La Storia dell’Arte non è univoca come la Matematica,
diciamo però che certe interpretazioni sono condivise. A noi insegnanti, qualche volta, tocca argomentare una lettura dell’opera, indicarne una
simbologia, individuarne un messaggio o uno scopo, insomma tentare di
“spiegare” un quadro quando ci sorge il dubbio che da spiegare non ci sarebbe
proprio nulla. Nel senso che basterebbe guardarlo e basta. Può darsi che
chi l’ha realizzato abbia scelto di colorare in un certo modo anziché in un
altro solo seguendo il gusto personale? Solo perché quel giorno aveva
voglia di fare così e non alludendo a chissà quale significato recondito? In
molti casi, effettivamente, noi non sapremo mai cosa davvero volesse dirci
l’autore (e soprattutto se avesse voluto o meno dirci qualcosa), insomma non scopriremo mai cosa gli passasse per la testa. Eppure ci
proviamo, ad analizzare l’inanalizzabile e a comprendere l’incomprensibile.
Per questo gli artisti “scientifici” (tipo gli Impressionisti), che
vogliono rappresentare solo e semplicemente quello che vedono, da comprendere e
spiegare sono una passeggiata di leggerezza. E anche chi ha lasciato qualcosa
di scritto e chiarificatore (grazie mille!). Nei casi più misteriosi (quando anche le note
biografiche o storiche non vengono in mio soccorso), cerco di cavarmela concentrando
l’attenzione su cosa l’opera rapresenta e trasmette e questo va al di là di ciò che l’autore
volesse metterci dentro.
Quasi tutti gli autori, più o meno inconsapevolmente, ci hanno messo se stessi.
In ogni caso, ci poniamo molte domande a cui spesso è impossibile rispondere. E
non solo sull’Arte, s’intenda. Tendiamo ad appesantire tutto, a cercare una
spiegazione ovunque. Lo faccio anche io, fin troppo, ma non dimentico di
considerare che qualche volta le cose potrebbero anche essere semplici.
Rimanendo nel settore Arte, valga come esempio “la tomba del
tuffatore” di Paestum (V sec. a.C.) , noto quale unico esempio di pittura non
vascolare risalente alla Magna Grecia. L'interpretazione potrebbe sembrare banale.

Iconografia della lastra di copertura: un tuffatore che si butta di testa verso
l’acqua. Esiste forse metafora più perfetta dell’uomo che si stacca dalle
sicurezze di questo mondo e si lancia nel vuoto verso l’ignoto dell’aldilà? Il
parallelismo è davvero immediato e convincente. E sì, anche io se parlo
dell’opera in classe, evidenzio questa lettura. Ma subito dopo insinuo negli
studenti anche un’altra possibilità: “e se invece, molto più semplicemente,
questa tomba fosse stata destinata a un atleta, un uomo
a cui piaceva tuffarsi?”. Senza tanti significati reconditi. E’
possibile, no? Infondo nelle parti laterali ci sono rappresentazioni di gente
che banchetta. Un'insegnante di Filosofia mi ha parlato di un altro significato: la rappresentazione del mondo secondo la scuola pitagorica e quindi i piani di lettura aumentano.
Comunque la si voglia leggere, va detto che per fare un tuffo di testa ci vuole
coraggio.
Guardo l’acqua, so di essere surriscaldata dal sole e che la sentirò gelida, so
che l’impatto sarà come uno schiaffo, non sono certa di come riuscirò a fare il
tuffo, potrebbe entrarmi un po’ d’acqua nel naso (mi capita spesso), potrei battere
una panciata o scodare troppo e farmi male alla schiena, ma io sono intrepida, mi concentro su un punto preciso (che di solito è un po’ in
profondità) e quindi arriva quell’attimo, quello prima di staccarmi, l’attimo in
cui decido che sono pronta, raccolgo tutte le mie forze e mi do una spinta
verso l’alto, puntando a capofitto verso il basso. E’ un attimo fantastico, in
cui mi sento viva e fiera. Non importa se alla fine bevo o batto una panciata:
io mi sono staccata, mi sono buttata nel vuoto!
Forse il parallelismo esiste davvero? Amo tuffarmi in mare e sono anche una
scema che si espone quasi sempre più del dovuto, che prende la parola per
parlare in pubblico, che si mette alla prova in tutto e con tutti (nell'incertezza di sapere cosa passi nella testa degli altri). Mi tuffo spesso anche
nella vita e infatti quanti schiaffi in faccia prendo!
Non mi importa: dopo anni e anni di figuracce e terribili batoste, ho ancora il
coraggio di staccarmi da una sponda sicura e buttarmi nel vuoto. Non è mica poco!
Ma sì dai, invece della lettura scientifica (mi tuffo in mare perché
muoio di caldo stando al sole, entrare un po’ per volta è un supplizio peggiore,
quindi meglio tutto d’un botto così mi tolgo il pensiero) accettiamo
quella simbolica (mi tuffo in mare = sono temeraria nella vita), augurandomi che a forza di allenarmi (un giorno spero
lontano) io sappia fare anche l’ultimo grande salto con una certa eleganza.
lalla
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| P.S. un po’ è indole, un po’ al coraggio si educa |