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sabato 11 aprile 2026

non è colpa mia

1 aprile - disegno preparatorio
Non so se riuscirò a dipingere questo quadro, se davvero desidero accollarmi un macigno del genere, eppure sento l'esigenza di riflettere sul senso di colpa.
Quello, ingiusto, che provano tutte le vittime. Di un carnefice oppure, più banalmente, di un sistema culturale sbagliato.
In fondo, lo stesso attraverso il quale molte di noi sono state cresciute ed educate.
Forse non sarà mai possibile liberarsene del tutto, ma vorrei disperatamente che una volta per tutte diventasse chiaro: in verità, non è mai stata colpa nostra.

3 aprile - primo passo
Sto provando a dipingere il senso di colpa. Ho passato tutta la mattina sui piedi e continuo a lavorarci ancora. Voglio che il destro, con ogni suo dito, cerchi di abbracciare l'altro. Da anni il mio alluce soffre della patologia del "dito rigido", in poche parole quando lo piego duole e trema.
Bene, nel post precedente ho scritto che molte di noi sono state educate e cresciute con il senso di colpa.
Cresciute. Mi correggo: il senso di colpa non fa crescere, ma diminuire. Riduce e cancella. Per questo la posa minima, chiusa e fetale.
4 aprile - secondo passo
6 aprile - terzo passo
11 aprile
Stanotte ho dipinto sette ore. Non lo so se il quadro è finito, ma la colpa sì, deve esserlo per forza, perché adesso mi sento bene.

lalla

"Non è colpa mia", olio su masonite, 60x80 cm

giovedì 2 aprile 2026

non è colpa mia - inizio

Non so se riuscirò a dipingere questo quadro, se davvero desidero accollarmi un macigno del genere, eppure sento l'esigenza di riflettere sul senso di colpa. Quello, ingiusto, che provano tutte le vittime. Di un carnefice oppure, più banalmente, di un sistema culturale sbagliato.
In fondo, lo stesso attraverso il quale molte di noi sono state cresciute ed educate.
Forse non sarà mai possibile liberarsene del tutto, ma vorrei disperatamente che una volta per tutte diventasse chiaro: in verità, non è mai stata colpa nostra.

lalla

"non è colpa mia", primo studio preparatorio su masonite

sabato 8 novembre 2025

gioco di ruoli per raccontare la "Condizione Femminile"

Siccome stamani mi va di divertirmi, facciamo un gioco.
Una sorta di gioco di ruolo (o meglio di ruoli) in cui lalla è una pittrice già morta e sepolta… o magari anziana (che darmi così la morte non è il massimo neppure per finta), ma soprattutto tanto e inspiegabilmente (ri)conosciuta da meritare una lettura d’opera fatta in classe da un'entusiasta Professoressa Gonnelli durante la sua ora di Storia dell’Arte.
Fine quinta, fine programma… Ogni anno, nelle ultime ore a disposizione, l’insegnate si dedica a commentare insieme a studenti e studentesse alcune opere di arte contemporanea, tanto per generare qualche ultimo spunto di riflessione nelle sue classi prossime al distacco e alla partenza per il mondo, quindi ci sta.
Va bene, cominciamo a giocare.

Sono le 13:02 e l’orologio ha appena intaccato la diabolica sesta ora di lezione durante la quale la stragrande maggioranza dei neuroni del cervello (di insegnanti e studenti/sse) si è ormai suicidata e i pochi superstiti gridano disperati: “Ma basta, cazzo! È pomeriggio… Abbiamo fame!!!”
L’eroica PG (Professoressa Gonnelli) irrompe in classe apparentemente splendida e splendente e dotata di una voce squillante quanto una venditrice d’asta: “Buongiorno classe!”
Pinco Pallo, ridestandosi dall’angolo in fondo all’aula nel quale sonnecchiava spalmato più sulla parete che sul banco: “Buongiorno Prof…. Ma come fa ad avere ancora tutta questa energia alla sesta?”
PG, ridacchiando: “Più che di energia, a quest’ora parlerei di forza della disperazione, ma facciamoci coraggio, che oggi commentiamo l’opera di un’artista vivente… Forza Pinco Pallo, che siamo agli sgoccioli!” (mai dimenticarsi di Pinco Pallo, altrimenti quello torna in letargo) “Vi ricordate quella pittrice e scultrice fiorentina di cui abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana? Lalla?”
Meno male che qualcuno ancora è sveglio, infatti interviene la stoica e diligentissima Priscilla, ancora perfettamente eretta al primo banco: “Certo: è anche una scrittrice, mia mamma ha letto alcune sue commedie romantiche.”
PG: “Grazie Priscilla. Sì, è vero: scriveva per diletto (e credo che lo faccia ancora) perché adorava divertirsi e far divertire, ma ha invece dipinto e scolpito per esigenza, per sopire un bisogno profondo. Per cura.”
Si risolleva anche Pallina, quella apprensiva del gruppo: “Perché? Era malata prof?”
PG: “No, Pallina: non era malata, ma era viva. E la vita non è sempre semplice, soprattutto per una persona empatica e (iper)sensibile quale probabilmente è stata, soprattutto per una donna.”
Pinco Pallo e gli altri maschietti non se la prendono per un’affermazione del genere; con la scusa di parlare di Storia dell’Arte, nei cinque anni passati insieme, spesso PG li ha portati a riflettere sui diritti umani, sui doveri civili, sulle ipocrisie umane e sulle problematiche legate alle differenze e disparità (tra cui anche quelle di genere). Sarà anche la sesta ora e saranno tutti mezzi addormentati, ma stiamo pur sempre parlando di una classe molto consapevole.
PG: “Bene, l’opera scelta è Condizione femminile, realizzata nel giugno del 2025,” e così dicendo, proietta l’immagine sulla LIM.
Protesta Cippa Lippa, che oltre a essere cotta dalla stanchezza, è sempre stata un po’ polemichina: “Che senso ha fare una pittura così tradizionale nel 2025 dopo che Duchamp ha girato un cesso al contrario e l’ha chiamato Fontana nel 1917?”
PG sorvola, come anche Duchamp avrebbe serenamente fatto, sulla poca eleganza della parola cesso: “Beh, la Storia dell’Arte è fatta di corsi e ricorsi e la pittura figurativa (che non è per forza anche tradizionale) è sempre destinata a tornare. Un autore può risultare originale e contemporaneo anche attraverso una tecnica poco innovativa. Ad ogni modo, Cippa Lippa, proviamo ad analizzare l’opera e poi alla fine ne riparliamo, Okay?”
“Prima di tutto, io ho avuto la fortuna di vedere questa opera dal vivo e ricordatevelo: le opere andrebbero sempre viste e giudicate nelle loro reali dimensioni (che a proposito non sono queste, è un po’ più grande: 120 x 90 cm) e nella loro reale matericità. La materia, la tecnica, sono importanti. Della tecnica utilizzata dall’autrice abbiamo già parlato la scorsa volta… Qualcuno si ricorda?”
Priscilla, sperticandosi con la mano, come se nel primo banco l’intera classe e PG non riuscissero a vederla: “Utilizzava una tecnica molto diretta (probabilmente ispirata da quella dei Macchaioli avendo avuto una prozia, Emma Chiarugi, allieva di Giovanni Fattori ed essendo cresciuta con molti suoi quadri appesi alle pareti) e cioè mettendo i colori a olio con diluente vegetale direttamente su un supporto ligneo senza alcun tipo di imprimitura o trattamento.”
Sia lodata Priscilla, sempre sia lodata.
PG: “Molto bene. Ora, nel caso dei Macchiaoli la scelta era dettata dalla povertà (ricorderete che spesso dipingevano su tappi di scatole di sigaro inchiodate ad un tronco d’albero come cavalletto) e anche dal desiderio di velocità esecutiva (dipingendo all’aperto), invece per lalla le motivazioni sono differenti: il supporto da lei scelto (la masonite o MDF), non è solo il più economico e meno prestigioso in commercio (un pochino le piaceva l’idea di nobilitare con il talento un materiale tanto umile, è pur sempre fiorentina come noi e tutti i fiorentini si sentono un po’ figli del grande Brunelleschi, capace di inventare il Rinascimento e dare un nuovo volto alla città utilizzando i materiali più poveri a disposizione: muratura mista con intonaco e pietra serena o semplici mattoni rossi), ma anche il più difficoltoso. Senza imprimiture, senza trattamento, l’MDF succhia tutto il colore, lo assorbe, lo ferma e si oppone allo scivolare della pennellata. Più volte lalla ha raccontato di quanto fosse fisicamente estenuante dipingere, ma anche di quanto quella fatica della mano e delle membra le risultassero essenziali per accompagnare la fatica psicologica che il processo le richiedeva.”
Adesso tutta la classe la ascolta.
Pallina: “Io però Prof non capisco: se dipingere era così faticoso, perché lo faceva?”
PG, che mentre spiega si infervora come se stesse difendendo una parente prossima: “Perché non poteva farne a meno. Perché dentro sentiva tante cose e, quando queste diventavano troppe, logoravano, spingevano e l’unico modo di stare bene era riuscire a tirarle fuori ed affrontarle. Per questo vi dico che la sua pittura è stata una cura. Ogni quadro l’ha aiutata ad affrontare dei mostri o a comprendere meglio ed esprimere delle sensazioni, talvolta anche di tenerezza estrema o amore.”
Pallina: “Amore per chi? Non ci aveva raccontato che era stata parecchio sfigata con gli uomini?”
PG: “È stata tradita o delusa da quasi tutti gli uomini che ha conosciuto, sì. E, se è per questo, anche da molte amiche femmine. Tanto per non farsi mancare nulla, ha avuto anche un po’ di problemi fisici. Ma, nonostante tutto, è sempre stata molto innamorata della vita, dei suoi figli, della sua famiglia e di molte altre persone di cui si è presa cura. Compresa sé stessa: ha amato molto anche sé stessa e di sé stessa si è sempre presa cura… Adesso torniamo a leggere l’opera in questione, va bene? Prima di tutto: il soggetto. Sempronio, prova tu.”
Sempronio, dal terzo banco, nel quale fino ad adesso si sentiva abbastanza al sicuro: “Rappresenta una donna mezza nuda seduta su un letto un po’ disfatto, no?”
PG: “Va bene. E la composizione com’è?”
Sempre Sempronio, che a questo punto si sente preso di mira: “Boh… cioè: è divisa in due, no?”
PG: “Sì: è divisa in due fasce orizzontali: sfondo neutro e letto, quindi molto classica ed equilibrata.”
Sempronio, a cui non è andata giù di essere stato interpellato: “La figura però le è venuta un po’ spostata da una parte, mi pare.”
PG: “Ora, le è venuta… Magari ha deciso di dipingerla decentrata a ragion veduta.”
Priscilla, sempre sul pezzo: “Infatti anche Fattori utilizzava composizioni a fasce e decentrava il soggetto (si pensi al Carro di buoi in Maremma), questo fa proprio parte della classicità: raggiungere l’armonia compositiva senza la perfetta simmetria che conferirebbe all’immagine troppa rigidità. Inoltre, la scelta del formato mi sembra vicina al rettangolo aureo.”
Vabbè, in pagella a Priscilla tocca darle 10 per forza.
E, dal fondo, inaspettatamente risorge anche Pinco Pallo: “Forse ha scelto di mettere la donna di lato per evidenziare un vuoto accanto a lei.”
Vedi Pinco Pallo quando si sveglia come è arguto? Mai sottovalutare i sonnecchiosi!
PG: “Molto, molto bene.”
Priscilla, che ama avere l’ultima parola: “La posa della donna ricorda un po’ La Pubertà di Munch.”
PG: “Perfetto Priscilla, sicuramente. Anche la rarefatta ombra portata della figura sulla sinistra sembra citare quella più compatta e incombente del grande pittore pre-Espressionista. In quel caso l’autore aveva una visione molto negativa del femminile e voleva raccontarci che il diventare donna equivale quasi a una condanna a morte… Vediamo invece cosa voleva comunicarci questa autrice concentrandoci sull’iconografia, su rimandi e simboli, oltreché semplicemente sul soggetto ritratto… Qualche idea sul letto?”
Immancabilmente, Priscilla: “Nella tradizione classica spesso le figure femminili sono state ritratte in posa semi distesa su un talamo (come Veveri, amanti e procreatrici) a differenza della posa eretta del chiasmo attribuita agli uomini (simbolo delle loro virtù eroiche)… Qui la donna è seduta, quasi come se si fosse alzata dal letto.”
PG: “Proprio così, Priscilla. È seduta in modo solido e sembra quasi osservare e quindi prendere coscienza e le dovute distanze dal letto e dalla posizione semidistesa che le è sempre stata attribuita, insomma: dalla condizione femminile, che infatti è il titolo del quadro.”
Sempronio, a cui si è risvegliato pure l’ormone: “Il letto disfatto non potrebbe alludere al fatto che c’è stato un rapporto sessuale con un uomo che poi se n’è andato?”
PG: “E perché no? Può alludere a quello o più in generale alla dimensione domestica e intima, alle molti notti di sonno insieme e ad un periodo di vita condiviso con qualcuno che adesso non le è più accanto.”
“E lei, la protagonista, come vi sembra fisicamente?”
Sempronio: “Altetica.”
PG: “E’ vero, ha una muscolatura molto definita, ma anche un’anatomia minuta. Aggiungerei che il suo corpo risulta molto bello, ma altrettanto particolare e non omologato ad un preciso canone estetico. Possiede insomma la bellezza della realtà... Sui colori, qualcosa da dire?”
Ignoriamo per un attimo la mano di Priscilla e concediamo la parola a Pinchina che ha osato alzare la sua dalla seconda fila: “Ci sono tanti bianchi, ma non sono mai del tutto bianchi… comunque molto neutri e desaturati. Solo nella figura spicca il blu del velo che contrasta con l’incarnato un po' aranciato, che infatti è il suo complementare.”
PG si complimenta con sé stessa: ha fatto un bel lavoro con questa classe.
“Brava Pinchina, i bianchi non sono mai del tutto bianchi e neppure i neri, sai: la pittrice non usava mai il nero puro, ma mescolava blu e marroni in modo che ne risultasse sempre una tinta mutevole e mai un colore piatto che avrebbe monopolizzato troppo la tavolozza cromatica e l’attenzione... Rappresentazione dello spazio?”
A questo punto tocca a Chicca (stanno prendendo coraggio): “C’è molta tridimensionalità, le pieghe del lenzuolo sembrano vere e le gambe della donna sono un po’ in scorcio prospettico, no?”
PG: “Concordo. E adesso provate a dirmi cosa vi trasmette questo quadro.”
Dopo un po’ di silenzio, Pallina: “Solitudine e tristezza. Anche il volto in ombra di lei…”
Priscilla: “Anche se il lenzuolo è tutto ripiegato, ordine… e vuoto, come diceva Pinco Pallo.”
Strano che Priscilla conceda un merito a un suo compagno, ci sta che Pinco Pallo le garbi un po'.
Quello, forse recependo il richiamo della foresta, torna da noi: “Però lei così seduta eretta a me sembra molto padrona della situazione, molto solida, non mi pare che le manchi nulla e quindi vuoto sì, ma anche pienezza.”
Stai a vedere che tocca dare 10 pure a Pinco Pallo!
PG: “Vuoto, ma anche pienezza. Potremmo forse dire anche: assenza, ma anche presenza (magari nel ricordo). Fragilità, ma anche forza. Mancanza, ma anche completezza… Siete d’accordo?”
Annuiscono tutti convinti, anche Cippa Lippa, che si è tenuta in disparte rispetto alla conversazione, ma che ha ascoltato con attenzione e che adesso non pensa più che fosse inutile dipingere un quadro come questo nel 2025.
PG: “Bene. In conclusione, osservando anche la tecnica, la figurazione e cosa trasmette, se doveste definire lo stile di questa pittura o inserirla in un movimento, dove la piazzereste?”
Priscilla: “È una pittura realistica. Come tecnica assomiglia a quella dei Macchiaioli o agli autori della pittura del Ritorno all’Ordine che infatti viene chiamata del Ritorno al Realismo.”
PG: “Bene, quindi Realismo, ma proprio come Fattori?”
Ecco finalmente anche la voce di Cippa Lippa: “No. Non si tratta di un realismo distaccato e scientifico come quello di Fattori, dentro c’è dell’altro: c’è il sentire personale dell’autrice.”
Ovvia, allo scrutinio toccherà abbondare con i 10.
“Proprio così, Cippa Lippa, infatti l’autrice stessa ha definito la sua pittura Realismo Intimo.”
“Ottimo lavoro ragazzi e ragazze! Vi invito ad andare a vedere le opere dell’autrice presenti in città e adesso, mancando venti minuti alla conclusione della sesta ora del venerdì della penultima settimana delle vostre lezioni di liceo, vi concedo di sbracarvi sui banchi senza ritegno.”
Invece no, almeno in quattro si avvicinano alla cattedra e chiedono di poter osservare altre opere dell’autrice insieme a PG perché ormai gli è scattata la curiosità, unica e sola scintilla capace di condurre alla conoscenza.

Gioco finito e vi prego di perdonarmi. Lo so che è stato molto autocelebrativo e altrettanto surreale. Primo perché come pittrice non mi si fila nessuno, secondo, perché vivo in una società che non attribuisce quasi alcun valore all’insegnamento. Ma mi andava di raccontare molte cose del mio quadro e stamani avevo deciso di divertirmi, quindi mi sono concessa di ruzzare.

lalla

mercoledì 25 giugno 2025

complimenti o suggerimenti che la gente mi dice in buona fede e che invece a me danno sui nervi

1) "Quando/perché non ti rifai una vita?"
Un grande classico, oserei dire, intramontabile, a cui io, stronza che non sono altro, sarei sempre più propensa di rispondere: "Perché non te la rifai tu?"

2) "Oddio, come stai bene, sei dimagrita tantissimo!"
In verità ho perso solo 4 kg e tutto questo entusiasmo mi pare sottintendere che prima sembrassi un bidone.
Comunque, devo anche io ammettere che fu più sgradevole quando tre anni fa una commessa mi consigliò di scegliere un modello di borsa più grande perché "più adatto alla mia stazza."

3) "Non andare avanti, lascialo così!" Ogni volta che mostro un work in progress dei miei dipinti. Anche in questo caso, sempre più stronza, avrei voglia di rispondere: "Dipingi il tuo quadro e lascialo al punto che preferisci."
Piccola parentesi: forse i miei non-finiti attraggono perché ho una strana tecnica pittorica: non creo un abbozzo generale (tanto ho già tutto in testa) e non c'è quasi nessun disegno preparatorio (solo una traccia), invece procedo per zone terminando una parte alla volta e mettendo via via le varie parti in equilibrio... Questo rende i vari step affascinanti, ma non significa che il quadro sia finito.

4) 5) 6) ... Ce ne sarebbero molti altri perché, lo ammetto, sono una a cui dà molto fastidio che la gente dica come sia meglio essere, fare o comportarsi, pure se lo fa attraverso dei complimenti (e mossa dalle migliori intenzioni).
Sappiatelo: con me è tutta fatica sprecata perché io continuerò a essere, fare e comportarmi solo come mi pare. Non a caso, sono una Strega!

lalla
Condizione femminile - inizio

Condizione femminile - Step 2


Condizione femminile - Step 3
Condizione femminile - Step 4
Condizione femminile - Step 5
Condizione femminile - Step 6
Condizione femminile - olio su masonite, 120 x90 cm

sabato 4 novembre 2023

Madre Natura

Mentre dipingevo provavo così tante cose. Avrei dovuto dirvele allora, ma in fondo è proprio quello che stavo cercando di fare con i colori. Adesso forse no, forse è diventato superfluo. E mi fa fatica per una questione di principio e cioè la presunzione di pensare che questo mio quadro possa parlare da solo. 
Da molti giorni lo guardo e in effetti a me parla. 
Ma forse a voi no e allora magari potrei darvi qualche suggerimento, così tanto per capire dove andare a parare, tanto per portavi sulla mia stessa lunghezza d'onda, ma poi basta. Che una volta finite, le immagini diventano di chi le guarda e che ognuno si lasci dire da loro ciò che vuole. Anche niente, se gli garba il mutismo.
In ogni caso, ora ci provo.
Come molti dei mei lavori, anche questo ha a che fare con la Bellezza.
Ha a che fare con la bellezza dell'unicità e della verità. La mia verità, la nostra. Quella di tutte noi.
Ha a che fare con la bellezza dei miei affetti reali e per questo ho chiesto a mia sorella Silvia di posare per me.
Ha a che fare con la bellezza della memoria, dei segni del tempo e delle cicatrici. Che sono magnifici trofei, ricordi di fibre ricucite, di dolori superati, di corpi e di spiriti sopravvissuti. Di voglia di vivere e di andare avanti. Nel 2009 Silvia è stata da Veronesi a Milano e lì le hanno tolto un tumore al seno grosso come un frutto. Tutto in una solo volta: asportazione e ricostruzione; l'intervento è durato più di sei ore. In famiglia siamo talmente poppone che con una mammella sono riusciti a rifarne due e non è che adesso si ritrovi piallata. Le dissero che dopo un taglia e cuci così estremo probabilmente i capezzoli sarebbero morti, ma in famiglia siamo anche parecchio sterpigne e così quelli sono sopravvissuti proprio bene. Non solo: la cicatrice intorno all'aureola si è accresciuta e naturalmente sfrangiata creando un effetto particolare che li fa somigliare a due splendidi fiori.
Questo dipinto ha a che fare con la bellezza di una grande quercia, dal tronco forte e robusto, dalla chioma ombrosa e frusciante nel vento, dalle frasche cariche di bacche nutrienti.
Ha a che fare con la fertilità e la prosperità tanto quanto un'antica venere preistorica. 
Chi meglio di mia sorella poteva interpretare per me Madre Natura? 
Lei che ha dato alla luce quattro figlie e che vive circondata da animali di ogni tipo e in continua riproduzione, lei che adora il cibo e l'abbondanza.
Lei che rinchiude in sé ogni aspetto della natura: quello terribile e sublime amato da Turner e quello pittoresco e rassicurante preferito da Constable. Lei che qualche volta ha quel suo modo aggressivo di porsi, che sembra esplodere come una grandinata d'estate per devastare i raccolti. Lei che con me ha saputo tante volte anche essere mite, l'amica più fidata al mondo e farmi sentire al sicuro come un pulcino in un nido di rondini a primavera. 
Lei che è la mia bellissima sorella grande.

lalla

"Madre Natura", olio su masonite, 70x50 cm.

venerdì 7 maggio 2021

perché la Strega è nuda

Perché non mi interessa essere un’artista, e non lo sono.
Invece mi interessa essere vera, e lo sono.
E mi ci mostro pure, così come sono, a tutti, sempre, senza imparare che indossare un vestito di menzogne potrebbe proteggermi (ma mi rovinerebbe), mi ci mostro a costo di farmi distruggere, ogni volta. A costo di risultare repulsiva, ogni volta.
Sono sincera, sono pura, sono empatica, sono una Strega maledetta, così sono e così mi mostro, a tutti.
Le persone come me non sono facili da frequentare, io lo capisco, fanno comodo, ma diventano velocemente scomode. Sono sempre stata la persona giusta a cui chiedere aiuto, ma non quella da invitare alle feste.
E dire che a me festeggiare piace un sacco, ma lo faccio con quell’entusiasmo tutto mio, troppo ingombrante, troppo diretto, troppa me.
Perché non so cosa sia la vergogna. Esibizionista.
Se sono allegra fischietto, se c’è una musica mi metto a ballare, prendo sempre la parola, dico la mia, fastidiosamente sicura e eternamente insicura di me. Mi propongo, mi espongo. Poi me ne pento. Vivo nell’eterna paura di essere invadente (e lo sono), di disturbare (e lo faccio). Sono sempre impegnata nel cercare di fare la cosa giusta, sempre corretta, sempre sincera. Ingombrante. Petulante. Indifesa. Mi aggiro per il mondo fiera della mia diversità, ma appena scopro di risultare troppo sopra le righe e di venire esclusa dai giochi, appena mi sento giudicata, ci rimango ogni volta di merda.
Dovrei imparare a filtrare, a proteggermi, in realtà l’ho sempre fatto, ma non nel senso che mi avrebbero augurato gli altri. Non ho mai cercato di mostrarmi migliore di quello che sono (altrimenti avrei avuto disgusto di me stessa). Non riesco a fingere sentimenti che non provo, non posso trattenere le emozioni che mi pervadono. Viene tutto fuori, allo scoperto. Ho rinunciato a conformarmi, ho preferito rimanere diversa. Ci vuole coraggio. O semplicemente incoscienza.  Scegliendo questa strada sono stati gli altri a erigere per me le barriere che mi avrebbero protetta, a mantenere le distanze. A non invitarmi alle feste. Le Streghe non si invitano alle feste.
Fin dalle elementari sono sempre stata sola con me stessa (e meno male che mi piaccio parecchio, altrimenti sai che supplizio). Gli altri a rincorrersi in cortile e io che passavo la ricreazione seduta a disegnare nel mio banchino. Meglio così, erano tutti molto pericolosi per me, questo l’ho sempre saputo. Gli altri che sapevano mentire, gli altri che sapevano fingere. Loro, ne ero certa, prima o poi avrebbero desiderato bruciare la Strega. In molti ci hanno provato, ma su questa terra siamo tutti diversi (non solo io) e così ho avuto la fortuna di incontrare poche e preziosissime persone speciali, poche e preziosissime persone che adoro.
Mi è capitato anche di innamorarmi, non dell’amore che popola il mondo. Cioè, non di quello “per convenienza”, che pretende qualcosa in cambio, né di quello intenso e fisiologico, ma passeggero (che dura tre mesi e poi se ne va, come è giusto che sia). Insomma, non mi sono innamorata di un amore normale, ma di un amore streghesco. E ho peccato di superbia: ho creduto di aver trovato un’altra persona capace di sentimenti sinceri e eterni come i miei e che oltretutto si fosse innamorata di me. Addirittura pensavo (ma è incredibile, lo pensavo veramente!) che avremmo affrontato tutta la vita insieme, perfino che nei momenti di bisogno ci saremmo aiutati a vicenda e che io non sarei più stata sola. Scema!
Quanto sono stata sciocca ritenendomi in grado di giudicare (annebbiata dagli ormoni prima e dall’affetto poi)? Quanto può essere ingenua una ragazza innamorata? Possibile che le ingiustizie, i disequilibri e le dipendenze che vedevo chiaramente nelle altre unioni non mi avessero messo in guardia? Bastava guardarsi intorno per scoprire che l’appoggio e la sincerità che cercavo non esistono nel 90% delle coppie.
Chi mi ha dato il diritto di ritenere che il nostro rapporto fosse diverso?!
Questo errore è il più comune di tutti: ci si sente tanto speciali e invece le nostre vite alla fine si rivelano così banali. Vent’anni di illusione. E poi, secondo natura, anche lui ha tentato di bruciarmi, Un dolore inimmaginabile (feriscono di più le persone che si amano) e il crollo completo di ogni mia convinzione.
Potevo rimanerci secca, non scherzo.
E invece no, proprio per nulla.
Io dalle fiamme, risorgo. Con calma e santa pazienza, rimettendo ogni tassello al suo posto. Una volta caduto il velo dell’illusione, mi è apparso di nuovo tutto molto chiaramente. Non era la nostra vita a essere banale. Non era banale il mio amore per lui, non era banale il mio sorriso, non era banale il mio entusiasmo, non era banale il modo in cui avevo generato i nostri figli e neanche quello in cui li stavo crescendo (loro che banali non lo sono proprio per niente!). Io non sono una persona banale, sono una Strega e nella vita di banale ho fatto solo una cosa: fidarmi.
Ma ero giovane, innamorata, ci può stare. E meno male che è andata così altrimenti non sarebbero venuti al mondo il mio Re dei Sugolini e la mia Piccola Fata.
Non conosco la furbizia e non sarei mai riuscita a imbastire un rapporto per ottenere qualcosa, non mi sarei mai accompagnata con un uomo per fare dei figli. Il desiderio di procreare era direttamente collegato al mio amore per lui e alla convinzione di essere ricambiata. Questo equivoco, questa mia ingenuità ha il grande merito di avermi regalato la mia famiglia. E quindi posso solo ringraziarmi, non ho rimpianti. Non ho vergogne.
Non mi vergogno di ciò che è stato, della mia vita passata, non la rinnego, ma non desidero neanche riviverla. Non mi vergogno delle mie rughe, né delle mie cicatrici. Non mi vergogno dei miei capelli bianchi. Non mi vergogno delle mie mammelle enormi, fuori misura, morbide e materne (hanno allattato i miei figli). Non mi vergogno dei miei anni e non cerco di nasconderli, mica li ho rubati, sono fiera di averli vissuti.

Il 23 marzo 2021 un’orchidea che avevo in casa da due anni ha rifiorito. Non sono un’esperta coltivatrice, ma adoro le orchidee e sono anni che le trasloco cercando un angolo adatto della casa con giusta illuminazione/umidità/temperatura, una rifioritura non si era mai verificata, questa splendida pianta/farfalla mi ha regalato una gioia immensa. Ho desiderato di dipingerla. Di dipingere il senso di rinascita che accompagna ogni primavera.
E’ la mia quarantacinquesima, ma non mi ci abituerò mai, sono meteoropatica, ogni anno il ritorno della luminosità, dei fiori, del tepore, mi fanno innamorare ancora di più della vita.
Ho fatto delle foto cercando di sovrapporre al mio cuore il gambo reciso e il punto del nuovo germoglio., cercando di trasmettere Bellezza e Armonia, nonostante tutto quello che di imperfetto e vero mi caratterizza e mi rende quella che sono. Ci vuole coraggio. O anche semplicemente incoscienza.
Questo cerco ogni giorno nella mia vita, la Bellezza nella verità.
La pittura, per lo meno la mia, deve essere verità.
Ho rinunciato alle mani (che di solito adoro dipingere), come nelle veneri preistoriche volevo concentrare tutta l’attenzione sui caratteri femminili, diventare una sorta di allegoria di fertilità che ri-nasce dal vaso insieme ai fiori.
Ho decentrato la composizione, avevo bisogno di lasciare uno spazio indefinito e luminoso e di condurre il mio sguardo oltre il quadro, verso l’ignoto, verso la rinascita.
Quindi ho iniziato a dipingere ed ero tanto emozionata, timorosa di mostrarmi per come sono (per come sono diventata negli anni), ma convinta di volerlo fare, a costo di farmi distruggere.
Quando finalmente la pittura si è incamminata nella direzione che volevo, quando mi è sembrato di averla domata, quando mi sono guardata nei pigmenti e mi sono riconosciuta, mi sono sentita potente e ho voluto scattare questa foto.

Avevo voglia di far dialogare le due lalla, quella in carne ed ossa e quella dipinta, di sentirle altrettanto vere e fiere, di mostrare l’amore che le lega (l’amore materno che mi lega a ogni mio quadro e l’amore e la comprensione che provo verso me stessa). E avevo voglia di giocare con la mia immagine di Strega, dal naso dritto e tagliente come quello di una scultura etrusca, dai capelli lunghi e avvolgenti come lacci.
L’ho pubblicata su Facebook, ha fatto scalpore.  Molte persone hanno capito e le ringrazio di cuore.
Un tipo mi ha attaccato dicendo che i seni piccoli sono più eleganti, che mostrando i miei grandi seni nudi veicolavo alle giovani ragazze il messaggio che un seno piccolo è brutto e che addirittura le istigavo a farsi delle protesi… follia.
Delirio a parte, tra tutte le cose che volevo trasmettere, una bella quantità di maschietti ha visto solo il richiamo erotico della poppa e sono fiorite richieste di chat private, inviti, complimenti più o meno velati tipo “collega, fai sangue” (collega di chi? Fo sangue da dove?) o addirittura “le aureole scure mi fanno impazzire” (buon per te)… avrei dovuto sentirmi lusingata? Scusate, posso comprendere, ma a me questo tipo di approcci da solo fastidio. Invitatemi quando leggete un mio scritto, è meglio. Anzi, invitatemi se mi incontrate nella vita reale, se ne avete il coraggio, non ce l’avete mai avuto, non mi avete mai invitato. Ad uno meno volgare ho pure risposto: “ti piaccio perché sono virtuale, fidati che dal vero non ti piacerei”. In ogni caso, poco male, ma chi li conosce?
Mi ha messo più in crisi la reazione della mia mamma, anche se lei non ha detto nulla di male, ma non le è piaciuto proprio che dipingessi il mio corpo nudo, imperfetto e vero, l’ha definito “porno”. Non l'ha fatto con cattiveria e non voleva offendermi, ma io non sapevo neanche cosa risponderle, io che spiego in classe l’erotismo di Klimt e Schiele, la sessualità perversa di Bellmer, il voyeurismo pedofilo di Balthus, il martirio del corpo della Abramovic, devo aver farfugliato qualcosa sull’accettazione di sé, sul cercare la Bellezza oltre gli stereotipi… ma farfugliavo proprio male, eh.
La conosco bene, ha ideali di perfezione molto radicati, non avrei dovuto prendermela, anzi, per non metterla in imbarazzo non avrei dovuto mostrarle la foto (e il quadro).
Ma è incredibile, basta che da parte sua arrivi un leggero dissenso, per frantumarmi tutta l’autostima.
Devo far tesoro di queste sensazioni e stare molto attenta con i miei figli, noi mamme manco ce ne rendiamo conto di avere in mano un potere così devastante (feriscono di più le persone che si amano, anche quando non vogliono farlo). Mi sono incupita per quasi un giorno, poi ho ripreso a dipingere e mi è passata.
Ho anche bloccato un po’ di profili Facebook (tanto per tirarmi su!) e sono tornata a divertirmi.
Infondo che cambia?
Una Strega può essere giovane o vecchia, bella o brutta, non fa differenza, resta comunque una Strega e come tale farà sempre paura.
 

lalla
"un'altra Primavera", olio su masonite 60x80 cm.

venerdì 9 novembre 2018

la testata stregata, i film, le facce, la gente, le cacche di cane e i fiori

Questo post è troppo lungo e parla di cose del passato, non lo leggete, è meglio.
Fosse per me, manco l’avrei voluto scrivere.
Io vivo nel presente e vorrei parlare solo di quello.
Ma vivo in una casa piena di oggetti che mi parlano, l’80% vengono da una storia antica, quindi di quella amano conversare. In questi due anni ho buttato via un po’ di roba, troppo poca per i miei gusti. E’ difficile: io vorrei far tacere tutte queste voci, ma Elia ha il diritto di sentirle, ha il diritto di ricordare, non potevo mettergli a soqquadro la casa da un giorno all’altro. Ci aveva già pensato qualcun altro a mettergli a soqquadro la vita, da un giorno all’altro.
E allora con tutta questa matassa di oggetti ci convivo, però insomma, quando uno di loro urla troppo forte e al secondo richiamo non si cheta, lo butto via. Un oggetto alla volta, pian piano e senza fretta sto “detheizzando” la casa e la mia vita.
Uno di questi oggetti parlanti è la mia testata del letto, la sua è una lunga storia.
Davvero troppo lunga, andate a farvi un giro.

Un antefatto: ci siete mai entrati nel temibile “tunnel della sfiga”? Tipo che di punto in bianco ti tocca tutta una serie di fregature senza soluzione di continuità? Che poi tu sei pure una bella tosta e sicché non è che ti abbatti alla prima sfiga, e nemmeno alla seconda, e nemmeno alla terza, e manco te ne stai lì come un’ameba a prender schiaffi, reagisci ogni volta, ogni volta rialzi la testa, ogni volta smetti di pensare al passato, a quello che è stato e ti riaffacci ottimista verso il futuro. Ogni volta pensando “dalle ceneri delle brutte esperienze si rinasce arricchite e meglio di prima”, ma purtroppo non sei la Fenice e soprattutto, ancora non l’hai capito, ma sei entrata nel “tunnel della sfiga” e da lì manco la Fenice sarebbe uscita incolume. C’è poco da fare: non dipende da te (da come sei o da come ti comporti), qualunque cosa tu faccia non sei padrona del tuo destino: pian piano precipiterai dalla padella nella brace, sui fornelli, nel tostapane, infine nel micro-onde e meno male che in casa non hai il forno a legna di Hansel e Gretel, altrimenti pure lì!
Insomma, voi mai? Io invece sì.



Cominciamo: come detto nel post precedente, dopo un anno passato ad abituarmi all’idea che il mio babbo e la mia famiglia tutta fossero ammalati e mutilati nel corpo e nello spirito, mi stavo affacciando al 2008/2009 desiderosa di voltare pagina e piena di belle speranze. Bè, chi visse sperando…
Non è stato solo un anno peggiore quello che mi aspettava, ma pure bastardo perché all’inizio faceva ben sperare: il babbo andava benino, io avevo questo giocattolo nuovo del blog che mi entusiasmava e anche il Re dei Sugolini, che alla materna palesava un po’ di problemi di socializzazione, ormai aveva legato con i compagni e sembrava molto più tranquillo. Suvvia, un bel periodo e andiamo che splende il sole: spieghiamo le vele verso il mare aperto… e infiliamoci in una tempesta!
Talmente mi ero fatta prendere dalla corrente positivista che un giorno a pranzo eravamo solo io e quel tipo che amavo e (nonostante le terribili disavventure registrate durante la gravidanza di Elia e la sua/mia quasi morte al momento del parto) ebbi un’idea malsana: avere un altro bambino, anzi: essendo in vena di sognare, meglio se una bambina e l’avrei chiamata Emma. Bel film mi ero girata, vero? A fine pasto lo comunicai al tipo tutta giuliva, a quello non parve il vero, andammo in camera e rimasi incinta. Maledetti ormoni traditori, sono stati loro a parlare quel giorno, ne sono certa, non il mio cervello!
Comunque, io sono un po’ streghetta e iniziai a dipingere un grande legno di compensato trovato a un cassonetto (ganza l’idea di riabilitare un oggetto rifiutato e gettato nella spazzatura, avete mai sentito parlare della storia della cacca di cane da cui nascono fiori? Ve la spiego dopo). Volevo creare una testata del letto fatata, sarebbe stata la nostra ninna nanna, ogni sera e ogni mattina ci avrebbe raccontato quell’amore infino che provavamo l’una per l’altro, quello stato di grazia, quell’abbandono totale alla positività, quel brivido meraviglioso che si prova tuffandosi nel vuoto e nello stesso tempo sentendosi sicuri, quella condivisione, quel sogno che ci stava cullando (lo so, lo so: romantico da procurare il diabete, che volete che vi dica? Era pur sempre un bel film!).
Cavolo, se ci ripenso, incredibile con quale cieco ottimismo mi stessi buttando nel fuoco! Un po’ mi ero fatta fuorviare dalle solite frasi cretine che tutti ripetevano sempre: “ogni gravidanza è diversa dalle altre” “vedrai che questa sarà una passeggiata rispetto alla gravidanza di Elia” “finalmente avrai l’occasione per goderti questa esperienza” “una donna incinta non è una donna malata, anzi: è in stato di grazia!” “la seconda volta il parto è una passeggiata”…

Niente è andato come pensavo e guardate che in gravidanza si pensano un po’ tutte, bellissime o pessime, ma niente, neanche vicina ci sono andata, neanche quando la pensavo bruttissima e temevo di ripetere l’esperienza precedente (giravo un sacco di film, ma quelli dell’orrore no!). A parte le nausee che cominciarono a torturarmi, a parte il fegato che andò subito in tilt, a parte le contrazioni che dal quarto mese mi costrinsero a riposo: tutto questo lo avevo messo in conto, ma per il resto niente, niente è andato come pensavo. Intanto il tipo cominciò a comportarsi in modo un po’ strano, non sembrava molto coinvolto, non voleva “perdere tempo” per accompagnarmi alle ecografie “Viste quelle di un figlio le hai viste tutte, non puoi farti accompagnare dalla tua mamma? A che serve che venga anch’io? Andrà tutto bene, sei tu che sei troppo ansiosa!”.
Adesso, col senno di poi, potrei dire: “troppo ansiosa una s… non mi fate parlare! Troppo scema a tenermi accanto uno del genere!”. Ma allora, chi ci capiva più niente, se mi sentivo un po’ trascurata davo la colpa ai miei ormoni, e invece quelli, poverini, questa volta si stavano comportando proprio bene.
La testata del letto mi sussurrava cose strane, che mi tornavano poco, e io smisi di dipingerla, l’odore dei colori mi dava la nausea e non ce la facevo a tenere le braccia alzate, mi stancavo troppo.
Poi le nausee allentarono la presa e io ripresi la pittura riuscendo a finire, però ve lo confesso: la parte sinistra (quella che conteneva il tipo) non mi ha mai soddisfatto del tutto, mi sembrava un po’ meccanica e ripetitiva (anche negli arabeschi cromatici dello sfondo), la verità è che l’avevo dipinta cercando di tenerla in silenzio e non era più del tutto  sincera.
La gravidanza è continuata piuttosto bene fino al quinto mese e io, anche se un po’ delusa dalle noie fisiche e dal contorno un po’ freddino, continuavo a gustarmi il mio sogno e la mia positività. Fino all’ecografia morfologica. Quel giorno il tipo mi accompagnò (era curioso di scoprire il sesso) e non era solo, brutti dementi irresponsabili: portammo con noi anche il Re dei Sugolini a “conoscere” la new-entry. Sembrava davvero meritarselo, lui che invece era già troppo coinvolto e non faceva altro che disegnare patate con occhi e ciglia dicendo che era il ritratto di “Emmolina”, la sua sorellina nella pancia della mamma!
Stavano scherzando di questo (del fatto che il fratello avesse o meno indovinato il sesso) i tre maschi attorno a me, mentre il Dottore mi preparava all’esame bagnandomi la pancia col gel.
Ed eccoci arrivati, del tutto sconsideratamente, al momento topico.
Ogni volta che nella mia vita c’è stata una deviazione repentina e inarrestabile io l’ho vista scritta in una faccia. Cioè: da una singola espressione ho capito tutto quello che sarebbe successo dopo. Gli altri intorno a me no, non so come hanno fatto, ma non si sono mai accorti di niente, hanno lasciato scorrere le proprie vite nell’inconsapevolezza. Eppure erano così chiare quelle facce, così violente! Come hanno fatto gli altri a non vederle? Come hanno fatto a non riconoscere quelle porte spalancate su un baratro?
Nel momento preciso in cui io le ho individuate, ho anche sentito con assoluta certezza che mi ci avevano già spinto dentro e che non sarei mai più potuta tornare indietro. Quelle facce mi si sono stampate nel cervello.
Una di queste facce, che purtroppo rimarrà sempre con me, è quella che, per una brevissima frazione di secondo, trasfigurò il dottore che mi stava facendo l’ecografia morfologica. Quella faccia, inaspettata e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “c’è qualcosa di gravissimo. Fine del sogno e della positività”. Fine del film.
“Dottore, cosa c’è che non va?”
E lui, stizzito, sentendosi colto in fallo: “ma niente Signora, è solo che si muove, non riesco ad avere una buona visione del cranio” e cambiando discorso, vigliaccamente: “ha ragione il piccolo Elia: è una femmina, è Emmolina”. A quel punto poteva proprio risparmiarselo di farci sapere il sesso.
Poi, prima di uscire, mi fece sedere e vuotò il sacco.
Ora, non è la sede per spiegare cosa avesse il mio feto: in poche parole il cervello non andava bene, ma non era una diagnosi certa, potevamo sperare in un ritardo evolutivo.
Io odio l’incertezza, non c’è niente di peggio del non sapere e del non capire. I parametri per interrompere la gravidanza c’erano tutti, a livello legale, ma io volevo e pretendevo la chiarezza necessaria che mi consentisse di fare una scelta (giusta per noi e giusta per lei).
In Italia i tempi erano strettissimi (la legge sull’ITG fa schifo, non concede i tempi per gli accertamenti necessari), nessuno poteva dirci davvero come stessero le cose, capii subito che solo un elemento avrebbe potuto chiarire la situazione: il tempo. Per fortuna al confine con l’Italia c’è la Francia e così ho potuto concederglielo, come avrei potuto fare altrimenti? Ai figli tutto si concede. Mi sono resa conto che forse quella sarebbe stata l’unica cosa che avrei mai potuto fare per mia figlia: non farmi prendere dal panico e darle tutto il tempo di cui aveva bisogno. Io non lo so come fanno le altre donne, io sono per lasciare la libertà di scelta a tutte, ma nel mio caso, per come sono fatta io, non avrei mai potuto prendere così alla leggera una decisione tanto irreparabile, farlo così, a caso, mi sembrava un’ingiustizia terribile. Mi sono sottoposta ad analisi in Italia e all’estero, abbiamo ascoltato molti esperti e fatto consulti di ogni genere.
Il tipo accanto a me aveva ripreso interesse, anzi era tutto infervorato, traduceva testi di medicina alle due del mattino, non ne sono certa ma penso che avesse imbastito una specie di battaglia personale per dimostrare che la bambina fosse sana. Ho resistito un altro mese, l’ho fatto per lei e ne sono fiera, ne valeva la pena, anche se era terribilmente triste sentirla scalciare e “sopportare” i complimenti al mio pancione o gli sguardi dei passanti.

Lei mi ha ripagato: alla fine mi ha dato una certezza, certo non era quella che avrei desiderato sentirmi dare, ma almeno mi ha accompagnato nella strada che ho bovuto percorrere. É peggiorata drasticamente, le deformazioni si sono propagate, praticamente metà del cervello si è riempito d'acqua, i lineamenti del volto sono scesi, il cranio si è aperto in due: basta.
Per il bene di Elia, per il bene mio e anche per il suo: basta. Per il bene del tipo non posso dirlo perché mi pare che da quel momento in poi abbia iniziato a sbroccare.
Il 29 luglio 2009, nel giorno del quarto compleanno di Elia, ho partorito a Nizza una piccola salma e ho impedito a quella creatura innocente di proseguire il suo percorso di dolore. L’ho partorita da sola perché il tipo se n’è andato (col solito senno di poi, in quel momento, senza preavviso e senza un saluto, mi ha lasciato la mano, è uscito da quella stanza e dalla mia vita, non c’è mai più rientrato veramente), mi ha lasciato sola tra le lacrime a spingere, circondata da estranei che parlavano una lingua per me incomprensibile. Aveva di nuovo perso interesse, d’altronde visto nascere un figlio (vivo) li hai visti tutti, giusto? Non valeva certo la pena restare e guardar nascere una figlia (morta). Solo le cose nuove, facili e piacevoli valevano la pena di essere vissute. Sì, lo so cosa pensate del tipo, ora lo so anch’io, ma prima no, prima non sapevo niente. Ci rimasi malissimo, ma trovai il modo di scusarlo, pensai solo che non ce l’avesse fatta.
Io invece dovevo farcela per forza. Non vale la pena solo di fare le cose più piacevoli o più facili, vale veramente la pena di fare solo una cosa: quella giusta. E io l’ho fatta da sola. Non è stata una passeggiata di salute, ma l’ho fatta, senza rimorsi: non è colpa di nessuno se quella creatura stava così male, siamo animali, è la nostra natura, sono cose che possono succedere e bisogna farsene una ragione.
Però insomma, un bell’annetto leggero, vero?

Ed eccoci a settembre e al nuovo anno: 2009/2010. 
Elia è caduto nel sonno dal letto (in vita sua è caduto due sole volte) e si è spezzato la clavicola, l’ho accudito tre settimane, una volta rientrato alla materna, ha preso l’influenza, che culo.
Dalla scuola, per l’incarico annuale, la chiamata tardava ad arrivare. Alla fine quell’anno mi toccarono solo 2h.
Con 2h di insegnamento a settimana se mi avessero chiesto “che lavoro fai?” avrei potuto ancora definirmi “insegnante”? Con 2h a settimana non si campa e non ci si sente stanchi e realizzati. Stressati sì, pure di più che con l’orario pieno.
Che potevo fare, stare a piangermi addosso perché io sono una brava insegnante e tutto questo era ingiusto? Ma per carità! Come al solito: nella vita si va avanti e ci si adatta, ancora e ancora… (che donna, anche i film dei supereroi mi sono sempre riusciti benissimo).
Mi concessi di dedicarmi ancora di più alla pittura e magari farla diventare un lavoro. Non facevo niente di male infondo, era la scuola (il “lavoro ufficiale”) ad avermi tenuto in sospeso e allontanato, quindi ero del tutto giustificata a dedicarmi ad altro (si trattava di adattamento appunto, non di tradimento) e il mio maledetto senso del dovere, per una volta, mi lasciò in pace.
Cominciavano ad essere una bella pila di sfighe a cui dover reagire: alla malattia del mio babbo, alla gravidanza andata male, alla semi-disoccupazione, alla sensazione di fallimento… tutti intorno a me a raccontarmi la storia che “finalmente avevo del tempo per me”, “adesso sì che avrei potuto seguire la mia strada e le mie passioni”, “finalmente sarei stata davvero me stessa” e magari “avrei venduto i miei quadri e avrei avuto un grande successo”, “ma che fortuna essere rimasta senza lavoro!” (“che fortuna aver perso la bambina” no, fino a quel punto non ci era arrivato nessuno, tranne il tipo, lui pure quello mi ha detto, nel 2016, mai dire mai).
E comunque: che palle tutte queste frasi fatte del cavolo.
La gente vorrebbe che ce le raccontassimo ogni volta che la prendiamo in tasca, ogni volta che prendiamo una sberla, di quelle forti da spostarti la mandibola, ma sono solo cazzate!
Diciamo, più onestamente, che, nonostante le sberle ripetute e nonostante tu sia entrata nel “tunnel della sfiga”, in qualche modo si va avanti, ci si adatta e ci si reinventa.
Ecco, adesso ve lo spiego: non è che da una cacca di cane deve per forza nascere un fiore, cioè magari il cane aveva mangiato proprio acido e ha diserbato per bene il terreno, oppure ci nasce un po’ d’erba stentarella, o (passato il tempo debito) ci nasce la stessa identica erba di prima (che infondo siamo fatti come siamo fatti e se io di lavoro facevo l’insegnate e non la pittrice voleva dire che per lavoro avevo scelto di fare l’insegnate e non la pittrice e infatti dopo 8 anni faccio di nuovo l’insegnate e, per diletto, la pittrice)…che non se la prenda nessuno a male: il fiore può darsi che nasca comunque, 10 cm più in là, e assai probabilmente sarebbe nato pure senza la cacca di cane!
Comunque, la testata del letto (quella dipinta col film del nostro amore) parlava forte, protestava e mi dava fastidio, non riuscivo più a guardarla, non so, forse l’avevo stregata davvero, non ce la volevo in camera. E’ rimasta molti mesi nello studio in attesa di una cornice.
In agosto mi erano pure iniziate le coliche d’aria allo stomaco e la gente a dire “vedrai che è per quello che ti è successo” “saranno crisi psicosomatiche” “sarà per il dolore mentale che provi a causa dell’ITG, ma che non esprimi abbastanza, per questo il tuo corpo ti fa stare male fisicamente”… Ah, sì? E datemi uno psicofarmaco allora! Ma io che la stavo a sentire a fare “la gente”? Guarda: da una parte meno male che adesso (dopo che sono stata piantata) non mi caca più nessuno!
Altro che psico-balle: era la cistifellea piena di sabbia, la gravidanza aveva appesantito tutto il mio sistema epatico (già malridotto di suo), a ottobre mi sono operata e me l’hanno tolta: fine delle coliche (e delle cazzate psicosomatiche).
Appena rimessa iniziai a dipingere con maggiore impegno e dedizione, mi sbilanciai anche con investimenti economici (non è il momento, ma prima o poi un bel post su quelle sanguisughe dei galleristi ci starebbe proprio bene!) e insomma in quell’autunno cercai di trasformare in professione qualcosa che non lo era mai stato e guarda caso non lo è diventato mai. Non ho avuto successo proprio per niente, ho continuato a vendere sempre pochissimo e meno male che la scuola ha avuto di nuovo bisogno di me o sarei alla fame.
I mesi passarono, arrivò l’autopsia della piccola salma da Nizza, malformazioni molto gravi e anomalie cromosomiche (non la solita “famigerata” trisomia conosciuta da tutti, siamo tipi un po’ speciali, anche nei malanni).
Abbiamo fatto degli accertamenti, anche su di noi. Una volta conosciuto il nemico, col permesso del mio epatologo e della nostra genetista, ho deciso di riprovarci. Il tipo diceva di amarmi e di desiderare tantissimo un altro figlio, io avrei fatto qualsiasi cosa per cercare di renderlo felice e di farlo rientrare veramente nella nostra vita (nel nostro quadro). Sì, certo, ora lo so: il suo non era un desiderio d’amore, probabilmente aveva già smesso di amarmi perché io mi ero macchiata, ero colpevole di aver partecipato ad eventi imperfetti; il suo era solo un desiderio di rivalsa: voleva dimostrare di poter avere un altro figlio sano.
Ma non ho rimorsi, non ho deciso solo per lui: anche io desideravo un altro figlio, ero stata io quel giorno a chiedere il secondo e la mia gravidanza iniziata non era mai finita. Ero ancora psicologicamente incinta, rimasta in attesa di qualcuno che non era arrivato mai.
Questo nuovo progetto mi riagganciò al vecchio sogno, d’un tratto quello che la testata del letto mi raccontava sembrò di nuovo possibile, sincero e giusto, costruii una cornice e la appesi al suo posto.
Ricominciai a girare il mio film, ma ben presto mi accorsi che costava troppo.
Era diventato un salasso psicologico e fisico: dopo pochi mesi un nuovo aborto spontaneo (OK, può capitare), poi un altro (succede), poi un altro ancora (ma perché?) e ancora uno (dopo che gli avevo già visto battere il cuore in ecografia): basta.
Per il bene di Elia e per il mio bene: basta.
Vorrei dire per il nostro bene, cioè anche del tipo, ma non posso dirlo perché mi pare che per lui quegli aborti non significassero niente “ma che vuoi che sia, dopo quello che è successo a Nizza?”, per me invece significavano tutto e rischiavano di distruggermi. Lui avrebbe continuato a provare in eterno (d'altronde il corpo era il mio, l’anima pure evidentemente, che gli costava?). Una decisione del genere, da parte mia, era imperdonabile perché a quel punto gli fu chiaro: era solo colpa mia se lui non poteva avere un secondo figlio sano e dimostrare di essere perfetto.
E infatti, non me lo lasciò fare: dopo qualche mese di silenzio, una sera d’agosto, senza il mio consenso, mi mise incinta.


Cavolo, che anno difficile il 2015/2016!
Il tipo era di nuovo tutto infervorato, lui che finalmente aveva preso in mano il proprio destino e dimostrato di poter fare del mio corpo quel che voleva. Non ho più voglia di raccontare, non posso ricordare di nuovo come mi abbia fatta sentire in gravidanza (inadeguata e colpevole dei fallimenti precedenti), di come mi abbia umiliato ogni giorno di più e spinto verso il punto di rottura. La testata del letto, non ce la facevo più neanche a guardarla, non sopportavo come se ne stesse appesa lì, a ricordarmi di quanto mi fossi sbagliata e a compatirmi.
Non capivo dove il tipo volesse arrivare (lo voleva o no questo nuovo figlio?), non lo riconoscevo più (altro che film romantico), ero terrorizzata dalla sua freddezza e dal suo distacco, ma ormai io non potevo lasciarmi schiacciare, non potevo cedere, non adesso che finalmente, dopo ben 5 anni, nella pancia portavo di nuovo una piccola bambina e accanto a me avevo Elia, la persona più importante della mia vita. E infatti non ho ceduto mai, ho continuato a prendermi cura di entrambi i miei figli (quello fuori e quello dentro di me) e ho pure vinto un concorso scolastico, sostenendo l’orale al nono mese di gravidanza.
Invece fu lui a crollare, a un mese dal parto, mi chiese scusa in 1000 modi diversi, pianse tra le mie braccia per i successivi quattro mesi, era di nuovo così empatico e dolce, io l’ho scusato ancora (l’amore rende stupidi, il mio era infinito e veramente demente: non aspettava altro che lui tornasse da me).
Il parto di Matilde, per inciso, è stato terribile. “Ogni gravidanza è diversa”… Sì, certo, infatti ogni mia gravidanza è stata peggiore. Ero arrivata a termine, positiva allo streptococco, una mattina sono cominciate delle perdite d’acqua, "é il momento, portami all’ospedale" (il tipo era in modalità straccio da dare in terra), mi hanno rimandato a casa dicendomi che mi sbagliavo, che il sacco non si era rotto (delinquenti!), ma io la sera ho puntato i piedi e mi sono fatta riportare all’ospedale (lui non voleva “facciamo una figuraccia a tornare, ci hanno detto di aspettare le contrazioni”, è no, cazzo! Ora basta fare solo quello che mi dicono, basta fare la brava ragazza, io non me la faccio portare via mia figlia, dopo tutta questa fatica!), abbiamo indotto il parto, l’infezione era ormai gravissima e la bambina è quasi morta.
Ma porta miseria, una dritta mai?
Il dottore tentò di consolarmi: “non pianga Signora, la colpa non è certo sua, suo è il merito di essere tornata stasera, non avrebbe superato la notte, lei le ha salvato la vita”.

Dopo poche ore la mia piccola cominciò a migliorare, è una lottatrice come la sua mamma!
Ecco, una roba del genere è stata pazzesca, è stato come sfiorare l’inferno, ma proprio per questo è stata anche la porta del paradiso. Anche solo tenerla tra le braccia non poteva non rendere felici. E vedere il Re dei Sugolini, che l’ha amata dal primo istante, come facevo a non provare una gioia e una gratitudine immense?
Bo, un modo evidentemente c’era visto che per il tipo tutto questo spettacolo di meraviglia non era abbastanza, per altri 3 mesi non riemerse dal suo stato larvale e di inappetenza verso la vita. Io amavo lui quanto amavo loro e quindi vivevo spezzata in due: piena di felicità per i miei figli e piena di dolore per il mio compagno. Giravo ancora film sul nostro amore (film francesi, molto introspettivi) dove insieme saremmo stati capaci di sconfiggere la depressione e qualsiasi altra difficoltà. Come facevo a non essermi resa conto che, a parte la gravidanza di Elia, per il resto non avevamo mai affrontato nessuna difficoltà insieme?
Ero sempre io da sola a dovermela cavare, quando mai mi aveva appoggiato? Semmai aveva cercato di affondarmi! Ma perché ero tanto scema?!
A un certo punto il tipo ha trovato un modo semplice di farsi passare la depressione: “per stare bene ogni tanto ho bisogno di pensare solo a me stesso”. Ma no, davvero? Comodino. Poi ha iniziato a incolpare un po’ tutto e tutti del suo malessere (il lavoro, la casa esposta a nord, la bambina) e da lì in avanti è stato solo questione di tempo: alla fine ha incolpato me.

Ed eccoci al 2016/2017, l’anno più difficile e traumatizzante della mia vita (ma non il peggiore, alla fine ha avuto i suoi risvolti positivi).
L’anno in cui ho dovuto dire addio al mio babbo (era, purtroppo, qualcosa di inevitabile e che in ogni caso fa parte del corso naturale delle cose, è un dolore lacerante, ma che lascia tanti ricordi, è un dolore giusto).
L’anno in cui ho definitivamente abbandonato la mia carriera di "cineasta amorosa".
E’ successo dopo un’altra di quelle facce rivelatrici, quelle facce/porte sul baratro che mi porto stampate nel cervello e che non potrò dimenticare mai.
Avevo passato la notte ascoltando i respiri profondi di mio padre, sempre più distanti, sempre più leggeri, fino all'ultimo, sospeso, e infine al silenzio. Nonostante la consapevolezza di aver fatto tutto nel modo giusto, di averlo salutato insieme alla mia famiglia, nonostante la dolcezza di aver condiviso un momento di passaggio così importante, è stata una delle prove fisiche ed emotive più sfinenti della mia vita. Quando è giunta la mattina, ci guardavamo tutti come zombie cercando di connettere e di provare a organizzare le cose pratiche, tipo il funerale, per dire, ma sembrava tutto tanto irreale e basta. Sentivamo (tutta la mia famiglia, non solo io) un grande vuoto e un terribile sentimento di irreversibilità.
Il tipo è stato il solo a non partecipare a niente, poi è arrivato, me lo ricordo come fosse adesso, ha attraversato il prato e io gli sono andata incontro, già da lontano stonava, tutto vestito alla moda e con l’onda di gel nei capelli, e quando si è avvicinato ho visto quella faccia, quella faccia inaspettata, terribile e inappellabile poteva avere un solo significato possibile: “quello che provo io è bellissimo e di quello che provi tu non me ne frega niente”.
Tanto per cambiare, nel momento di bisogno, lui una mano non me l’avrebbe data.
Ero così stanca che manco ho pensato che questo volesse dire che aveva trovato un’altra e la fine della nostra storia, semplicemente basta: io in quel momento non avevo né la voglia, né la forza di gestire le sue cazzate e i suoi egoismi, gli dissi soltanto: “togliti immediatamente quel sorrisetto compiaciuto dalla faccia altrimenti ti tiro un ceffone qui davanti a tutti”.
Sono stata ripudiata da un giorno all’altro e sostituita, rifiutata e buttata nella spazzatura (come quel pezzo di legno), ma guarda, lo so che nessuno ci crederà, non è questo il lato peggiore. Il lato peggiore è la disillusione del personaggio (cioè: uno che ti tradisce mentre ti muore il padre palesemente non può essere il protagonista di un film d’amore), il lato peggiore è la conseguente disintegrazione di un sogno durato 19 anni, la perdita del passato è qualcosa di peggiore rispetto alla perdita del futuro. Il futuro possiamo ancora costruircelo, certo, diverso da quello che pensavamo, ma chi può dirlo? Magari ci verrà pure meglio di quello che pensavamo (solita storia del fiore che nasce e della cacca di cane), ma la cacca resta, il puzzo resta, il passato rimane di merda, non si può più cambiare.
Il dolore che il tipo ha volutamente inflitto a me, la noncuranza con cui ha traumatizzato mio figlio e condannato mia figlia non era inevitabile, l’ha scelto lui, l’ha fatto di proposito, cancella i bei ricordi e non fa parte del corso naturale delle cose, non è mai stato giusto.
Le solite frasi fatte della gente sono fioccate a mazzi ma a questo punto ve le risparmio, poi il silenzio: sono spariti tutti. Per "la gente" vale la pena frequentare solo persone che vivono in situazioni facili e piacevoli, niente persone ferite o complicate, che hanno vissuto esperienze imperfette. In effetti "la gente” è molto simile al tipo che viveva con me, infatti tra loro c’è accordo perfetto. Meglio così. Facevano parte anche loro di una storia antica e di quella amavano conversare, se ne sono andati via spontaneamente (assai più dell'80%), uno alla volta, risparmiandomi la fatica di doverli buttare come faccio con gli oggetti parlanti di questa casa. Sono usciti dalla mia vita e così, almeno loro, hanno smesso di parlarmi del passato.
La testata del letto… inaffrontabile, ho chiuso la porta della stanza e per due anni ho dormito in un letto singolo in camera di mia figlia.

Anno scorso (2017/2018) ho cominciato a desiderare di tornare in camera mia, ho pensato a varie soluzioni per la testata stregata:
1) Venderla, mi avevano suggerito la Saatchi Gallery, ma i termini di iscrizione in inglese erano difficilissimi e rischiavo di ipotecarmi la casa senza saperlo, allora ho provato a mettere un annuncio su facebook, avrei accettato offerte anche scarse pur di levarmela di torno. Secondo voi? E’ grassa se vendo 1-2 ritratti l’anno, figurati se qualcuno se la prendeva!
2) Prenderla ad accettate e poi fare un bel falò in giardino, magari di notte danzandoci intorno, una specie di rito vudù, guarda, anche adesso che lo scrivo mi ripiglia la voglia: secondo me questa un po’ sciamanica era la soluzione migliore!
3) Meno drammatica, segarla in due e bruciare solo la parte col tipo.
4) Quella che poi ho fatto e me l’ha suggerita Matilde.
Un pomeriggio giocavamo con (le mie) Barbie sul lettone (non ho mai accennato al fatto che sono una collezionista di Barbie = certamente una malata di mente?) quando la Piccola Fata mi dice: “mamma lo devi finire questo quadro, perché c’è solo Elia con te che dorme nei colori? Devi dipingere anche me!”.
Il tipo era di schiena, io ce lo vedevo moltissimo perché lo avevo dipinto pensando a lui, ma forse bastava poco per vederci qualcun altro.
Così ho pensato che se Leonardo da Vinci ha avuto il coraggio di ritoccare il quadro più famoso del mondo fino alla morte, io avrei potuto ritoccare una testata del letto un po’ mediocre.
Va detto che il tipo era pure fissato che i miei quadri fossero troppo opachi (dipingo su legno senza imprimitura) e mi aveva rotto le palle finché non avevo ricoperto la testata di vernice brillante. Tali vernici sono delle emerite schifezze e ingialliscono col tempo, in più non ci puoi rimettere sopra l’olio. Poco male, sono andata di carta a vetro, una fatica bestia ma vi giuro che mi ha dato una certa soddisfazione (anche se continuo a pensare che le accettate sarebbero state più catartiche).
Al suo posto ho dipinto i miei amori. Ma allora è vero che da una cacca di cane può nascere un fiore, anzi due? Lalla, ma che dici! Scusate, scusate, scusate: sono una brutta persona.
Non ho ritoccato la parte destra quindi alla fine io sono troppo giovane rispetto a loro, è una lalla sognatrice (e cineasta) quella raffigurata, ma va bene così.
In fondo solo da quel volto sereno, abbandonato e puro, solo dalla mia ingenuità, potevano nascere i miei figli. Non credo che avrei avuto la forza di buttarmi tra le fiamme se avessi conosciuto il fuoco. E adesso che lo conosco, ho perso quella purezza, ma posso assaggiare i suoi frutti meravigliosi.
Anche il Re dei Sugolini dorme tranquillo, sospeso tra i colori e sostenuto dai capelli della sua mamma Strega e della sua sorella Fata (lei riposa col nasino all’insù, impertinente e fiera). Dobbiamo stare attente noi femmine magiche, dobbiamo proteggere e sostenere il nostro ragazzo, dobbiamo guidarlo senza intrappolarlo (io lo so che l’amore può essere pericoloso, specialmente se magico), ma i nostri capelli sono sciolti, sono solo una carezza che lo lascerà libero di andare.
Ne è uscito un “ritratto simbolista” della mia famiglia, che (intendo il quadro) non è niente di particolarmente artistico. Invece la mia famiglia lo è.
A parer mio (al di là delle implicazioni affettive) la testata è pittoricamente migliore della versione precedente. E infatti anche il mio presente è migliore di quello di 9 anni fa: una cacca in meno e un fiore in più… e basta Lalla, ma sei proprio tremenda! Per forza che la gente ti schifa!
Il senso sarebbe: ecco perché il 2016/2017 non è per niente un anno da buttare, mi ha fatto uscire col botto dal "tunnel della sfiga".
Tornando al quadro, l’infima vernice brillante è rimasta sul mio corpo, è un’ombra giallastra che sporca gli azzurri e i bianchi, l’ha lasciata il tipo, io me la tengo per adesso (c’è poco da fare), magari un giorno riesco a grattarmela via dalla pelle, ma intanto mi rifiuto di stenderla sui miei figli.
Può darsi che questa testata cambi ancora, vorrei aggiungere tanti bianchi, schiarire, far pulito e limpidezza… ho voglia che mi parli di un futuro di fiori.
Ma insomma, anche basta, mi sa che l’ho fatta davvero troppo troppo troppo lunga, che in fondo è solo una testata del letto e se nove anni fa ero andata all’Ikea con 200 euro m’ero tolta il pensiero!

lalla

Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2009.
Testata del letto, olio su legno di cassonetto, 167 x 83 cm, 2018.