venerdì 25 marzo 2022

fuitina a Roma, da Klimt

Giovedì scorso ho trascinato la mia mamma in una fuitina a Roma (un po’ in extremis per visitare la mostra di Klimt). E sono riuscita a farlo nonostante numerosi segnali astrali avversi consigliassero vivamente di desistere.
Della serie, sai quando cominciano ad andare tutte storte e una persona normale pensa: “Madonnina santa, forse è meglio lasciar perdere”? E io invece nulla, perché sono più cocciuta di una mula!
Prima di tutto, negli ultimi due mesi la mia compagna d’avventure ha avuto alcuni simpatici problemini tipo mal di schiena, sciatica e versamento al ginocchio. Ho aspettato fino all’ultimo che si rimettesse in sesto.
A quel punto, l’unica data papabile prima della chiusura risultava essere giovedì 17 (bellina, superstiziosi, vero?). Ma il giovedì è il mio giorno libero e per una volta ho deciso che avrei evitato di passarlo a correggere verifiche e preparare lezioni. Dopo quel primo innamoramento in una mostra a Firenze di circa trent’anni fa, non è mai successo che Klimt venisse in Italia e io non passassi a salutarlo. Vai di 17 e chissenefrega!
Poi, tre giorni prima, vengo convocata a sorpresa per un consiglio di classe straordinario. Ebbene, per la prima volta nella storia (sì, perché di solito non me ne perdo uno, nonostante il part-time), chiedo di essere dispensata per “motivi di famiglia”… e funziona!
E quindi eccoci al fatidico 17, appuntamento alle 8.40 alla stazione di Santa Maria Novella, ma arriviamo e troviamo il caos totale: gente ammucchiata ovunque, tutti i locali cancellati e le alte velocità con un ritardo variabile tra i 70 minuti (le frecce) e i 110 minuti (Italo). Il delirio! Ma che è successo?
Si è rotto un binario a Rovezzano.
Ma come? Proprio oggi che avevo deciso di risalire in treno dopo tre anni!!!
Niente, chi la dura la vince, mi inginocchio davanti al capotreno di un Italo in partenza 30 minuti in ritardo rispetto al nostro programma (ma che di fatto sarebbe stato il treno di due ore prima). Fisicamente lo faccio solo io (per questioni di versamento), ma anche la mamma partecipa al coro di lamenti e suppliche. Si aggiunge una terza signora a cui salterebbe una visita medica. E’ una scena pietosa. Quello, prima tenta di negarci la possibilità, poi ci chiede di pagargli 50e per convertire il biglietto (costato 50e), ma alla fine, alla mia obiezione: “Guardi, io non glielo dico per fare confronti, ma sulle frecce stanno facendo salire tutti”, cede e ci fa passare indicandoci due posti nella carrozza di testa con la sibillina frase “lo fate a vostro rischio e pericolo”. Bo, neanche avesse intenzione di deragliare a nostre spese…

Alla faccia del malocchio e delle gufate, arriviamo a Palazzo Braschi con soli cinque minuti di ritardo e ci lasciamo ammaliare dalla mostra. E’ un po’ furbesca, incentrata su molti altri artisti della Secessione Viennese e di Ver Sacrum (alcuni davvero interessanti). Di veri e propri quadri di Klimt ce ne saranno al massimo una decina (in ogni caso, dieci bastano e avanzano per giustificare il viaggio e ci sono anche parecchi godibilissimi disegni).







L’allestimento è molto in stile secessionista, con luci sacrali a effetto, pareti violacee e inserti dorati ovunque. Chissenefrega, a me basta che si vedano bene le opere e di trovarmi a solo un metro di distanza di fronte a “Giuditta”, dove si è trovato lui, il genio, per cadere in uno stato d’eccitazione.

Ma come sono potenti le donne di Klimt?
Magnifiche regine, sensuali assassine, pericolose sirene tentatrici. Spaventose e magnetiche. Quanto le avrà amate, osservate e desiderate il grande Gustav per riuscire a ritrarle così?
Con quelle linee deformanti ed elegantissime. Con quegli sguardi vibranti e lascivi. Ha saputo regalare all’umanità l’idea stessa della sensualità femminile.







Dopo la mostra, porto la mamma in un ristorantino tipico, è vicino al Pantheon, ma poco turistico. Zuppa di ceci e baccalà per me e maccheroni alla matriciana per lei. Già che siamo a patire, tanto vale lubrificare tutto con una birra alla spina. E dopo, non lo vuoi prendere un gelatino?


Usciamo belle satolle e ci saluta anche il sole (evviva!), così ci facciamo una lunga passeggiata digestiva/esplorativa da fontana a fontana. Ma come è bello fare le turiste! E che colore splendido ha l’acqua nelle fontane romane? Ogni volta mi stupisce. Questioni di travertino, credo. A farsi un bagnetto nella fontana di Trevi (invece di Anitona) c'è un gabbiano e se la gode proprio, manco fosse in Costa Smeralda.
Però Roma ci stupisce anche per quanto è sporca (oltre che bellissima) … e le fontane sono tutte transennate, possibile che in tre anni si sia degradata tanto?

Ai piedi della scalinata di piazza di Spagna, faccio sedere la mamma (altre panchine non ce ne sono manco a pagarle) e, colmo dei colmi, un vigile viene a farci alzare perché “non ci si può sedere su un monumento, questioni di decoro”.
Ma davvero? Il decoro non conta per le strade dissestate, coperte di cartacce e ortica cresciuta tra i sanpietrini?
Trattengo la polemica a stento, in fondo lui sta solo eseguendo gli ordini di qualcuno che evidentemente non sa che questi gradoni sono stati progettati appositamente per questa funzione… in compenso, prima di defilarmi, gli faccio notare che le transenne intorno alla Barcaccia a me non sembrano molto “decorose”.
A quel punto il vigile ci rassicura che le transenne l’indomani non ci saranno più, ma “oggi è una giornata particolarmente sfortunata per visitare Roma, aspettiamo una tifoseria davvero pericolosa che minaccia di danneggiare i monumenti”.
Meno male per le fontane, però pure la tifoseria pericolosa?! Ma tutte oggi?!
“Suvvia, tornate anche domani, da Firenze in treno è un amen!”.
Binari di Rovezzano a parte. Comunque il tipo in divisa è piuttosto belloccio e simpatico.
Ma rientrando verso la stazione troviamo anche Santa Maria della Vittoria (con l’Estasi di Santa Teresa del Bernini) chiusa per “danni alla cupola”, sicché un po’ di degrado purtroppo c’è, partita di calcio a parte…

Insomma, ci riposiamo in Santa Maria degli Angeli di Michelangelo e poi rientriamo a Firenze con il primo Italo senza ritardo (il guasto è stato riparato).
La sera ci sentiamo arzille e pimpanti, la mamma ha zompettato tutto il giorno e io ho digerito la qualunque. Altro che sciatica e fegato scassato.
Ne è valsa proprio la pena e ‘fanculo ai segnali astrali!

lalla

P.S. Però, devo aggiungere una cosa. All’inizio dell’esposizione, sono stata sorpresa dal ritratto di uomo sul letto di morte. Per poco non ho avuto un mancamento, è praticamente uguale all’ultima immagine che ho del mio babbo. Lì per lì, ho cercato di dissimulare e non far notare il dipinto alla mamma (questa fuitina serviva a rallegrare entrambe, non ad aumentare il senso di malinconia), ma in verità ripensarci mi ha lasciato una buonissima sensazione. Non è affatto una cosa triste pensare che Klimt abbia dipinto il mio ultimo ricordo di lui: canuto, affilato ed elegante come un direttore d’orchestra. 

giovedì 10 febbraio 2022

Blu Maria

Alla fine resto sempre la solita: investo (butto?) tante, tantissime energie in più settori, progetti e folli idee. Tre vite, l’ho sempre detto, mi ci vorrebbero tre vite!
Ma di vita ne hai una e così finisci per non fare mai niente bene fino in fondo, così rimani una dilettante in tutti i campi!
Può darsi, ma che vi devo dire, me ne farò una ragione, d’altronde così sono fatta: a cazzo, o multifunzionale che dir si voglia.
Ragazze e ragazzi miei, proprio perché la vita è una, io voglio viverla come mi pare e piace, senza farmi mancare niente. Anche se non tutti se ne sono resi conto, l’ho sempre vissuta così. Da fuori potrei sembrare una persona inquadrata, precisa, seria… per certi versi lo sono, eccome. Anche molto onesta e secchiona… sì, sì, ma sono anche una ribelle e una pazza! E ne vado pure fiera.
Chi mi conosce sa con quale responsabilità io abbia rispettato (e rispetti tutt’ora) ogni regola e limitato al massimo ogni rischio per combattere insieme a tutti gli altri questa pandemia, ma non esiste solo il Covid19, non esistono solo i doveri e non esiste solo la sopravvivenza. Io voglio vivere, voglio sognare, voglio assaporare, voglio ridere delle scemenze, voglio divertirmi ed essere felice.
E c’è chi lo fa comprando vestiti e cose (se gli garba e c’hanno i soldi che facciano pure, ma io anche no), chi prendendosi uno sprits in compagnia e chi (pur non disdegnando lo sprits e una compagnia scelta e interessante) lo fa soprattutto architettando, progettando e facendo, preferibilmente da sola.
Lasciatemi fare, assecondatemi, i pazzi vanno assecondati.
Dopo più di due mesi di insonnia d’amore e scrittura alle 5.00 del mattino, dopo circa tre mesi di revisioni, editing, bozze e correzioni, adesso basta aspettare: i colori in stampa non sono il top, ma la perfezione non è di questo mondo, mi piace finire le cose. E mi piace condividerle.
Circa una settimana fa ho caricato il libro su KDP, ovviamente ho fatto casino e il nome dell’autore è uscito Ilaria Gonnelli, non Lalla come avrei voluto (ma un po’ è colpa del portale che accetta solo nomi composti da due parole). Sono andata per correggere, ma a quel punto avrei dovuto chiudere il progetto e caricare di nuovo, ho notato che Amazon aveva scelto arbitrariamente come data di uscita il 2 febbraio, il giorno del compleanno del mio babbo. E io sono abbastanza miscredente, ma certe coincidenze mi garbano assai. Allora pace, non lo tocco più. Il babbo era anche lui un narratore, sosteneva sempre i miei colpi di testa creativi ed era pure un inguaribile romantico. Q
uesta iniziativa gli sarebbe piaciuta.
Oggi mi sento emozionatissima, piena di felicità e paura... elettrizzata!
Incrocio tutte le dita delle mani e dei piedi, spero di non offendere nessuno e chissà, forse la storia di Maria a qualcuno piacerà.

Lalla

P.S. Blu Maria è scaricabile gratuitamente su Kindleunlimited, costa pochi euro come e-book, ma ben 16e nella versione cartacea a colori. Sedici non sono pochi per una scrittrice che non si fila nessuno, ma io ne prenderò solo uno per copia ed è veramente un compenso simbolico pensando che ho fatto tutto da sola (dallo scritto, all’impaginazione, alle illustrazioni, alla copertina, alla pubblicazione). Non importa, ho cercato di abbassare il prezzo il più possibile per rendere questa storia accessibile anche nella sua versione reale, solida, fatta di carta e colori (non solo di pixel)... e adesso ci siamo, speriamo bene dai, io ce l’ho messa tutta!


P.P.S.S. E comunque stamani comprati stivali nuovi blu e stasera apericena con la mia migliore amica appena guarita dal Covid, tanto per festeggiare... e per essere coerenti!

domenica 23 gennaio 2022

Ci siamo quasi...

Siccome c’ho spesso troppe cose da fare e troppissime cose che mi frullano in testa, tempo e voglia per mettermi ai fornelli: poca. Lo faccio il minimo indispensabile e almeno una volta al mese ordino il cinese. Fatica zero, figlioli felici come pasque e io pure.
A dicembre ci è capitato di ricevere in omaggio i biscottini della fortuna. Non ne aprivo uno dal 30 dicembre 2016 e ci avevo trovato scritto: “this is going to be a turbolent year”… maledetti dolcetti , fortuna una cippa!
Comunque, credevo fosse una pratica estinta (e pensavo a causa delle rimostranze di certi clienti), ma invece no, evidentemente sono temerari questi asiatici.
Sapete che cosa ho trovato scritto stavolta nel mio biscottino?
“You’ll make it!”
Col punto esclamativo, eh!
Antichi risentimenti cancellati in un attimo. E non è che ne ho sgranocchiati venti per trovarlo, c’avevo questo e rizzati. A Tinne è toccato uno tristissimo sull’andamento delle proprie finanze, per dire.
E a gennaio? Ne ho aperto un altro: “Respect! You show courage.”
E ai miei figli sempre roba banalotta e tristanzuola.
Ho preso i magici fogliettini motivazionali e li ho appiccicati sullo schermo del PC così da poterli venerare a dovere. Ormai li amo questi cinesi veggenti della rosticceria. E cucinano pure da Dio!

Ho finito il mio libro, l’ho fatto.
E, alla faccia di coloro che potranno pensare che sia troppo leggerino o più semplicemente una emerita schifezza, intendo pubblicarlo. Coraggio.
Questa consapevolezza mi dà alla testa, mi fa sentire tutta friccicarella. E magari è solo il canto del cigno e tra un pochino si verificherà la catastrofe, ma speriamo di no! E poi anche se fosse, ma mettiamoci un bel chissenefrega. Mi sono divertita tanto a scriverlo, è questo che conta.
Le mie sante nipoti mi hanno aiutato nell’editing e adesso la mia storia d’amore è (abbastanza) pronta per uscire da questo computer.
Condurlo fuori nel modo giusto non sarebbe propriamente un gioco da ragazzi(e). Dovrei iscriverlo a concorsi letterari, inviarlo e aspettare almeno un anno la risposta di una casa editrice che si rispetti… ci vorrebbero molta strategia e pazienza, doti che io non possiedo.
E sicché mi sto già organizzando per fare tutto da sola. In fondo fare è più divertente che delegare, no?
Ammetto con serenità di essere una maniaca del controllo. Ci tengo che per lo meno sia tutto schifo del mio sacco… o fragrante farina.
Mi tocca specificare che è un libro dai 18 in su (non volendo farmi mancare nulla, c’ho infilato pure le parolacce), ma il reale bacino di possibili lettrici penso possa comprendere tutte le ragazze dai 16 ai 76 anni che gradiscano svagarsi con un rosa.
E mica sono poche ‘ste tipe, ce ne sarà almeno una decina tra loro a cui piacerà?
Vedremo. O meglio: leggerete, se vi va.

lalla

P.S. Eccomi alla ricerca di ennesimi refusi sulla prova di auto-pubblicazione di Blu Maria con Amazon KDP arrivata ieri sera fresca fresca. Con gli occhiali, sì, perché è inutile negarlo: ormai sono presbite (dal greco, vecchia). Ma chi se ne frega, anzi, ma meno male: mica me li concedevo tuti questi divertimenti da giovane! Vi giuro che tenere tra le mie mani per la prima volta il libro vero e proprio, fatto di carta e non di pixel, è stata un’emozione da capogiro! Poi mi sono accorta di tutte le beghe sul colore delle illustrazioni e sull’impaginazione… è tutto da aggiustare, mannaggia. Ma d’altronde le prove si fanno per questo, no?

martedì 18 gennaio 2022

il mio capodanno con Silvia

Silvia è un’adolescente.
A dispetto di ciò che pensa la maggioranza delle persone, io adoro quest’età fragile e precaria. Un’età fuggevole e imperfetta, dove tutto sembra ancora possibile.
Ho fotografato Silvia nella sua casa. Prima abbiamo pranzato, era rientrata da scuola tutta spettinata e imbacuccata in una felpa. Dopo il pasto l’ho convinta a cambiarsi e l’ho accompagnata in camera della sua mamma per rubarle un abito leggero. Era troppo grande e così mi piace anche di più. Lascia intuire quanto sia esile e giovane il suo corpo, lascia scoperte le braccia magrissime. Silvia possiede braccia splendide, di un’eleganza inusuale.
L’ho fatta sedere nel salone. Il salone ha grandi finestre. La casa è liberty, luminosa ed elegante come la sua piccola abitante. Mentre la fotografavo pensavo proprio a questo: a come fosse perfetta tra quelle mura. Il contrasto di quel volto così pulito, ancora da bambina, con quel corpo già adulto, slanciato e fiero. Perfino il taglio dei capelli mi ricordava quello di una fanciulla dei primi del novecento.
E che occhi limpidi ha Silvia. Che sguardo. Timoroso e fiducioso insieme. Curioso. Vibrante.
Ad un certo punto ha preso in braccio la sua gatta e io ho trovato la composizione.
Silvia, Sabrina, la luce di quella casa. Un’eleganza fuori dal tempo.
Ho cercato di ricreare queste sensazioni durante la pittura e non sono certa che il risultato piacerà ai committenti (a dire il vero, un po’ ci spero perché mi piacerebbe tenere il quadro per me).
La mia non è una pittura cosmetica: non rende mai più belle o più rassicuranti. La mia è una pittura indagatrice, che scava in cerca dell’anima, nel tentativo di rubarla.

Lalla

"Silvia e Sabrina", olio su masonite, 50 x 60 cm.

P.S. Ho deciso di passare per la prima volta nella mia vita da sola la notte di San Silvestro. Non avendo i miei figli, l’alternativa forse sarebbe stata reggere il moccolo a qualche coppia di amici e a mezzanotte sbaciucchiarsi (come se non ci fosse una pandemia) e far finta di gioire augurandosi “buon 2022!”
Poco allettante.
Così ho deciso di provare qualcosa di diverso: ho organizzato una sorta di performance.
Nel primo pomeriggio ho acquistato una vaschetta da 1 kg di meraviglioso gelato artigianale al gusto cuneese (cacao e rum) e varie cialde. Poi, alle 18:00, mentre il resto degli italiani cucinava il pesce, io ho iniziato a dipingere. L’idea era di arrivare al 2022 (intervallando con qualche cono di gelato in caso di bisogno). Ogni due ore ho aggiornato i miei progressi su FB. Sei ore di countdown artistico che non dimenticherò mai e nelle quali sono riuscita a delineare un primo abbozzo del volto. Non ero sicura di come mi avrebbe fatto sentire passare una capodanno del genere, ma alla fine è andata benissimo. Ho salutato il 2021 e accolto il 2022 facendo qualcosa che amo e in cui credo profondamente. Io e la pittura siamo vecchie amiche. In verità, non ero sola.

giovedì 11 novembre 2021

tanti auguri lalla

Tanti auguri a me!
Me li faccio in anticipo, nella vigilia, perché sono una Strega, me ne frego della sfiga e con le superstizioni ci vado a nozze. Adoro il mio compleanno, mi garba parecchio essere nata e a dire il vero mi sento già in odore di festeggiamenti da almeno una settimana. Mi sono già comprata una nuova splendida orchidea e dei fantastici pantaloni a quadretti colorati.
Quest’anno poi, mi sono fatta un regalone! Ma facciamo un passo indietro.
Nel giugno 2017 scrissi questo post dove esprimevo 3 desideri al Genio della Lampada:
il Re dei Sugolini: è estate, adesso ci vuole il Genio della Lampada!
Brava grulla.
Ovviamente il Mago onnipotente in questi 4 anni non si è mai palesato, ma poco male.
Da quando vivo in questa bella età di mezzo, mi sono resa definitivamente conto che devo darmi da fare da sola per realizzare i miei sogni, perché se aspetto che (non dico lo faccia qualcun altro al posto mio, ma neanche che) qualcuno mi aiuti a farlo, sto fresca.
Meglio così, chi fa da sé, fa per tre!
Certo, anche a me per una volta nella vita, piacerebbe che qualcuno mi organizzasse una fantastica festa a sorpresa (io adoro le sorprese!) o mi invitasse a cena fuori tutta in ghingheri (tipo Cenerentola al ballo), ma visto che non è mai accaduto, di solito a organizzarmi le serate ci penso io.
E torniamo ai desideri, che senso avrebbe tenerli in un cassetto? Meglio procedere, quando possibile.
Il primo dei desideri era pubblicare un libro, il secondo, che mi sparisse la pancia, il terzo, di divertirmi in una tresca amorosa.
Sulla pancia preferirei sorvolare, ogni tanto mi impongo 6 mesi di orribili privazioni alimentari che mi portano a perdere giusto quei 4 kg che poi riprendo nei 6 mesi successivi (e la pancia, nelle varie oscillazioni, non si smuove di un etto, è la mia ultima, inespugnabile, resistenza adiposa). Stendiamo un velo pietoso (soprattutto sul punto vita).
Per la tresca, trovare qualcuno di interessante non è facile, ma i miei ormoni non sono ancora deceduti e ogni tanto mi danno il tormento (ovviamente indirizzandomi verso un personaggio sbagliato). In questi anni, due o tre volte, c’ho pure provato, ma devo aver frainteso qualcosa nelle tecniche di base per l’abbordaggio… e se non le ho capite a quest’età, che aspetto? La menopausa?
Insomma, com’è, come non è, alla fine mi becco sempre il 2 di picche. Altro velo pietoso.
Ma parliamo del libro, il desiderio n°1, quello più importante, in alto lassù sul podio.
Ecco il regalone: l’ho scritto e farlo è stato uno spasso!
Nessuna pretesa, un simpatico romanzetto rosa. La verità è che a settembre avevo ancora tanta voglia di mare e di un po’ di batticuore.
Di fatto, non avrei potuto avere nessuno dei due se non me li fossi inventati, invece così, soddisfazione massima! Sono tornata in vacanza e mi sono innamorata dei miei personaggi, loro mi hanno ricambiato impregnandomi la mente di passione. Che botta!
Per un mesetto buono, occhio pallato alle 5:00 del mattino con i dialoghi che mi fiorivano spontaneamente in testa (orariuccio, lo so, ma il giorno c’avevo da fare altro, tipo vivere una vita reale, per esempio). A bruzzico mi toccava alzarmi e scendere a digitare le scene sul pc, altrimenti non riuscivo a riprendere sonno. Poi alle 7:00 mi suonava la sveglia e via a lavorare. Sicché, oltre a
che botta, anche che fatica!
Alla fine, il romanzetto credo che parli soprattutto di un viaggio nel quale superare i propri traumi affettivi, lasciarsi andare, mettersi in discussione e riacquistare fiducia (soprattutto in se stesse). Comunque niente di particolarmente illuminante, né originale, tutta roba abbastanza ironica e con poche velleità artistiche.
Sono quasi certa che un editore disposto a pubblicarlo, non lo incontrerò mai. E questo non dispende dalle poche velleità artistiche, credetemi, ma dal fatto che non sono dell’ambiente e non conosco nessuno. Avessi pure scritto il capolavoro rosa del nuovo millennio, non lo troverei comunque. Proverò a fare proposte e vedremo. Mi concedo 6 mesi (giusto il tempo dell’usuale dieta), poi me lo auto-pubblicherò su Amazon e chi s’è visto s’è visto.
Almeno è gratis, che è un po’ il motto della mia vita per quanto riguarda la divulgazione della mia produzione.
E’ come per i dipinti, se non erro, ad eccezione di quelle organizzate da Alauda, non partecipo a una mostra dal 2012 e il motivo è che mi rifiuto di dare dei soldi per esporre il mio lavoro.
Pubblico su internet, almeno è gratis, se alla gente fa schifo quello che dico, scrivo o dipingo, che mi cancelli dai contatti o si giri pure dall’altra parte. Ognuno ha il sacrosanto diritto di fare schifo quanto gli pare!
In ogni caso, io in quello che faccio ci investo tutta me stessa, mi ci impegno parecchio (risultati a parte), insomma ci butto il sangue, non mi sembra il caso di tirar fuori pure dei denari.
Dipingo per me (e mi fa anche da terapia, beata la pittura e chi l'ha inventata!). Oppure dipingo su commissione grazie al passa parola, e quando accade è sempre un onore immenso.
Finché non incontro un gallerista disposto a farmi esporre gratuitamente e a prendere una percentuale solo in caso di eventuali commissioni o vendite (evento che sospetto essere più raro che incontrare il Genio della Lampada o un editore per il mio libretto), mi arrangio da sola e mi va benissimo così.
In conclusione, da sole si può riuscire a fare tutto ciò che si vuole: io organizzo viaggi (e poi li intraprendo), dipingo (e ogni tanto vendo), scrivo storie (e magari tra un po’ me le pubblico).
Posso viaggiare, dipingere, scrivere. Anche innamorarmi.
Sì, lo so, parecchie adesso staranno storcendo il naso.
Ma che tristezza questa poveretta ridotta a fantasticare del nulla.
Penserete che l’amore per un personaggio nato nella mia testa, non sia un sentimento reale.
E quale lo sarebbe di più? Quello che le altre donne (molto più equilibrate di me) provano per uomini in carne e ossa? L’oggetto dell’amore non è sempre e comunque una proiezione?
Mi pare che parecchie (compresa io) si tenda a innamorarsi di un banale stronzo narcisista e a vederlo attraverso due belle fette di prosciutto sugli occhi, come se fosse l’essere più speciale, meritevole e elevato del mondo.
E’ comunque finzione allora, con lo scotto che (nel mentre) tocca lavare calzini e mutande e (alla fine) una si fa pure molto male.
Non lo so… nella vita è giusto provare varie strade e fare ciò che ci si sente, nel mio caso, non provo il desiderio di ripetere esperienze già vissute. Non cerco un compagno, qualcuno che (ci scommetto!) alla fine si metterebbe la pantofola e pretenderebbe di sentirsi a casa sua (in casa mia). Semmai cerco un regalo tutto per me, un giocattolo divertente, una sorpresa appassionante.
E quindi, tanto per non stare a grattarsi la (odiata) pancia in attesa che il Genio si faccia vivo, perché non regalarmi viaggi indimenticabili e sorprendenti avventure? Perché non dipingere tutto il mio mondo? Perché non scrivere le mie storie?
Infondo, mi costa solo un po’ di sonno... ma sapeste che goduria!

lalla



giovedì 14 ottobre 2021

grazie Tigro

Prima o poi se ne vanno anche i gatti, quelli belli paffuti e padroni di casa.
Quelli che bisogna temere, amare e ringraziare.
Grazie Tigro dei vaffanculo che mi hai soffiato e dei morsi che fingevi di darmi ogni sera, quando ti sollevavo per metterti a dormire fuori, mi sono serviti a ricordarmi sempre, in questi 12 anni, che avevi una tua dignità. Che non ti saresti mai abbassato a fare il soprammobile peloso.
Grazie delle fusa e della vicinanza, che mi concedevi solo quando piaceva a te.
Grazie di avermi accolto e salutato ogni volta che rincasavo, come fossi stato il migliore dei cani.
Grazie del tuo sguardo verde, truccato e affilatissimo.
Grazie di aver partecipato (e controllato) tante cene, seduto sul tavolo occhi negli occhi, immobile come una sfinge, senza mai varcare il confine della tovaglia, neanche se sopra c'era una bistecca.
Grazie della morbidezza del tuo pelo, unico e spettacolare, mai sentito prima su nessun animale del mondo. Era ancora splendido oggi, quando ti ho adagiato in quella buca di terra. L’ho scavata io la buca, con pala, fatica e lacrime. Poi ti ho acciambellato con cura, come se dormissi, e ti ho ricoperto. Te lo dovevo. Non potevo lasciarti su quel piano di metallo, dal veterinario, ti ho riportato a casa, nel giardino dove sei sempre stato.
Grazie della bontà con cui hai accolto e cresciuto ogni piccolo gatto arrivato in casa tua, Gattolinzi, Daenerys, Magellano e i loro figli. Sono tutti anche figli tuoi Tigro.
E a proposito, scusami tanto di averti sterilizzato, non sono mai riuscita a perdonarmelo, spero che tu abbia avuto comunque una vita di gatto piena e soddisfacente.
E poi, grazie di esserti nascosto in casa ieri sera (approfittando che io fossi dietro alle doglie della tua figliastra) e di aver trovato poi, nel pieno della notte, la forza di salire le scale e montare sul mio letto, non so come tu abbia fatto nelle condizioni in cui eri.
Grazie di aver passato la tua ultima notte con me, spero che stare vicini ti abbia un po’ consolato. Grazie di non essertene andato da solo, di aver aspettato che rientrassi a casa e potessi accompagnarti io a morire. 
Grazie di tutto gattaccio bellissimo, non ti dimenticherò.

lalla

P:S. la vita si diverte a chiudere strani cerchi, proprio oggi Daenerys ha partorito altri 4 micetti, senza il Tigro a coccolarli non sarà più la stessa cosa.

Tigro, ottobre 2009
"il Gatto della Strega", primavera 2019

Tigro e un cucciolino di Daenerys, primavera 2021

Tigro, ottobre 2021


lunedì 13 settembre 2021

progetti brutti, ma forse divertenti

Per trovare l’umore giusto ed affrontare al meglio il nuovo anno scolastico, a settembre, mi garba sempre mettermi seduta e compilare una lista delle “cose (belle) da fare” oltre a lavorare.
Belle anche se, appena sotto il podio, è costantemente presente la voce “perdere X kg” (ci terrei a precisare che X va intesa come una variabile e non come numero romano!) quest’anno, fortunatamente, la X è una quantità < 5.
Nelle prime posizioni ci sono invece viaggetti, progetti di pittura e scrittura. Quest’anno anche il forte desiderio di tornare a scolpire…
Ma non ci dilunghiamo, sono propositi segreti, invece vi svelo nel dettaglio solo una delle voci di questo 2021/22 perché è davvero ridicola, ma forse, divertente.
Pronti… pausa ad effetto…

Ho deciso di provare a scrivere un libro brutto, ta-dan!
Ci siete rimasti male? Potrei cercare di passare meglio definendolo in modo più accattivante? Potrei dire “da leggere sotto l’ombrellone”, “romantico”, “soft-erotico per casalinghe disperate”, “rosa”? …
Vabbè, via, si fa prima a dire brutto.
Da qualche anno, in mezzo a libri drammatici, saggi, fantasy o spensierati ma con un minimo di sale, ogni tanto anche io ci infilo uno di questi libri da encefalogramma piatto e facendolo, mi sono resa conto di alcune cose:
1. Tutti seguono uno schema particolarmente semplice e ripetitivo.
Lei è povera, ma colta (requisito fondamentale è che conosca a memoria i libri di Jane Austen e Thomas Hardy), è bellissima, ma ingenua e vergine (stranino, ma poi, una volta avviata all'argomento, si scoprirà essere parecchio focosa). Lui è ricco e potente, bellissimo e mooolto esperto nelle arti amatorie (anche un po’ troppo), ma è un asociale con un carattere di merda e di solito le donne le usa come strofinacci per il pavimento, c’ha le turbe ed è pericoloso (comunque anche lui sotto sotto è un romanticone e conosce a memoria i libri di Jane Austen e Thomas Hardy). Lei è attratta, ma ha paura, però ci rimane impantanata intuendo che lui non è veramente uno stronzo bensì un’anima tormentata con svariati traumi infantili (la crocerossina è sempre di moda, come la letteratura inglese), è combattuta e proprio questo dualismo attrazione-timore la fa innamorare come una pera cotta, si concede (il sesso è fantastico e le garba un casino) e quindi viene accompagnata nel paese delle meraviglie tra lusso e lussuria. Anche lui è combattuto, desidererebbe dominarla e possederla tipo un oggetto (è psicologicamente parecchio messo male), ma non vorrebbe ferirla/distruggerla (sai com’è, potrebbe capitare stando accanto a uno spostato), attraverso vari lasciamenti/fughe/ritorni, alla fine, inaspettatamente (si fa per dire) anche lui si innamora di lei perché lei è speciale (vabbè), entra in modalità pera cotta ricoperta di caramello fuso e si redime. Insomma lei col suo amore lo ha salvato (evviva le crocerossine!). E vissero per sempre felici e contenti con tanto di figliolanza al seguito, ma nonostante ciò, continuando a fare sesso stellare. L’apice del realismo e dell’originalità.
2. Nonostante la demenza di fondo, credeteci che anche ‘sta roba va saputa scrivere. Alcune saghe “prendono”, altri libri sono veramente illeggibili e, ombrellone o meno, non resta che cestinarli senza pietà dopo le prime 10 pagine.
3. Quasi tutte sono trilogie, ma sospetto che ciò dipenda solo dal fatto che il primo abbia venduto, quindi mungiamo la mucca e infine facciamoci il film hollywoodiano (brutto anch’esso).
Ecco, io 
non sono mai riuscita a pubblicare una sola riga, alla soglia dei 46 anni, del tutto disincantata sul reale valore culturale di un tale tipo di scrittura (zero), ma anche sulle mie doti narrative, vorrei provare a divertirmi e a rientrare almeno nella prima tranche del punto 2. Non a caso scelgo un termine finanziario, tante le volte venisse bene (“bene” si fa per dire, quanto può venire bene una roba del genere), lo pubblicassi (miracolo!), ci guadagnassi pure due euro e poi mi facessero scrivere la trilogia e vai di filmone con protagonisti sexy (e perché no?)!

Adesso non mi resta che trovare un’ambientazione e una contestualizzazione abbastanza originali (senza alterare lo schema, squadra vincente non si cambia).
Devo concentrami sul personaggio maschile e le sue turbe. Lui è la chiave. Allora, vediamo… il vampiro, l'uomo d'affari sadico dominatore, l’adolescente alcolizzato violento e il capo di organizzazione criminale sono già presi, dovrò impegnarmi parecchio per trovare qualcosa di interessante!
La damigella invece non richiederà grande sforzo, in ogni romanzo è volutamente presentata come una tipa banalotta e insicura (come si sente infondo la lettrice) e proprio per questo favorisce un’immedesimazione e un grande effetto meraviglia quando il super figone maniaco scopre che proprio lei è speciale ed è quindi l’unica in tutto l’Universo Mondo in grado di far breccia nel suo cuore malato. In questo modo il cervello della poveretta rosolata dal sole fa il pericoloso e del tutto diseducativo 2+2: “allora potrebbe succedere anche a me!”.
Diseducativo sì, ma evidentemente, in prossimità del bagnasciuga, liberatorio e rilassante.
Non mi resta che cominciare e scoprire se scrivere storie un po’ melense possa rivelarsi divertente come penso. Però mettendoci un po’ d’ironia, quella per forza, altrimenti, sai che noia!

lalla

agosto 2012 - Io e "il Trono di Spade" (che non è affatto brutto) sulla spiaggia di Is Arutas (che è oggettivamente la fine del mondo).

sabato 11 settembre 2021

rimanere umani, limitare i danni collaterali e spezzare il circolo vizioso

 L’11 settembre 2001 non ero andata a lavorare al laboratorio di ceramica di Sesto Fiorentino come facevo ogni giorno, invece ero rimasta nella mia casa natale a Reggello, con la mia mamma. La mattina avevamo girato nel Valdarno per ordinare cotto e mattonelle in varie tonalità di blu. Ormai da mesi, con cura infinita, stavo sistemando una splendida casetta appollaiata sui tetti di Firenze. Mi stavo costruendo il nido insomma (come fanno le colombe). Ci sarei andata a vivere la futura estate con l’amore della mia vita, dopo uno splendido matrimonio campestre e un bel viaggio di nozze a New York! Finalmente io e lui saremmo stati una famiglia e non vedevo l’ora, una famiglia fatta di avventure, coccole e Arte, per sempre.
Sì, mi ero fatta un bel film.
Ma torniamo a quel giorno, io e la mia mamma avevamo appena pranzato, poi lei accese la televisione come faceva sempre per rilassarsi davanti a una soap opera. Quindi ecco che eravamo proprio lì, io e lei, davanti alla T.V. e non servirono chiamate al telefono o avvertimenti da parte di nessuno, ad un tratto tutte le reti si collegarono su quelle immagini incredibili. Mi è sempre piaciuto andare al cinema (oltre che farmi dei film sulla mia vita) quindi credetemi che sono un’esperta di disaster movies ed effetti speciali, posso giurarvi che quello che stavano trasmettendo fu un incredibile spettacolo di guerra. Altro che giochi gladiatori! Non credo che nessuno sia riuscito a distogliere gli occhi dallo schermo per ore e non credo che neanche i Talebani si aspettassero che venisse così bene. Potente, violentissimo e atroce. La morte in diretta così, in mondovisione, non l’avevamo mai vista. All’inizio parlavano di un incidente e ricordo la fitta di dolore che avvertii quando il secondo aereo arrivò come un missile a trafiggere l’altra torre. Perché un conto è veder morire degli esseri umani per errore o casualità, un altro è vederli uccidere volontariamente. Ricordo la mia mamma che mi chiese: “le persone sopra a quel piano in fiamme adesso come faranno a scappare?”
Avevo da poco finito l’università, mi tornò immediatamente alla memoria una lezione sulla struttura statica delle due Torri Gemelle di Yamasaki e altri, ogni piano era una sorta di mensola aggrappata al blocco centrale portante di ascensori e scale. Quel secondo aereo aveva sfondato col muso dall’altra parte, l’aveva tagliata in due.
Così capii e le risposi: “Chi si trova sopra a quel piano è condannato, non c’è più modo per scendere”. E infatti dopo un po’, sotto gli occhi orripilati dell’intero mondo, quei poveretti cominciarono a buttarsi giù dalle finestre.
Passava il tempo e per me divenne chiaro anche che le torri sarebbero cadute, così tagliate in due e infuocate, la struttura centrale in metallo non poteva resistere a lungo. E infatti mi sono sempre chiesta del perché abbiano deciso di mandare al martirio tutti quei pompieri su per le scale. A che scopo?
Io sono piuttosto ignorante sulla politica estera, allora lo ero anche di più, non sapevo bene chi fosse Osama Bin Laden e non mi capacitavo del perché qualche terrorista avesse deciso di massacrare tutta quella gente, di sicuro era una sorta di dimostrazione di potere, di rivalsa, ma in quel momento non mi interessava, vedevo solo le persone morire mentre mi si attorcinava lo stomaco dal ribrezzo.
Cominciarono a arrivare anche notizie di un terzo aereo schiantato sul Pentagono e forse un quarto… allora davanti ai nostri occhi si stava scatenando una guerra mondiale? Sembravano tutti piuttosto impanicati, io non lo so, ero più che altro atterrita.
A un certo punto entrò un ragazzo che gravitava intorno a casa nostra (e che avrò il buongusto di non nominare) uno che fino a quel giorno era sembrato tutto carino, uno fin troppo casa e chiesa per i miei gusti e, dopo aver dato un’occhiata allo schermo, se ne esordì con la seguente frase: “Ma guarda che casino! Questo scherzetto sai quanto ci costerà a me e mio padre? Le borse crolleranno domani!”. Mi sentii accapponare la pelle dallo schifo, avrei voluto tirargli un ceffone, ma il tizio non gravitava lì per me. Me ne stetti buonina e lasciai che se lo gestisse la diretta interessata. Per inciso e per fortuna, se lo sarebbe levato di torno a breve.
Dopo poco più di un’oretta, una alla volta, le due torri collassarono. Lo fecero nel modo migliore in cui avrebbero potuto farlo, perfettamente su se stesse e riducendo al minimo i danni collaterali. Dimostrarono fino all’ultimo istante il capolavoro di ingegneria che erano state. Si scavò un’incredibile voragine (nel terreno e nel cuore degli americani) quindi si alzò un’incredibile nube di fumo che inghiottì tutto e finalmente il supplizio ebbe fine. Si fece silenzio, un silenzio che, credetemi, non ha più abbandonato il sito del World Trade Center.

Non sono mai andata in viaggio di nozze a New York.
Invece ci sono stata nel 2017 con la mia mamma ed è stato il viaggio più bello della mia vita.
New York è qualcosa di spettacolare, ma parte della bellezza che percepivamo stava, sicuramente, nella nostra sensazione di rinascita. Il 2016 era stato un anno di merda per entrambe. Il mio babbo è morto a febbraio, il giorno del suo compleanno, contemporaneamente la persona in cui avevo riposto tutta la mia fiducia (avete presente quello che credevo essere l’amore della mia vita?) si era dimostrato tutto d’un tratto un banale ometto, un narcisista distruttivo e incapace di starmi vicino. Le disillusioni amorose sono cose che capitano, ma fanno molto male e anche a me si era momentaneamente aperta una voragine nel petto. Sei mesi di insonnia quasi totale, ma certi drammi personali si superano certamente meglio di quelli collettivi. Infondo se li gestisci bene fanno male solo a te, sono qualcosa che non impatta troppo sul resto del mondo.
Dopo un anno e mezzo impegnandomi per essere giusta (e limitare i danni collaterali), a mantenere la mia umanità nonostante tutto, a reagire col sorriso di fronte a figli e studenti (soffrendo come un cane la notte, da sola), mi ci voleva proprio una bella botta di adrenalina per tornare a vivere!
Per una che aveva sempre avuto paura di volare, anche solo pensare di raggiungere la Grande Mela non era poco, ma diciamo che, dopo essere sopravvissuta al 2016, mi sono resa conto di non avere più paura di niente. Tranne che di certi rapporti umani, in effetti, ma non certo degli aerei. E da allora la sensazione di potenza e forza va intensificandosi ogni anno, per dire: ho sempre sofferto di vertigini, adesso pure col paracadute mi butterei!
Eravamo arrivate a Manhattan la sera precedente, la prima destinazione fu proprio Financial District. Che effetto wow appena fuori dalla metropolitana, finalmente i grattacieli, quelli veri!
Due foto al bruttissimo toro della borsa e poi cominciammo ad aggirarci tra un colosso e l’altro, gli occhi sempre rivolti al cielo. Uno ornato in stile Decò, uno specchiato e ultramoderno, uno verdeggiante, uno brunito… eravamo abbagliate e euforiche. Non facevo altro che gioire e catturare foto.
E poi arrivammo lì, dove in poche ore erano state abbattute le Torri Gemelle e strappata la vita di quasi tremila persone. Tutta la nostra euforia fu divorata in un attimo da quei due buchi enormi.
E ci ha colpito il silenzio, quello che non se ne è mai andato. E il rispetto. I turisti sono chiassosi e colorati, spesso sguaiati, ma lì non lo erano affatto.
Arad e Walker hanno fatto un capolavoro, il Memorial è perfetto, l’acqua assorbe i rumori della città, la guardi scorrere in quelle due voragini verso la profondità del nulla e senti solo quello che è giusto sentire: la mancanza.
Non conoscevo personalmente nessuna delle vittime ma le ho viste morire, le ho sentite morire. Le ha sentite il mondo intero. Ho messo via la mia Canon e mi sono commossa, ho pianto per loro e per tutti quelli che se ne erano andati, compreso il mio babbo.

Oggi sono passati 20 anni e il mondo è sempre un gran casino.
Avete presente il detto “il dolore aiuta a crescere”? Sospetto che sia una cazzata.
O meglio, in qualcosa si cresce, in qualcosa si regredisce. E soprattutto dipende il dolore da cosa è causato, va bene se è un incidente, una sfortuna, non va per niente bene quando è stato fatto volontariamente da altri esseri umani.
Ce lo hanno dimostrato gli atleti alle recenti Olimpiadi o Paralimpiadi, venivano tutti da storie difficili, sono proprio quelle storie, quei dolori, quegli infortuni, quelle malattie, quelle difficoltà, ad aver generato in loro la forza e la potenza necessaria per vincere. Ma non era colpa di nessuno se certe sciagure gli erano successe e infatti, attenzione, sono davvero belle le vittorie conquistate con l’appoggio dei propri cari (a cui subito venivano dedicate le medaglie) e non quelle raggiunte con la rabbia, contando solo su sé stessi e schiacciando il mondo intorno a sé.
Dai grandi traumi impartiti da altri esseri umani invece difficilmente se ne esce migliori perché è quel tipo di vittoria rabbiosa e vendicativa che le persone sono portate a desiderare.
Se le vittime hanno un'indole pacifica, non pianificano vendette, ma si chiudono in sé stesse e si lasciano impadronire da diffidenza e paura (e anche queste non sono proprio migliorie del carattere).
Gli ebrei sopravvissuti alla Shoah non sono diventati un popolo più fiducioso e aperto con gli altri popoli della terra, semmai si sono fatti più guardinghi e pronti a tutto pur di tutelarsi. Gli americani dopo l’11 settembre non sono diventati un popolo più caritatevole e disposto a spartire la propria ricchezza, semmai sono diventati meno creduloni (avevano insegnato loro ai due piloti kamikaze come guidare un aereo) e gli è cresciuto ancora più pelo sullo stomaco.
Per quanto riguarda la scarsa fiducia nel prossimo, la capisco perfettamente.
Ma ho poco altro in comune con gli americani, il pelo sullo stomaco mi fa ribrezzo, come gli investimenti in borsa. Le dimostrazioni di potenza e il menefreghismo verso gli altri, sono atteggiamenti orribili.
E a forza di vittorie rabbiose e vendette, il circolo vizioso non si interromperà mai. Non dovrebbe essere questa interruzione la cosa più importante e l'unica aspirazione dell’umanità? E invece non c'è verso, tutte le energie vengono disperse nel tentativo di traumatizzarsi a vicenda.

Ora vorrei raccontare qualcosa su mio nonno Oreste Gonnelli, io non l’ho mai conosciuto davvero, di lui mi raccontava il mio babbo. Allora, innanzi tutto va detto che i miei nonni vivevano in campagna, a Reggello e che avevano una ditta di trasporti. Mia nonna Silda era ebrea, al momento opportuno fecero una specie di albero genealogico finto per negare la cosa. Comunque alcuni paesani lo avevano capito e così cominciarono a andare a casa loro a prenderle i mobili, i vestiti e i gioielli e loro dovevano stare zitti altrimenti li avrebbero denunciati. Carini i paesani, non sapete quanto e anche per questo nonostante ami la natura preferisco vivere in città (non è che i cittadini siano meglio, ma almeno si fanno di più i fatti propri). Mia nonna aveva un bel caratterino ribelle, ma il nonno era una persona pacifica, un bonaccione, forse persino un po' codardo, quindi la teneva buona e al sicuro. Al passaggio del fronte i tedeschi arrivarono da loro e comunicarono al nonno che avrebbe dovuto aiutarli altrimenti si sarebbero presi la moglie e il figlio neonato (il mio babbo era nato proprio nel ’45), ovviamente lui gli dette tutti i mezzi della sua ditta di trasporti e loro se ne scapparono prima dell’arrivo degli alleati. Il nonno non era appunto un coraggioso, né un eroe.
Una notte altri cari paesani, dichiarandosi partigiani, lo accerchiarono in un campo, accusandolo di essere stato un collaborazionista, lo presero a botte, a pugni e calci, lasciandolo in fin di vita.
Il mio babbo crebbe sano.
Ristabilita la pace, la nonna fermava le donne davanti a tutti, per strada, facendosi restituire le proprie collane. E guidando da sola il suo calesse se ne andò anche nelle case a riprendersi qualche mobile.
Il nonno invece non si riprese mai del tutto, né fisicamente, né psicologicamente, ma non denunciò mai l’accaduto. La mia mamma, che si fidanzò col babbo quando era una ragazzina, mi racconta che era una persona molto mite e di averlo visto stare spesso male e sputare sangue. Morì piuttosto giovane per una serie di emorragie interne.
Il mio babbo gli chiese il nome dei suoi aggressori, gli rispose di averli riconosciuti subito, ma che non glielo avrebbe mai rivelato, né a lui né a nessun altro “perché a un certo punto la guerra deve finire”.
Voleva essere lui quel punto, che cessassero odio o vendette. Voleva che la guerra finisse con lui e la pace ricominciasse con mio padre. Mi piace pensare che il forte desiderio di limitare i danni collaterali sia genetico.
Mio nonno non era coraggioso, probabilmente non era un eroe, ma era una persona buona ed è comunque riuscito a spezzare il circolo vizioso.
Non saranno mai abbastanza le persone capaci di farlo.

lalla

venerdì 23 luglio 2021

la sindrome di lalla

Io, delle volte, c’ho la “sindrome di lalla”, che non sarà la sindrome di Stendhal, ma è comunque una roba parecchio strana.
La prima volta mi è venuta a soli 17 anni, eravamo in gita agli Uffizi per vedere il “Tondo Doni” recentemente restaurato. Il mio professore di Storia dell’Arte era molto serio, competente e, dal mio punto di vista, pallosissimo. La guida che ci spiegava le fasi del restauro e gli agenti chimici applicati era probabilmente altrettanto competente e ancora più pallosa. Io ero una liceale molto seria, secchiona e piuttosto saccente. Mi ero fatta l’errata convinzione che la Storia dell’Arte fosse un’altra materia da studiare. Punto.
Quel giorno ho capito che mi sbagliavo, che l’Arte può essere soprattutto un viaggio da intraprendere, un luogo da esplorare, qualcosa da scoprire. E sentire.
Il “Tondo Doni” non mi piacque, un po’ per la guida logorroica, un po’ perché eravamo tutti affastellati e si vedeva male, un po’ perché Michelangelo è un violento e io a quei tempi non lo ero proprio e forse la “sindrome di lalla” presuppone una certa empatia emotiva. Non so. Non mi piacque perché nonostante l’arditezza compositiva, la potenza delle forme aggettanti e l’energia vitale, io non riuscivo a guardare altro che il piede di Maria, quel piede rosa stile Peppa Pig sul verde prato, quel piede quasi virile, ritagliato e laccato… e non mi piaceva quel piede via, mi dispiace dirlo ma è così, non mi piaceva per niente. Peccato. E invece no, nessun peccato (negli anni gli ho chiesto scusa tante volete e Michelangelo mi ha perdonato) e quella guida noiosa, la mia impreparazione culturale e l’ossessione per il piede porcello, sono state tutte una fortuna, mi hanno spinto a fare una cosa che non facevo mai: distrarmi.
Mi sono distratta, mi sono allontanata dal gruppo e mi ha subito chiamato lei, una splendida donna nuda dai setosi capelli sciolti, lo sguardo ammiccante e la pelle morbidissima. E calda. Quanta meraviglia! Sono rimasta incantata a esplorare ogni centimetro del suo corpo, richiamata continuamente da quegli occhi così vivi. Quegli occhi parlavano solo a me, mi stava guardando come io guardavo lei, la mia Venere.

A un certo punto fu il professore a farmi uscire dal mio stato di beatitudine, mi scosse fisicamente le spalle “Gonnelli, ma che ci fai qui? Siamo già tutti oltre la sala successiva, è un quarto d’ora che ti cerco!”. Un quarto d'ora?
Il mio primo rimprovero scolastico e il mio primo vero innamoramento artistico.
Che botta!
Pensai un sacco di cose, tipo:
1. “ma che cavolo mi è successo?" e subito dopo: "Che figata pazzesca!!!”.
2. “sono una cretina: non ho capito un tubo dell’Arte, non è solo un susseguirsi di nozioni tipo date e nomi di musei e opere”. E subito dopo mi assolsi dando mentalmente la colpa a quel pover’uomo del mio professore per non avermi aiutato a capire prima.
3. “questo Tiziano Vecellio sì che è un pittore, che armonia cromatica, che incredibile sfumato… altro che il rosa maiale ritagliato di Michelangelo!”. Beata gioventù… ve l’ho detto che ero saccente. Saccente ma anche molto curiosa. Passai il pomeriggio a studiare le pagine del libro che parlavano di questo autore sconosciuto (ancora non affrontato nel programma) e poi a scovarlo sulla nostra Treccani. Decisi che ne valeva la pena, avrei fatto di tutto per conoscere la Storia dell’Arte ed esplorare i musei, volevo riprovare a tutti i costi quella sensazione!
4. E mi chiesi: "Sarà contagiosa?" Magari! Mi sarebbe piaciuto un sacco infettare altre persone con la “sindrome di lalla”. Decisi che l’unico modo per farlo sarebbe stato diventare insegnante di Storia dell’Arte, un’insegnate diversa da quello che avevo avuto io. Ma pover’uomo! Era un bravo insegnante e io una stupida ragazzina (ma quanto sono spietati i giovani?!), ancora non so se sono alla sua altezza, ma ci provo ad attirare i miei studenti verso l'Arte e di certo quello che sono diventata e cerco di diventare ogni giorno, lo devo a quella prima meravigliosa volta in cui sono stata stregata dalla Venere d’Urbino.
Racconto spesso questo aneddoto anche ai ragazzi perché, effettivamente, mi ha cambiato la vita.
Poi è successo ancora, nei momenti più starni e con le opere e gli autori più disparati.
Mi è successo pochi anni dopo in una splendida mostra su Gustav Klimt a palazzo Strozzi, ci sono tornata tre volte e da allora il mio amore per Klimt è inesauribile.
Mi è successo nell’abside mosaicato della Basilica di San Vitale a Ravenna nel 1997. Mi sono proprio persa, disorientata, sentita dentro uno scrigno.
Lo stesso anno mi ha quasi fatto piangere il giovanile “Riposo durante la fuga in Egitto” di Caravaggio alla Galleria Panphilj di Roma e nessuno mai potrà togliermi dalla testa che quello è il suo massimo capolavoro.
Mi è successo con Wassili Kandisky durante un viaggio a Barcellona nel 2003, non ero lì per vedere lui, ma al piano terra della casa Milà di Antonì Gaudì c’era una mostra gratuita sul suo periodo lirico (dopo aver pagato un salatissimo biglietto per vedere la Pedrera, la mostra è gratuita, che fai, non ci vai?). Dopo l’università ero un po’ meno saccente, ma avevo ancora dentro di me quel brutto pregiudizio delle persone che sanno disegnare bene con formazione accademica, nonostante i 9 esami di Storia dell’Arte, sottovalutavo l’Astrattismo. Che sventola mi presi! Dopo la seconda composizione fui completamente risucchiata dalla sua danza cromatica, cominciai a rimbalzare in superficie e in profondità, fino a precipitare magnetizzata soprattutto dal blu. C’avrei passato le ore, il mio compagno d’allora dovette praticamente trascinarmi fuori, quasi non parlavo più. Quanta bellezza, mi scoppiavano i sensi e allo stesso tempo si rilassavano.
Mi è successo nel 2004 con alcune tele di Vincent Van Gogh dopo aver raggiunto pedalando sotto la pioggia le sale deserte del Kroller Muller Museum in Olanda.
Nel 2007 mi ha catturato e sedotto il sinuoso “giovinetto di Mozia” (un figo assurdo, altro che rigidità dei Kourus!), un capolavoro quasi dimenticato, raggiungibile con una gita in barca verso l’antica colonia fenicia.
Mi è successo ancora nel 2008 alla Tate Britain di Londra, ero andata a vedere “l’Ophelia” di Millais (non l’ho mai vista, nel 2008 era in prestito e nel 2018 la sala era chiusa per una crepa) e sono stata rapita da “Garofano, giglio, giglio, rosa” di John Singer Sargent. Incredibile l’effetto cromatico dei fiori fluorescenti appena arriva il crepuscolo, ho una rosa in giardino che mi regala lo stesso tono cromatico per 5’ ogni sera d’estate e io con la mente posso tornare di nuovo a quel capolavoro.
Mi è successo con Pavel Filonov qualche anno fa (in una mostra a Palazzo Strozzi sull’arte Russa dove ero andata soprattutto a cercare Kandisky), poi nel 2019 sono andata a Mosca e a San Pietroburgo per salutare ed amare di nuovo entrambi.

Mi è successo nel 2015 con la meravigliosa “epopea slava” di Alfons Mucha a Praga (e anche František Kupka mi diede un bel colpo).

Nel 2017 ero andata alla pinacoteca di Brera soprattutto ad ammirare (tra le altre cose) la “Pala di Brera” di Piero della Francesca e “il Cristo morto” di Andrea Mantegna, entrambi grandiosi, ma sono stati i ferraresi a darmi il tormento e soprattutto “la madonna della candeletta” del Carlo Crivelli, che genio!

Mi è successo ancora tante (tantissime) volte e ogni volta è una sensazione incredibile.
Mi succede praticamente ogni volta che incontro una ragazza di Paul Gauguin, anche perché mi sono sempre ritenuta una di loro. Oppure ogni volta che ammiro una natura morta di Oscar Ghiglia, con quell’armonia assoluta e quei colori che cantano, quanta infinita grandezza in un autore così trascurato. Foquet, Pisanello, Beato Angelico, Lippi, Bellini, Ingres, Segantini, Klee, Boccioni, Carrà... ancora e ancora... sono davvero innumerevoli gli autori che amo e le cui opere mi hanno fatto sentire ricambiata.


Nel 2017 a NYC sono praticamente vissuta 6gg di fila sotto l’effetto della “sindrome di lalla” (l’Empire State Building, il Memorial del World Trade Center, il Guggenheim… il MOMA dove ho conosciuto Robert Rauschenberg!) penso che per una settimana sia stata l’unica reazione chimica a sostenere in vita il mio corpo nonostante il jet lag.
Assiri ed Egizi mi stregano con facilità. 
Talvolta entro in questo stato di beatitudine e stordimento all’interno di luoghi o architetture. Dopo che mi succede non riesco a smettere di parlarne, cerco notizie sull'autore, mi fisso, mi incuriosisco, studio. Vorrei spiegare con più chiarezza, perdonatemi, forse non ne sono capace. 
C’entra sicuramente anche col senso dell’autenticità, col fatto di trovarsi proprio in quel posto o lì davanti, a 20 cm dal quadro, dove è stato l’autore (ma che emozione!) e non potrebbe succedere consultando soltanto un libro. 
C’entra anche con l’effetto sorpresa, quasi sempre vado per vedere qualcosa e poi ne scopro un’altra (a parte che con “la battaglia di San Romano” di Paolo Uccello a Londra, ero andata proprio a vedere quella e ci sono quasi rimasta secca), ma non sapevo davvero chi fossero Tiziano, Filonov, Sargent & co. prima che, con uno dei loro capolavori, mi sdraiassero completamente.
C’entra, io credo, con l’essere emotivamente e cerebralmente in sintonia con quello che provava e trasmetteva l’artista nel momento della creazione. Voglio dire: ora come ora la “Venere d’Urbino” di Tiziano non mi procura più un tale shock perché sono io ad essere cambiata, non lei, la ammiro comunque con tutta me stessa, ma non sono più la lalla di 17 anni che l’ha amata la prima volta.
Pochi giorni fa l’ho provata di nuovo al museo Revoltella di Trieste, c’ero andata per vedere “il meriggio”, una delle mie opere preferite del grande Felice Casorati e dopo averlo ammirato (è davvero magico) gironzolavo un po’ stanca tra le opere delle altre sale. Ed ecco che improvvisamente arriva questa bambina spiritata a togliermi il respiro.
Ovviamente io, nella mia infinita ignoranza, non sapevo neanche chi fosse

Carl Frithjof Smith e non avevo mai sentito parlare del dipinto “dopo la prima comunione”.

Una visione straordinaria, quella faccia incredibile mi ha tenuta lì molti minuti, in ostaggio, guardandomi negli occhi e parlando solo a me. Cioè, anche la mia mamma ha ammirato il dipinto, ma nel mio caso è chiaro che si trattava di qualcosa di più, di qualcosa di patologico.
Alla fine del percorso non potevo ancora andarmene, così ho lasciato lei a riposarsi al piano terra e sono tornata di corsa al quarto piano per salutare la mia bambina per l’ultima volta. Le foto che le ho fatto non rendono l’idea, ma come potrebbero farlo? Quello che c’è stato tra me e lei è una cosa privata, comprensibile solo a me (e a chi la mia sindrome ce l’ha).
E se la mia una sindrome non fosse, ma solo una pazzia, non mi importa perché sarebbe una pazzia bella.

lalla