venerdì 7 maggio 2021

perché la Strega è nuda

Perché non mi interessa essere un’artista, e non lo sono.
Invece mi interessa essere vera, e lo sono.
E mi ci mostro pure, così come sono, a tutti, sempre, senza imparare che indossare un vestito di menzogne potrebbe proteggermi (ma mi rovinerebbe), mi ci mostro a costo di farmi distruggere, ogni volta. A costo di risultare repulsiva, ogni volta.
Sono sincera, sono pura, sono empatica, sono una Strega maledetta, così sono e così mi mostro, a tutti.
Le persone come me non sono facili da frequentare, io lo capisco, fanno comodo, ma diventano velocemente scomode. Sono sempre stata la persona giusta a cui chiedere aiuto, ma non quella da invitare alle feste.
E dire che a me festeggiare piace un sacco, ma lo faccio con quell’entusiasmo tutto mio, troppo ingombrante, troppo diretto, troppa me.
Perché non so cosa sia la vergogna. Esibizionista.
Se sono allegra fischietto, se c’è una musica mi metto a ballare, prendo sempre la parola, dico la mia, fastidiosamente sicura e eternamente insicura di me. Mi propongo, mi espongo. Poi me ne pento. Vivo nell’eterna paura di essere invadente (e lo sono), di disturbare (e lo faccio). Sono sempre impegnata nel cercare di fare la cosa giusta, sempre corretta, sempre sincera. Ingombrante. Petulante. Indifesa. Mi aggiro per il mondo fiera della mia diversità, ma appena scopro di risultare troppo sopra le righe e di venire esclusa dai giochi, appena mi sento giudicata, ci rimango ogni volta di merda.
Dovrei imparare a filtrare, a proteggermi, in realtà l’ho sempre fatto, ma non nel senso che mi avrebbero augurato gli altri. Non ho mai cercato di mostrarmi migliore di quello che sono (altrimenti avrei avuto disgusto di me stessa). Non riesco a fingere sentimenti che non provo, non posso trattenere le emozioni che mi pervadono. Viene tutto fuori, allo scoperto. Ho rinunciato a conformarmi, ho preferito rimanere diversa. Ci vuole coraggio. O semplicemente incoscienza.  Scegliendo questa strada sono stati gli altri a erigere per me le barriere che mi avrebbero protetta, a mantenere le distanze. A non invitarmi alle feste. Le Streghe non si invitano alle feste.
Fin dalle elementari sono sempre stata sola con me stessa (e meno male che mi piaccio parecchio, altrimenti sai che supplizio). Gli altri a rincorrersi in cortile e io che passavo la ricreazione seduta a disegnare nel mio banchino. Meglio così, erano tutti molto pericolosi per me, questo l’ho sempre saputo. Gli altri che sapevano mentire, gli altri che sapevano fingere. Loro, ne ero certa, prima o poi avrebbero desiderato bruciare la Strega. In molti ci hanno provato, ma su questa terra siamo tutti diversi (non solo io) e così ho avuto la fortuna di incontrare poche e preziosissime persone speciali, poche e preziosissime persone che adoro.
Mi è capitato anche di innamorarmi, non dell’amore che popola il mondo. Cioè, non di quello “per convenienza”, che pretende qualcosa in cambio, né di quello intenso e fisiologico, ma passeggero (che dura tre mesi e poi se ne va, come è giusto che sia). Insomma, non mi sono innamorata di un amore normale, ma di un amore streghesco. E ho peccato di superbia: ho creduto di aver trovato un’altra persona capace di sentimenti sinceri e eterni come i miei e che oltretutto si fosse innamorata di me. Addirittura pensavo (ma è incredibile, lo pensavo veramente!) che avremmo affrontato tutta la vita insieme, perfino che nei momenti di bisogno ci saremmo aiutati a vicenda e che io non sarei più stata sola. Scema!
Quanto sono stata sciocca ritenendomi in grado di giudicare (annebbiata dagli ormoni prima e dall’affetto poi)? Quanto può essere ingenua una ragazza innamorata? Possibile che le ingiustizie, i disequilibri e le dipendenze che vedevo chiaramente nelle altre unioni non mi avessero messo in guardia? Bastava guardarsi intorno per scoprire che l’appoggio e la sincerità che cercavo non esistono nel 90% delle coppie.
Chi mi ha dato il diritto di ritenere che il nostro rapporto fosse diverso?!
Questo errore è il più comune di tutti: ci si sente tanto speciali e invece le nostre vite alla fine si rivelano così banali. Vent’anni di illusione. E poi, secondo natura, anche lui ha tentato di bruciarmi, Un dolore inimmaginabile (feriscono di più le persone che si amano) e il crollo completo di ogni mia convinzione.
Potevo rimanerci secca, non scherzo.
E invece no, proprio per nulla.
Io dalle fiamme, risorgo. Con calma e santa pazienza, rimettendo ogni tassello al suo posto. Una volta caduto il velo dell’illusione, mi è apparso di nuovo tutto molto chiaramente. Non era la nostra vita a essere banale. Non era banale il mio amore per lui, non era banale il mio sorriso, non era banale il mio entusiasmo, non era banale il modo in cui avevo generato i nostri figli e neanche quello in cui li stavo crescendo (loro che banali non lo sono proprio per niente!). Io non sono una persona banale, sono una Strega e nella vita di banale ho fatto solo una cosa: fidarmi.
Ma ero giovane, innamorata, ci può stare. E meno male che è andata così altrimenti non sarebbero venuti al mondo il mio Re dei Sugolini e la mia Piccola Fata.
Non conosco la furbizia e non sarei mai riuscita a imbastire un rapporto per ottenere qualcosa, non mi sarei mai accompagnata con un uomo per fare dei figli. Il desiderio di procreare era direttamente collegato al mio amore per lui e alla convinzione di essere ricambiata. Questo equivoco, questa mia ingenuità ha il grande merito di avermi regalato la mia famiglia. E quindi posso solo ringraziarmi, non ho rimpianti. Non ho vergogne.
Non mi vergogno di ciò che è stato, della mia vita passata, non la rinnego, ma non desidero neanche riviverla. Non mi vergogno delle mie rughe, né delle mie cicatrici. Non mi vergogno dei miei capelli bianchi. Non mi vergogno delle mie mammelle enormi, fuori misura, morbide e materne (hanno allattato i miei figli). Non mi vergogno dei miei anni e non cerco di nasconderli, mica li ho rubati, sono fiera di averli vissuti.

Il 23 marzo 2021 un’orchidea che avevo in casa da due anni ha rifiorito. Non sono un’esperta coltivatrice, ma adoro le orchidee e sono anni che le trasloco cercando un angolo adatto della casa con giusta illuminazione/umidità/temperatura, una rifioritura non si era mai verificata, questa splendida pianta/farfalla mi ha regalato una gioia immensa. Ho desiderato di dipingerla. Di dipingere il senso di rinascita che accompagna ogni primavera.
E’ la mia quarantacinquesima, ma non mi ci abituerò mai, sono meteoropatica, ogni anno il ritorno della luminosità, dei fiori, del tepore, mi fanno innamorare ancora di più della vita.
Ho fatto delle foto cercando di sovrapporre al mio cuore il gambo reciso e il punto del nuovo germoglio., cercando di trasmettere Bellezza e Armonia, nonostante tutto quello che di imperfetto e vero mi caratterizza e mi rende quella che sono. Ci vuole coraggio. O anche semplicemente incoscienza.
Questo cerco ogni giorno nella mia vita, la Bellezza nella verità.
La pittura, per lo meno la mia, deve essere verità.
Ho rinunciato alle mani (che di solito adoro dipingere), come nelle veneri preistoriche volevo concentrare tutta l’attenzione sui caratteri femminili, diventare una sorta di allegoria di fertilità che ri-nasce dal vaso insieme ai fiori.
Ho decentrato la composizione, avevo bisogno di lasciare uno spazio indefinito e luminoso e di condurre il mio sguardo oltre il quadro, verso l’ignoto, verso la rinascita.
Quindi ho iniziato a dipingere ed ero tanto emozionata, timorosa di mostrarmi per come sono (per come sono diventata negli anni), ma convinta di volerlo fare, a costo di farmi distruggere.
Quando finalmente la pittura si è incamminata nella direzione che volevo, quando mi è sembrato di averla domata, quando mi sono guardata nei pigmenti e mi sono riconosciuta, mi sono sentita potente e ho voluto scattare questa foto.

Avevo voglia di far dialogare le due lalla, quella in carne ed ossa e quella dipinta, di sentirle altrettanto vere e fiere, di mostrare l’amore che le lega (l’amore materno che mi lega a ogni mio quadro e l’amore e la comprensione che provo verso me stessa). E avevo voglia di giocare con la mia immagine di Strega, dal naso dritto e tagliente come quello di una scultura etrusca, dai capelli lunghi e avvolgenti come lacci.
L’ho pubblicata su Facebook, ha fatto scalpore.  Molte persone hanno capito e le ringrazio di cuore.
Un tipo mi ha attaccato dicendo che i seni piccoli sono più eleganti, che mostrando i miei grandi seni nudi veicolavo alle giovani ragazze il messaggio che un seno piccolo è brutto e che addirittura le istigavo a farsi delle protesi… follia.
Delirio a parte, tra tutte le cose che volevo trasmettere, una bella quantità di maschietti ha visto solo il richiamo erotico della poppa e sono fiorite richieste di chat private, inviti, complimenti più o meno velati tipo “collega, fai sangue” (collega di chi? Fo sangue da dove?) o addirittura “le aureole scure mi fanno impazzire” (buon per te)… avrei dovuto sentirmi lusingata? Scusate, posso comprendere, ma a me questo tipo di approcci da solo fastidio. Invitatemi quando leggete un mio scritto, è meglio. Anzi, invitatemi se mi incontrate nella vita reale, se ne avete il coraggio, non ce l’avete mai avuto, non mi avete mai invitato. Ad uno meno volgare ho pure risposto: “ti piaccio perché sono virtuale, fidati che dal vero non ti piacerei”. In ogni caso, poco male, ma chi li conosce?
Mi ha messo più in crisi la reazione della mia mamma, anche se lei non ha detto nulla di male, ma non le è piaciuto proprio che dipingessi il mio corpo nudo, imperfetto e vero, l’ha definito “porno”. Non l'ha fatto con cattiveria e non voleva offendermi, ma io non sapevo neanche cosa risponderle, io che spiego in classe l’erotismo di Klimt e Schiele, la sessualità perversa di Bellmer, il voyeurismo pedofilo di Balthus, il martirio del corpo della Abramovic, devo aver farfugliato qualcosa sull’accettazione di sé, sul cercare la Bellezza oltre gli stereotipi… ma farfugliavo proprio male, eh.
La conosco bene, ha ideali di perfezione molto radicati, non avrei dovuto prendermela, anzi, per non metterla in imbarazzo non avrei dovuto mostrarle la foto (e il quadro).
Ma è incredibile, basta che da parte sua arrivi un leggero dissenso, per frantumarmi tutta l’autostima.
Devo far tesoro di queste sensazioni e stare molto attenta con i miei figli, noi mamme manco ce ne rendiamo conto di avere in mano un potere così devastante (feriscono di più le persone che si amano, anche quando non vogliono farlo). Mi sono incupita per quasi un giorno, poi ho ripreso a dipingere e mi è passata.
Ho anche bloccato un po’ di profili Facebook (tanto per tirarmi su!) e sono tornata a divertirmi.
Infondo che cambia?
Una Strega può essere giovane o vecchia, bella o brutta, non fa differenza, resta comunque una Strega e come tale farà sempre paura.
 

lalla
"un'altra Primavera", olio su masonite 60x80 cm.

martedì 4 maggio 2021

la Bellezza mi salva dalla distopia

E’ più di un anno che siamo impantanati in una pandemia mondiale. 
Roba da film di fantascienza di quella pesa, dove nella descrizione leggi “ambientato in un futuro distopico” e tu non sai bene cosa significhi “distopico” finché non lo vedi e allora capisci: significa “di merda”. 
Eppure gli sventurati protagonisti in qualche modo ci vivono nella distopia (pure se puzza) e gli succedono delle cose, tipo che sopravvivono (o anche no), lavorano (o anche no), si ribellano (o anche no), si innamorano (o anche no) e robe così. 
La sopravvivenza mia e dei miei cari per adesso è OK e non so dirvi quanto mi senta grata per questo. Ma la strage giornaliera è insopportabile. Se ne sta andando una fetta enorme di popolazione e il fatto che siano quasi tutte persone di una certa età è ancora più grave in Italia che in altre nazioni. Da noi gli anziani fanno parte della famiglia, siedono al tavolo per il pranzo domenicale, raccontano aneddoti ai nipoti, tramandano il lessico famigliare, custodiscono la memoria. Alla fine di questo massacro avremo perso una parte importante e bella del nostro paese, solo allora ci renderemo conto di essere un po’ meno italiani di prima e tutto sarà ancora più triste. 
Parlando del lavoro, vista la situazione sono fortunata ad averne ancora uno e sono fiera di averlo portato avanti con dignità, in un anno non ho perso un’ora di lezione e i miei studenti non sono rimasti indietro in niente nella mia materia, tantomeno nell’entusiasmo (che è la cosa più importante). Ma quanto mi è costato, quanto mi/ci costa, sembrano passati due, tre anni, non uno. Siamo inevitabilmente tutti molto stanchi e chi ha parlato di allungare l’anno scolastico per “recuperare” le ore perse, è un folle. 
Durante il primo lock-down la gestione della scuola è stata durissima e totalizzante, in più mi sono fatta un mesetto di polmonite e nonostante questo ho continuato a insegnare come nulla fosse, a pre-registrare lezioni nelle ore più impensate e caricarle su You-tube, sempre disponibile a rispondere alle domande, collegata con studenti e colleghi h24 su tre diversi canali virtuali (Argo, Teams, Whatsap). Contemporaneamente, la gestione del mio ragazzino (che intanto cambiava voce e diventava un ragazzone) e della mia bambina (a cui insegnavo a leggere, scrivere e far di conto). Tempo per la pittura: zero. Sul finale ero abbastanza stremata, ma ce l’ho fatta, sono un essere altamente adattabile. Aiutava pensare al “prima” che era ancora molto vicino, il “durante” sembrava faticoso e orribile, ma passeggero.
Il lock-down ha funzionato, ma lo Stato non ne ha approfittato per fare un cavolo di nulla (tipo restaurare qualche scuola che cade a pezzi o aumentare i mezzi pubblici, per dire). Esame di maturità e poi finalmente è arrivata l’estate che abbiamo passato al mare con la mia mamma e isolati dal resto del mondo. Da lontano guardavo afflitta e disgustata le immagini di folle in discoteca e ammucchiate negli apericena, consapevole che in autunno saremo tornati nella merda distopica. Tutti a dire “che brutto anno scolastico è stato il 2019/20” e io che non mi capacitavo, non capivano che il prossimo sarebbe stato peggiore?
Da settembre ci hanno ributtato in classe, 20-25 studenti senza mascherina, distanza legale di 1m tra le rime boccali (il ché significa che bastava che si chinassero a prendere entrambi un libro nello zaino per baciarsi in bocca). Scientificamente parlando, incredibile.
E mentre la pandemia riprendeva (ovviamente) vigore, abbiamo sperimentato in presenza tutte le percentuali possibili, il 75%, il 100%, il 25% lo 0% (prima di Natale), poi il 50%, di nuovo lo 0%... ogni volta colleghi eroici hanno dovuto reinventare un orario nuovo per l’intero istituto in meno di 48h. Devo confessare che quando due settimane fa dal ministero hanno tirato fuori il 60% e infine il 70% avrei voluto indire una marcia di studenti e insegnanti (tutti ben distanziati) per chiedere una percentuale a caso tipo il 58% o meglio il 69 (che almeno fa goliardia), per una volta sarebbe stato giusto prendere un po’ per il culo questi imbecilli che ci governano, dato che quest’anno si son divertiti così tanto a farlo loro. Possibile che nessuno sappia che per garantire una didattica efficace e un apprendimento sereno degli studenti, la prima cosa che serve è un minimo di chiarezza e stabilità? Vabbè.
Comunque, nonostante il delirio delle percentuali, nonostante il mio ruolo di insegnante completamente denaturato (non posso più girare tra i banchi e nessuno può vedermi sorridere), nonostante le privazioni, nonostante i molteplici tamponi eseguiti (soprattutto sulla Matilde), nonostante le varie quarantene, nonostante le notizie funeste dei media, nonostante tutto quello che viene detto contraddetto ogni giorno sui vaccini, nonostante i 200 morti giornalieri, nonostante tutto, va ammesso, molto tristemente, che questa precarietà è diventata una sorta di normalità. Una normalità distopica.
Una normalità fatta di volti coperti e mani igienizzate, una normalità fatta di distacchi e solitudini profonde. Il “prima” ormai sembra lontanissimo e forse, irrecuperabile.
In autunno ho capito che non potevo permettermi il lusso di aspettare il suo ritorno, ho capito che l’attesa mi/ci avrebbe distrutto. Dovevamo accettare di essere diventati i protagonisti di questo maledetto film di fantascienza. Sono, appunto, un essere altamente adattabile, ho smesso di pensare al “prima” e mi sono costruita un “durante” accettabile.
I miei studenti rischiavano di lasciarsi andare e non avrebbero potuto vedermi sorridere? Li avrei sorpresi continuamente, avrei fatto sorridere loro! Le mie lezioni sono diventate ancora più informali, degli show di intrattenimento. Loro mi hanno ripagato continuando a impegnarsi e imparare.
I miei figli avrebbero dovuto rinunciare alla vita sociale? Li avrei coccolati, intrattenuti e scossi il più possibile! Siamo scappati sull’argine dell’Arno a fare un pic-nic cinese a ottobre (quando ancora si poteva), abbiamo comprato il gelato a dicembre, quasi ogni domenica abbiamo imbastito serate cinema con pizza sul divano, abbiamo giocato insieme, solo 4 volte siamo potuti tornare dalla mia famiglia in campagna (distanziati e mascherinati). Per fortuna Elia ha ripreso a cantare nel gruppo rock (sta prendendo le misure con i suoi nuovi bassi) e Matilde si è pian piano inserita in seconda elementare. Loro mi ripagano sempre e comunque, solo perché esistono.
Nel “prima” i week-end senza figli mi concedevo di andare a ballare, uscire con le amiche o fare un viaggetto, adesso avrei dovuto passare giornate intere chiusa in casa da sola? Mi sono concessa qualche passeggiata con la mia migliore amica e di riempire le ore con quello che più amo fare, soprattutto, dipingere! Il tempo non è mai abbastanza, non ci penso proprio a sprecarlo rimpiangendo la movida.
Ho scritto poco, ma è solo perché ho dipinto molto e per me sono la stessa cosa, dipingere e scrivere. Sono sempre io che cerco una via per uscire fuori, è solo la strada che cambia.
Da mesi l’immersione in questa maleodorante distesa di feci, in questo clima di orrore e insicurezza costante, mi fa desiderare di creare immagini che alludano alla Bellezza. Mi manca tanto la Bellezza, quella dei musei, dei viaggi, delle scoperte, dei sorrisi, della gioia sregolata (senza regole), della spensieratezza.
La Bellezza, qualcuno ha detto, ci salverà.
Io non so se questo sia vero, forse non lo è per tutti, per me credo proprio che sia così.

lalla

P.S. La mia splendida Piccola Fata ha posato per questo dittico. Dipingerla mi ha regalato un sollievo indescrivibile. Indescrivibile, nonostante io lo conosca molto bene. Lo provo ogni giorno da quando è arrivata su questa terra, da quando la osservo muoversi, meravigliosa, davanti ai miei occhi.
Questa bambina pochi giorni fa ha compiuto 7 anni.
Lei è la Bellezza e mi ha già salvato.




giovedì 25 febbraio 2021

perché non ho scelta

Io ogni tanto dipingo, mica sempre, ma ogni tanto sì.
Non vorrei farlo di più, anzi mi chiedo: ma chi me lo fa fare?
Dipingere non è l’attività rilassante, né tantomeno facile, che parecchi si figurano.
E chiariamolo subito: la difficoltà non sta nel sapere o meno disegnare. Io so disegnare molto bene, non è questo il problema e, per inciso, non è detto che il talento abbia molto a che fare col saper disegnare. In ogni caso, non voglio parlare di questo. Non mi interessa capire se sono o meno un’artista, né se sono o meno abbastanza “brava”.
Non è questo il punto.
Mi chiedo invece, se ne valga la pena. Vorrei cercare di capire perché lo faccio.
Dipingere è una guerra, decidere di iniziarla è una roba da pazzi. Sono pazza?
Perché non riempio le mie (rare) ore di solitudine con attività amene e rilassanti invece di partire in battaglia? Perché non mi godo la pace?
Ecco, forse il talento ha più a che vedere con una sensazione di disagio, con l’assenza di pace. Chi crea è costantemente insoddisfatto e in agitazione. Ora, io sarei una persona tranquilla e che adora il dolce far niente (e tutto torna: produco piuttosto poco), ma devo ammettere che sotto la biancana apparente, ribolle qualcosa. E va in accumulo, parte come una semplice increspatura dell’acqua, poi pian piano genera correnti e infine un bel gorgo. Quando il turbinio diventa una smania insopportabile, quando come dico io “mi pizzicano le mani”, non posso far altro che prendere (prima la Canon e poi) i pennelli e iniziare.
In realtà, non ho scelta, non ce l’ho mai avuta. 
Almeno, negli anni, sono riuscita a liberarmi quasi del tutto dai sensi di colpa. 
Perché i sensi di colpa? 
Perché la scomoda verità (e lo so che suona male) è che quando dipingo non me ne frega più niente di nulla e di nessuno. Siamo solo io e il mio lavoro, a combattere insieme. Non è mai facile far accettare a tutti gli altri (e neanche a me stessa) questo bisogno di chiuderli fuori. Ma lasciamo perdere anche questo concetto, per un attimo facciamo finta che sia giusto essere un po’ egoista, mi assolvo pensando che in fondo rubo solo pochi giorni nell’arco di un anno dedicato quasi esclusivamente a prendermi cura degli altri. 
In ogni caso, sapendo che sto partendo per il fronte, chi mi dà la forza di iniziare? 
Bè, lo faccio in uno stato di momentanea incoscienza (come se mi fossi dimenticata in cosa mi stia imbarcando), ma presto me lo ricordo, patisco e fatico. Arrivo sempre a un punto in cui penso di non farcela e mi maledico per non aver scelto di farmi una bella passeggiata e di mangiarmi un gelato.
Ma tengo duro (e sono ore, non minuti), proprio quando comincio a sentirmi anchilosata e dolorante (la pittura mi sfinisce), quando ormai non ci vedo più (in senso letterale), proprio allora, intravedo la possibilità di cavarmela. 
E allora non posso più mollare, chi se ne frega dei dolori: è troppo importante! 
Diventa tutto più semplice, comincio a condurre il quadro dove voglio io (o ad accettare il posto dove mi sta portando lui) e a percepire così il sapore della vittoria. È un sapore così dolce.

Quando il lavoro non è ancora terminato, già arriva l’appagamento e così ho il tempo di gustarmelo con calma, mentre lo rifinisco. 
Non potrei mai rinunciarci, sono ore di piacere fisico (non solo mentale) e sono certa che cambino oggettivamente l’equilibrio chimico delle sostanze in circolo nel mio corpo. Infatti, mi innamoro. Non del risultato vero e proprio (che può rivelarsi più o meno accattivante), ma delle ore di “tormento ed estasi” condivise insieme. Questo sentimento mi impedisce di staccarmi dai quadri che faccio per me, non potrei venderli (e comunque non è che ci sia proprio tutta ‘sta fila d’acquirenti!). Li tengo con me, li accarezzo, ci parlo. Solo di rado l’innamoramento si esaurisce dopo qualche mese, ma più soventemente diventa amore vero, persiste negli anni, per sempre. 
Io non cerco di trasmettere le mie emozioni nella pittura, io cerco di dipingere ciò che vedo, ma mi rendo conto che qualcosa ci finisce lo stesso. Alcuni piccoli pezzi di me si staccano e ci cadono dentro, ecco, alla fine questo sono i miei quadri: pezzettini di me che si sono staccati. Istantanee di quello che sono stata e ho provato io, in quelle ore, mentre li dipingevo. Però, con tutti questi “frammenti” ci sto tappezzando la casa! Mi rendo conto che prima o poi dovrò cercare di smaltirli o diventeranno una presenza troppo ingombrante per i miei poveri figli quando non ci sarò più (già lo sono io adesso, in vita). Lo saranno anche i miei scritti. Tanta, troppa lalla sto spargendo sulla terra. Dovrò cercare di salvarli da questa inquietante “semina di me stessa” che sto generando nel corso degli anni.
Ci penserò fra un po’ di tempo, mi concedo di continuare la propagazione ancora per un po’.
Un problema alla volta, oggi non mi sto chiedendo se abbia o meno un senso creare qualcosa, ma solo se meriti investirci così tanta fatica.
Il mondo è fatto di persone che creano e persone che distruggono, mi fa piacere pensare di appartenere alla prima categoria e mi assolve la consapevolezza che ogni cosa da me creata (per quanto orrenda possa essere) incontrerà un giorno il suo distruttore (in veste di tempo o di persona). Insomma, poco danno: non sto inquinando il mondo in modo irreversibile.
Ogni volta che termino un quadro (brutto o bello che sia, purché vero), mi sento finalmente in pace. Sono esausta e va bene così. Torno a una vita normale, torno a pensare ad altro (e agli altri).
Non so quanto durerà questa pace, a volte per mesi. So che prima o poi inizierà di nuovo a crearsi una corrente sotto la superficie. All’inizio farò finta di non averla notata e tenterò di nuotare in un'altra direzione (una direzione più comoda, sicura e confortevole). Rimanderò finché potrò, infine arriverà di nuovo il momento di combattere.
Non è il mio mestiere (non mi mantengo con questo), non è la mia missione (non sono molto originale e non lancio particolari messaggi all’Universo). 
E’ la mia esigenza, forse la mia follia, inevitabilmente, il mio destino.

Lalla

P.S. Da più di un anno a questa parte, il mondo si impegna per fare più schifo del solito, per questo ho bisogno di dipingere qualcosa di consolatorio. Ultimamente passo ore a indagare ogni curva e piega della mia Piccola Fata, ore intere a dialogare con la bellezza. In blu.
con il primo pannello de "la Bellezza", olio su masonite 50x35 cm

martedì 2 febbraio 2021

Caro babbo, guardiamo avanti

Caro babbo, questi giorni dell’anno sono particolari, sono i tuoi.
Noi facciamo finta di andare avanti come niente fosse, ma è appunto, solo una finta.
Oggi sei nato e tra circa 24 ore, sei morto. A qualcuno succede di nascere e morire negli stessi giorni dell’anno. Penso che sia una cosa molto giusta, in equilibrio, come chiudere un cerchio.
Il 2 febbraio 2016, quando nel letto hai detto: “che brutto compleanno”, non devi averla pensata così. Anche se, in effetti, questa frase per te non significava “che brutta fine”, bensì “il prossimo compleanno sarà migliore”. Hai sempre guardato avanti, nonostante l’evidenza. Babbo, non sai che anno di merda è stato il 2020, ci saresti voluto tu in questi mesi di pandemia, avresti pensato solo al dopo, solo al futuro.
Anche io guardo sempre avanti e ci provo a percorrere la direzione migliore, ma devo ammettere che ultimamente mi sento un po’ stanca.
Quello che mi manca è la tua sicurezza, tu, nel bene o nel male, eri sempre sicuro di avere ragione. Non avevi dubbi, non avevi ripensamenti. Eri sfacciatamente ottimista. Questi tratti li hai passati alle mie sorelle, non a me. Quanto invidio le persone sicure di sé! Quanto deve essere bello sentirsi sempre nel giusto, che grande senso di serenità. Io nel giusto mi ci sento (perché faccio di tutto per comportarmi dignitosamente) ma mi muovo sotto revisione continua (da parte mia), non me ne faccio passare una. Ripenso costantemente a tutte le scelte, pondero, confronto, soppeso ogni decisione.
La verità è che sono attanagliata dall’ansia da prestazione in qualsiasi cosa faccia. E’ la cosa a cui tengo di più: comportarmi nel modo giusto, fare del mio meglio, non danneggiare nessuno.
E’ un po’ stressante. Per questo sono stanca.
Anche tu eri una persona correttissima, ma eri anche un carro armato, a un certo punto mettevi il turbo e agli altri toccava spostarsi, c’era poco da fare.
In questo periodo il mio rapporto con la scuola mi preoccupa più del solito, sento ancora di più il peso dei miei studenti sulle spalle. Di solito, bene o male, come insegnate riesco ad assolvermi (non sarò perfetta, ma ce la metto tutta). Ma col coronavirus, da quasi un anno, viviamo didatticamente alla giornata. Abbiamo già provato 3 percentuali di distanza/presenza. E’ un continuo reinventarsi e non riesco a capire se e quanto sto facendo bene (o male). La didattica a distanza è diventata sempre di più una prova di resistenza: loro che spengono le telecamere e si ammosciano e io che cerco con ogni sforzo di tenerli vivi e farli reagire. Se non li fai lavorare, li perdi per strada, se li fai lavorare troppo, li sovraccarichi. La didattica in classe è diventata un casino: devo rendermi odiosa vigilando che rispettino le regole (anti-covid) e una mascherina mi impedisce di trasmettere le espressioni (e le emozioni) facciali. E’ tutto un linguaggio del resto del corpo e della voce, ma neanche facendo le piroette potrei compensare la mancanza del mio sorriso. Affronto le problematiche di sempre, ma con intensità e ostacoli triplicati… che fatica! In questi giorni abbiamo gli scrutini, giuro che mi sento stanca come fossero quelli di giugno, me lo dici tu adesso dove le raccatto le energie per portare avanti tutto il secondo quadrimestre?
E non solo, babbo... quando cavolo finirà? Quanti altri anni così dovremo sopportare? Io sono spaventata: ho paura di disamorarmi del mio mestiere.
Sai che un’altra attività per cui vado matta, oltre a cullarmi nell’ansia, è preoccuparmi.
Sono preoccupata per i tuoi nipoti, per forza, per il grande (che sembra enorme, ma ancora è un bambinone e mi sembra particolarmente cotto ultimamente) e per la piccola (che è fin troppo grande per la sua età e si è ritrovata per la prima volta a scuola in una scuola così, che non è certo come dovrebbe essere la scuola!).
Viviamo molto isolati da tutti (ore in classe a parte), anche questo non è un bene per loro. Spero che lo sia per la comunità. Cerco di trasmettergli senso civico, di resistenza, di coerenza. Sono tutte robe belle, ma impegnative. Almeno l’80% dei loro coetanei si incontra a giardini, festicciole e altro… ne sto facendo degli emarginati, ma forse lo sarebbero stati comunque, essendo figli miei.
Mi preoccupo anche per la mamma, che in questo isolamento prolungato e forzato, sente di più la tua mancanza. Quest’estate non siamo potute andare in viaggio, chissà se e quando potremo farlo di nuovo. In questi giorni si sta rimettendo a posto “il dente” dal dentista ed è parecchio acciaccata. Ti ricordi come eri birbone quando la prendevi in giro dicendoci: “vi rendete conto figlioli di quanto amo la mamma? Quando l’ho conosciuta avena “il dente” davanti nero e spezzato, ma a me sembrava bellissima lo stesso”. Lo dicevi sempre davanti a lei (per farti sentire) e lei protestava "ovvia Beppino", ma si struggeva perché era vero che l’avevi sempre amata e ti era sempre sembrata bellissima. Avevi quel modo un po’ strano di fare i complimenti, pensavi che anche io fossi bellissima e lo dicevi sempre alla mamma (con me nella stanza, per farmi sentire): “Lucia, ma quanto è bella la lalla? Ti somiglia così tanto, sembra te da ragazza!”. Anche io mi struggevo e così prendevi due piccioni con una fava. Io non lo so se somigliavo davvero alla mamma, mi sembrava di somigliare poco a te, in famiglia tutti la pensavamo così. Ma col passare del tempo mi rendo sempre più conto che non è vero.
Va bene, sono anche io una “caca-dubbi” (come appellavi poco carinamente la mamma), non ho certo la tua sicurezza e prepotenza, ok?
Ma so arrangiarmi e far di tutto con le mani come te, sono una cantastorie come te, sono una teatrante come te, sono soprattutto un’esibizionista, come te. E anche se ultimamente sono un po’ più stanca del solito, ho tanta voglia di vivere, come te. E tanta voglia di coinvolgere gli altri in una battuta, in un sorriso, in una danza.
Sai che non mi hai mai insegnato davvero a ballare? Sapevi fare un sacco di cose, ma avevi poca pazienza e eri un po' troppo geloso del tuo sapere per essere un buon insegnante. Peccato, io avrei imparato tutto volentieri da te.
Questo twist che ci siamo concessi al matrimonio di Guido è stato il nostro ultimo ballo insieme. Non mi avrai tramandato i passi, ma l'entusiasmo sì ed è ciò che conta, dico bene babbo?
Anche io ti somiglio!
Continuerò a ricordare il passato e a guardare avanti, questo momento passerà.
Buon compleanno.


lalla



lunedì 4 gennaio 2021

saluto il 2020 e dipingo la mia Sacra Famiglia

Addio 2020.
Tutti a farsi gli auguri, invece io ho fatto solo scongiuri, a tutti. In ogni caso, cosa potrà mai significare varcare il 31 dicembre? Una data, del tutto convenzionale e umana, non potrà certo segnare la fine della pandemia. Il virus non è umano e non gliene frega niente se usiamo il calendario gregoriano, mariano o magari quello dei Puffi.
Eppure, a un certo punto dovrà pur finire, muterà lui o in qualche modo muteremo noi. Speriamo muti in meglio e non in peggio allora, il virus, se aspettiamo di farlo noi esseri umani, stiamo freschi.
In ogni caso, ecco cosa mi ha lasciato questo anno che se ne va.

Innanzi tutto, il 2020 ha ribadito che ho parecchio culo! Sono tra i fortunati a non aver perso persone care, le uniche che conosco da lontano e che si sono ammalate, poi sono guarite. La mia salute è andata benino, a parte una polmonite atipica che (con un tempismo perfetto) mi ha colpito in primavera, ma non era il Covid-19, era solo un piacevole diversivo tanto per seminare un po’ di panico.

Poi, il 2020 mi ha fatto vergognare della società molle e decadente che siamo diventati. Sono certa che un giorno sui libri di Storia, nel capitolo intitolato “Il Coronavirus”, questo aspetto sarà trattato. Sarà uno dei fenomeni che ha maggiormente remato contro: l’essere una società formata di individui viziati e incapaci di rinunciare per gli altri ai propri privilegi. La lagnanza. Per le ragioni sbagliate (e cioè non per la montagna di cadaveri giornaliera).
“Non possono obbligarmi a indossare la mascherina, è una limitazione alla mia libertà personale, è dittatura sanitaria!”
Ah, sì? Allora perché indossi un casco se vai in motorino, o la cintura in automobile, quelle non sono limitazioni alla tua libertà personale? Effettivamente lo sono, ma sono soprattutto dispositivi di protezione personale. Dove sta la differenza te lo dico io: sai che se farai un incidente senza cinture o casco quasi di sicuro ci rimarrai secco, invece se ti prenderai il coronavirus (dato che sei giovane e forte) quasi di sicuro avrai poco più che un’influenza e, alle brutte, lo passerai a qualche vecchietto che ci rimarrà secco. Pace all’anima sua… giusto? E allora facciamola finita di parlare di libertà negate, chiamiamo le cose col proprio nome: menefreghismo.
E avanti così: “Io a organizzare feste, a strofinarmi in discoteca per tutta la settimana di Ferragosto, a ubriacarmi in compagnia e pomiciare con le/gli sconosciute/ti non ci rinuncio!” 
Quindi, anche se non se ne parla, è sempre una questione di sesso, giusto?
Donne, non è il momento, compratevi un bel vibratore! Li vendono su Amazon di tutte le forme e colori, se non volete foraggiare la multinazionale, compratevelo su qualche altro sito made in Italy. Voi maschietti ritenetevi fortunati, non dovete neanche spendere, divertitevi da soli, che tanto ciechi non si diventa!
“Io il vaccino non me lo faccio, non si sa nemmeno che effetto abbia, non possono obbligarmi, fascisti!”
E su questo, due parole.
I vaccini hanno salvato l’umanità molte volte, non so se ce la faranno questa.
Io ho sempre vaccinato i miei figli per qualsiasi cosa, tranne che per l’influenza e ora vi spiego il perché. Allora, li ho vaccinati per le meningiti (in Toscana ci sono vari focolai) e anche per Varicella, Morbillo, Rosolia, Pertosse (malattie che io invece ho contratto naturalmente e per cui ho sviluppato gli anticorpi). L’ho fatto in piena coscienza perché sono sani e potevano farlo, ho scelto quindi di vaccinare loro per proteggere altri bambini molto meno fortunati. Ho scelto di non farli essere un veicolo di contagio, bensì una piccola parte dell’immunità di gregge. In questa ottica di altruismo, Elia si è vaccinato anche per il Papillomavirus (che porta tumori al collo dell’utero, organo di cui è chiaramente sprovvisto).
In ogni caso, non è che le care malattie infantili fossero una gran goduria, quando ho contratto la Pertosse avevo 7 anni, non sono guarita, è degenerata nella mia prima grande polmonite bilaterale, 45gg allettata e due mesi di assenza da scuola. Le cicatrici restano (e forse anche un po’ di analfabetismo) e non è un caso se poi da adulta ho avuto altre due polmoniti. Insomma, potendo evitare, perché no?
I virus non sono tutti uguali e la risposta di ciascun organismo è diversa. Per esempio, quello della Varicella è bastardo, il vaccino non protegge sempre e se lo prendi, capace che dopo una trentina d’anni ti regali anche un bel Fuoco di Sant’Antonio, carino no?
L’influenza è invece un coronavirus. I coronavirus per certi versi sono i peggiori perché quelli a diffusione aerea più semplice e soprattutto perché mutano, merdacce. Non ho mai fatto il vaccino ai miei figli perché la copertura non dura più di tre mesi (sicura che l’avrebbero preso al 4°!), di solito si tratta di una malattia abbastanza sopportabile e in ogni caso sarebbero stati esposti a tutti gli altri virus para-influenzali. Io invece, ogni anno, faccio una cura trimestrale con un vaccino liofilizzato che fa sviluppare anticorpi e rafforza il sistema immunitario contro tutti i virus che attaccano il sistema respiratorio. D’altronde, col mio fegataccio e in miei polmoni rattoppati, mi ci vuole un po’ di potenziamento per affrontare i miei cari studentelli untori.
Ed eccoci a noi, viste le riflessioni di cui sopra, non lo so quanto durerà l’effetto di questo vaccino contro il Covid-19, forse, temo, non molto a lungo. Non so neanche quanto riuscirà a rendere immuni o come reagirà ogni singolo organismo (una parte di rischio c’è sempre, non solo con i vaccini, ma assumendo un qualsiasi farmaco).
Io odio gli aghi (ho proprio una fobia a dire il vero) e se mi pungono inizio a ridere come una scema (non di felicità, bensì di crisi isterica), nonostante ciò appena sarà il mio turno, io lo farò.
Lo farò perché ho fatto tutto, proprio tutto quello che potevo per cercare di dare una mano (gel, mascherina, auto-isolamento anche dalle persone che amo, nessun aperitivo, no balli, non cene, no cinema, nessun viaggio, fare lezione con mascherina 6h di fila, poi davanti a schermi spesso oscurati…) e mi rendo conto che ho fatto poco, che non è abbastanza. In Italia la gente muore come mosche, idem nel resto del Mondo.
Il senso di impotenza è terribile.
“Chi si vaccina fa la cavia!”. A me va bene fare la cavia, è comunque fare qualcosa.
Fossimo stati in guerra, ci avrebbero chiamati a combattere, chi si fosse rifiutato sarebbe stato dichiarato “disertore”. Siamo fortunati, siete fortunati: non siamo in guerra e non siamo sotto una dittatura, né sanitaria, né di altro tipo.
Le persone di buona volontà vogliono provare a dare un freno a questa pandemia, forse sarà solo una frenatina e non un arresto completo… per adesso non mi pare che ci vengano prospettate alternative più rosee.
Le donne incinta, i neonati, gli ammalati immunodepressi, gli anziani, lo facciamo soprattutto per loro, no? E anche per gli altri, gli insospettabilmente sani (no-vax compresi), perché questo virus è proprio strano e distribuisce a caso, a chi un mal di testa, a chi la morte. Se dovesse funzionare (non) ci ringrazierete e ci sta bene anche questo (perché l’abbiamo messo in conto).

Infine, parlando di altro (dopo 11 mesi passati a parlarne, il Covid-19 oltre che stronzo è, per certi versi, diventato pure noioso e io mi sono già inimicata una buona porzione di umanità), il 2020 mi ha confermato che io nel mio piccolo mondo ci sto benissimo.
Tante persone sono sclerate dopo i primi 15 giorni di lock-down (intrappolate più dalle soffocanti dinamiche famigliari che dalle quattro mura domestiche). Ovviamente, nessuno di noi in primavera era in vacanza, ma non eravamo neanche reclusi in una cella di prigione. Se davvero per molti la propria casa (dotata di tutti i confort e abitata dalle persone amate) si è rivelata un posto così da incubo, forse sarebbe il caso che cercassero di cambiare qualcosa nella propria vita. Più comprensibili le difficoltà dei single di una certa età, mi pare invece che siano stati quelli più dignitosi e che si siano lamentati di meno.
Io la primavera in casa, devo essere sincera, me la sono anche goduta.
Compatibilmente allo sconforto dovuto alla situazione pandemica, allo shock procurato dalle file di bare che uscivano da Bergamo (immagine che non dimenticherò mai), alla paura per i miei famigliari, alla stanchezza e allo schifo delle boccate di muco che dovevo espellere (la polmonite, che gioia!), allo stress incredibile della didattica a distanza (portata avanti tra uno sputacchio e l’altro), alla polverizzazione irreversibile del fantomatico “diritto alla disconnessione”.
Compatibilmente a tutto questo, me la sono goduta.
Ci sono state un sacco di cose belle, non è stata per nulla una primavera buttata!
Daenerys ha partorito la gattina più splendida dell’universo, l’abbiamo allevata e poi, a fine lock-down, le ho trovata una nuova casa con una padrona che l’adora e mi aggiorna ancora.
Ho supportato Elia (e lui ha sopportato me), ci siamo stati vicini nell’avventura della didattica a distanza. Ho psicologicamente cercato di aiutarlo quando ho potuto, ho osservato ancora una volta la sua serietà e il suo “non saper fare il furbo”, caratteristiche che qualche volta lo mettono un po’ nei guai, ma che me lo fanno piacere molto. L’ho osservato prendere pian piano il largo dal piccolo Re dei Sugolini che è stato, rimanendo infondo sempre se stesso. A Pasqua mi sono concessa di staccare 5gg dalla scuola e ho cercato di catturare in un quadro questo momento di passaggio (dall’essere bambino al diventare un uomo). In seguito ho dipinto ancora, un astratto molto avvolgente che parlava di fluidità e duttilità, qualità che mi parevano essenziali per tutti nel 2020.
La nota più romantica della primavera è stato il rapporto quasi simbiotico con la mia Piccola Fata. Dopo i primi 3 giorni di ribellione, ha capito che avrebbe dovuto far silenzio durante le mie lezioni in remoto, quindi le ha passate disegnando e ascoltando accanto a me. Poi, ogni pomeriggio c’era l’ora che dedicavo solo ai suoi compiti. Non sapete quanto questo mi renda fiera: lei me l’ha chiesto e io le ho insegnato a leggere, scrivere e far di conto, questa cosa nessuno ce la potrà togliere mai. Ho cucinato per loro, ho fatto pure le pulizie di casa (orrore!), li ho intrattenuti in qualche modo.
Dopo è arrivata l’estate, l’estate all'Elba in cui tutti si comportavano come se fosse passato ogni cosa (nonostante nell’altro emisfero morissero a manciate), l’estate in cui io mi sentivo Cassandra e venivo guardata come una pazza perché volevo passarla ancora isolata (ma stavolta insieme al resto della mia famiglia) e incontrare i non famigliari tendendoli "a distanza", quindi di nuovo a Firenze, altri tre splendidi micetti, la ripresa delle lezioni in presenza, l’autunno e un nuovo quadro dedicato al 2020, la seconda (prevedibile) ondata di contagi, le nuove (inefficaci) e poco convinte restrizioni…

Quando Matilde era davvero molto piccola, non so, credo avesse due anni o poco più, inventò un gioco: veniva vicino a me e a Elia proponendo un abbraccio di gruppo: “Giochiamo a tutti?”. Ci è sembrato immediatamente il gioco più bello del mondo e l’abbiamo sempre accontentata, adesso è tanto tempo che non lo chiede più. Ma non c’era bisogno che questo anno cercasse di rammentarmelo, io lo ricordo benissimo.

lalla

P.S. il modo migliore di passare le vacanze natalizie è stato spegnere Teams e dipingere di nuovo. Pensavo a questo quadro da mesi. A primavera mi era venuta in mente "la Famiglia" di Egon Schiele, ma lui è stato davvero sfortunatissimo. Dipingeva questo quadro con trepidante emozione, in attesa del suo primogenito. Il suo sogno è stato infranto dall'influenza spagnola (scelse di rimanere accanto alla moglie incinta malata, se ne sono andati entrambi nel 1918).
Per qualche mese ho lasciato perdere, il peso delle tante famiglie distrutte anche da questo coronavirus era troppo forte e poi vabbè, c'avevo pure la polmonite... un po' di scaramanzia!
Ho aspettato il momento adatto, ho aspettato di sentirmi di nuovo molto fortunata.
Ovviamente io non sono un genio come Schiele, posso solo essere me stessa.
Un ritratto di gruppo non è cosa facile, questa è la mia seconda volta. Mi interessava creare un dialogo di sguardi e mani che raccontasse come questo triangolo mi faccia sentire completa. Ne risulta una composizione molto articolata (e forse un po’ troppo barocca), in ogni caso è abbastanza in equilibrio, è piramidale, circolare… crea l’8 dell’infinito. I colori sono andati da soli verso i viola azzurri, in contrasto con le pelli aranciate. Io porto al collo il regalo che la mamma mi ha fatto per i miei 45 anni, era un gioiello suo, nel mio “tutti” c’è anche un po’ di lei. Per mostrare la collana indosso una maglia scollata e si intravede il seno, mi fa piacere, ha allattato entrambi i miei figli, è un simbolo di fertilità e prosperità. Io sono un po’ come la “Carità educatrice” di Lorenzo Bartolini (nutro il corpo e la mente). E sì, è vero, potrei dirvi che lo sfondo è a pois, ma di fatto ho l’aureola e i miei capelli sono un velo di seta che mi avvolgono… mi piace giocare con le iconografie della Storia dell’Arte, anche con quelle sacre. Se si son messi l'aureola Giustiniano e Teodora in San Vitale, perché non io?  Non sono credente, è vero, ma non ho neppure le blasfeme intenzioni propagandistiche dell'imperatore bizantino. Invece mi piace molto la figura di Maria (e avrei voluto chiamare così la mia Piccola Fata), ammiro il suo coraggio. Mi piace anche il concetto di famiglia strana e un po’ allargata che celebriamo da secoli nel presepe. Dimostra che l’amore e l’appoggio reciproco non pretendono un legame genetico. E poi, lavoravo a questo quadro proprio a Natale (io amo il Natale!), quale momento migliore per dipingere la mia (Sacra) Famiglia?
"Tutti - la (Sacra) Famiglia" - olio su masonite, 80x90 cm, dicembre 2020.

domenica 22 novembre 2020

45 anni, ormoni pazzerelli via da me

Da brava streghetta, ho compiuto 45 anni in un piovoso giorno di novembre poco dopo Halloween.
Tutto bene, ma porca miseria, c’è un problema.
Lo so che a tutti piace pensare a me come a una donna felice, una madre innamorata e un’insegnante equilibrata. Insomma a una persona capace di gioire delle piccole cose e animata da sentimenti profondi. Almeno l’80% del tempo lo sono, ve lo concedo.
Poi però c’è un 15% in cui sono sopraffatta dalle giornate inchiodata davanti al pc, dalle incombenze della didattica a distanza, dalla gestione giornaliera di tutta la baracca, un 15% in cui sono in affanno e pericolosamente in procinto di sclerare.  
Un piccolo esempio di fusione mentale, il giorno del mio compleanno, tra una lezione e l'altra, io e la Piccola Fata ci siamo messe a fare una torta senza grassi, grande giubilo fino al momento in cui ho messo 150g di sale al posto di 150g di zucchero! Che peccato buttare tutto, ma 150g di sale sono tantissimi, ci vorrebbero 5 kg di farina per diluirli e farci una pastella... quindi, per la gioia dei figlioli, abbiamo festeggiato con una bella e grassissima frittura al posto della torta salutare e, nei quattro giorni successivi, valanghe di crepes alla Nutella!
In ogni caso, se siete un minimo ferrati in matematica, capirete che non è finita e che questo non è il peggio.
Il peggio è cosa provo nel restante 5% del tempo e mi capita di provarlo sempre quando sono sola.
Io sono sola, questa merda di coronavirus me lo ricorda ogni giorno di più.
Mi sembra già di sentire levarsi cori di dissenso: “ tu non sei sola: hai i tuoi figli!”, “tu non sei sola: hai i tuoi studenti!”, “tu non sei sola: hai la tua mamma!”, “tu non sei sola: hai parenti e (pochi) amici!”
A parte il fatto che i miei studenti (non) li vedo solo in video (il 90% tiene la telecamera spenta), la mia mamma la sento solo al telefono e i miei parenti/amici solo su whatsapp. Esistono persone più sole di me e su questo siamo pienamente d’accordo. 
La mia mamma mi adora (non ho dubbi), i miei figli mi amano (non ho dubbi), la maggioranza dei miei studenti non solo mi segue, ma mi ammira (e anche su questo non ho dubbi).
E allora?
E allora prima di tutto nessuna di queste persone mi ha scelto!
Sentirsi scelti è una sensazione meravigliosa (io lo so, me la ricordo), “capitare” è un po’ meno esaltante.
Voglio dire, la mia mamma e i miei figli non hanno avuto un’alternativa, non potrebbero fare a meno di amarmi.
Ecco, mi piacerebbe che qualcuno mi scegliesse, mi piacerebbe tanto. 
Quando di rado mi viene commissionato un quadro è questa la sensazione che sento ed è davvero appagante. Il mio sogno proibito è che arrivi un editore che mi sceglie per pubblicare un mio libro… ma ora concentriamoci su questioni un pochino più veneree e torniamo sul pezzo.
Sono cresciutella e l’ho capito che i rapporti di coppia nel 90% dei casi sono fallimentari, non ti fanno sentire “scelta” e ammirata, non rafforzano la tua autostima, ma anzi la distruggono. Nella stragrande maggioranza dei casi i rapporti con l’altro sesso appagano (e ti rincoglioniscono completamente) giusto i primi tre mesi (il tempo dell’innamoramento), poi o ti annoiano oppure ti creano dipendenza e ti legano in un modo più o meno malato. Insomma: sono un’enorme complicazione emotiva e un grande spreco di energie. Ricordiamoci che le mie energie sono già alla frutta e che per il 15% del tempo vivo sull’orlo di una crisi di nervi. “E allora che vuoi? Dovresti sentirti grata di non avere un altro essere di cui prenderti cura e preoccuparti!”
E infatti il mio cervello lo capisce: sono fiera di potermi comportare, esprimere e vestire come mi pare (senza preoccuparmi di dover piacere a un eventuale compagno) e sono felice della mia vita libera, evviva!
Sono i miei ormoni a non capire un tubo, quegli stronzetti da più di un anno si sono risvegliati e non mi danno pace.
Cavolo, leggo romanzi d’amore/erotici, ma vi rendete conto? 
Robe pietose pensate per adolescenti vogliose e casalinghe disperate (quale forse sono, è bene che me ne renda conto). Trame tutte identiche dove lei è sempre una santarellina inesperta e lui un fascinoso tenebroso che viene a salvarla/concupirla/traviarla. Qualcuno si è reso conto che le saghe di “Twilight”, “50 sfumature di grigio”, “the King” e “After” hanno tutte la medesima trama? L’unica differenza è che il bel tenebroso una volta è un vampiro, una volta un maniaco sessuale, una volta un boss della malavita e infine un alcolizzato poeta maledetto.
Sempre bravi ragazzi insomma! Eppure tutti si innamorano della protagonista, che, pur essendo una povera sfigata, in verità è “speciale” e alla fine “salverà” il suo principe oscuro.
Sindrome della crocerossina a go-go! Bisognerebbe che mi mettessi di buzzo buono e scrivessi una variante con la povera studentella e l’insegnate perverso…
Magari un giorno ci provo e ne sortisce qualche soldino, ma per adesso la cosa più deprimente è che mi piaccia leggere queste schifezze! Non c’è speranza. E’ tutta colpa degli ormoni… maledetti!
Ovvia, ormai ho 45 anni, quando arriva la menopausa? Vi prego, ditemi presto, mi ci vuole il prima possibile!
La soluzione sarebbe un toy-boy (meglio un toy-man) senza tante pretese (dovrebbe stare alla larga dal mio ordine famigliare), propenso a soddisfare i miei bassi istinti (dovrebbe desiderami dolorosamente) e pure a coccolarmi parecchio (sì, perché dovrebbe anche adorarmi e alle coccole non ci rinuncio, mi piacciono da morire!). 
Ma io dove lo trovo il tizio in questione? 
Se anche in precedenza l’opzione mi pareva irrealistica (perché mai il sexy-man dovrebbe essere rimasto solo e poi perfino innamorarsi di me?), ma adesso poi: vi rendete conto che da un anno siamo immersi in una pandemia mondiale?!
Ma proprio nel 2019 mi si dovevano risvegliare gli ormoni? Ormai non potevano rimanere “in lutto” fino al 2022? Così, tanto per dire…
non so cosa aspettarmi (e augurarmi) per il futuro: cesserà prima la mia fertilità o il covid-19?
Mi pare parecchio improbabile che durante la mia spesa bisettimanale al Carrefour, mascherata e distanziata, carica di buste come uno sherpa, incontri il tipo losco e sexy che farebbe al caso mio.
Vabbè via, si tratta solo di un 5% del tempo... accetterò il mio destino di Strega solitaria e farò un pensierino sul regalarmi a Natale un abbonamento ad Harmony, tante le volte esistesse ancora.

lalla

sabato 17 ottobre 2020

2020

Prima di dipingere qualcosa che riguardasse questo anno, volevo aspettare che passasse.
Volevo che prima si concludesse questo schifo di pandemia. Ma non passa, non si conclude. La gente non ha mai smesso di morire in tutto il mondo e a ondate il virus ritorna e si impadronisce di nuovo di paesi che aveva già massacrato. Proprio adesso sta riprendendo forza qui in Italia. La gente muore. “ma solo 83, mica 830 come a aprile” Solo 83? Cioè 83 vittime in un giorno sarebbero poche? Quando sento la frase “ma avevano tutti una patologia pregressa” oppure “ma erano anziani”, giuro, mi verrebbe voglia di tirare uno schiaffo. Non esistono affermazioni più violente e terribili. Cosa significa? Che i malati, gli immunodepressi e gli anziani tanto vale che crepino e chi se ne frega? Cos’è, solo perché sono più deboli, non hanno il nostro stesso diritto di vivere? 
Questo anno maledetto mi fa ancora tanta paura, soprattutto pensando alla mia mamma, vorrei tanto che questa catastrofe fosse già finita e che lei se la fosse già cavata. 
Ma c’è una sensazione più forte che provo, più della paura, io provo disgusto. Mi disgustano il qualunquismo, l’egoismo, l’arroganza e la prepotenza delle persone. Ho dovuto sopportare di essere presa per il culo (da conoscenti e sconosciuti) perché anche d’estate indossavo una mascherina (per proteggere gli altri). Ho dovuto sopportare di non poter più uscire di casa dopo le 19.00  visto che, appena è terminato il lock-down, ha ripreso ad accalcarsi ogni giorno nella mia via un centinaio di persone, ogni giorno almeno una ventina si ammucchia (anzi, più politicamente corretto: si assembra) sugli scalini della mia abitazione, mangia e beve in terra, si sbaciucchia, si abbraccia, si spintona e allegramente socializza rendendomi di fatto impossibile il passaggio con la mia bambina. Il loro “sacrosanto” diritto alla libertà calpesta totalmente il nostro. Ho dovuto osservare e sopportare la strafottenza dei menefreghisti e il menefreghismo delle forze dell’ordine che non hanno mai fatto rispettare le regole a nessuno. In classe, ho dovuto (devo) sopportare di dover far lezione con la mascherina sempre indossata, gesticolare più di Alberto Angela e sollecitare al massimo le corde vocali nel tentativo di interessare e farmi comprendere. Il bello è che entro in un’aula con 20-25 studenti senza mascherina e devo fa finta che tutto questo vada bene, dopo averli visti ogni giorno accalcarsi e fumare giulivi all’ingresso e all’uscita da scuola. Nonostante escano decreti che obbligano a indossare la mascherina all’aperto e proibiscono di organizzare una cena con più di 6 persone in casa perché al chiuso l’aria si satura prima ed è più facile trasmettere il virus… ah, sì? E in classe invece 25 senza mascherina va bene? Siamo sempre i più imbecilli, noi insegnanti.
Questo anno mi ha reso ancora più sola. Io che stavo sul culo a quasi tutto il mondo, adesso ho praticamente tolto il quasi. 


Ma torniamo alla pittura, se tutto questo non finisse mai? Probabilmente non finirà con la fine del 2020, ma io non potevo più aspettare.
Così ho iniziato questo progetto e l’ho fatto come sempre e cioè senza alcun desiderio di inviare messaggi e verità all’Universo Mondo. Avevo solo bisogno di dipingere.
Ho svuotato al mente e pensato a questo periodo nell’unico modo in cui riesco a pensare e cioè per immagini perché l’unico senso che mi compete è la vista.
Certo, sono anche golosa, ma il mio fegataccio mi ha costretto a rinunciare a tante cose. L’olfatto di una mamma credo che sia geneticamente progettato per stare in disparte in modo da poter cambiare pannolini e pulire vomito senza troppi tormenti. Non ascolto quasi mai la musica, la fischietto tutto il giorno, questo sì, evidentemente il mio udito deve essere abbastanza ovattato per sopportare certi sibili. Il tatto mi interessa soprattutto per dare carezze. Probabilmente tutti i miei sensi sono all’erta, ma potrei scommettere di avere il sesto senso molto più sviluppato dell’udito, in ogni caso, la vista è regina.
Tutta la mia vita è guardare, è indagare con lo sguardo e rubare con gli occhi, io ho imparato (e imparo) con la vista, tutta la mia memoria è visiva, è composta di immagini. Mi accorgo dei dettagli e comprendo l’insieme. Sono un’ottima osservatrice.
La pittura è vista e selezione.
Qual è la caratteristica visiva più forte del 2020?
C’è stato un enorme cambiamento iconografico e l’hanno prodotto le mascherine, le maledette e indispensabili mascherine.
Ci siamo abituati a non guardarci più la bocca e il naso. Ripenso alla primavera, alle uscite con cadenza settimanale per fare la spesa, preparavo una mascherina rudimentale con la carta da forno e mi mettevo in coda fuori dal supermercato, vedevo solo occhi e quasi sempre erano diffidenti, avevano paura e voglia di cambiare direzione.
Ci siamo abituati a non vedere più le bocche, a non vedere più i sorrisi.
Lo dico da mesi: io la mascherina non me la toglierò più, finché non sarà finita. La porto per rispetto alle migliaia di morti in Italia, ai milioni nel mondo, la indosso nel disperato tentativo di non peggiorare la situazione, di salvare anche solo una vita e la indosso anche in segno di lutto, come indosserei una fascia nera al braccio (ma la indosso sulla faccia perché legata al braccio come la portano in molti non serve proprio a niente). La mascherina è scomoda e ci si respira male, la mascherina è una violenza, ma che da mesi mi faccio da sola. Forse non servirà a niente, ma non potrei mai convivere con il senso di colpa, col pensiero di aver sottovalutato la situazione e messo a rischio la vita di altre persone.
Perché è vero, sto sul culo al mondo e molte persone mi disgustano, ma non le vorrei morte mai e poi mai. Io voglio che stiano tutti bene, negazionisti e stronzi compresi, io voglio che il virus se ne vada.
Indosso la mascherina e nessuno vede più la pinna di squalo che emerge in mezzo alla mia faccia, ma soprattutto, nessuno vede più il mio sorriso. Io sono il mio sorriso, io senza sorriso, non esisto. Nessuno, a parte i miei figli, lo vede più.

Avevo voglia di dipingere questo, niente di più.
Mi sono messa a farlo e ho iniziato a soffrire.
Quando a scuola cerco di riassumere la differenza tra gli Impressionisti e gli Espressionisti, sintetizzo dicendo che i primi “dipingono quello che vedono” e i secondi “dipingono quello che sentono”.
Io dipingo quello che vedo e, mentre dipingo, sento. Sento fortissimo.
Mi ha investito la tensione di mesi, ogni pennellata ripensavo alle vittime, al distacco forzato, alle privazioni, all’incertezza per il futuro. Non è stato facile gestire tutto questo, è stato proprio un anno di merda questo 2020. Eppure la pittura mi fa sempre bene, ogni pennellata mi faceva stare malissimo, ma tirava tutto fuori e, infine, lo allontanava. La pittura scarica la tensione, consola.
Quando la sofferenza ha iniziato ad attenuarsi, ho cominciato a divulgare alcuni “work in progress”, come sempre è successa una cosa che dovrebbe lusingarmi e che invece mi infastidisce tanto. Molte persone che stimano il mio lavoro preferirebbero che non terminassi i quadri, che li lasciassi non-finiti “lascialo così!”. Sembrerebbero commenti carini, lo so che lo sono, ma il fatto è che insistono, insistono sempre molto, anche se io rispondo gentilmente che no, ho intenzione di andare avanti.
Per me è particolarmente difficile riuscire a spiegare a queste persone quanto si sbagliano.
E’ una questione di scopo, il mio è molto diverso dal loro. Probabilmente un lavoro non-finto sarebbe più affascinante e fresco, ma io non dipingo per questo: per creare una buona immagine o qualcosa di accattivante. Non dipingo inseguendo l’approvazione del pubblico (ma quale pubblico poi? Non espongo neanche!).
Provo a spiegarmi di nuovo: io dipingo solo perché ne ho bisogno.
La mia pittura è una cura per la vita, per la mia vita.
Non potrei mai fermarmi per creare un quadro “più bello”, ma chi se ne frega della bellezza? Finché sento il bisogno di andare avanti, io DEVO andare avanti e mi dispiace per il resto del mondo, io non riuscirò mai a fermarmi prima. E non riuscirò mai ad andare oltre. Quando il bisogno si esaurisce, poso il pennello: è tutto a posto, è tutto finito e io non tornerò a dipingere per molto tempo.
I miei quadri forse non saranno mai abbastanza belli, desidero solo che siano abbastanza veri.

lalla


"2020", olio su masonite, 46 x 63 cm,
è ancora bagnato, in foto ci sono strani riflessi



domenica 30 agosto 2020

maggiorata, stagionata e fiera

Io non lo so se esista al mondo una donna che se ne sia sempre fregata del proprio aspetto fisico, io me lo auguro che esista, con tutto il cuore, questo essere superiore, ma non ci scommetterei. 
Non sono mai stata magra e longilinea, ma in gioventù neanche oggettivamente grassa o brutta. Eppure ho passato tutto il liceo, il periodo della mia vita in cui sono stata più tonica e fresca, a vergognarmi. D’estate poi, ogni volta che mi infilavo un costume soffrivo e tenevo il fiato (quello ancora adesso a dire il vero), neanche lo sport nazionale di tutta la spiaggia fosse stato guardare me e criticare le proporzioni imperfette del mio corpo. 
All’università ho capito di essere diventata belloccia, ma in un modo che non mi piaceva affatto. Non ero alta e statuaria come avrei desiderato essere, bensì un piccolo concentrato di curve e messaggi fuorvianti (bocca carnosa e seno prorompente) che scatenavano nei maschi reazioni insopportabili. Non mi riusciva fare una conversazione senza che mi guardassero le poppe, eh no, porca miseria, io volevo essere ascoltata! 
Mi sono impegnata al massimo per essere, aspetta, com’è che ha scritto di recente quel cane di giornalista a proposito di una direttrice d’orchestra “brava come un uomo” in modo che “l’orecchio non sentisse la differenza”? Anzi, avevo deciso di essere parecchio più brava di qualsiasi uomo e donna, tanto per andare sul sicuro. E, a proposito del mio aspetto fisico, mi sono sentita in dovere di nascondermi, di eliminare il problema: in facoltà mai uno scollo, mai un abito aderente, mai un rossetto. 
Se ci ripenso, che rabbia, che bocca magnifica avevo, che peccato non aver avuto la sfrontatezza di colorarla tutti i giorni a festa!
A 25 anni sono entrata nel mondo del lavoro e ho continuato sulla mia strada: serietà e impegno al 100% e in ambito lavorativo mantenere un profilo meno femminile possibile. Come architetto, come ceramista, poi come insegnante.
Avevo 28 anni quando sono entrata in classe per la prima volta, sembravo una liceale (il bidello mi brontolava nel corridoio e così avevo preso l’abitudine di girare con il registro davanti alla faccia, bei tempi, adesso non mi prende più nessuno per una studentessa!). Il solo pensiero che gli studenti maschi, invece di seguire i miei discorsi, potessero far pensieri erotici su di me mentre spiegavo, mi dava la nausea. Quindi solo jeans, scarpe da ginnastica e golf larghi.

Ho fatto male, ho sbagliato per anni. 
Come supplente ho girato molto e praticamente in ogni Istituto ho incontrato la prof-panterona-sexy, con tacco 12, tutta scollacciata e fasciata di pelle e pizzi, ora, non dico che avesse ragione lei a porsi in questo modo, ma non l’avevo neanche io a mettermi un sacco in testa. Non c’è niente di male a essere una donna e neanche a essere una donna formosa o, come diceva il mio babbo, maggiorata. Nel privato ho imparato presto ad andarne fiera, ma per anni a scuola mi sono affannata a nascondere la mia femminilità. Lo facevo perché volevo essere presa sul serio e mi preoccupavo troppo di cosa avrebbero pensato i miei studenti maschi, così ho finito per dimenticarmi delle mie studentesse femmine.
L’insegnamento funziona soprattutto seguendo il fenomeno del modellamento (loro ti guardano e, senza neanche rendersene conto, ti imitano). Cioè: se voi che la tua classe si impegni al massimo, devi impegnarti al massimo. Se vuoi che rispettino i tempi di consegna fissati per gli elaborati, devi riconsegnare le verifiche celermente tu stessa, e così via. Io voglio che le mie studentesse crescano libere e sicure di se stesse, non posso veicolare il messaggio che la femminilità sia qualcosa da nascondere.
Da almeno una decina d’anni mi trucco e mi vesto in modo più femminile (non volgare), se i maschietti fanno pensieri strani vuol dire che hanno scariche di ormoni incontrollate verso un’insegnate che potrebbe essere la loro mamma e questi sono problemi loro. 
Sì, se davvero gli uomini ogni 7 secondi pensano al sesso (come dicono certe ricerche) sono problemi degli uomini e non delle donne. Non siamo noi ad avere la responsabilità di dover raffreddare i loro bollenti spiriti. Non siamo più nell’Era preistorica, la trovassero da soli una maniera di non essere ingrifati dalla mattina alla sera.
In ogni caso, non è tanto perché sei troppo sensuale, ma perché c’hai un po’ di pancetta e ormai non sei più una ragazzina, meglio coprirti… Eh no! Basta anche con questa storia di dover per forza rispondere a un canone di perfezione, non è che quando usciamo di casa andiamo a sfilare per un concorso di miss Italia. In questi giorni gira la polemica sulla scelta di Gucci di usare una modella con un volto dai lineamenti anticonvenzionali e decisi, è stata massacrata dalle critiche in rete, le hanno dato di cozza senza pietà. Ogni tanto se la sono presi anche con i piedi della Ferragni (ora, a me della Ferragni non frega nulla, ma mi sembra oggettivamente gnocca e che la gente abbia da ridire sulla forma dei suoi piedi, mi spaventa). Questa storia dell’aspetto fisico non è una scemenza come potrebbe sembrare. Alle mie studentesse spiego cosa sia il modello ideale greco, ma non voglio certo portarle a desiderare di esserne dei cloni, voglio che imparino ad andar fiere di particolarità, stravaganze, cicatrici e anni che passano. 
Per questo vado a scuola con il giubbotto foderato di pelo rosa fuxia, perché mi (ci) mette allegria, lo so che è disturbante, alcuni colleghi mi guardano male, bene così. Per questo non mi tingo i capelli (non capisco perché gli uomini debbano migliorare diventando “brizzolati” e noi donne “grigie” si faccia così schifo) i miei capelli sono lunghi e profumati, liscissimi come seta e rigati d’argento, bene così. Per questo sorrido spesso e non riesco a omologarmi e a tenere un basso profilo, dico sempre come la penso e lo faccio con voce troppo alta e squillante, essere me stessa spesso mi costa il prezzo della solitudine e ogni tanto fa male, ma va bene così. 
Noi donne siamo fin troppo complessate, ora, magari ce lo abbiamo scritto nel DNA, ma diciamo che una spintarella in questo senso ce l’hanno data un po’ tutti da quando siamo venute al mondo. Non hanno fatto altro che ripeterci ogni giorno (e in modo anche altamente contraddittorio) come dobbiamo o non dobbiamo essere, cosa dobbiamo o non dobbiamo dire, come dobbiamo o non dobbiamo comportarsi… ma che palle!!! Che poi ti dicono sempre che questi “consigli” sono per il tuo bene, per proteggerti, perché “sei donna”...
Come se in qualche modo fossimo noi le responsabili degli sfruttamenti, delle angherie, delle violenze e dei soprusi che il sesso forte ci infligge da millenni. Non di rado si arriva all’assurdo: “Il marito la picchiava da anni, ma la colpa è sua che ci stava insieme, perché non l’ha lasciato?” (come no, infatti le poveracce che vengono ammazzate ogni 3gg quasi sempre avevano pure avuto il coraggio di denunciare, ma non le ha aiutate nessuno). “L’hanno aggredita, ma d'altronde girava in strada da sola di notte…” In che senso, qual è il nesso logico? “L’hanno violentata, ma aveva la minigonna: se l’è cercata”… stiamo scherzando??? 
La prossima volta che sento dire pubblicamente una stronzata del genere giuro che per protesta giro con un fazzoletto raso-passera per un mese e organizzo una marcia notturna in disabilié. 
Questo argomento è molto serio, i
o credo che dovremmo cominciare tutti (e in modo decisamente più coerente) a lasciar perdere le lezioni sull’estetica, il galateo, il modo giusto di atteggiarsi e di parlare, invece dovremmo accettare un po’ di più come siamo fatti noi stessi e come sono fatti gli altri. Le apparenze e i gusti personali non ci competono. Dovremmo andare al sodo, spiegando fin dalla culla (e poi a scuola), sia alle femminucce che ai maschietti, cosa siano Amore e Rispetto. 
Proviamoci. Io ci provo.

lalla

P.S. il 27 agosto 1997 (4gg prima che morisse la povera Lady D) mi sono spaccata la testa cadendo in bagno (un bel 7 nel cranio, sull’Occipitale), m'è andata parecchio bene. Di solito a fine mese festeggio la mia sopravvivenza con qualche foto auto-celebrativa che inneggi alla (mia) vita, con una danza, quest’anno ci vado cauta perché sono un po’ dolorante (lasciamo perdere, và, prima o poi mi tocca rifarmi un’anca bionica). Poco più di una piroetta, senza vergogna e anche per rassicuravi che (anche essendo arrivata a -7 kg) non è che sia diventata un’acciuga, non sia mai! Solo un po’ più stagionata, ma sempre maggiorata sono!
Non preoccupatevi, con questo vestito in classe non ci vado, ma facciamola poco lunga che vi siete guardati gnudi e crudi in spiaggia fino ad adesso.

Anche quest’anno (come l’anno scorso), le foto me le ha scattate la mia Matilde dell’Amore.