelle che loro hanno provato (e spero proveranno ancora) osservandolo.
Infondo non conoscete le due bambine, forse non conoscete neanche me, non potreste comunque afferrare granché dando un’occhiata veloce a un’immagine su uno schermo digitale. Può darsi invece che possiate farlo di più leggendo queste parole, se vi fidate di me.
Allora fatelo, fidatemi di me, e capirete perché oggi mi sento così fiera.

lalla

"Ritratto di due sorelline", olio su masonite, particolari.