venerdì 23 luglio 2021

la sindrome di lalla

Io, delle volte, c’ho la “sindrome di lalla”, che non sarà la sindrome di Stendhal, ma è comunque una roba parecchio strana.
La prima volta mi è venuta a soli 17 anni, eravamo in gita agli Uffizi per vedere il “Tondo Doni” recentemente restaurato. Il mio professore di Storia dell’Arte era molto serio, competente e, dal mio punto di vista, pallosissimo. La guida che ci spiegava le fasi del restauro e gli agenti chimici applicati era probabilmente altrettanto competente e ancora più pallosa. Io ero una liceale molto seria, secchiona e piuttosto saccente. Mi ero fatta l’errata convinzione che la Storia dell’Arte fosse un’altra materia da studiare. Punto.
Quel giorno ho capito che mi sbagliavo, che l’Arte può essere soprattutto un viaggio da intraprendere, un luogo da esplorare, qualcosa da scoprire. E sentire.
Il “Tondo Doni” non mi piacque, un po’ per la guida logorroica, un po’ perché eravamo tutti affastellati e si vedeva male, un po’ perché Michelangelo è un violento e io a quei tempi non lo ero proprio e forse la “sindrome di lalla” presuppone una certa empatia emotiva. Non so. Non mi piacque perché nonostante l’arditezza compositiva, la potenza delle forme aggettanti e l’energia vitale, io non riuscivo a guardare altro che il piede di Maria, quel piede rosa stile Peppa Pig sul verde prato, quel piede quasi virile, ritagliato e laccato… e non mi piaceva quel piede via, mi dispiace dirlo ma è così, non mi piaceva per niente. Peccato. E invece no, nessun peccato (negli anni gli ho chiesto scusa tante volete e Michelangelo mi ha perdonato) e quella guida noiosa, la mia impreparazione culturale e l’ossessione per il piede porcello, sono state tutte una fortuna, mi hanno spinto a fare una cosa che non facevo mai: distrarmi.
Mi sono distratta, mi sono allontanata dal gruppo e mi ha subito chiamato lei, una splendida donna nuda dai setosi capelli sciolti, lo sguardo ammiccante e la pelle morbidissima. E calda. Quanta meraviglia! Sono rimasta incantata a esplorare ogni centimetro del suo corpo, richiamata continuamente da quegli occhi così vivi. Quegli occhi parlavano solo a me, mi stava guardando come io guardavo lei, la mia Venere.

A un certo punto fu il professore a farmi uscire dal mio stato di beatitudine, mi scosse fisicamente le spalle “Gonnelli, ma che ci fai qui? Siamo già tutti oltre la sala successiva, è un quarto d’ora che ti cerco!”. Un quarto d'ora?
Il mio primo rimprovero scolastico e il mio primo vero innamoramento artistico.
Che botta!
Pensai un sacco di cose, tipo:
1. “ma che cavolo mi è successo?" e subito dopo: "Che figata pazzesca!!!”.
2. “sono una cretina: non ho capito un tubo dell’Arte, non è solo un susseguirsi di nozioni tipo date e nomi di musei e opere”. E subito dopo mi assolsi dando mentalmente la colpa a quel pover’uomo del mio professore per non avermi aiutato a capire prima.
3. “questo Tiziano Vecellio sì che è un pittore, che armonia cromatica, che incredibile sfumato… altro che il rosa maiale ritagliato di Michelangelo!”. Beata gioventù… ve l’ho detto che ero saccente. Saccente ma anche molto curiosa. Passai il pomeriggio a studiare le pagine del libro che parlavano di questo autore sconosciuto (ancora non affrontato nel programma) e poi a scovarlo sulla nostra Treccani. Decisi che ne valeva la pena, avrei fatto di tutto per conoscere la Storia dell’Arte ed esplorare i musei, volevo riprovare a tutti i costi quella sensazione!
4. E mi chiesi: "Sarà contagiosa?" Magari! Mi sarebbe piaciuto un sacco infettare altre persone con la “sindrome di lalla”. Decisi che l’unico modo per farlo sarebbe stato diventare insegnante di Storia dell’Arte, un’insegnate diversa da quello che avevo avuto io. Ma pover’uomo! Era un bravo insegnante e io una stupida ragazzina (ma quanto sono spietati i giovani?!), ancora non so se sono alla sua altezza, ma ci provo ad attirare i miei studenti verso l'Arte e di certo quello che sono diventata e cerco di diventare ogni giorno, lo devo a quella prima meravigliosa volta in cui sono stata stregata dalla Venere d’Urbino.
Racconto spesso questo aneddoto anche ai ragazzi perché, effettivamente, mi ha cambiato la vita.
Poi è successo ancora, nei momenti più starni e con le opere e gli autori più disparati.
Mi è successo pochi anni dopo in una splendida mostra su Gustav Klimt a palazzo Strozzi, ci sono tornata tre volte e da allora il mio amore per Klimt è inesauribile.
Mi è successo nell’abside mosaicato della Basilica di San Vitale a Ravenna nel 1997. Mi sono proprio persa, disorientata, sentita dentro uno scrigno.
Lo stesso anno mi ha quasi fatto piangere il giovanile “Riposo durante la fuga in Egitto” di Caravaggio alla Galleria Panphilj di Roma e nessuno mai potrà togliermi dalla testa che quello è il suo massimo capolavoro.
Mi è successo con Wassili Kandisky durante un viaggio a Barcellona nel 2003, non ero lì per vedere lui, ma al piano terra della casa Milà di Antonì Gaudì c’era una mostra gratuita sul suo periodo lirico (dopo aver pagato un salatissimo biglietto per vedere la Pedrera, la mostra è gratuita, che fai, non ci vai?). Dopo l’università ero un po’ meno saccente, ma avevo ancora dentro di me quel brutto pregiudizio delle persone che sanno disegnare bene con formazione accademica, nonostante i 9 esami di Storia dell’Arte, sottovalutavo l’Astrattismo. Che sventola mi presi! Dopo la seconda composizione fui completamente risucchiata dalla sua danza cromatica, cominciai a rimbalzare in superficie e in profondità, fino a precipitare magnetizzata soprattutto dal blu. C’avrei passato le ore, il mio compagno d’allora dovette praticamente trascinarmi fuori, quasi non parlavo più. Quanta bellezza, mi scoppiavano i sensi e allo stesso tempo si rilassavano.
Mi è successo nel 2004 con alcune tele di Vincent Van Gogh dopo aver raggiunto pedalando sotto la pioggia le sale deserte del Kroller Muller Museum in Olanda.
Nel 2007 mi ha catturato e sedotto il sinuoso “giovinetto di Mozia” (un figo assurdo, altro che rigidità dei Kourus!), un capolavoro quasi dimenticato, raggiungibile con una gita in barca verso l’antica colonia fenicia.
Mi è successo ancora nel 2008 alla Tate Britain di Londra, ero andata a vedere “l’Ophelia” di Millais (non l’ho mai vista, nel 2008 era in prestito e nel 2018 la sala era chiusa per una crepa) e sono stata rapita da “Garofano, giglio, giglio, rosa” di John Singer Sargent. Incredibile l’effetto cromatico dei fiori fluorescenti appena arriva il crepuscolo, ho una rosa in giardino che mi regala lo stesso tono cromatico per 5’ ogni sera d’estate e io con la mente posso tornare di nuovo a quel capolavoro.
Mi è successo con Pavel Filonov qualche anno fa (in una mostra a Palazzo Strozzi sull’arte Russa dove ero andata soprattutto a cercare Kandisky), poi nel 2019 sono andata a Mosca e a San Pietroburgo per salutare ed amare di nuovo entrambi.

Mi è successo nel 2015 con la meravigliosa “epopea slava” di Alfons Mucha a Praga (e anche František Kupka mi diede un bel colpo).

Nel 2017 ero andata alla pinacoteca di Brera soprattutto ad ammirare (tra le altre cose) la “Pala di Brera” di Piero della Francesca e “il Cristo morto” di Andrea Mantegna, entrambi grandiosi, ma sono stati i ferraresi a darmi il tormento e soprattutto “la madonna della candeletta” del Carlo Crivelli, che genio!

Mi è successo ancora tante (tantissime) volte e ogni volta è una sensazione incredibile.
Mi succede praticamente ogni volta che incontro una ragazza di Paul Gauguin, anche perché mi sono sempre ritenuta una di loro. Oppure ogni volta che ammiro una natura morta di Oscar Ghiglia, con quell’armonia assoluta e quei colori che cantano, quanta infinita grandezza in un autore così trascurato. Foquet, Pisanello, Beato Angelico, Lippi, Bellini, Ingres, Segantini, Klee, Boccioni, Carrà... ancora e ancora... sono davvero innumerevoli gli autori che amo e le cui opere mi hanno fatto sentire ricambiata.


Nel 2017 a NYC sono praticamente vissuta 6gg di fila sotto l’effetto della “sindrome di lalla” (l’Empire State Building, il Memorial del World Trade Center, il Guggenheim… il MOMA dove ho conosciuto Robert Rauschenberg!) penso che per una settimana sia stata l’unica reazione chimica a sostenere in vita il mio corpo nonostante il jet lag.
Assiri ed Egizi mi stregano con facilità. 
Talvolta entro in questo stato di beatitudine e stordimento all’interno di luoghi o architetture. Dopo che mi succede non riesco a smettere di parlarne, cerco notizie sull'autore, mi fisso, mi incuriosisco, studio. Vorrei spiegare con più chiarezza, perdonatemi, forse non ne sono capace. 
C’entra sicuramente anche col senso dell’autenticità, col fatto di trovarsi proprio in quel posto o lì davanti, a 20 cm dal quadro, dove è stato l’autore (ma che emozione!) e non potrebbe succedere consultando soltanto un libro. 
C’entra anche con l’effetto sorpresa, quasi sempre vado per vedere qualcosa e poi ne scopro un’altra (a parte che con “la battaglia di San Romano” di Paolo Uccello a Londra, ero andata proprio a vedere quella e ci sono quasi rimasta secca), ma non sapevo davvero chi fossero Tiziano, Filonov, Sargent & co. prima che, con uno dei loro capolavori, mi sdraiassero completamente.
C’entra, io credo, con l’essere emotivamente e cerebralmente in sintonia con quello che provava e trasmetteva l’artista nel momento della creazione. Voglio dire: ora come ora la “Venere d’Urbino” di Tiziano non mi procura più un tale shock perché sono io ad essere cambiata, non lei, la ammiro comunque con tutta me stessa, ma non sono più la lalla di 17 anni che l’ha amata la prima volta.
Pochi giorni fa l’ho provata di nuovo al museo Revoltella di Trieste, c’ero andata per vedere “il meriggio”, una delle mie opere preferite del grande Felice Casorati e dopo averlo ammirato (è davvero magico) gironzolavo un po’ stanca tra le opere delle altre sale. Ed ecco che improvvisamente arriva questa bambina spiritata a togliermi il respiro.
Ovviamente io, nella mia infinita ignoranza, non sapevo neanche chi fosse

Carl Frithjof Smith e non avevo mai sentito parlare del dipinto “dopo la prima comunione”.

Una visione straordinaria, quella faccia incredibile mi ha tenuta lì molti minuti, in ostaggio, guardandomi negli occhi e parlando solo a me. Cioè, anche la mia mamma ha ammirato il dipinto, ma nel mio caso è chiaro che si trattava di qualcosa di più, di qualcosa di patologico.
Alla fine del percorso non potevo ancora andarmene, così ho lasciato lei a riposarsi al piano terra e sono tornata di corsa al quarto piano per salutare la mia bambina per l’ultima volta. Le foto che le ho fatto non rendono l’idea, ma come potrebbero farlo? Quello che c’è stato tra me e lei è una cosa privata, comprensibile solo a me (e a chi la mia sindrome ce l’ha).
E se la mia una sindrome non fosse, ma solo una pazzia, non mi importa perché sarebbe una pazzia bella.

lalla

venerdì 7 maggio 2021

perché la Strega è nuda

Perché non mi interessa essere un’artista, e non lo sono.
Invece mi interessa essere vera, e lo sono.
E mi ci mostro pure, così come sono, a tutti, sempre, senza imparare che indossare un vestito di menzogne potrebbe proteggermi (ma mi rovinerebbe), mi ci mostro a costo di farmi distruggere, ogni volta. A costo di risultare repulsiva, ogni volta.
Sono sincera, sono pura, sono empatica, sono una Strega maledetta, così sono e così mi mostro, a tutti.
Le persone come me non sono facili da frequentare, io lo capisco, fanno comodo, ma diventano velocemente scomode. Sono sempre stata la persona giusta a cui chiedere aiuto, ma non quella da invitare alle feste.
E dire che a me festeggiare piace un sacco, ma lo faccio con quell’entusiasmo tutto mio, troppo ingombrante, troppo diretto, troppa me.
Perché non so cosa sia la vergogna. Esibizionista.
Se sono allegra fischietto, se c’è una musica mi metto a ballare, prendo sempre la parola, dico la mia, fastidiosamente sicura e eternamente insicura di me. Mi propongo, mi espongo. Poi me ne pento. Vivo nell’eterna paura di essere invadente (e lo sono), di disturbare (e lo faccio). Sono sempre impegnata nel cercare di fare la cosa giusta, sempre corretta, sempre sincera. Ingombrante. Petulante. Indifesa. Mi aggiro per il mondo fiera della mia diversità, ma appena scopro di risultare troppo sopra le righe e di venire esclusa dai giochi, appena mi sento giudicata, ci rimango ogni volta di merda.
Dovrei imparare a filtrare, a proteggermi, in realtà l’ho sempre fatto, ma non nel senso che mi avrebbero augurato gli altri. Non ho mai cercato di mostrarmi migliore di quello che sono (altrimenti avrei avuto disgusto di me stessa). Non riesco a fingere sentimenti che non provo, non posso trattenere le emozioni che mi pervadono. Viene tutto fuori, allo scoperto. Ho rinunciato a conformarmi, ho preferito rimanere diversa. Ci vuole coraggio. O semplicemente incoscienza.  Scegliendo questa strada sono stati gli altri a erigere per me le barriere che mi avrebbero protetta, a mantenere le distanze. A non invitarmi alle feste. Le Streghe non si invitano alle feste.
Fin dalle elementari sono sempre stata sola con me stessa (e meno male che mi piaccio parecchio, altrimenti sai che supplizio). Gli altri a rincorrersi in cortile e io che passavo la ricreazione seduta a disegnare nel mio banchino. Meglio così, erano tutti molto pericolosi per me, questo l’ho sempre saputo. Gli altri che sapevano mentire, gli altri che sapevano fingere. Loro, ne ero certa, prima o poi avrebbero desiderato bruciare la Strega. In molti ci hanno provato, ma su questa terra siamo tutti diversi (non solo io) e così ho avuto la fortuna di incontrare poche e preziosissime persone speciali, poche e preziosissime persone che adoro.
Mi è capitato anche di innamorarmi, non dell’amore che popola il mondo. Cioè, non di quello “per convenienza”, che pretende qualcosa in cambio, né di quello intenso e fisiologico, ma passeggero (che dura tre mesi e poi se ne va, come è giusto che sia). Insomma, non mi sono innamorata di un amore normale, ma di un amore streghesco. E ho peccato di superbia: ho creduto di aver trovato un’altra persona capace di sentimenti sinceri e eterni come i miei e che oltretutto si fosse innamorata di me. Addirittura pensavo (ma è incredibile, lo pensavo veramente!) che avremmo affrontato tutta la vita insieme, perfino che nei momenti di bisogno ci saremmo aiutati a vicenda e che io non sarei più stata sola. Scema!
Quanto sono stata sciocca ritenendomi in grado di giudicare (annebbiata dagli ormoni prima e dall’affetto poi)? Quanto può essere ingenua una ragazza innamorata? Possibile che le ingiustizie, i disequilibri e le dipendenze che vedevo chiaramente nelle altre unioni non mi avessero messo in guardia? Bastava guardarsi intorno per scoprire che l’appoggio e la sincerità che cercavo non esistono nel 90% delle coppie.
Chi mi ha dato il diritto di ritenere che il nostro rapporto fosse diverso?!
Questo errore è il più comune di tutti: ci si sente tanto speciali e invece le nostre vite alla fine si rivelano così banali. Vent’anni di illusione. E poi, secondo natura, anche lui ha tentato di bruciarmi, Un dolore inimmaginabile (feriscono di più le persone che si amano) e il crollo completo di ogni mia convinzione.
Potevo rimanerci secca, non scherzo.
E invece no, proprio per nulla.
Io dalle fiamme, risorgo. Con calma e santa pazienza, rimettendo ogni tassello al suo posto. Una volta caduto il velo dell’illusione, mi è apparso di nuovo tutto molto chiaramente. Non era la nostra vita a essere banale. Non era banale il mio amore per lui, non era banale il mio sorriso, non era banale il mio entusiasmo, non era banale il modo in cui avevo generato i nostri figli e neanche quello in cui li stavo crescendo (loro che banali non lo sono proprio per niente!). Io non sono una persona banale, sono una Strega e nella vita di banale ho fatto solo una cosa: fidarmi.
Ma ero giovane, innamorata, ci può stare. E meno male che è andata così altrimenti non sarebbero venuti al mondo il mio Re dei Sugolini e la mia Piccola Fata.
Non conosco la furbizia e non sarei mai riuscita a imbastire un rapporto per ottenere qualcosa, non mi sarei mai accompagnata con un uomo per fare dei figli. Il desiderio di procreare era direttamente collegato al mio amore per lui e alla convinzione di essere ricambiata. Questo equivoco, questa mia ingenuità ha il grande merito di avermi regalato la mia famiglia. E quindi posso solo ringraziarmi, non ho rimpianti. Non ho vergogne.
Non mi vergogno di ciò che è stato, della mia vita passata, non la rinnego, ma non desidero neanche riviverla. Non mi vergogno delle mie rughe, né delle mie cicatrici. Non mi vergogno dei miei capelli bianchi. Non mi vergogno delle mie mammelle enormi, fuori misura, morbide e materne (hanno allattato i miei figli). Non mi vergogno dei miei anni e non cerco di nasconderli, mica li ho rubati, sono fiera di averli vissuti.

Il 23 marzo 2021 un’orchidea che avevo in casa da due anni ha rifiorito. Non sono un’esperta coltivatrice, ma adoro le orchidee e sono anni che le trasloco cercando un angolo adatto della casa con giusta illuminazione/umidità/temperatura, una rifioritura non si era mai verificata, questa splendida pianta/farfalla mi ha regalato una gioia immensa. Ho desiderato di dipingerla. Di dipingere il senso di rinascita che accompagna ogni primavera.
E’ la mia quarantacinquesima, ma non mi ci abituerò mai, sono meteoropatica, ogni anno il ritorno della luminosità, dei fiori, del tepore, mi fanno innamorare ancora di più della vita.
Ho fatto delle foto cercando di sovrapporre al mio cuore il gambo reciso e il punto del nuovo germoglio., cercando di trasmettere Bellezza e Armonia, nonostante tutto quello che di imperfetto e vero mi caratterizza e mi rende quella che sono. Ci vuole coraggio. O anche semplicemente incoscienza.
Questo cerco ogni giorno nella mia vita, la Bellezza nella verità.
La pittura, per lo meno la mia, deve essere verità.
Ho rinunciato alle mani (che di solito adoro dipingere), come nelle veneri preistoriche volevo concentrare tutta l’attenzione sui caratteri femminili, diventare una sorta di allegoria di fertilità che ri-nasce dal vaso insieme ai fiori.
Ho decentrato la composizione, avevo bisogno di lasciare uno spazio indefinito e luminoso e di condurre il mio sguardo oltre il quadro, verso l’ignoto, verso la rinascita.
Quindi ho iniziato a dipingere ed ero tanto emozionata, timorosa di mostrarmi per come sono (per come sono diventata negli anni), ma convinta di volerlo fare, a costo di farmi distruggere.
Quando finalmente la pittura si è incamminata nella direzione che volevo, quando mi è sembrato di averla domata, quando mi sono guardata nei pigmenti e mi sono riconosciuta, mi sono sentita potente e ho voluto scattare questa foto.

Avevo voglia di far dialogare le due lalla, quella in carne ed ossa e quella dipinta, di sentirle altrettanto vere e fiere, di mostrare l’amore che le lega (l’amore materno che mi lega a ogni mio quadro e l’amore e la comprensione che provo verso me stessa). E avevo voglia di giocare con la mia immagine di Strega, dal naso dritto e tagliente come quello di una scultura etrusca, dai capelli lunghi e avvolgenti come lacci.
L’ho pubblicata su Facebook, ha fatto scalpore.  Molte persone hanno capito e le ringrazio di cuore.
Un tipo mi ha attaccato dicendo che i seni piccoli sono più eleganti, che mostrando i miei grandi seni nudi veicolavo alle giovani ragazze il messaggio che un seno piccolo è brutto e che addirittura le istigavo a farsi delle protesi… follia.
Delirio a parte, tra tutte le cose che volevo trasmettere, una bella quantità di maschietti ha visto solo il richiamo erotico della poppa e sono fiorite richieste di chat private, inviti, complimenti più o meno velati tipo “collega, fai sangue” (collega di chi? Fo sangue da dove?) o addirittura “le aureole scure mi fanno impazzire” (buon per te)… avrei dovuto sentirmi lusingata? Scusate, posso comprendere, ma a me questo tipo di approcci da solo fastidio. Invitatemi quando leggete un mio scritto, è meglio. Anzi, invitatemi se mi incontrate nella vita reale, se ne avete il coraggio, non ce l’avete mai avuto, non mi avete mai invitato. Ad uno meno volgare ho pure risposto: “ti piaccio perché sono virtuale, fidati che dal vero non ti piacerei”. In ogni caso, poco male, ma chi li conosce?
Mi ha messo più in crisi la reazione della mia mamma, anche se lei non ha detto nulla di male, ma non le è piaciuto proprio che dipingessi il mio corpo nudo, imperfetto e vero, l’ha definito “porno”. Non l'ha fatto con cattiveria e non voleva offendermi, ma io non sapevo neanche cosa risponderle, io che spiego in classe l’erotismo di Klimt e Schiele, la sessualità perversa di Bellmer, il voyeurismo pedofilo di Balthus, il martirio del corpo della Abramovic, devo aver farfugliato qualcosa sull’accettazione di sé, sul cercare la Bellezza oltre gli stereotipi… ma farfugliavo proprio male, eh.
La conosco bene, ha ideali di perfezione molto radicati, non avrei dovuto prendermela, anzi, per non metterla in imbarazzo non avrei dovuto mostrarle la foto (e il quadro).
Ma è incredibile, basta che da parte sua arrivi un leggero dissenso, per frantumarmi tutta l’autostima.
Devo far tesoro di queste sensazioni e stare molto attenta con i miei figli, noi mamme manco ce ne rendiamo conto di avere in mano un potere così devastante (feriscono di più le persone che si amano, anche quando non vogliono farlo). Mi sono incupita per quasi un giorno, poi ho ripreso a dipingere e mi è passata.
Ho anche bloccato un po’ di profili Facebook (tanto per tirarmi su!) e sono tornata a divertirmi.
Infondo che cambia?
Una Strega può essere giovane o vecchia, bella o brutta, non fa differenza, resta comunque una Strega e come tale farà sempre paura.
 

lalla
"un'altra Primavera", olio su masonite 60x80 cm.

martedì 4 maggio 2021

la Bellezza mi salva dalla distopia

E’ più di un anno che siamo impantanati in una pandemia mondiale. 
Roba da film di fantascienza di quella pesa, dove nella descrizione leggi “ambientato in un futuro distopico” e tu non sai bene cosa significhi “distopico” finché non lo vedi e allora capisci: significa “di merda”. 
Eppure gli sventurati protagonisti in qualche modo ci vivono nella distopia (pure se puzza) e gli succedono delle cose, tipo che sopravvivono (o anche no), lavorano (o anche no), si ribellano (o anche no), si innamorano (o anche no) e robe così. 
La sopravvivenza mia e dei miei cari per adesso è OK e non so dirvi quanto mi senta grata per questo. Ma la strage giornaliera è insopportabile. Se ne sta andando una fetta enorme di popolazione e il fatto che siano quasi tutte persone di una certa età è ancora più grave in Italia che in altre nazioni. Da noi gli anziani fanno parte della famiglia, siedono al tavolo per il pranzo domenicale, raccontano aneddoti ai nipoti, tramandano il lessico famigliare, custodiscono la memoria. Alla fine di questo massacro avremo perso una parte importante e bella del nostro paese, solo allora ci renderemo conto di essere un po’ meno italiani di prima e tutto sarà ancora più triste. 
Parlando del lavoro, vista la situazione sono fortunata ad averne ancora uno e sono fiera di averlo portato avanti con dignità, in un anno non ho perso un’ora di lezione e i miei studenti non sono rimasti indietro in niente nella mia materia, tantomeno nell’entusiasmo (che è la cosa più importante). Ma quanto mi è costato, quanto mi/ci costa, sembrano passati due, tre anni, non uno. Siamo inevitabilmente tutti molto stanchi e chi ha parlato di allungare l’anno scolastico per “recuperare” le ore perse, è un folle. 
Durante il primo lock-down la gestione della scuola è stata durissima e totalizzante, in più mi sono fatta un mesetto di polmonite e nonostante questo ho continuato a insegnare come nulla fosse, a pre-registrare lezioni nelle ore più impensate e caricarle su You-tube, sempre disponibile a rispondere alle domande, collegata con studenti e colleghi h24 su tre diversi canali virtuali (Argo, Teams, Whatsap). Contemporaneamente, la gestione del mio ragazzino (che intanto cambiava voce e diventava un ragazzone) e della mia bambina (a cui insegnavo a leggere, scrivere e far di conto). Tempo per la pittura: zero. Sul finale ero abbastanza stremata, ma ce l’ho fatta, sono un essere altamente adattabile. Aiutava pensare al “prima” che era ancora molto vicino, il “durante” sembrava faticoso e orribile, ma passeggero.
Il lock-down ha funzionato, ma lo Stato non ne ha approfittato per fare un cavolo di nulla (tipo restaurare qualche scuola che cade a pezzi o aumentare i mezzi pubblici, per dire). Esame di maturità e poi finalmente è arrivata l’estate che abbiamo passato al mare con la mia mamma e isolati dal resto del mondo. Da lontano guardavo afflitta e disgustata le immagini di folle in discoteca e ammucchiate negli apericena, consapevole che in autunno saremo tornati nella merda distopica. Tutti a dire “che brutto anno scolastico è stato il 2019/20” e io che non mi capacitavo, non capivano che il prossimo sarebbe stato peggiore?
Da settembre ci hanno ributtato in classe, 20-25 studenti senza mascherina, distanza legale di 1m tra le rime boccali (il ché significa che bastava che si chinassero a prendere entrambi un libro nello zaino per baciarsi in bocca). Scientificamente parlando, incredibile.
E mentre la pandemia riprendeva (ovviamente) vigore, abbiamo sperimentato in presenza tutte le percentuali possibili, il 75%, il 100%, il 25% lo 0% (prima di Natale), poi il 50%, di nuovo lo 0%... ogni volta colleghi eroici hanno dovuto reinventare un orario nuovo per l’intero istituto in meno di 48h. Devo confessare che quando due settimane fa dal ministero hanno tirato fuori il 60% e infine il 70% avrei voluto indire una marcia di studenti e insegnanti (tutti ben distanziati) per chiedere una percentuale a caso tipo il 58% o meglio il 69 (che almeno fa goliardia), per una volta sarebbe stato giusto prendere un po’ per il culo questi imbecilli che ci governano, dato che quest’anno si son divertiti così tanto a farlo loro. Possibile che nessuno sappia che per garantire una didattica efficace e un apprendimento sereno degli studenti, la prima cosa che serve è un minimo di chiarezza e stabilità? Vabbè.
Comunque, nonostante il delirio delle percentuali, nonostante il mio ruolo di insegnante completamente denaturato (non posso più girare tra i banchi e nessuno può vedermi sorridere), nonostante le privazioni, nonostante i molteplici tamponi eseguiti (soprattutto sulla Matilde), nonostante le varie quarantene, nonostante le notizie funeste dei media, nonostante tutto quello che viene detto contraddetto ogni giorno sui vaccini, nonostante i 200 morti giornalieri, nonostante tutto, va ammesso, molto tristemente, che questa precarietà è diventata una sorta di normalità. Una normalità distopica.
Una normalità fatta di volti coperti e mani igienizzate, una normalità fatta di distacchi e solitudini profonde. Il “prima” ormai sembra lontanissimo e forse, irrecuperabile.
In autunno ho capito che non potevo permettermi il lusso di aspettare il suo ritorno, ho capito che l’attesa mi/ci avrebbe distrutto. Dovevamo accettare di essere diventati i protagonisti di questo maledetto film di fantascienza. Sono, appunto, un essere altamente adattabile, ho smesso di pensare al “prima” e mi sono costruita un “durante” accettabile.
I miei studenti rischiavano di lasciarsi andare e non avrebbero potuto vedermi sorridere? Li avrei sorpresi continuamente, avrei fatto sorridere loro! Le mie lezioni sono diventate ancora più informali, degli show di intrattenimento. Loro mi hanno ripagato continuando a impegnarsi e imparare.
I miei figli avrebbero dovuto rinunciare alla vita sociale? Li avrei coccolati, intrattenuti e scossi il più possibile! Siamo scappati sull’argine dell’Arno a fare un pic-nic cinese a ottobre (quando ancora si poteva), abbiamo comprato il gelato a dicembre, quasi ogni domenica abbiamo imbastito serate cinema con pizza sul divano, abbiamo giocato insieme, solo 4 volte siamo potuti tornare dalla mia famiglia in campagna (distanziati e mascherinati). Per fortuna Elia ha ripreso a cantare nel gruppo rock (sta prendendo le misure con i suoi nuovi bassi) e Matilde si è pian piano inserita in seconda elementare. Loro mi ripagano sempre e comunque, solo perché esistono.
Nel “prima” i week-end senza figli mi concedevo di andare a ballare, uscire con le amiche o fare un viaggetto, adesso avrei dovuto passare giornate intere chiusa in casa da sola? Mi sono concessa qualche passeggiata con la mia migliore amica e di riempire le ore con quello che più amo fare, soprattutto, dipingere! Il tempo non è mai abbastanza, non ci penso proprio a sprecarlo rimpiangendo la movida.
Ho scritto poco, ma è solo perché ho dipinto molto e per me sono la stessa cosa, dipingere e scrivere. Sono sempre io che cerco una via per uscire fuori, è solo la strada che cambia.
Da mesi l’immersione in questa maleodorante distesa di feci, in questo clima di orrore e insicurezza costante, mi fa desiderare di creare immagini che alludano alla Bellezza. Mi manca tanto la Bellezza, quella dei musei, dei viaggi, delle scoperte, dei sorrisi, della gioia sregolata (senza regole), della spensieratezza.
La Bellezza, qualcuno ha detto, ci salverà.
Io non so se questo sia vero, forse non lo è per tutti, per me credo proprio che sia così.

lalla

P.S. La mia splendida Piccola Fata ha posato per questo dittico. Dipingerla mi ha regalato un sollievo indescrivibile. Indescrivibile, nonostante io lo conosca molto bene. Lo provo ogni giorno da quando è arrivata su questa terra, da quando la osservo muoversi, meravigliosa, davanti ai miei occhi.
Questa bambina pochi giorni fa ha compiuto 7 anni.
Lei è la Bellezza e mi ha già salvato.




giovedì 25 febbraio 2021

perché non ho scelta

Io ogni tanto dipingo, mica sempre, ma ogni tanto sì.
Non vorrei farlo di più, anzi mi chiedo: ma chi me lo fa fare?
Dipingere non è l’attività rilassante, né tantomeno facile, che parecchi si figurano.
E chiariamolo subito: la difficoltà non sta nel sapere o meno disegnare. Io so disegnare molto bene, non è questo il problema e, per inciso, non è detto che il talento abbia molto a che fare col saper disegnare. In ogni caso, non voglio parlare di questo. Non mi interessa capire se sono o meno un’artista, né se sono o meno abbastanza “brava”.
Non è questo il punto.
Mi chiedo invece, se ne valga la pena. Vorrei cercare di capire perché lo faccio.
Dipingere è una guerra, decidere di iniziarla è una roba da pazzi. Sono pazza?
Perché non riempio le mie (rare) ore di solitudine con attività amene e rilassanti invece di partire in battaglia? Perché non mi godo la pace?
Ecco, forse il talento ha più a che vedere con una sensazione di disagio, con l’assenza di pace. Chi crea è costantemente insoddisfatto e in agitazione. Ora, io sarei una persona tranquilla e che adora il dolce far niente (e tutto torna: produco piuttosto poco), ma devo ammettere che sotto la biancana apparente, ribolle qualcosa. E va in accumulo, parte come una semplice increspatura dell’acqua, poi pian piano genera correnti e infine un bel gorgo. Quando il turbinio diventa una smania insopportabile, quando come dico io “mi pizzicano le mani”, non posso far altro che prendere (prima la Canon e poi) i pennelli e iniziare.
In realtà, non ho scelta, non ce l’ho mai avuta. 
Almeno, negli anni, sono riuscita a liberarmi quasi del tutto dai sensi di colpa. 
Perché i sensi di colpa? 
Perché la scomoda verità (e lo so che suona male) è che quando dipingo non me ne frega più niente di nulla e di nessuno. Siamo solo io e il mio lavoro, a combattere insieme. Non è mai facile far accettare a tutti gli altri (e neanche a me stessa) questo bisogno di chiuderli fuori. Ma lasciamo perdere anche questo concetto, per un attimo facciamo finta che sia giusto essere un po’ egoista, mi assolvo pensando che in fondo rubo solo pochi giorni nell’arco di un anno dedicato quasi esclusivamente a prendermi cura degli altri. 
In ogni caso, sapendo che sto partendo per il fronte, chi mi dà la forza di iniziare? 
Bè, lo faccio in uno stato di momentanea incoscienza (come se mi fossi dimenticata in cosa mi stia imbarcando), ma presto me lo ricordo, patisco e fatico. Arrivo sempre a un punto in cui penso di non farcela e mi maledico per non aver scelto di farmi una bella passeggiata e di mangiarmi un gelato.
Ma tengo duro (e sono ore, non minuti), proprio quando comincio a sentirmi anchilosata e dolorante (la pittura mi sfinisce), quando ormai non ci vedo più (in senso letterale), proprio allora, intravedo la possibilità di cavarmela. 
E allora non posso più mollare, chi se ne frega dei dolori: è troppo importante! 
Diventa tutto più semplice, comincio a condurre il quadro dove voglio io (o ad accettare il posto dove mi sta portando lui) e a percepire così il sapore della vittoria. È un sapore così dolce.

Quando il lavoro non è ancora terminato, già arriva l’appagamento e così ho il tempo di gustarmelo con calma, mentre lo rifinisco. 
Non potrei mai rinunciarci, sono ore di piacere fisico (non solo mentale) e sono certa che cambino oggettivamente l’equilibrio chimico delle sostanze in circolo nel mio corpo. Infatti, mi innamoro. Non del risultato vero e proprio (che può rivelarsi più o meno accattivante), ma delle ore di “tormento ed estasi” condivise insieme. Questo sentimento mi impedisce di staccarmi dai quadri che faccio per me, non potrei venderli (e comunque non è che ci sia proprio tutta ‘sta fila d’acquirenti!). Li tengo con me, li accarezzo, ci parlo. Solo di rado l’innamoramento si esaurisce dopo qualche mese, ma più soventemente diventa amore vero, persiste negli anni, per sempre. 
Io non cerco di trasmettere le mie emozioni nella pittura, io cerco di dipingere ciò che vedo, ma mi rendo conto che qualcosa ci finisce lo stesso. Alcuni piccoli pezzi di me si staccano e ci cadono dentro, ecco, alla fine questo sono i miei quadri: pezzettini di me che si sono staccati. Istantanee di quello che sono stata e ho provato io, in quelle ore, mentre li dipingevo. Però, con tutti questi “frammenti” ci sto tappezzando la casa! Mi rendo conto che prima o poi dovrò cercare di smaltirli o diventeranno una presenza troppo ingombrante per i miei poveri figli quando non ci sarò più (già lo sono io adesso, in vita). Lo saranno anche i miei scritti. Tanta, troppa lalla sto spargendo sulla terra. Dovrò cercare di salvarli da questa inquietante “semina di me stessa” che sto generando nel corso degli anni.
Ci penserò fra un po’ di tempo, mi concedo di continuare la propagazione ancora per un po’.
Un problema alla volta, oggi non mi sto chiedendo se abbia o meno un senso creare qualcosa, ma solo se meriti investirci così tanta fatica.
Il mondo è fatto di persone che creano e persone che distruggono, mi fa piacere pensare di appartenere alla prima categoria e mi assolve la consapevolezza che ogni cosa da me creata (per quanto orrenda possa essere) incontrerà un giorno il suo distruttore (in veste di tempo o di persona). Insomma, poco danno: non sto inquinando il mondo in modo irreversibile.
Ogni volta che termino un quadro (brutto o bello che sia, purché vero), mi sento finalmente in pace. Sono esausta e va bene così. Torno a una vita normale, torno a pensare ad altro (e agli altri).
Non so quanto durerà questa pace, a volte per mesi. So che prima o poi inizierà di nuovo a crearsi una corrente sotto la superficie. All’inizio farò finta di non averla notata e tenterò di nuotare in un'altra direzione (una direzione più comoda, sicura e confortevole). Rimanderò finché potrò, infine arriverà di nuovo il momento di combattere.
Non è il mio mestiere (non mi mantengo con questo), non è la mia missione (non sono molto originale e non lancio particolari messaggi all’Universo). 
E’ la mia esigenza, forse la mia follia, inevitabilmente, il mio destino.

Lalla

P.S. Da più di un anno a questa parte, il mondo si impegna per fare più schifo del solito, per questo ho bisogno di dipingere qualcosa di consolatorio. Ultimamente passo ore a indagare ogni curva e piega della mia Piccola Fata, ore intere a dialogare con la bellezza. In blu.
con il primo pannello de "la Bellezza", olio su masonite 50x35 cm

martedì 2 febbraio 2021

Caro babbo, guardiamo avanti

Caro babbo, questi giorni dell’anno sono particolari, sono i tuoi.
Noi facciamo finta di andare avanti come niente fosse, ma è appunto, solo una finta.
Oggi sei nato e tra circa 24 ore, sei morto. A qualcuno succede di nascere e morire negli stessi giorni dell’anno. Penso che sia una cosa molto giusta, in equilibrio, come chiudere un cerchio.
Il 2 febbraio 2016, quando nel letto hai detto: “che brutto compleanno”, non devi averla pensata così. Anche se, in effetti, questa frase per te non significava “che brutta fine”, bensì “il prossimo compleanno sarà migliore”. Hai sempre guardato avanti, nonostante l’evidenza. Babbo, non sai che anno di merda è stato il 2020, ci saresti voluto tu in questi mesi di pandemia, avresti pensato solo al dopo, solo al futuro.
Anche io guardo sempre avanti e ci provo a percorrere la direzione migliore, ma devo ammettere che ultimamente mi sento un po’ stanca.
Quello che mi manca è la tua sicurezza, tu, nel bene o nel male, eri sempre sicuro di avere ragione. Non avevi dubbi, non avevi ripensamenti. Eri sfacciatamente ottimista. Questi tratti li hai passati alle mie sorelle, non a me. Quanto invidio le persone sicure di sé! Quanto deve essere bello sentirsi sempre nel giusto, che grande senso di serenità. Io nel giusto mi ci sento (perché faccio di tutto per comportarmi dignitosamente) ma mi muovo sotto revisione continua (da parte mia), non me ne faccio passare una. Ripenso costantemente a tutte le scelte, pondero, confronto, soppeso ogni decisione.
La verità è che sono attanagliata dall’ansia da prestazione in qualsiasi cosa faccia. E’ la cosa a cui tengo di più: comportarmi nel modo giusto, fare del mio meglio, non danneggiare nessuno.
E’ un po’ stressante. Per questo sono stanca.
Anche tu eri una persona correttissima, ma eri anche un carro armato, a un certo punto mettevi il turbo e agli altri toccava spostarsi, c’era poco da fare.
In questo periodo il mio rapporto con la scuola mi preoccupa più del solito, sento ancora di più il peso dei miei studenti sulle spalle. Di solito, bene o male, come insegnate riesco ad assolvermi (non sarò perfetta, ma ce la metto tutta). Ma col coronavirus, da quasi un anno, viviamo didatticamente alla giornata. Abbiamo già provato 3 percentuali di distanza/presenza. E’ un continuo reinventarsi e non riesco a capire se e quanto sto facendo bene (o male). La didattica a distanza è diventata sempre di più una prova di resistenza: loro che spengono le telecamere e si ammosciano e io che cerco con ogni sforzo di tenerli vivi e farli reagire. Se non li fai lavorare, li perdi per strada, se li fai lavorare troppo, li sovraccarichi. La didattica in classe è diventata un casino: devo rendermi odiosa vigilando che rispettino le regole (anti-covid) e una mascherina mi impedisce di trasmettere le espressioni (e le emozioni) facciali. E’ tutto un linguaggio del resto del corpo e della voce, ma neanche facendo le piroette potrei compensare la mancanza del mio sorriso. Affronto le problematiche di sempre, ma con intensità e ostacoli triplicati… che fatica! In questi giorni abbiamo gli scrutini, giuro che mi sento stanca come fossero quelli di giugno, me lo dici tu adesso dove le raccatto le energie per portare avanti tutto il secondo quadrimestre?
E non solo, babbo... quando cavolo finirà? Quanti altri anni così dovremo sopportare? Io sono spaventata: ho paura di disamorarmi del mio mestiere.
Sai che un’altra attività per cui vado matta, oltre a cullarmi nell’ansia, è preoccuparmi.
Sono preoccupata per i tuoi nipoti, per forza, per il grande (che sembra enorme, ma ancora è un bambinone e mi sembra particolarmente cotto ultimamente) e per la piccola (che è fin troppo grande per la sua età e si è ritrovata per la prima volta a scuola in una scuola così, che non è certo come dovrebbe essere la scuola!).
Viviamo molto isolati da tutti (ore in classe a parte), anche questo non è un bene per loro. Spero che lo sia per la comunità. Cerco di trasmettergli senso civico, di resistenza, di coerenza. Sono tutte robe belle, ma impegnative. Almeno l’80% dei loro coetanei si incontra a giardini, festicciole e altro… ne sto facendo degli emarginati, ma forse lo sarebbero stati comunque, essendo figli miei.
Mi preoccupo anche per la mamma, che in questo isolamento prolungato e forzato, sente di più la tua mancanza. Quest’estate non siamo potute andare in viaggio, chissà se e quando potremo farlo di nuovo. In questi giorni si sta rimettendo a posto “il dente” dal dentista ed è parecchio acciaccata. Ti ricordi come eri birbone quando la prendevi in giro dicendoci: “vi rendete conto figlioli di quanto amo la mamma? Quando l’ho conosciuta avena “il dente” davanti nero e spezzato, ma a me sembrava bellissima lo stesso”. Lo dicevi sempre davanti a lei (per farti sentire) e lei protestava "ovvia Beppino", ma si struggeva perché era vero che l’avevi sempre amata e ti era sempre sembrata bellissima. Avevi quel modo un po’ strano di fare i complimenti, pensavi che anche io fossi bellissima e lo dicevi sempre alla mamma (con me nella stanza, per farmi sentire): “Lucia, ma quanto è bella la lalla? Ti somiglia così tanto, sembra te da ragazza!”. Anche io mi struggevo e così prendevi due piccioni con una fava. Io non lo so se somigliavo davvero alla mamma, mi sembrava di somigliare poco a te, in famiglia tutti la pensavamo così. Ma col passare del tempo mi rendo sempre più conto che non è vero.
Va bene, sono anche io una “caca-dubbi” (come appellavi poco carinamente la mamma), non ho certo la tua sicurezza e prepotenza, ok?
Ma so arrangiarmi e far di tutto con le mani come te, sono una cantastorie come te, sono una teatrante come te, sono soprattutto un’esibizionista, come te. E anche se ultimamente sono un po’ più stanca del solito, ho tanta voglia di vivere, come te. E tanta voglia di coinvolgere gli altri in una battuta, in un sorriso, in una danza.
Sai che non mi hai mai insegnato davvero a ballare? Sapevi fare un sacco di cose, ma avevi poca pazienza e eri un po' troppo geloso del tuo sapere per essere un buon insegnante. Peccato, io avrei imparato tutto volentieri da te.
Questo twist che ci siamo concessi al matrimonio di Guido è stato il nostro ultimo ballo insieme. Non mi avrai tramandato i passi, ma l'entusiasmo sì ed è ciò che conta, dico bene babbo?
Anche io ti somiglio!
Continuerò a ricordare il passato e a guardare avanti, questo momento passerà.
Buon compleanno.


lalla



lunedì 4 gennaio 2021

saluto il 2020 e dipingo la mia Sacra Famiglia

Addio 2020.
Tutti a farsi gli auguri, invece io ho fatto solo scongiuri, a tutti. In ogni caso, cosa potrà mai significare varcare il 31 dicembre? Una data, del tutto convenzionale e umana, non potrà certo segnare la fine della pandemia. Il virus non è umano e non gliene frega niente se usiamo il calendario gregoriano, mariano o magari quello dei Puffi.
Eppure, a un certo punto dovrà pur finire, muterà lui o in qualche modo muteremo noi. Speriamo muti in meglio e non in peggio allora, il virus, se aspettiamo di farlo noi esseri umani, stiamo freschi.
In ogni caso, ecco cosa mi ha lasciato questo anno che se ne va.

Innanzi tutto, il 2020 ha ribadito che ho parecchio culo! Sono tra i fortunati a non aver perso persone care, le uniche che conosco da lontano e che si sono ammalate, poi sono guarite. La mia salute è andata benino, a parte una polmonite atipica che (con un tempismo perfetto) mi ha colpito in primavera, ma non era il Covid-19, era solo un piacevole diversivo tanto per seminare un po’ di panico.

Poi, il 2020 mi ha fatto vergognare della società molle e decadente che siamo diventati. Sono certa che un giorno sui libri di Storia, nel capitolo intitolato “Il Coronavirus”, questo aspetto sarà trattato. Sarà uno dei fenomeni che ha maggiormente remato contro: l’essere una società formata di individui viziati e incapaci di rinunciare per gli altri ai propri privilegi. La lagnanza. Per le ragioni sbagliate (e cioè non per la montagna di cadaveri giornaliera).
“Non possono obbligarmi a indossare la mascherina, è una limitazione alla mia libertà personale, è dittatura sanitaria!”
Ah, sì? Allora perché indossi un casco se vai in motorino, o la cintura in automobile, quelle non sono limitazioni alla tua libertà personale? Effettivamente lo sono, ma sono soprattutto dispositivi di protezione personale. Dove sta la differenza te lo dico io: sai che se farai un incidente senza cinture o casco quasi di sicuro ci rimarrai secco, invece se ti prenderai il coronavirus (dato che sei giovane e forte) quasi di sicuro avrai poco più che un’influenza e, alle brutte, lo passerai a qualche vecchietto che ci rimarrà secco. Pace all’anima sua… giusto? E allora facciamola finita di parlare di libertà negate, chiamiamo le cose col proprio nome: menefreghismo.
E avanti così: “Io a organizzare feste, a strofinarmi in discoteca per tutta la settimana di Ferragosto, a ubriacarmi in compagnia e pomiciare con le/gli sconosciute/ti non ci rinuncio!” 
Quindi, anche se non se ne parla, è sempre una questione di sesso, giusto?
Donne, non è il momento, compratevi un bel vibratore! Li vendono su Amazon di tutte le forme e colori, se non volete foraggiare la multinazionale, compratevelo su qualche altro sito made in Italy. Voi maschietti ritenetevi fortunati, non dovete neanche spendere, divertitevi da soli, che tanto ciechi non si diventa!
“Io il vaccino non me lo faccio, non si sa nemmeno che effetto abbia, non possono obbligarmi, fascisti!”
E su questo, due parole.
I vaccini hanno salvato l’umanità molte volte, non so se ce la faranno questa.
Io ho sempre vaccinato i miei figli per qualsiasi cosa, tranne che per l’influenza e ora vi spiego il perché. Allora, li ho vaccinati per le meningiti (in Toscana ci sono vari focolai) e anche per Varicella, Morbillo, Rosolia, Pertosse (malattie che io invece ho contratto naturalmente e per cui ho sviluppato gli anticorpi). L’ho fatto in piena coscienza perché sono sani e potevano farlo, ho scelto quindi di vaccinare loro per proteggere altri bambini molto meno fortunati. Ho scelto di non farli essere un veicolo di contagio, bensì una piccola parte dell’immunità di gregge. In questa ottica di altruismo, Elia si è vaccinato anche per il Papillomavirus (che porta tumori al collo dell’utero, organo di cui è chiaramente sprovvisto).
In ogni caso, non è che le care malattie infantili fossero una gran goduria, quando ho contratto la Pertosse avevo 7 anni, non sono guarita, è degenerata nella mia prima grande polmonite bilaterale, 45gg allettata e due mesi di assenza da scuola. Le cicatrici restano (e forse anche un po’ di analfabetismo) e non è un caso se poi da adulta ho avuto altre due polmoniti. Insomma, potendo evitare, perché no?
I virus non sono tutti uguali e la risposta di ciascun organismo è diversa. Per esempio, quello della Varicella è bastardo, il vaccino non protegge sempre e se lo prendi, capace che dopo una trentina d’anni ti regali anche un bel Fuoco di Sant’Antonio, carino no?
L’influenza è invece un coronavirus. I coronavirus per certi versi sono i peggiori perché quelli a diffusione aerea più semplice e soprattutto perché mutano, merdacce. Non ho mai fatto il vaccino ai miei figli perché la copertura non dura più di tre mesi (sicura che l’avrebbero preso al 4°!), di solito si tratta di una malattia abbastanza sopportabile e in ogni caso sarebbero stati esposti a tutti gli altri virus para-influenzali. Io invece, ogni anno, faccio una cura trimestrale con un vaccino liofilizzato che fa sviluppare anticorpi e rafforza il sistema immunitario contro tutti i virus che attaccano il sistema respiratorio. D’altronde, col mio fegataccio e in miei polmoni rattoppati, mi ci vuole un po’ di potenziamento per affrontare i miei cari studentelli untori.
Ed eccoci a noi, viste le riflessioni di cui sopra, non lo so quanto durerà l’effetto di questo vaccino contro il Covid-19, forse, temo, non molto a lungo. Non so neanche quanto riuscirà a rendere immuni o come reagirà ogni singolo organismo (una parte di rischio c’è sempre, non solo con i vaccini, ma assumendo un qualsiasi farmaco).
Io odio gli aghi (ho proprio una fobia a dire il vero) e se mi pungono inizio a ridere come una scema (non di felicità, bensì di crisi isterica), nonostante ciò appena sarà il mio turno, io lo farò.
Lo farò perché ho fatto tutto, proprio tutto quello che potevo per cercare di dare una mano (gel, mascherina, auto-isolamento anche dalle persone che amo, nessun aperitivo, no balli, non cene, no cinema, nessun viaggio, fare lezione con mascherina 6h di fila, poi davanti a schermi spesso oscurati…) e mi rendo conto che ho fatto poco, che non è abbastanza. In Italia la gente muore come mosche, idem nel resto del Mondo.
Il senso di impotenza è terribile.
“Chi si vaccina fa la cavia!”. A me va bene fare la cavia, è comunque fare qualcosa.
Fossimo stati in guerra, ci avrebbero chiamati a combattere, chi si fosse rifiutato sarebbe stato dichiarato “disertore”. Siamo fortunati, siete fortunati: non siamo in guerra e non siamo sotto una dittatura, né sanitaria, né di altro tipo.
Le persone di buona volontà vogliono provare a dare un freno a questa pandemia, forse sarà solo una frenatina e non un arresto completo… per adesso non mi pare che ci vengano prospettate alternative più rosee.
Le donne incinta, i neonati, gli ammalati immunodepressi, gli anziani, lo facciamo soprattutto per loro, no? E anche per gli altri, gli insospettabilmente sani (no-vax compresi), perché questo virus è proprio strano e distribuisce a caso, a chi un mal di testa, a chi la morte. Se dovesse funzionare (non) ci ringrazierete e ci sta bene anche questo (perché l’abbiamo messo in conto).

Infine, parlando di altro (dopo 11 mesi passati a parlarne, il Covid-19 oltre che stronzo è, per certi versi, diventato pure noioso e io mi sono già inimicata una buona porzione di umanità), il 2020 mi ha confermato che io nel mio piccolo mondo ci sto benissimo.
Tante persone sono sclerate dopo i primi 15 giorni di lock-down (intrappolate più dalle soffocanti dinamiche famigliari che dalle quattro mura domestiche). Ovviamente, nessuno di noi in primavera era in vacanza, ma non eravamo neanche reclusi in una cella di prigione. Se davvero per molti la propria casa (dotata di tutti i confort e abitata dalle persone amate) si è rivelata un posto così da incubo, forse sarebbe il caso che cercassero di cambiare qualcosa nella propria vita. Più comprensibili le difficoltà dei single di una certa età, mi pare invece che siano stati quelli più dignitosi e che si siano lamentati di meno.
Io la primavera in casa, devo essere sincera, me la sono anche goduta.
Compatibilmente allo sconforto dovuto alla situazione pandemica, allo shock procurato dalle file di bare che uscivano da Bergamo (immagine che non dimenticherò mai), alla paura per i miei famigliari, alla stanchezza e allo schifo delle boccate di muco che dovevo espellere (la polmonite, che gioia!), allo stress incredibile della didattica a distanza (portata avanti tra uno sputacchio e l’altro), alla polverizzazione irreversibile del fantomatico “diritto alla disconnessione”.
Compatibilmente a tutto questo, me la sono goduta.
Ci sono state un sacco di cose belle, non è stata per nulla una primavera buttata!
Daenerys ha partorito la gattina più splendida dell’universo, l’abbiamo allevata e poi, a fine lock-down, le ho trovata una nuova casa con una padrona che l’adora e mi aggiorna ancora.
Ho supportato Elia (e lui ha sopportato me), ci siamo stati vicini nell’avventura della didattica a distanza. Ho psicologicamente cercato di aiutarlo quando ho potuto, ho osservato ancora una volta la sua serietà e il suo “non saper fare il furbo”, caratteristiche che qualche volta lo mettono un po’ nei guai, ma che me lo fanno piacere molto. L’ho osservato prendere pian piano il largo dal piccolo Re dei Sugolini che è stato, rimanendo infondo sempre se stesso. A Pasqua mi sono concessa di staccare 5gg dalla scuola e ho cercato di catturare in un quadro questo momento di passaggio (dall’essere bambino al diventare un uomo). In seguito ho dipinto ancora, un astratto molto avvolgente che parlava di fluidità e duttilità, qualità che mi parevano essenziali per tutti nel 2020.
La nota più romantica della primavera è stato il rapporto quasi simbiotico con la mia Piccola Fata. Dopo i primi 3 giorni di ribellione, ha capito che avrebbe dovuto far silenzio durante le mie lezioni in remoto, quindi le ha passate disegnando e ascoltando accanto a me. Poi, ogni pomeriggio c’era l’ora che dedicavo solo ai suoi compiti. Non sapete quanto questo mi renda fiera: lei me l’ha chiesto e io le ho insegnato a leggere, scrivere e far di conto, questa cosa nessuno ce la potrà togliere mai. Ho cucinato per loro, ho fatto pure le pulizie di casa (orrore!), li ho intrattenuti in qualche modo.
Dopo è arrivata l’estate, l’estate all'Elba in cui tutti si comportavano come se fosse passato ogni cosa (nonostante nell’altro emisfero morissero a manciate), l’estate in cui io mi sentivo Cassandra e venivo guardata come una pazza perché volevo passarla ancora isolata (ma stavolta insieme al resto della mia famiglia) e incontrare i non famigliari tendendoli "a distanza", quindi di nuovo a Firenze, altri tre splendidi micetti, la ripresa delle lezioni in presenza, l’autunno e un nuovo quadro dedicato al 2020, la seconda (prevedibile) ondata di contagi, le nuove (inefficaci) e poco convinte restrizioni…

Quando Matilde era davvero molto piccola, non so, credo avesse due anni o poco più, inventò un gioco: veniva vicino a me e a Elia proponendo un abbraccio di gruppo: “Giochiamo a tutti?”. Ci è sembrato immediatamente il gioco più bello del mondo e l’abbiamo sempre accontentata, adesso è tanto tempo che non lo chiede più. Ma non c’era bisogno che questo anno cercasse di rammentarmelo, io lo ricordo benissimo.

lalla

P.S. il modo migliore di passare le vacanze natalizie è stato spegnere Teams e dipingere di nuovo. Pensavo a questo quadro da mesi. A primavera mi era venuta in mente "la Famiglia" di Egon Schiele, ma lui è stato davvero sfortunatissimo. Dipingeva questo quadro con trepidante emozione, in attesa del suo primogenito. Il suo sogno è stato infranto dall'influenza spagnola (scelse di rimanere accanto alla moglie incinta malata, se ne sono andati entrambi nel 1918).
Per qualche mese ho lasciato perdere, il peso delle tante famiglie distrutte anche da questo coronavirus era troppo forte e poi vabbè, c'avevo pure la polmonite... un po' di scaramanzia!
Ho aspettato il momento adatto, ho aspettato di sentirmi di nuovo molto fortunata.
Ovviamente io non sono un genio come Schiele, posso solo essere me stessa.
Un ritratto di gruppo non è cosa facile, questa è la mia seconda volta. Mi interessava creare un dialogo di sguardi e mani che raccontasse come questo triangolo mi faccia sentire completa. Ne risulta una composizione molto articolata (e forse un po’ troppo barocca), in ogni caso è abbastanza in equilibrio, è piramidale, circolare… crea l’8 dell’infinito. I colori sono andati da soli verso i viola azzurri, in contrasto con le pelli aranciate. Io porto al collo il regalo che la mamma mi ha fatto per i miei 45 anni, era un gioiello suo, nel mio “tutti” c’è anche un po’ di lei. Per mostrare la collana indosso una maglia scollata e si intravede il seno, mi fa piacere, ha allattato entrambi i miei figli, è un simbolo di fertilità e prosperità. Io sono un po’ come la “Carità educatrice” di Lorenzo Bartolini (nutro il corpo e la mente). E sì, è vero, potrei dirvi che lo sfondo è a pois, ma di fatto ho l’aureola e i miei capelli sono un velo di seta che mi avvolgono… mi piace giocare con le iconografie della Storia dell’Arte, anche con quelle sacre. Se si son messi l'aureola Giustiniano e Teodora in San Vitale, perché non io?  Non sono credente, è vero, ma non ho neppure le blasfeme intenzioni propagandistiche dell'imperatore bizantino. Invece mi piace molto la figura di Maria (e avrei voluto chiamare così la mia Piccola Fata), ammiro il suo coraggio. Mi piace anche il concetto di famiglia strana e un po’ allargata che celebriamo da secoli nel presepe. Dimostra che l’amore e l’appoggio reciproco non pretendono un legame genetico. E poi, lavoravo a questo quadro proprio a Natale (io amo il Natale!), quale momento migliore per dipingere la mia (Sacra) Famiglia?
"Tutti - la (Sacra) Famiglia" - olio su masonite, 80x90 cm, dicembre 2020.

domenica 22 novembre 2020

45 anni, ormoni pazzerelli via da me

Da brava streghetta, ho compiuto 45 anni in un piovoso giorno di novembre poco dopo Halloween.
Tutto bene, ma porca miseria, c’è un problema.
Lo so che a tutti piace pensare a me come a una donna felice, una madre innamorata e un’insegnante equilibrata. Insomma a una persona capace di gioire delle piccole cose e animata da sentimenti profondi. Almeno l’80% del tempo lo sono, ve lo concedo.
Poi però c’è un 15% in cui sono sopraffatta dalle giornate inchiodata davanti al pc, dalle incombenze della didattica a distanza, dalla gestione giornaliera di tutta la baracca, un 15% in cui sono in affanno e pericolosamente in procinto di sclerare.  
Un piccolo esempio di fusione mentale, il giorno del mio compleanno, tra una lezione e l'altra, io e la Piccola Fata ci siamo messe a fare una torta senza grassi, grande giubilo fino al momento in cui ho messo 150g di sale al posto di 150g di zucchero! Che peccato buttare tutto, ma 150g di sale sono tantissimi, ci vorrebbero 5 kg di farina per diluirli e farci una pastella... quindi, per la gioia dei figlioli, abbiamo festeggiato con una bella e grassissima frittura al posto della torta salutare e, nei quattro giorni successivi, valanghe di crepes alla Nutella!
In ogni caso, se siete un minimo ferrati in matematica, capirete che non è finita e che questo non è il peggio.
Il peggio è cosa provo nel restante 5% del tempo e mi capita di provarlo sempre quando sono sola.
Io sono sola, questa merda di coronavirus me lo ricorda ogni giorno di più.
Mi sembra già di sentire levarsi cori di dissenso: “ tu non sei sola: hai i tuoi figli!”, “tu non sei sola: hai i tuoi studenti!”, “tu non sei sola: hai la tua mamma!”, “tu non sei sola: hai parenti e (pochi) amici!”
A parte il fatto che i miei studenti (non) li vedo solo in video (il 90% tiene la telecamera spenta), la mia mamma la sento solo al telefono e i miei parenti/amici solo su whatsapp. Esistono persone più sole di me e su questo siamo pienamente d’accordo. 
La mia mamma mi adora (non ho dubbi), i miei figli mi amano (non ho dubbi), la maggioranza dei miei studenti non solo mi segue, ma mi ammira (e anche su questo non ho dubbi).
E allora?
E allora prima di tutto nessuna di queste persone mi ha scelto!
Sentirsi scelti è una sensazione meravigliosa (io lo so, me la ricordo), “capitare” è un po’ meno esaltante.
Voglio dire, la mia mamma e i miei figli non hanno avuto un’alternativa, non potrebbero fare a meno di amarmi.
Ecco, mi piacerebbe che qualcuno mi scegliesse, mi piacerebbe tanto. 
Quando di rado mi viene commissionato un quadro è questa la sensazione che sento ed è davvero appagante. Il mio sogno proibito è che arrivi un editore che mi sceglie per pubblicare un mio libro… ma ora concentriamoci su questioni un pochino più veneree e torniamo sul pezzo.
Sono cresciutella e l’ho capito che i rapporti di coppia nel 90% dei casi sono fallimentari, non ti fanno sentire “scelta” e ammirata, non rafforzano la tua autostima, ma anzi la distruggono. Nella stragrande maggioranza dei casi i rapporti con l’altro sesso appagano (e ti rincoglioniscono completamente) giusto i primi tre mesi (il tempo dell’innamoramento), poi o ti annoiano oppure ti creano dipendenza e ti legano in un modo più o meno malato. Insomma: sono un’enorme complicazione emotiva e un grande spreco di energie. Ricordiamoci che le mie energie sono già alla frutta e che per il 15% del tempo vivo sull’orlo di una crisi di nervi. “E allora che vuoi? Dovresti sentirti grata di non avere un altro essere di cui prenderti cura e preoccuparti!”
E infatti il mio cervello lo capisce: sono fiera di potermi comportare, esprimere e vestire come mi pare (senza preoccuparmi di dover piacere a un eventuale compagno) e sono felice della mia vita libera, evviva!
Sono i miei ormoni a non capire un tubo, quegli stronzetti da più di un anno si sono risvegliati e non mi danno pace.
Cavolo, leggo romanzi d’amore/erotici, ma vi rendete conto? 
Robe pietose pensate per adolescenti vogliose e casalinghe disperate (quale forse sono, è bene che me ne renda conto). Trame tutte identiche dove lei è sempre una santarellina inesperta e lui un fascinoso tenebroso che viene a salvarla/concupirla/traviarla. Qualcuno si è reso conto che le saghe di “Twilight”, “50 sfumature di grigio”, “the King” e “After” hanno tutte la medesima trama? L’unica differenza è che il bel tenebroso una volta è un vampiro, una volta un maniaco sessuale, una volta un boss della malavita e infine un alcolizzato poeta maledetto.
Sempre bravi ragazzi insomma! Eppure tutti si innamorano della protagonista, che, pur essendo una povera sfigata, in verità è “speciale” e alla fine “salverà” il suo principe oscuro.
Sindrome della crocerossina a go-go! Bisognerebbe che mi mettessi di buzzo buono e scrivessi una variante con la povera studentella e l’insegnate perverso…
Magari un giorno ci provo e ne sortisce qualche soldino, ma per adesso la cosa più deprimente è che mi piaccia leggere queste schifezze! Non c’è speranza. E’ tutta colpa degli ormoni… maledetti!
Ovvia, ormai ho 45 anni, quando arriva la menopausa? Vi prego, ditemi presto, mi ci vuole il prima possibile!
La soluzione sarebbe un toy-boy (meglio un toy-man) senza tante pretese (dovrebbe stare alla larga dal mio ordine famigliare), propenso a soddisfare i miei bassi istinti (dovrebbe desiderami dolorosamente) e pure a coccolarmi parecchio (sì, perché dovrebbe anche adorarmi e alle coccole non ci rinuncio, mi piacciono da morire!). 
Ma io dove lo trovo il tizio in questione? 
Se anche in precedenza l’opzione mi pareva irrealistica (perché mai il sexy-man dovrebbe essere rimasto solo e poi perfino innamorarsi di me?), ma adesso poi: vi rendete conto che da un anno siamo immersi in una pandemia mondiale?!
Ma proprio nel 2019 mi si dovevano risvegliare gli ormoni? Ormai non potevano rimanere “in lutto” fino al 2022? Così, tanto per dire…
non so cosa aspettarmi (e augurarmi) per il futuro: cesserà prima la mia fertilità o il covid-19?
Mi pare parecchio improbabile che durante la mia spesa bisettimanale al Carrefour, mascherata e distanziata, carica di buste come uno sherpa, incontri il tipo losco e sexy che farebbe al caso mio.
Vabbè via, si tratta solo di un 5% del tempo... accetterò il mio destino di Strega solitaria e farò un pensierino sul regalarmi a Natale un abbonamento ad Harmony, tante le volte esistesse ancora.

lalla