venerdì 15 luglio 2016

1. finchè morte non ci separi

Premetto che questo blog non è il Vangelo, non vuole spiegare né insegnare niente a nessuno.
Comunque non ho scritto questo post per raccontare la verità, ma solo quello che provo.
Più in generale scrivo perché scrivere mi fa stare bene e io ho bisogno, ora più che mai, di fare cose che possano farmi stare bene.
Riferimenti a persone e cose sono raramente casuali perciò se qualcuno si offendesse nel leggerlo, smetta semplicemente di farlo.



Io sono morta.
adoravo la mia vita e la mia famiglia, ero felice e ringraziavo, mi sentivo fortunata e lo dicevo, ma il nostro tempo sulla terra è limitato, poteva succedere in qualsiasi momento ed è successo: sono morta.
Ho assaporato l’amore per il mio compagno per quasi due decadi, l’ho nutrito senza fatica, spontaneamente, perché non avrei potuto fare altrimenti, perché vivevo per lui, vivevo per noi. Era un’unione meravigliosa, mi faceva sentire forte e protetta, eravamo complici, giocavamo tutto il tempo, facevamo l’amore, ci facevamo promesse, ci prendevamo per il culo, progettavamo il nostro futuro insieme, ridevamo. Come si fa a non essere felici quando si è incontrato l’amore vero, quello dei film e delle fiabe, che dura per sempre? Da atei, sapevamo di non essere eterni ma questo non ci spaventava e qualche volta parlavamo del senso della vita, di come sarebbe stato bello invecchiare insieme e un giorno voltarsi indietro, prima di morire, e vedere i nostri figli, magari i nostri nipoti, intorno a noi, andarsene soddisfatti sapendo di avergli insegnato la cosa più importante: che l’amore esiste.
Certo, la strada verso un così dolce addio non poteva essere tutta in discesa e infatti ci sono stati momenti difficili legati a una bimba mai nata e alle problematiche incontrate cercando un secondo figlio. Qualcosa si è rotto, non in me, ma nel mio compagno sì. Infine, 3 anni fa, la mia Piccola Fata stava finalmente arrivando e lui è stato davvero male, io gli sono stata accanto con tutta me stessa perché ero convinta che ammalarsi facesse parte della vita, non fosse una colpa, non una debolezza, ma un’altra prova da affrontare insieme.
Ma i miei sforzi non sono serviti a niente: alla fine della malattia lui è morto, prima di me, non pensavo che potesse succedere, non così presto, ma è successo, è morto.


E’ arrivato un tizio nuovo al suo posto che non ha capito quanto speciale fosse quello che avevamo costruito, non gli bastava più, voleva sentirsi invincibile, lui che era stato vinto, voleva qualcosa di diverso per dimostrare a se stesso di essere più vivo di prima: voleva successo, libertà e novità. Ha smesso di guardarmi, ha smesso di guardare i nostri figli. Non ha provato in alcun modo a difendere quello che avevamo, lui voleva solo cambiare e l’ha fatto lavorando nell’ombra.
Ha cominciato ad allontanarmi, a chiudermi fuori da questo suo progetto di rinascita, a ricavarsi degli spazi segreti, un pezzettino alla volta. Io ogni tanto percepivo questo desiderio di fuga e non capivo il perché, così ho cercato di assecondarlo, di lasciarlo libero di fare tutto quello che voleva, del mio corpo, della nostra vita, tutto quello che avrebbe potuto farlo sentire finalmente appagato. Ed il bello è che continuavo a essere felice perché l’amore vero può arrivare a manipolarti, a farti credere che quello che vuole il tuo amore sia quello che vuoi tu. Non è servito a niente. Sono stata stupida a pensare di potercela fare, ero perdente in partenza perché io ero stata la donna di un altro, del mio grande amore, non del nuovo tizio. Io non potevo andare bene, qualsiasi cosa avessi fatto io ero obsoleta e marchiata della colpa più grande: essere stata testimone della nostra felicità e del suo cambiamento. Il nuovo tizio fingeva di essere il mio amore, ma in verità non sopportava l’uomo che io tanto avevo amato, lo riteneva debole, odiava quella debolezza e odiava me che gliela ricordavo anche solo esistendo al suo fianco.
E così il nuovo tizio, pochi mesi fa, ha fatto l’unica cosa possibile che gli consentisse di andare avanti e di realizzare il suo nuovo progetto di vita: mi ha uccisa. Prima mi ha semplicemente ferita, ignorandomi come essere umano, poi ha deciso, velocemente, di scancellarmi e sostituirmi con una nuova donna adeguata al nuovo tizio, infine, ancora più velocemente e senza preavviso, di calare la maschera e di colpirmi al cuore e al cervello nel momento in cui ero più debole. E io sono morta. Non potevo fare altro, solo morire.


Un film un po’ bruttino con un gran finale si salva, invece anche la pellicola migliore può essere rovinata da un epilogo indignitoso. Ai mie occhi semplici il nuovo tizio appare non solo crudele, ma piuttosto banale e squallido.
Così l’ho detto al mio assassino, nel momento finale, quando, sorridendo, mi stava uccidendo, quando tutta la vita mi stava passando davanti e il dolore mi dilaniava: “Sarebbe stato meglio per me che tu fossi caduto con un aereo, tutti noi avremmo continuato ad amarti per sempre”.
Non l’ha presa bene. Non è poi tanto di larghe vedute questo tizio.
Ha frainteso, il ragionamento valeva anche per me: avrei preferito che un tumore mi avesse portata via, avrei lottato con tutte le mie forze perché avrei voluto il tempo di veder crescere ancora un po’ i miei piccoli capolavori, ma poi me ne sarei andata sapendo di lasciarli nelle mani di un uomo meraviglioso, pensando di aver avuto poco tempo, ma di essere stata fortunata, di essere stata amata fino alla fine, di aver avuto dalla vita tutto quello che conta. Non dobbiamo essere ipocriti, dirci delle bugie, il tempo sulla terra è per tutti limitato, se fosse stato tutto riempito d’amore a me sarebbe bastato.
Pazienza, evidentemente non scrivo io la sceneggiatura della mia vita: ormai i finali alternativi e strappa-lacrime sono andati, ormai siamo entrambi sentimentalmente morti, ma fisicamente sopravvissuti e a ciascuno toccherà una seconda vita.
C’è chi addirittura mi dice che sbaglio a essere così pessimista, che vorrebbe farmi credere che è una fortuna avere l’opportunità di ricominciare da capo, poter cambiare vita.
Ma che culo! Perché non la cambiano loro?
Peccato che a me piacesse quella di prima. Io non la volevo questa seconda occasione.
Sono obbligata a rinascere perché devo salvare questo maledetto film il cui finale, diciamocelo, ha fatto proprio schifo. Devo usufruire di tutte le mie forze per creare un sequel  in grado di chiudere in bellezza.
Me lo merito io e se lo meritano i miei bimbi.
Ma tra il dire e il fare… è difficile, credetemi.
Prima di tutto l’amore vero, quello dei film e delle fiabe, ha una fregatura: è eterno davvero. Lui  sì, non muore mai, e se a distruggerti è stato proprio l’uomo della tua vita e sorrideva vedendoti rantolare, lui mantiene la sua intensità, ma si trasforma in un sentimento di rigetto e schifo, un sentimento atroce, una tortura infinita. Non è facile rinascere provando un sentimento così.
Mi sento stanca, non sono più romantica e ho paura, rinascendo, di diventare più cattiva della Fenice degli Xmen.
La difficoltà maggiore di questa “seconda occasione” è che non avrò il lusso di ripartire da zero: il nuovo tizio non se ne andrà mai.
Avete presente quello piuttosto squallido e banale? Vuole bene ai miei figli, sono anche suoi, li crescerà ed essendo fiero di quello che è diventato ci terrà ad essere un esempio per loro.
Non è bello affidare i propri bambini a una persona che non stimi e di cui non ti fidi, a un estraneo. Domani quell’estraneo terrà a dormire la mia bambina di 2 anni con sé, lontana da me, per la prima volta.
E io devo stringere i denti e augurarmi buona fortuna per la mia nuova vita.

Lalla
P.S. il sentimento di morte e rinascita che provo è tanto forte da aver sentito il desiderio di cambiare nome, di allontanare tutto ciò che rappresentava Lalla e di diventare Ilaria. Elia mi ha fatto desistere: ”Lalla ti sta troppo bene” e allora ok mio Piccolo Re dei Sugolini, niente Fenice, proverò a rinascere restando lalla per sempre.

venerdì 10 giugno 2016

l'ultimo giorno di scuola

Sono già entrata nel vortice degli adempimenti di fine anno, ne riemergerò tra 3 settimane... medie, relazioni finali, programmi, scrutini, esami... non ho tempo di fare niente, tanto meno questo che sto facendo adesso.
Ma ieri è stato il mio ultimo giorno di lezione a Pratolino, forse il mio ultimo di sempre se a luglio saprò di essere stata trasferita.
Due settimane fa mi era venuta una tentazione fortissima di andare all'Ufficio Scolastico Provinciale a supplicare in ginocchio che mi strappassero la domanda di trasferimento. Claudio, il mio "coordinatore di plesso" (cioè quello che fa girare così bene le cose a Pratolino) mi ha detto:
"Non lo fare Ilaria, lascia scegliere il destino"
"Non è che il destino di mia tante garanzie, ultimamente".
"Sei bravissima, mi dispiace dirlo per noi, ma sei sprecata per le medie"
"Ma perché sprecata? Gli studenti sono studenti a tutte le età... e poi tutti siamo bravi e ci diamo da fare qui".
"Sì, certo, tutti bravi... ma chissà perché tutte le classi adorano la Storia dell'Arte e pendono dalle tue labbra".
Esagerato!
A parte che tutte le classi adorano anche Tecnologia e pendono anche dalle Sue labbra, ma comunque sia: ogni insegnante è fatto a modo suo e a me spaventa tanta responsabilità . E' un dubbio che ho da anni: io non riesco a fare a meno di affezionarmi ai miei alunni, alla fine mi lego a loro, anche e soprattutto ai più "sbuccioni", ma siamo sicuri che sia una cosa positiva che loro facciano altrettanto?
Ho paura di influenzarli troppo, dovrebbero sentirsi liberi, dovrebbero anche ribellarsi a me. E porca miseria, come mai se ne accorgono sempre, anche se li fo lavorare come matti, pretendo che studino, rispettino le consegne e li riempio di votacci?
Ieri mi hanno fatto commuovere.
In terza una ragazza mi ha regalato un quadretto fatto con le sue mani per dirmi addio, in prima un biglietto di arrivederci, in seconda una lettera meravigliosa e delle ginestre raccolte nei prati sotto la pioggia... ma come si fa a lasciare andare gli studenti?
Dopo 10 anni di precariato dovrei aver imparato, invece niente.
E soprattutto: come farò a sopportare di starmene in un corridoio al liceo se da settembre mi spostano sull'orribile "potenziamento"?
Laura, rispondo alla domanda finale della tua lettera: spera che mi facciano insegnare, io voglio insegnare! E qualsiasi cosa succeda, passare del tempo con voi è stato un privilegio e mi ha reso felice.
lalla

P.S. Oggi è anche l'ultimo giorno di scuola elementare per Elia.
Che il destino scelga bene, per entrambi!




giovedì 19 maggio 2016

2 anni (e qualche giorno) con la piccola Fata.

2 anni fa una piccola Fata che viveva nascosta nella Keria del mio giardino ha rinunciato alle sue ali cangianti per travestirsi da bimba e starmi vicino.
Probabilmente le è rimasta attaccata un po' di polvere magica perché sia io che il piccolo Re ci siamo innamorati immediatamente e perdutamente di lei.
E’ volata tra le mie braccia all'improvviso, inaspettata, ed è sempre stata una cosa troppo bella così io ho iniziato ad avere paura. Paura che stessi vivendo solo un sogno. Paura che potesse succedere qualcosa a lei, o al piccolo Re. Perché mai mi sarei aspettata nella vita di meritare accanto a me, allacciati a me, due esseri così speciali.
Sono due anni che aspettavo di dover pagare il conto col destino.

Mi dicevano: "Tante donne diventano mamme senza dover patire tutto quello che hai patito tu, hai già pagato lalla".
Ma a me i conti non tornavano: tante donne diventano mamme, è vero, ma solo io sono diventata la mamma del Re dei Sugolini e della piccola Fata.
Ero davvero troppo fortunata e vergognosamente felice.
Adesso, finalmente, qualcosa è successo. E io mi sento più tranquilla.
Posso iniziare a considerarmi abbastanza in pari?
Lo so, lo so che Matilde ed Elia sono esseri straordinari, ma tu destino potresti accontentarti… il debito è pagato, va bene?
Lo so, lo so che sono fortunatissima e infatti non ti chiedo di regalarmi più niente, d'ora in avanti lasciami solo vivere in pace con queste due creature meravigliose.
Va bene così, allora? Ok, grazie destino.
Grazie Elia, grazie Matilde.
Buon compleanno piccola Fata.

lalla

E' quasi il momento di fare un bel ritratto a olio di Matilde, intanto un piccolo disegno per farle gli auguri.
"Matilde, 2 anni", acquerello e matite colorate su carta cotone, 30x30 cm.
Questa poesia me l'ha regalata Elia per la festa della mamma.

domenica 24 aprile 2016

il mio corpo mi ricorda quelli che se ne vanno

Il babbo è morto di notte.
La mattina dopo mi sono passata la lingua sul canino destro e ho sentito tagliare, il dente si era scheggiato. Durante la notte devo aver digrignato il morso senza rendermene conto, per la tensione. Non l'avevo mai fatto prima. D’altronde, non mi ero mai trovata in una situazione come quella, prima.
Ogni tanto mi capita ancora, durante il giorno, di passarci la lingua, è una sensazione strana, un po' dolorosa e un po' dolce perché mi fa pensare a lui.


Qualche giorno fa mi sono tolta la fede.
Era arrivato il momento di farlo e l'ho fatto. Ma non è così facile, per 13 anni il mio dito si è adattato a quel cerchietto d'oro, ha convissuto con lui, ci è cresciuto intorno.
Molte volte, durante il giorno, mi capita sovrappensiero di cercare quel piccolo oggetto con l'altra mano, non trovarlo è una sensazione strana e per niente dolce, per adesso, fa solo male.
Quanto tempo ci metterà il mio dito ad apprezzare di non essere più costretto dentro a una dura gabbia di metallo, a capire che adesso potrà muoversi più liberamente senza quel peso?
Non lo so, è un dito sciocco e nostalgico.
Gli piaceva quella concavità, e, per quanto il metallo fosse freddo, a contatto con la pelle si riscaldava e insieme sembravano tutt'uno. Quel cerchio non gli era mai sembrato un gabbia, ma una comoda culla.
Perciò lo scuso, povero dito, perché anche lui non si era mai trovato in una situazione come questa, prima.


Ieri ho spedito la domanda di mobilità, ho fatto richiesta di tornare ad insegnare alle superiori. Sono stata indecisa fino alla fine.
Prima di tutto c'è lo spauracchio di finire nel "potenziamento" gettata in un corridoio e far da tappabuchi. Poi c'è da dire che Pratolino, dove lavoro, non è una scuola media, ma una piccola oasi in mezzo al bosco con colleghi gentilissimi e ragazzi tranquilli.
Stavo vacillando, poi però ho ascoltato il mio cervello, che è peggio del dente e del dito messi insieme, che mi sussurrava: "rinuncia, accontentati, non puoi farcela ora... quanti cambiamenti pensi di poter sopportare ancora?"
Innumerevoli! E io non mi accontenterò mai!
Prima o poi, magari tra anni, non mesi, il dolore passerà e, se c'è stata, resterà solo la dolcezza. Ti rassegnerai mio tenero corpo a lasciare andare quelli che se ne vanno.
Fai con calma, non avere fretta.
Io intanto vado avanti.


lalla

P.S. Anche il piccolo Re cambierà scuola a settembre, la 1° media lo aspetta, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo stretti la mano: "Partiamo per nuove avventure!".


Acquerello su carta cotone, 35x50 cm.
Durante la prima guerra mondiale nacque il movimento Dada, in sostanza l'arte tradizionale  e la cultura ufficiale non avevano più alcun senso visto che l'umanità era immersa in una tragedia del genere... diciamo che questa è la mia WW1, perciò oggi avevo solo voglia di giocare con i colori e che decidesse il caso.


lunedì 4 aprile 2016

la vita mi prende a schiaffi

La vita è bastarda, ma mi piace, ha una sua ironia.
Il 31 dicembre, a mezzanotte, mentre tutti brindavano e si facevano gli auguri, io ho pensato: "non sarà un anno semplice, questo è l'anno in cui dirò addio al babbo".
Sapevo che mi aspettava un bello schiaffo.

Ed ecco l'ironia, la vita ha pensato che un solo schiaffo non bastasse, forse si è messa in testa di abbattermi e, sinceramente, qualche giorno fa ho temuto che potesse farcela.
Mi sono sentita come un animale ferito in gabbia e senza via d'uscita, vedendo solo il baratro e la fine... senza più stima di me stessa, con la razionalità che vacillava e impossibilitata a fare tutto, perfino respirare con regolarità. Ho provato sensazioni tanto orrende da vergognarmi della persona che temevo di essere diventata. Il mio cervello ha iniziato a girare ininterrottamente alla disperata ricerca di una spiegazione e di una soluzione, ha continuato a farlo per 6 giorni e 6 notti.
Poi, ieri sera, ho capito: alcune volte la vita decide di incasinare tutto e cambiare direzione.
E, nonostante la direzione scelta sia di merda, non serve a niente chiedersi ossessivamente il perché, né tentare di trovarla, non esiste una soluzione.
Attenzione, non si tratta di una remissiva resa, la vita si è fatta un'idea sbagliata su di me.
Ho intenzione di reagire, recuperando finalmente la mia dignità.
Se la situazione fa schifo, io mi rifiuto di fare altrettanto.
Adesso devo solo cercare di capire quale sia il modo giusto di comportarmi per interferire in questo casino in modo che faccia un po' meno schifo di così.

Posso farcela, un piccolo passo alla volta.

lalla


Questa sono io, ancora senza sonno, ma con la mia dignità.
P.S. ma non mi poteva prendere come a tutte le altre che smettono di mangiare e almeno diventano delle gnocche? Mi doveva prendere per forza che smettevo di dormire, che giova poco alle occhiaie e se mi provo a corregere i compiti ci vedo doppio?





lunedì 8 febbraio 2016

ciao babbo

Mi chiamo Ilaria, come la felicità, ma nessuno mi chiama così, per quasi tutti sono Lalla e, per le due persone più importanti, più semplicemente, mamma.
Il mio babbo si chiamava Giuseppe, come il babbo di Gesù, ma nessuno lo chiamava così, per alcuni era Beppe, per altri Beppino, per noi, più semplicemente, babbo.
Io non sono credente, la morte mi ha sempre spaventato, perché vuol dire "fine".
Però, c'è poco da fare: si nasce e si muore, è il cerchio della vita. Così, qualche volta mi è capitato di pensare a quando toccherà a me, sperando di morire nel sonno, senza preavviso.
La "morte dei giusti".

La malattia ha aggredito il babbo più di otto anni fa, in modo violento e spietato, da quel momento è stato chiaro per tutti dove s'andava a parare, addio "effetto sorpresa". I primi mesi sono stati uno shock, gli anni a seguire molto difficili non solo fisicamente, ma psicologicamente. Però la sua vicenda mi ha fatto ricredere, esiste una morte ancora migliore di quella dei giusti.
La nostra famiglia, in questi lunghi otto anni, lo ha sopportato nei momenti di rabbia e sconforto, lo ha coinvolto in quelli di gioia, lo ha accompagnato in quelli di pseudo-normalità e infine lo ha circondato e coccolato negli ultimi difficili mesi, giorni, ore, fino all'ultimo respiro.
Saranno due anni che il babbo mi aveva messo in mano due dvd: "Cocchina, quando puoi, perché lo so che hai un sacco da fare, ma quando hai un po' di tempo, per favore rimontami il nostro filmino del matrimonio girato in super-8, il fotografo è riuscito a metterlo qua sopra, ma ci sono parti nere dove non si vede nulla e poi è tutto muto, mettici te una bella musica".
Sono due anni che rimando, ma il mese scorso mi sono resa conto che non c'era più tempo. Ho cominciato a lavorarci in segreto, impegnandomi al massimo e lui mi metteva sempre più fretta, peggiorando vertiginosamente.
In principio rivedere lui e la mamma giovani, felici e pieni di speranza mi ha commosso terribilmente, le riprese del viaggio di nozze terminavano con un foglietto che il babbo aveva incastrato in mezzo a quattro matriosche e su cui aveva scritto: "e vissero felici e contenti...".
E poi la sorpresa: il filmino non finiva, c'era ancora poco girato con la nascita di Silvia, lui che la coccola, il primo saluto con la manina, la mamma che le fa il vola-vola, i primi passi e la prima estate al mare... allora ho capito: quelle matriosche siamo noi e quel foglietto diceva il vero, tutte le speranze di quel ragazzo euforico, appena tornato dalla luna di miele, si sono avverate.
Ho cominciato ad aggiungere musica e foto, a scannerizzare, così c'è anche Guido e poi io e Chiara, e poi le lauree, e i matrimoni, i Natali, i nipotini... tutta una vita. Volevo che sapesse, anche se nessuno di noi poteva dirglielo apertamente, che aveva costruito la vita che sperava e che lo stavamo salutando, e ringraziando, tutti insieme. E' stato difficile e avevo paura, di non fare in tempo o che l'emozione fosse troppa, per lui e per tutti noi. Ho finito appena in tempo, venerdì sera, sabato sono andata a San Giovenale. Il babbo ha voluto fortemente che, come tutti gli anni, ci riunissimo per pranzare domenica e festeggiare il compleanno di Silvia e il suo. La situazione sembrava ormai insostenibile, ma in qualche modo ce l'abbiamo fatta.
Guido l'ha portato in braccio fino in poltrona e lui ha resistito otto ore seduto insieme a noi, abbiamo fatto tutte le cose che gli piacevano: abbiamo mangiato, fatto qualche battuta, visto la partita, giocato a carte, abbiamo anche visto il filmino e ci siamo commossi, tutti.
Martedì ha compiuto 73 anni, ma il tempo di festeggiare era finito.
E' stato difficile vederlo morire, non dimenticherò mai quelle ultime ore e quei respiri profondi. Ma per fortuna quei ricordi sono solo nostri, lui stava già dormendo grazie all'aiuto dei medicinali e di Silvia, che faceva da infermiera. Se n'è andato nel suo letto, circondato dalla sua famiglia. Una morte dolce e dignitosa, la migliore possibile.
Adesso ne sono convinta più che mai, la chiave è vivere una bella vita e guadagnarsi così una bella morte.

Poi, il tempo si è fermato, si è compresso e infine si è dilatato, lasciando tutti noi in uno strano limbo di tristezza e amore. Abbiamo raccolto le poche forze e i pensieri, sempre più confusi dall'assenza di sonno, cercando di fare tutto come avrebbe voluto lui. Ci sono un sacco di cose da fare quando muori, più o meno come quando ti sposi: scegliere un abito e chiamare un esperto che ti aiuti ad indossarlo e ti renda attraente, scrivere un "invito" alle persone care e scegliere la location dove accoglierle, i fiori, la musica... infine, cercare le parole giuste per rendere la cerimonia un po' più personale.
Ognuno si è dato da fare, sapevo che dire quelle parole, a nome di tutti noi, spettava a me, ma avevo paura di essere fraintesa, che non fossero quelle giuste o che non sarei stata capace di dominare l'emozione. Così, ho rimandato fino alla fine, come per il filmino. Poi, la notte tra venerdì e sabato, ho capito che non c'era più tempo e ho scritto una paginetta. Sabato, al funerale, un fiume di persone è entrato a inondare la Pieve di Cascia, cavolo, come mi è dispiaciuto non essere credente: sarebbe stato così carino poterselo immaginare appollaiato su una nuvoletta con la sua barba, lì a godersi lo spettacolo. Centinaia di persone hanno salutato il babbo, ognuno a suo modo e rivestendo il proprio ruolo.
Quello del narratore è sempre stato il mio, così, a fine cerimonia, in qualche modo, anche io sono riuscita a leggere a tutti, e per tutti, quella paginetta.
L'ho fatto perché era giusto, come anche scrivere questo oggi, perché lui è stato sempre il mio lettore n°1.
Ieri siamo tornati ancora a pranzo a San Giovenale, a festeggiare il compleanno di Lucia e a guardare di nuovo insieme il filmino della nostra vita.
E stanotte ho finalmente dormito di nuovo perché so che adesso siamo in pace, tutti.

lalla

P.S. questa di seguito è "la paginetta". Sono convinta che il babbo non se ne stesse appollaiato su una nuvoletta sabato e quindi non abbia potuto ascoltare mentre la leggevo. Sono altrettanto convinta che l'abbia potuta leggere nei nostri occhi ogni giorno della sua vita.