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lunedì 2 marzo 2026

Grazie T

Ho già scritto qualcosa sul significato del mio ultimo dipinto “Tutto quello che ci viene chiesto”, ma vorrei spendere due parole sulla mia modella, perché gliele devo.
Non avrei mai potuto realizzare questo quadro servendomi di una qualsiasi ragazza che con un pezzo di stoffa si travestisse, non avevo bisogno di una carnevalata ma di una persona vera che interpretasse solo sé stessa. Avevo bisogno di lei.
Ho conosciuto T cinque anni fa, come studentessa. Alla conclusione del biennio internazionale ha scelto l’indirizzo linguistico e io proseguo sulle classi dello scientifico, quindi ci siamo salutate. L’ultimo elaborato che ha realizzato per me, due anni fa, è stato un piccolo capolavoro: un fumetto nel quale ha scelto di raccontare, con eleganza e sincerità, la sua infanzia e la sua avventura di migrante. Per altro, solo grazie a quelle vignette ispirate ho scoperto che possedesse una chioma ricciuta.
In classe, ho sempre apprezzato il suo modo gentile e collaborativo di porsi, la volontà di mettersi in gioco e soprattutto la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta. Non a caso, da poco mi è stato raccontato che fa pugilato. Evidentemente avevo ragione a pensare che la soave fanciulla fosse anche una tipa tosta (ma, detto tra noi, spero tanto che un pugno non le rovini mai quel volto stupendo).
L’ho sempre ritenuta bellissima, una Madonna in terra.
All'inizio di quest'anno, durante un cambio dell’ora, l’ho incrociata per le scale e come sempre ci siamo salutate cordialmente. Rideva spensierata con un’amica e anziché il consueto velo nero, ne indossava uno meravigliosamente blu. Mi ha folgorato.
Da quel momento, ho desiderato ardentemente di chiederle di posare per un dipinto che rivisitasse il messaggio della celebre "Annunciata" di Antonello da Messina e che facesse riflettere sull'immensità di ciò che è stato chiesto alla giovane Maria e su quanto (troppo) venga chiesto ancora oggi ad ogni giovane ragazza. Ma temevo che la mia stessa richiesta nei suoi confronti fosse troppo pesante o la mettesse in imbarazzo. 
Dopo qualche settimana di titubanza, mi sono fatta coraggio e gliel’ho proposto.
Fortunatamente T ha accettato con entusiasmo, durante le vacanze di Natale è venuta a posare ed è stata bravissima. In ogni foto che le ho scattato era perfetta: fragile e potente, spaventata e orgogliosa, consapevole e profonda. Splendida.
L’ho dipinta in punta di piedi, in uno stato di soggezione, provando grande rispetto verso la bellezza del suo volto e del suo spirito.
Alla fine, penso che sia andata bene: il "nostro" quadro mi piace molto.
E dopo, per ringraziarla di avermi prestato la sua effige (e un po’ anche per avere la scusa di guardarla ancora negli occhi) le ho fatto un piccolo ritratto a lapis che spero sarà lieta di conservare.
Ancora grazie T.

lalla

giovedì 5 febbraio 2026

tutto quello che ci viene chiesto

Col proposito di scrivere presto un post più esaustivo sulla genesi del mio ultimo quadro, intanto questo e lungi da me voler fare un confronto, è solo per rivelare lo spunto da cui è scaturita la riflessione che mi ha portato a dipingere. 

Maria era una ragazza di soli sedici anni, a lei è stato chiesto tutto, è stato chiesto troppo. E da allora, sempre.

lalla
"Annunciata", Antonello da Messina.
Olio su tavola lignea, 34,5x45 cm. Palermo 1475.

"Tutto quello che ci viene chiesto", lalla.
Olio su masonite, 50x60cm. Firenze 2026.

sabato 8 novembre 2025

gioco di ruoli per raccontare la "Condizione Femminile"

Siccome stamani mi va di divertirmi, facciamo un gioco.
Una sorta di gioco di ruolo (o meglio di ruoli) in cui lalla è una pittrice già morta e sepolta… o magari anziana (che darmi così la morte non è il massimo neppure per finta), ma soprattutto tanto e inspiegabilmente (ri)conosciuta da meritare una lettura d’opera fatta in classe da un'entusiasta Professoressa Gonnelli durante la sua ora di Storia dell’Arte.
Fine quinta, fine programma… Ogni anno, nelle ultime ore a disposizione, l’insegnate si dedica a commentare insieme a studenti e studentesse alcune opere di arte contemporanea, tanto per generare qualche ultimo spunto di riflessione nelle sue classi prossime al distacco e alla partenza per il mondo, quindi ci sta.
Va bene, cominciamo a giocare.

Sono le 13:02 e l’orologio ha appena intaccato la diabolica sesta ora di lezione durante la quale la stragrande maggioranza dei neuroni del cervello (di insegnanti e studenti/sse) si è ormai suicidata e i pochi superstiti gridano disperati: “Ma basta, cazzo! È pomeriggio… Abbiamo fame!!!”
L’eroica PG (Professoressa Gonnelli) irrompe in classe apparentemente splendida e splendente e dotata di una voce squillante quanto una venditrice d’asta: “Buongiorno classe!”
Pinco Pallo, ridestandosi dall’angolo in fondo all’aula nel quale sonnecchiava spalmato più sulla parete che sul banco: “Buongiorno Prof…. Ma come fa ad avere ancora tutta questa energia alla sesta?”
PG, ridacchiando: “Più che di energia, a quest’ora parlerei di forza della disperazione, ma facciamoci coraggio, che oggi commentiamo l’opera di un’artista vivente… Forza Pinco Pallo, che siamo agli sgoccioli!” (mai dimenticarsi di Pinco Pallo, altrimenti quello torna in letargo) “Vi ricordate quella pittrice e scultrice fiorentina di cui abbiamo iniziato a parlare la scorsa settimana? Lalla?”
Meno male che qualcuno ancora è sveglio, infatti interviene la stoica e diligentissima Priscilla, ancora perfettamente eretta al primo banco: “Certo: è anche una scrittrice, mia mamma ha letto alcune sue commedie romantiche.”
PG: “Grazie Priscilla. Sì, è vero: scriveva per diletto (e credo che lo faccia ancora) perché adorava divertirsi e far divertire, ma ha invece dipinto e scolpito per esigenza, per sopire un bisogno profondo. Per cura.”
Si risolleva anche Pallina, quella apprensiva del gruppo: “Perché? Era malata prof?”
PG: “No, Pallina: non era malata, ma era viva. E la vita non è sempre semplice, soprattutto per una persona empatica e (iper)sensibile quale probabilmente è stata, soprattutto per una donna.”
Pinco Pallo e gli altri maschietti non se la prendono per un’affermazione del genere; con la scusa di parlare di Storia dell’Arte, nei cinque anni passati insieme, spesso PG li ha portati a riflettere sui diritti umani, sui doveri civili, sulle ipocrisie umane e sulle problematiche legate alle differenze e disparità (tra cui anche quelle di genere). Sarà anche la sesta ora e saranno tutti mezzi addormentati, ma stiamo pur sempre parlando di una classe molto consapevole.
PG: “Bene, l’opera scelta è Condizione femminile, realizzata nel giugno del 2025,” e così dicendo, proietta l’immagine sulla LIM.
Protesta Cippa Lippa, che oltre a essere cotta dalla stanchezza, è sempre stata un po’ polemichina: “Che senso ha fare una pittura così tradizionale nel 2025 dopo che Duchamp ha girato un cesso al contrario e l’ha chiamato Fontana nel 1917?”
PG sorvola, come anche Duchamp avrebbe serenamente fatto, sulla poca eleganza della parola cesso: “Beh, la Storia dell’Arte è fatta di corsi e ricorsi e la pittura figurativa (che non è per forza anche tradizionale) è sempre destinata a tornare. Un autore può risultare originale e contemporaneo anche attraverso una tecnica poco innovativa. Ad ogni modo, Cippa Lippa, proviamo ad analizzare l’opera e poi alla fine ne riparliamo, Okay?”
“Prima di tutto, io ho avuto la fortuna di vedere questa opera dal vivo e ricordatevelo: le opere andrebbero sempre viste e giudicate nelle loro reali dimensioni (che a proposito non sono queste, è un po’ più grande: 120 x 90 cm) e nella loro reale matericità. La materia, la tecnica, sono importanti. Della tecnica utilizzata dall’autrice abbiamo già parlato la scorsa volta… Qualcuno si ricorda?”
Priscilla, sperticandosi con la mano, come se nel primo banco l’intera classe e PG non riuscissero a vederla: “Utilizzava una tecnica molto diretta (probabilmente ispirata da quella dei Macchaioli avendo avuto una prozia, Emma Chiarugi, allieva di Giovanni Fattori ed essendo cresciuta con molti suoi quadri appesi alle pareti) e cioè mettendo i colori a olio con diluente vegetale direttamente su un supporto ligneo senza alcun tipo di imprimitura o trattamento.”
Sia lodata Priscilla, sempre sia lodata.
PG: “Molto bene. Ora, nel caso dei Macchiaoli la scelta era dettata dalla povertà (ricorderete che spesso dipingevano su tappi di scatole di sigaro inchiodate ad un tronco d’albero come cavalletto) e anche dal desiderio di velocità esecutiva (dipingendo all’aperto), invece per lalla le motivazioni sono differenti: il supporto da lei scelto (la masonite o MDF), non è solo il più economico e meno prestigioso in commercio (un pochino le piaceva l’idea di nobilitare con il talento un materiale tanto umile, è pur sempre fiorentina come noi e tutti i fiorentini si sentono un po’ figli del grande Brunelleschi, capace di inventare il Rinascimento e dare un nuovo volto alla città utilizzando i materiali più poveri a disposizione: muratura mista con intonaco e pietra serena o semplici mattoni rossi), ma anche il più difficoltoso. Senza imprimiture, senza trattamento, l’MDF succhia tutto il colore, lo assorbe, lo ferma e si oppone allo scivolare della pennellata. Più volte lalla ha raccontato di quanto fosse fisicamente estenuante dipingere, ma anche di quanto quella fatica della mano e delle membra le risultassero essenziali per accompagnare la fatica psicologica che il processo le richiedeva.”
Adesso tutta la classe la ascolta.
Pallina: “Io però Prof non capisco: se dipingere era così faticoso, perché lo faceva?”
PG, che mentre spiega si infervora come se stesse difendendo una parente prossima: “Perché non poteva farne a meno. Perché dentro sentiva tante cose e, quando queste diventavano troppe, logoravano, spingevano e l’unico modo di stare bene era riuscire a tirarle fuori ed affrontarle. Per questo vi dico che la sua pittura è stata una cura. Ogni quadro l’ha aiutata ad affrontare dei mostri o a comprendere meglio ed esprimere delle sensazioni, talvolta anche di tenerezza estrema o amore.”
Pallina: “Amore per chi? Non ci aveva raccontato che era stata parecchio sfigata con gli uomini?”
PG: “È stata tradita o delusa da quasi tutti gli uomini che ha conosciuto, sì. E, se è per questo, anche da molte amiche femmine. Tanto per non farsi mancare nulla, ha avuto anche un po’ di problemi fisici. Ma, nonostante tutto, è sempre stata molto innamorata della vita, dei suoi figli, della sua famiglia e di molte altre persone di cui si è presa cura. Compresa sé stessa: ha amato molto anche sé stessa e di sé stessa si è sempre presa cura… Adesso torniamo a leggere l’opera in questione, va bene? Prima di tutto: il soggetto. Sempronio, prova tu.”
Sempronio, dal terzo banco, nel quale fino ad adesso si sentiva abbastanza al sicuro: “Rappresenta una donna mezza nuda seduta su un letto un po’ disfatto, no?”
PG: “Va bene. E la composizione com’è?”
Sempre Sempronio, che a questo punto si sente preso di mira: “Boh… cioè: è divisa in due, no?”
PG: “Sì: è divisa in due fasce orizzontali: sfondo neutro e letto, quindi molto classica ed equilibrata.”
Sempronio, a cui non è andata giù di essere stato interpellato: “La figura però le è venuta un po’ spostata da una parte, mi pare.”
PG: “Ora, le è venuta… Magari ha deciso di dipingerla decentrata a ragion veduta.”
Priscilla, sempre sul pezzo: “Infatti anche Fattori utilizzava composizioni a fasce e decentrava il soggetto (si pensi al Carro di buoi in Maremma), questo fa proprio parte della classicità: raggiungere l’armonia compositiva senza la perfetta simmetria che conferirebbe all’immagine troppa rigidità. Inoltre, la scelta del formato mi sembra vicina al rettangolo aureo.”
Vabbè, in pagella a Priscilla tocca darle 10 per forza.
E, dal fondo, inaspettatamente risorge anche Pinco Pallo: “Forse ha scelto di mettere la donna di lato per evidenziare un vuoto accanto a lei.”
Vedi Pinco Pallo quando si sveglia come è arguto? Mai sottovalutare i sonnecchiosi!
PG: “Molto, molto bene.”
Priscilla, che ama avere l’ultima parola: “La posa della donna ricorda un po’ La Pubertà di Munch.”
PG: “Perfetto Priscilla, sicuramente. Anche la rarefatta ombra portata della figura sulla sinistra sembra citare quella più compatta e incombente del grande pittore pre-Espressionista. In quel caso l’autore aveva una visione molto negativa del femminile e voleva raccontarci che il diventare donna equivale quasi a una condanna a morte… Vediamo invece cosa voleva comunicarci questa autrice concentrandoci sull’iconografia, su rimandi e simboli, oltreché semplicemente sul soggetto ritratto… Qualche idea sul letto?”
Immancabilmente, Priscilla: “Nella tradizione classica spesso le figure femminili sono state ritratte in posa semi distesa su un talamo (come Veveri, amanti e procreatrici) a differenza della posa eretta del chiasmo attribuita agli uomini (simbolo delle loro virtù eroiche)… Qui la donna è seduta, quasi come se si fosse alzata dal letto.”
PG: “Proprio così, Priscilla. È seduta in modo solido e sembra quasi osservare e quindi prendere coscienza e le dovute distanze dal letto e dalla posizione semidistesa che le è sempre stata attribuita, insomma: dalla condizione femminile, che infatti è il titolo del quadro.”
Sempronio, a cui si è risvegliato pure l’ormone: “Il letto disfatto non potrebbe alludere al fatto che c’è stato un rapporto sessuale con un uomo che poi se n’è andato?”
PG: “E perché no? Può alludere a quello o più in generale alla dimensione domestica e intima, alle molti notti di sonno insieme e ad un periodo di vita condiviso con qualcuno che adesso non le è più accanto.”
“E lei, la protagonista, come vi sembra fisicamente?”
Sempronio: “Altetica.”
PG: “E’ vero, ha una muscolatura molto definita, ma anche un’anatomia minuta. Aggiungerei che il suo corpo risulta molto bello, ma altrettanto particolare e non omologato ad un preciso canone estetico. Possiede insomma la bellezza della realtà... Sui colori, qualcosa da dire?”
Ignoriamo per un attimo la mano di Priscilla e concediamo la parola a Pinchina che ha osato alzare la sua dalla seconda fila: “Ci sono tanti bianchi, ma non sono mai del tutto bianchi… comunque molto neutri e desaturati. Solo nella figura spicca il blu del velo che contrasta con l’incarnato un po' aranciato, che infatti è il suo complementare.”
PG si complimenta con sé stessa: ha fatto un bel lavoro con questa classe.
“Brava Pinchina, i bianchi non sono mai del tutto bianchi e neppure i neri, sai: la pittrice non usava mai il nero puro, ma mescolava blu e marroni in modo che ne risultasse sempre una tinta mutevole e mai un colore piatto che avrebbe monopolizzato troppo la tavolozza cromatica e l’attenzione... Rappresentazione dello spazio?”
A questo punto tocca a Chicca (stanno prendendo coraggio): “C’è molta tridimensionalità, le pieghe del lenzuolo sembrano vere e le gambe della donna sono un po’ in scorcio prospettico, no?”
PG: “Concordo. E adesso provate a dirmi cosa vi trasmette questo quadro.”
Dopo un po’ di silenzio, Pallina: “Solitudine e tristezza. Anche il volto in ombra di lei…”
Priscilla: “Anche se il lenzuolo è tutto ripiegato, ordine… e vuoto, come diceva Pinco Pallo.”
Strano che Priscilla conceda un merito a un suo compagno, ci sta che Pinco Pallo le garbi un po'.
Quello, forse recependo il richiamo della foresta, torna da noi: “Però lei così seduta eretta a me sembra molto padrona della situazione, molto solida, non mi pare che le manchi nulla e quindi vuoto sì, ma anche pienezza.”
Stai a vedere che tocca dare 10 pure a Pinco Pallo!
PG: “Vuoto, ma anche pienezza. Potremmo forse dire anche: assenza, ma anche presenza (magari nel ricordo). Fragilità, ma anche forza. Mancanza, ma anche completezza… Siete d’accordo?”
Annuiscono tutti convinti, anche Cippa Lippa, che si è tenuta in disparte rispetto alla conversazione, ma che ha ascoltato con attenzione e che adesso non pensa più che fosse inutile dipingere un quadro come questo nel 2025.
PG: “Bene. In conclusione, osservando anche la tecnica, la figurazione e cosa trasmette, se doveste definire lo stile di questa pittura o inserirla in un movimento, dove la piazzereste?”
Priscilla: “È una pittura realistica. Come tecnica assomiglia a quella dei Macchiaioli o agli autori della pittura del Ritorno all’Ordine che infatti viene chiamata del Ritorno al Realismo.”
PG: “Bene, quindi Realismo, ma proprio come Fattori?”
Ecco finalmente anche la voce di Cippa Lippa: “No. Non si tratta di un realismo distaccato e scientifico come quello di Fattori, dentro c’è dell’altro: c’è il sentire personale dell’autrice.”
Ovvia, allo scrutinio toccherà abbondare con i 10.
“Proprio così, Cippa Lippa, infatti l’autrice stessa ha definito la sua pittura Realismo Intimo.”
“Ottimo lavoro ragazzi e ragazze! Vi invito ad andare a vedere le opere dell’autrice presenti in città e adesso, mancando venti minuti alla conclusione della sesta ora del venerdì della penultima settimana delle vostre lezioni di liceo, vi concedo di sbracarvi sui banchi senza ritegno.”
Invece no, almeno in quattro si avvicinano alla cattedra e chiedono di poter osservare altre opere dell’autrice insieme a PG perché ormai gli è scattata la curiosità, unica e sola scintilla capace di condurre alla conoscenza.

Gioco finito e vi prego di perdonarmi. Lo so che è stato molto autocelebrativo e altrettanto surreale. Primo perché come pittrice non mi si fila nessuno, secondo, perché vivo in una società che non attribuisce quasi alcun valore all’insegnamento. Ma mi andava di raccontare molte cose del mio quadro e stamani avevo deciso di divertirmi, quindi mi sono concessa di ruzzare.

lalla

sabato 4 ottobre 2025

io non ho fede

Una cosa che invidio a chi ha una fede, religiosa, filosofica o politica, una qualsiasi fede sincera, è la capacità di sentirsi sicuri e nel giusto. Di assolversi completamente. Non solo, di sentirsi parte del gruppo dei buoni, il che aiuta molto.
Anche, di considerarsi potenti, certi che il proprio gesto possa fare una differenza definitiva e di aver trovato un modo per risolvere. Di essere ottimisti e sentirsi perfino entusiasti, nonostante tutto.
Io purtroppo non ho mai avuto fede e forse per questo di fronte ai piccoli o enormi mali del mondo provo solo un'inconsolabile disperazione. L'egoismo, la cattiveria, la meschinità e la ferocia umana mi sconcertano.
Il mio ateismo ogni volta mi fa sentire colpevole e sola. E mi rende pessimista: non intravedo vie per la salvezza, temo solo inasprimenti di odio e interminabili scie di dolore. Non credo che la Storia vada a migliorare o che riesca a insegnare qualcosa al genere umano. Io, molto spesso, mi vergogno solo di farne parte.

lalla

domenica 6 aprile 2025

il dittico della cura

Per una volta, vorrei provare a vincere la mia natura logorroica e non scrivere (quasi) niente nella speranza che la mia pittura riesca a spiegarsi da sola.
Speranza vana, ne sono cosciente; ma in ogni caso, anche se provassi a farlo a parole, verrei comunque fraintesa. E allora, sai cosa? A questo giro, mi piacerebbe risparmiarvi la noia di leggermi.
Ci terrei a fare una sola (inutile) precisazione: questo dittico non è né il mio autoritratto, né il ritratto di mia figlia. Vi chiederei quindi di astenervi, se possibile, da commenti del tipo: "Ti sei fatta più vecchia" o "Matilde ha la faccia diversa", il naso così, il naso colà e via dicendo. Cioè: non è che questi due quadri debbano piacervi per forza, ma almeno sappiate che il soggetto che ho tentato di rappresentare non sono due persone, bensì la cura.

La cura che mi prendo delle persone che amo. 
La cura che loro hanno di me. 
La cura che metto nei miei quadri. 
La cura con cui la pittura mi guarisce.

lalla

P.S. Chiedo scusa, a stare proprio zittina non sono riuscita neppure stavolta.
"Dittico della Cura", olio su masonite, marzo-aprile 2025
"La cura - primo pannello", olio su masonite, 60 x 45,5 cm
"La cura - secondo pannello", olio su masonite, 60 x 45,5 cm

giovedì 26 dicembre 2024

il fioretto

Oh, oggi è Santo Stefano, tra pochino è Capodanno; tra una digestione e l'altra, perché non fare un bel fioretto? Così, tanto per provare qualcosa di nuovo.
Carina come idea, vero?
Mhmm... Però non vi viene in mente niente perché in effetti voi siete già così delle brave persone... Aspetta, ci provo io, che è un pochino che ci penso.
Ecco, per esempio: "Da oggi e per un anno, la smetto di giudicare e poi consigliare/suggerire/imporre le mie convinzioni sugli altri."
Eh sì, perché anche se siete in buona fede, credetemi che tutte queste amabili persone che hanno trovato la ricetta giusta e si credono le uniche custodi della verità, alla fin fine rompono parecchio il cazzo anche a chi non ce l'ha.

Intuisco dalle vostre facce deluse mentre leggete, che questo fioretto non vi aggrada.
Sicure?
No, perché magari potreste imparare a dubitare di voi stesse, solo qualche volta. Non sarebbe un male, giusto? Potreste provare a chiedervi se quella persona lì, che vi siete così appassionatamente convinti di voler salvare, in verità non voglia assolutamente essere salvata da voi e in questo momento si trovi esattamente nel posto dove vuole stare nell'Universo. Che ami chi vuole amare, chi stia con chi vuole stare, che faccia quello che vuole fare...

No, via, non vi garba proprio perché voi siete convinte che ella (la persona X da salvare) in effetti non abbia compreso l'autentica via della felicità e voi invece sì. Voi l'avete capita eccome! Siete animate da ottimi propositi e molto sicure delle vostre ragioni. E chi ha ragione ha ragione, c'è poco da fare!
Mhmm... In alternativa, sarebbe una follia chiedervi di valutare l'opzione di mangiarvi la lingua e a tenervi comunque i vostri illuminanti consigli per voi?
Neppure?
E vabbè, come non detto: niente lingua né fioretto.
Mangiatevi il panettone, salvate chi vi pare e fate festa.
Io c'ho provato.

lalla

P.S.: Per quello che vale, considerata l'inconsapevolezza di Persona X, ella probabilmente oggi non è al suo posto, eppure ci si sente. Parecchio.

mercoledì 29 maggio 2024

incomprensioni, pittura e amore

L’altro giorno riflettevo su quale fosse la molla che mi spinge a fare arte nonostante sia tanto faticoso (e pericoloso) e mi è venuto di essere sincera. Ho scritto questo sui social:

Mi sento incompresa da tutta la vita.
E per questo, sola.
Vorrei bastare a me stessa, ma tutto quello che faccio, me ne rendo conto, è una richiesta di condivisione e vicinanza. Il continuo raccontarmi, che chiaramente mi espone e porta al risultato opposto.
Dipingere, scrivere.
In fondo la mia arte è solo un tentativo disperato e vano di spiegarmi.
A me stessa e agli altri.”

Il che mi pareva un pensiero fin troppo scontato e comune, soprattutto tra le personalità creative.
Ma invece no, anche questa riflessione è stata fraintesa.
Si è alzato un coro di: “Devi amarti per quello che sei e bastare a te stessa” o addirittura: “Esci di casa, fai cose, ama”.
Il buffo della questione è che tale coro non provenisse da un popolo di eremiti appollaiati su cocuzzoli di montagna che vivono ognuno per conto suo e si amano in completa solitudine e realizzazione personale, bensì da esponenti della società. Mi ha ricordato quelle donne fresche di tintura che mi fanno sperticati complimenti per i miei capelli bianchi. E a me ogni volta viene di pensare: mi stanno prendendo per il culo? Può darsi. O forse ancora una volta ci stiamo solo fraintendendo a vicenda, come sempre.
Spiegarsi è faticoso quanto dipingere e pericoloso nello stesso modo. Scrivere lo è altrettanto. Ma sono tutte la stessa cosa, no? Sono sempre io.
Mi pare che in un’intervista 
Marina Abramović abbia detto: “sono un’artista anche quando vado a fare la spesa”. Io forse non sono un’artista mai, neanche quando dipingo, ma il concetto è quello: non riesco a scindere me stessa da quello che creo, sono tutti pezzi di me che escono fuori e si mostrano. Si espongono al pubblico ludibrio. Creare è come spogliarmi nuda e lasciare che la gente mi spii. Che indugi con lo sguardo su ogni mia caratteristica, che noti tutto ciò che in me si allontana dal loro modello ideale. Che mi ammiri o più soventemente mi derida. Chi vede raramente mi comprende, talvolta commenta e spesso mi ferisce. Per questo considero tutto ciò una pratica quasi autolesionista, un “tentativo disperato e vano”.
Eppure, necessario.
Sicuramente non lo faccio per diletto, ma per bisogno.
Che volete che vi dica? Io al mondo ci so stare solo in questo modo: i miei non sono hobby, ma necessità.
Ho dipinto la mia mamma. Lei non ha mai voluto e credo che fosse perché si è sempre considerata vecchia, dai quarant’anni in poi. E mi rattrista molto pensare che lei, che è sempre stata una donna bellissima, si sia sentita sciupata e sfiorita per metà della vita. Che peccato terribile.
Io la penso come gli antichi ritrattisti romani: i segni del tempo sono belli, sono simboli di esperienza e saggezza. Sono una fortuna. La memoria di come è stata vissuta la propria vita, dei traguardi raggiunti e del tempo trascorso insieme alle persone amate. Come Anna Magnani 
disse a una truccatrice : “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C'ho messo una vita a farmele!
Temevo la reazione della mamma. Mi dispiaceva pensare che vedersi ritratta da me avrebbe potuto darle fastidio. Soprattutto perché la mia "non è una pittura cosmetica” (indugia su ogni aspetto, ricama ogni piega, affonda nello sguardo e cerca di indagare l’anima). Ma avevo tanta voglia di dipingerla da troppo tempo e in fondo sono un’egoista, quindi l’ho fatto.
Sono anche presuntuosa perché cullavo la piccola speranza che vedendo il quadro si sarebbe piaciuta più che guardandosi allo specchio e che magari si sarebbe perfino commossa. Che avrebbe percepito l’amore che ho provato durante la stesura di ogni singola pennellata. Che avrebbe letto la propria bellezza attraverso i miei occhi.
Così non è stato.
Lei, come altre, ha visto solo le rughe. Come se la bellezza di una persona (nota bene, di una donna) fosse legata a questo unico fattore: la giovinezza.
Magari la colpa è mia che non sono stata all’altezza. O forse essere fraintesa è davvero intrinseco nel mio DNA.
Però, due cose voglio ancora provare a chiarirle.
Prima di tutto, l’errore non può essere il non aver alleggerito i contrasti cromatici in modo da mascherare e nascondere. La mia pittura tende al reale e non può essere intesa come una seduta di chirurgia estetica. Una cosa del genere mi ripugnerebbe.
Seconda cosa, non sono una pittrice esistenzialista alla Lucian Freud. Non voglio ritrarre il disfacimento della carne per disperarmi del degrado fisico e dell’insensatezza dello stare a questo mondo. Io sono esattamente il contrario: a me piace parecchio starci e quando dipingo una ruga, un seno cadente o una piega insolita della carne (che appartengano a me o a un altro soggetto), non lo faccio con disprezzo e disgusto, bensì con grande attenzione e cura. Dipingere, ormai ne sono certa, è per me soprattutto un modo d’amare.

lalla

P.S. penso che il quadro sia finito. Dopo la sua prima reazione è stato difficile riuscire a recuperare la serenità necessaria per andare avanti. L'ho lasciato a lungo in attesa. Solo quando mi sono sentita di nuovo tranquilla, l'ho portato fin dove volevo. In un angolino nascosto spero ancora che col tempo riesca ad apprezzarlo (e ad apprezzarsi) di più.

"la mia mamma", olio su masonite, 40x60 cm.

domenica 17 marzo 2024

tutto quello che verrà

Tutte le età sono belle, ma al di là dei luoghi comuni e dei punti di vista politicamente corretti: ce ne sono alcune più belle di altre.
Ne esiste una, oserei dire, "perfetta" in cui si è ancora abbastanza piccole dal credere che il mondo sia composto di persone gentili e rispettose e che tutto andrà sempre bene. Un’età in cui prevalgono curiosità e speranza, non timore. E dove si è già abbastanza grandi per aver capito cosa ci piace ed aver elaborato sogni complessi. Un’età che purtroppo, incaute, desideriamo abbandonare perché smaniose di crescere convinte come siamo che il futuro non potrà altro che darci la possibilità di realizzarli.
Quindi, un’età destinata a durare pochissimo e a scontrarsi con gli imminenti cambiamenti fisici, chimici e mentali dell’adolescenza; per alcune tanto violenti dal mettere in discussione tutto.
In ogni caso, anche l’età del sentirsi inadeguata e strana, passerà.
Arriverà quella adulta in cui si intraprendono avventure, si imbastiscono progetti e si costruiscono cose, le occupazioni, il grande amore, i rapporti umani, la propria casa e magari si lavora ancora incessantemente per inseguire gli stessi sogni, quelli che avevamo immaginato nell’età perfetta. Magari solo un po’ rivisti e più concreti.
Poi arriverà l’età delle scoperte, dove i rapporti umani si rivelano quasi sempre rapporti di comodo, dove tante persone del mondo mostreranno la loro vera faccia di egoismo e indifferenza. Dove ce ne saranno alcune che tenteranno solo di sfruttarci e poi distruggerci, noi e i nostri sogni.
La disillusione rischierà di schiacciarti, ma invece no, andrà bene comunque perché come tutte le età anche quella passerà.
Arriverà l’età della maturità e della consapevolezza, quella in cui ti renderai conto che, se hai agito con impegno, coraggio, gentilezza e onestà, niente sarà stato inutile e che in fondo non hai perso i tuoi sogni. Sono ancora lì con te, a portata di mano. Forse non sono proprio gli stessi che avevi a dieci anni, ma a dire il vero: neppure tu sei proprio la stessa. Magari sono cresciuti con te, si sono evoluti e adesso sono perfino migliori.
Certo: ci vuole fortuna, non solo impegno.
Quella ti auguro, mia Piccola Fata, tanta, tantissima fortuna. La stessa che ho avuto io e che mi ha concesso di continuare a sognare liberamente, scrivere, dipingere ed anche essere la tua mamma. Avere una figlia o un figlio significa sdoppiare il proprio interesse, allontanarsi da sé stesse e guardare da fuori la vita di un’altra persona, una persona più importante di te. Diventare spettatrice oltreché attrice. Anche questo ti auguro di provare un giorno perché è qualcosa di potentissimo, ma solo se lo vorrai. Perché, innegabilmente, diventare madre complica le cose. Si rimane fregate: la propria felicità non dipende più solo dalla fortuna e dall’impegno personale, ma soprattutto dal riflesso di quella della propria prole. Potrà sembrare poco femminista, ma che posso farci? Per me è un istinto naturale: da quando vi ho messo al mondo le cose devono andare bene per voi e solo così sento che stanno andando bene anche per me.
Eh, lo so, non è giusto caricare te e il Re dei Sugolini di questa responsabilità, ma infatti tranquilla: io non ho intenzione di dirtelo. Ti prometto che quando attraverserai età sfortunate io cercherò di rimanerti accanto (o di spostarmi da una parte, se lo preferirai) e non verrò mai a dirti che vederti delusa o infelice mi sta facendo soffrire. Le età di merda (alla faccia del “tutte le età sono belle”) fanno già abbastanza schifo senza bisogno che una madre ci metta il carico da undici. In cambio vorrei chiederti, se posso, di non arrenderti mai, di lottare e avere fiducia. I momenti difficili, le disillusioni peggiori: tutto passerà. Dalle cadute più rovinose ti rialzerai più forte e io, se tu lo vorrai, sarò lì a porgerti una mano.
Non ho più dieci anni e sarei un’imbecille se ti promettessi che tutto andrà bene proprio come vorrai, anzi, posso rivelarti in piena coscienza che non accadrà di certo. Purtroppo, te lo confesso, un’altra cosa che una persona ansiosa come me diventa partorendo è: "apprensiva". Su questo aspetto lavoro quotidianamente, non voglio opprimere te ed Elia con le mie preoccupazioni e quindi adesso ti dico che con tanto coraggio e, ribadisco, la giusta dose di culo, le cose evolveranno, si sistemeranno e magari andranno perfino meglio di come ti eri immaginata. La vita, scoprirai, possiede una certa ironia e sa essere molto fantasiosa. Lasciati sorprendere, figlia mia.
Ma non scordarti mai di come sei adesso, di quello che hai provato nella tua età perfetta, rimani amica di questa meravigliosa Piccola Fata come io lo sono rimasta della mia piccola lalla. Questo è il segreto, sai?
Se i miei sogni si sono avverati, si stanno avverando e so che si avvereranno ancora, molto lo devo a lei. A quella bambina di dieci anni che ogni giorno immaginava storie con le sue Barbie e scriveva i suoi racconti su diari segreti, che osservava il mondo con occhi curiosi (soprattutto il mondo della sua famiglia, fatto di tante donne) e lo disegnava con cura chiusa nella sua camera. Ancora e ancora. Quella piccola lalla che immaginava di diventare una celebre scrittrice, un’artista famosa e avere una figlia con le trecce. Che celebre e famosa non è diventata, ma chissenefrega perché ha imparato, sta imparando, che l’approvazione degli altri e il sentirsi dire “brava” non sono così fondamentali se riesci a darteli da sola. Che, inaspettatamente, ha partorito anche un figlio adorato e, nota bene, quella bambina con le trecce sei tu. Arrivata quando mai avrei creduto, dopo una lunga serie di aborti e aver detto la parola “basta”. E invece, a sorpresa: ecco la Matilde! Che culo, per l’appunto.
Ma il mio babbo, accanito giocatore di carte, alle nostre continue lamentele sulla sua fortuna sfacciata rispondeva convinto: “Tre volte culo è classe.”
Allora un po’ di classe ce l’ho anch’io e la stessa, credo e spero, saprai trovarla anche tu.

lalla

"Tutto quello che verrà", olio su masonite, 60x60 cm, marzo 2024


sabato 4 novembre 2023

Madre Natura

Mentre dipingevo provavo così tante cose. Avrei dovuto dirvele allora, ma in fondo è proprio quello che stavo cercando di fare con i colori. Adesso forse no, forse è diventato superfluo. E mi fa fatica per una questione di principio e cioè la presunzione di pensare che questo mio quadro possa parlare da solo. 
Da molti giorni lo guardo e in effetti a me parla. 
Ma forse a voi no e allora magari potrei darvi qualche suggerimento, così tanto per capire dove andare a parare, tanto per portavi sulla mia stessa lunghezza d'onda, ma poi basta. Che una volta finite, le immagini diventano di chi le guarda e che ognuno si lasci dire da loro ciò che vuole. Anche niente, se gli garba il mutismo.
In ogni caso, ora ci provo.
Come molti dei mei lavori, anche questo ha a che fare con la Bellezza.
Ha a che fare con la bellezza dell'unicità e della verità. La mia verità, la nostra. Quella di tutte noi.
Ha a che fare con la bellezza dei miei affetti reali e per questo ho chiesto a mia sorella Silvia di posare per me.
Ha a che fare con la bellezza della memoria, dei segni del tempo e delle cicatrici. Che sono magnifici trofei, ricordi di fibre ricucite, di dolori superati, di corpi e di spiriti sopravvissuti. Di voglia di vivere e di andare avanti. Nel 2009 Silvia è stata da Veronesi a Milano e lì le hanno tolto un tumore al seno grosso come un frutto. Tutto in una solo volta: asportazione e ricostruzione; l'intervento è durato più di sei ore. In famiglia siamo talmente poppone che con una mammella sono riusciti a rifarne due e non è che adesso si ritrovi piallata. Le dissero che dopo un taglia e cuci così estremo probabilmente i capezzoli sarebbero morti, ma in famiglia siamo anche parecchio sterpigne e così quelli sono sopravvissuti proprio bene. Non solo: la cicatrice intorno all'aureola si è accresciuta e naturalmente sfrangiata creando un effetto particolare che li fa somigliare a due splendidi fiori.
Questo dipinto ha a che fare con la bellezza di una grande quercia, dal tronco forte e robusto, dalla chioma ombrosa e frusciante nel vento, dalle frasche cariche di bacche nutrienti.
Ha a che fare con la fertilità e la prosperità tanto quanto un'antica venere preistorica. 
Chi meglio di mia sorella poteva interpretare per me Madre Natura? 
Lei che ha dato alla luce quattro figlie e che vive circondata da animali di ogni tipo e in continua riproduzione, lei che adora il cibo e l'abbondanza.
Lei che rinchiude in sé ogni aspetto della natura: quello terribile e sublime amato da Turner e quello pittoresco e rassicurante preferito da Constable. Lei che qualche volta ha quel suo modo aggressivo di porsi, che sembra esplodere come una grandinata d'estate per devastare i raccolti. Lei che con me ha saputo tante volte anche essere mite, l'amica più fidata al mondo e farmi sentire al sicuro come un pulcino in un nido di rondini a primavera. 
Lei che è la mia bellissima sorella grande.

lalla

"Madre Natura", olio su masonite, 70x50 cm.

domenica 2 aprile 2023

anche io ho bisogno di carezze

Tante persone sono profondamente egoiste (e deboli), io non ho mai voluto essere come gli altri.
Però detto così non è del tutto vero: io non ce l’ho mai fatta a essere come gli altri, non ho mai potuto. Non potevo già alle elementari, figuriamoci adesso.
Ognuno ha la sua natura. Voglio dire: da un certo punto di vista, ma beati quelli che se la spassano!
Io non obbligo me stessa a stare sempre attenta e a prendermi cura degli altri, lo faccio e basta, perché sono fatta così. Ho bisogno di cercare di fare sempre la cosa giusta per tutti. Il ché è abbastanza impossibile, ma comunque devo provarci. E ho perennemente paura di sbagliare, di turbare il resto del mondo, di disturbarlo. Io sono un essere disturbante, lo sono sempre stata. Socialmente strana, disomogenea.
La mia disomogeneità mi regala il dono di essere incompresa. Così le persone, anche quelle che mi apprezzano, non mi vedono mai per quella che sono, mi fraintendono, non mi capiscono. Posso risultare invadente e inadeguata. Probabilmente lo sono. Esibizionista? Sicuramente lo sono. Basta che una sola persona mi faccia notare quanto io sia stonata per essere ferita, anche con uno sguardo o una sola parola, anche da chi non conta nulla.
Perché, tra le tante, sono pure ipersensibile e se sapeste q
uanto fa male...
ma poi mi rialzo e me ne vado dritta (e sola) per la mia strada perché sono pure fiera della mia diversità (e perché in fondo non potrei fare altrimenti).
Per fare questa vita fuori dagli schemi dovrei essere più forte di quella che sono, ma forse questa forza non esiste. Forse nessuno lo è.
Forse nessuno può procedere dritto (e solo) per il mondo senza vacillare ogni tanto.
Ma prima che forte, e prima di ogni altra cosa, desidero essere sincera. Non posso esserlo ogni giorno con le persone che mi fraintendono e che si aspettano altro da me. Per loro io sono (e devo essere) quella forte e premurosa, quella disponibile. Quella che sorride sempre.
In verità, non sempre. Ogni tanto mi sento un po’ mesta e sola. Ma questo non posso dirlo a nessuno perché nessuno vuole sentirselo dire da me. Ma almeno a me stessa posso dirlo. E posso ascoltarmi.
Detesto il contatto fisico con gli sconosciuti, ma adoro coccolare le persone che amo. Mio figlio ormai è un gigante, eppure ancora non si scansa del tutto se ogni tanto lo abbraccio. Mia figlia mi stringe forte quando lo faccio, ogni giorno. Più volte al giorno.
Ma entrambi stanno crescendo e (è bene che io me lo ricordi sempre) non sono su questa terra per me, devono esserlo per loro stessi. Sono io ad averceli messi e sono io a prendermi cura di loro. Un giorno se ne andranno entrambi, così come se ne vanno i miei studenti e tutte le persone di cui mi prendo cura.
Va bene così, razionalmente sono convinta di poter bastare a me stessa, che il mio valore di essere umano non dipenda dall’avere accanto una persona e, a dirla tutta, neanche da aver messo al mondo la mia prole.
Ma ogni tanto vacillo. Sono gli ormoni, quelle merde!
Ogni tanto devo ammettere con me stessa che mi gratificherebbe molto piacere a qualcuno che non fosse geneticamente obbligato a farlo. Ogni tanto mi chiedo quanto possa essere bello essere visti per quello che si è veramente e piacere lo stesso.
State tutti fingendo o a qualcuno succede davvero?
Quanto è bello? Raccontatemelo, voi che potete. Voi che sapete chiedere e prendere, oltre che dare.
Sappiate che anche alla mia pelle (e alla mia anima) piacerebbe essere toccate e carezzate. Io non mi scanserei mai, non l’ho mai fatto. Eppure, nella mia vita, in così pochi mi hanno accarezzato. Perché mi hanno sempre frainteso, perché nessuno si è mai reso conto di quanto ne avessi bisogno.
Di quanto, oltre ad amare, mi piaccia essere amata.

lalla

P.S. non c’è da preoccuparsi, è solo la primavera, presto gli ormoni si arrenderanno e io tornerò stoicamente padrona della mia vita. Nell'attesa, come sempre ci ha pensato la mia migliore amica a darmi ciò di cui avevo bisogno.

"Carezzarmi", olio su masonite, diametro 50 cm.

domenica 1 gennaio 2023

amarmi

Il piacere non è una questione da sottovalutare.
E' uno dei più grandi motori della vita. La piccola dose di droga che il nostro corpo anela. La piccola dose per cui facciamo tutto. Siamo tutti dei tossicodipendenti in cerca di una ricompensa. Il piacere fisico, il piacere psicologico. Per un’atea come me, non c’è molta differenza. Siamo anima e corpo, indissolubili. Nutro l’uno, nutro l’altra. Muore l’uno, muore l’altra. E viceversa.

In Arte, la prima allegoria del sesso arriva a metà del Cinquecento a Firenze con Agnolo Bronzino. Venere e Cupido si baciano e si toccano lascivamente davanti ai nostri occhi. Intanto si ingannano: l’una cerca di sottrarre una freccia dalla faretra del figlio, l’altro di rubare la tiara della madre. Maschere teatrali ammiccano al travestimento, al risveglio dei sensi, all’interpretazione di ruoli. Il Tempo (con la sua clessidra) incornicia con un drappo la scena e ricorda il mutare delle sensazioni e il degenerare delle emozioni. Le allegorie della Gioia (un bimbo con i sonagli alle caviglie e dei fiori destinati ad appassire presto), della Gelosia, della Follia, circondano i due protagonisti. La virtuosissima tecnica di Agnolo (fatta di linee curve, superfici levigate e colori smaltati) indugia sui corpi sinuosi, sui glutei sodi, sui volti perfetti e su ogni raffinatissimo dettaglio. L’opera oggi si trova a Londra e posso confermare che tanto stile e bellezza dal vivo sono ipnotiche. Il sesso è spiegato e raccontato (in modo intellettualistico per l’utenza ristretta della corte medicea) come qualcosa di delizioso, ma pericoloso: un piacere temporaneo e ingannevole, che può portare alla rovina e alla disperazione. Periodo difficile il Manierismo, ansie da prestazione artistiche, crisi religiosa e politica, gente un po’ ripiegata su sé stessa e poco allegra.

Una cinquantina d’anni dopo, il piacere ci viene mostrato in tutto il suo splendore e, finalmente, senza controindicazioni. Lo fa il grande Gian Lorenzo Bernini nel gruppo scultoreo dell’estasi di Santa Teresa. L’angelo trafigge compiaciuto Teresa e la santa viene travolta da un’ondata di sensazioni fortissima che ne scuote il volto e le membra, lasciandola senza forze. Non si trattava di una provocazione, né di blasfemia e, nonostante l’epoca inquisitoria (nel Seicento i Gesuiti bruciavano le persone senza farsi troppi problemi), l’opera non fu assolutamente messa in discussione. Il grande spettacolo barocco sfruttava le sensazioni di meraviglia suscitate nello spettatore, lo coinvolgeva emotivamente al solo scopo di veicolargli la certezza che esistesse un’unica e sola grande chiesa cristiana, quella di Roma (cosa ovviamente falsa, dato che il protestantesimo le aveva sottratto mezza Europa). Ma Bernini e compagnia avevano capito benissimo che per veicolare un messaggio di propaganda alle grandi masse, non serviva tentare di convincerle con un ragionamento razionale (più o meno comprensibile o giusto), ma trascinarle emotivamente.
E, tornando alla nostra Teresa trafitta, come si fa a rappresentare un’estasi religiosa? Cos’è un’estasi religiosa? Come puoi spiegarla a una massa di fedeli peccatori e ignoranti? Datemi retta, meglio farla sentire, che spiegarla. Gian Lorenzo non era un santo, ma un genio. L’unica cosa che potesse avvicinare lo spettatore a un concetto tanto difficile (e labile), era farlo attraverso la rappresentazione di un’estasi fisica (conosciuta da tutti). E grazie al suo infinito talento funziona benissimo. Ogni volta che mi ci trovo davanti, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, avverto la stessa ondata di emozioni in ogni fibra del mio corpo e lo ringrazio. Fatelo anche voi, lasciatevi trascinare dal piacere artistico senza vergogna perché siete nel giusto. Il piacere non è un peccato, il piacere è nutrimento per il corpo e lo spirito di noi persone imperfette e comuni, ma non banali. Per noi che santi non siamo.
E a proposito di questo, ecco uno scritto della Santa, tanto per scagionare Gian Lorenzo e tutti noi:

«Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l'angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.» (Santa Teresa d'Avila, Autobiografia, XXIX, 13)

Per incontrare il più grande cantore del piacere, facciamo passare tre secoli e spostiamoci a Vienna, durante la Secessione Viennese. 
Il magnifico Gustav Klimt, anima guida di Ver Sacrum, era una sorta di seduttore seriale. Per capirsi, amava fisicamente le sue modelle perché sopra ogni cosa inseguiva il piacere, voleva provarlo e rappresentarlo. Per Gustav le donne sono misteriose, pericolose e potenti. E anche il sesso è pericoloso, ma senza rimorsi, il pericolo gli piace. Lo brama. Desiderio e paura, dolore e piacere. Insieme hanno sempre funzionato benissimo e per sempre funzioneranno (non a caso un romanzetto rosa-fantasy come Twilight ha venduto milioni di copie).
Guardiamo Giuditta I, ho avuto la fortuna di poterla di nuovo ammirare a Roma questa primavera. Porta ancora tra le mani la testa di Oloferne, ma di lui (come del messaggio religioso) a Klimt importava poco e questo trofeo macabro lo relega in basso a destra, chissenefrega se gli spettatori manco lo notano. Non ci credete? Si divertiva a esporre la seconda versione, Giuditta II anche come Salomè. La prima è un’eroina religiosamente positiva, l’altra negativa, ma sono entrambe donne seducenti e assassine, questo gli interessava. Il vero protagonista del quadro è il piacere. La questione è che Giuditta ha appena ucciso un uomo e le è piaciuto parecchio. Dischiude le labbra, le palpebre vibrano e la donna lupa, splendida e invincibile, gode davanti ai nostri occhi. Puro sesso.
I quadri di Klimt facevano scandalo, sia chiaro, ma per fortuna niente roghi. Non a caso, Vienna era la città di Sigmund Freud e della sua psicoanalisi (che spiega qualsiasi aspetto della mente legandolo al sesso).

E veniamo al mio, di piacere.
Non ho bisogno di un angelo che mi trafigga, per ottenerlo. Non ho bisogno di un uomo che mi possieda, per raggiungerlo. E neppure di ucciderne uno come Giuditta.
Posso più semplicemente fare tutto da sola, assecondando la mia natura.
Sono l’unica persona autorizzata ad usare ed abusare del mio corpo. Per questo non gli concedo quasi mai riposo. Lo torturo privandolo del sonno per scrivere o lo logoro attraverso estenuanti sedute pittoriche nelle quali combatto, patisco e quasi perisco. Ma infine, quando mi salvo… oh, se solo potessi farvi sentire quanto è dolce il sapore nella mia bocca.
Porto il mio corpo (e la mia mente) allo sfinimento e lo faccio solo per il mio piacere. O meglio, per far cessare l’esigenza, la sete. Perché in effetti un tossicodipendente soffre senza la sua dose quanto un assetato patisce senza la sua fonte. Il piacere è l’appagamento di un bisogno. L’unico modo di trovare la pace.
La mia è una pace meravigliosa e che provo spesso, ma purtroppo (o per fortuna) breve. Mi nutro dell’amore per la mia famiglia e per i miei figli, ma non mi basta. Mi nutro dell’impegno nel mio lavoro e delle gratificazioni con i miei studenti, ma non mi basta. Mi nutro di cibo, di sensazioni, di scoperte, di viaggi e di Arte, ma non mi basta. Mi nutro della mia scrittura, ma non mi basta. Mi nutro della mia pittura, ma niente mi basterà mai perché la vita mi piace tutta.
Mi sazio e in breve tempo avverto un nuovo appetito. Allora so che è già il momento di rimettermi in gioco. E’ faticoso, sì, ogni tanto devo fermarmi per riprendere le forze.
Ma penso proprio che, una volta recuperate, mi concederò di giocare e di godere all’infinito.
E che lo farò senza rimorso alcuno perché mi amo.


lalla
"Amarmi", olio su masonite, 70 x 50 cm.
P.S. Il quadro non so ancora se è finito, ma oggi lalla aveva voglia di scrivere questo post, è il primo dell’anno, non potevo certo dirle di no e il senso del dipinto è questo.

sabato 2 aprile 2022

2022

C’è chi dice che chiedere scusa sia un segno di debolezza.
Allora io che lo faccio da una vita, a destra e a manca, e quasi sempre senza motivo, dovrei essere considerata debole, no? E invece, mistero, tutti mi considerano forte, una roccia. Indistruttibile.
E può anche darsi che io lo sia, per carità, ma questo non può essere una valida ragione. Una ragione per essere insensibili nei miei confronti. Una ragione per fregarsene di me e dimenticarmi. Per non offrirmi un appoggio. Che tanto lei è forte, che tanto lei ha mille risorse, che tanto lei sa cavarsela da sola, che tanto lei non ha problemi ed è sempre felice.
Col cazzo che non ho problemi e sono sempre felice. E non è vero che le persone non mi feriscono, invece, mi dilaniano. Con le loro piccole coltellate di cattiveria, e con la loro indifferenza.
Potrei essere una delle donne più sensibili su questa terra, ma nessuno se ne accorgerebbe mai perché io sono “quella forte”. Solo perché riesco ad assorbire tutti i colpi (come un pungiball) non significa che io non li senta. Solo perché mi sforzo per non far ricadere sugli altri le mie sofferenze, non significa che io non le provi.
Lasciate che vi dica una cosa: essere considerata “quella forte” può trasformarsi in una bella rottura di palle. (Aprirei una parentesi per sottolineare che sì, credo anche io nel potere della parola, ma scelgo coscientemente di usare l’espressione “mi rompo le palle” perché le ho anche io, proprio come quelle dei maschi, solo che invece che esporle in un sacchettino refrigerante, me le custodisco al calduccio, ma pari sono).
E’ una rottura di palle essere sempre colei che consola, colei che organizza e tira su il morale gli altri, colei che “si prende cura”. Non perché sia faticoso (o fastidioso) tutto questo, anzi, aiutare gli altri è bellissimo. La rottura di palle è quando diventa palese che non ci sarà nessuno che farà altrettanto con te. Se tra tutti i proverbi dovessi sceglierne uno che considero veramente un’emerita cazzata, sarebbe: “chi semina vento, raccoglie tempesta” (oppure “chi di spada ferisce, di spada perisce”). Ma quando mai? Non funziona così, non è vero proprio per niente: i prepotenti fanno del male ai più buoni, le persone sono approfittatrici e fredde soprattutto con chi è empatico e disponibile, sono più stronze con chi è più gentile. Non esiste alcuna giustizia divina, e neanche un cazzo di karma.

Ma magari è solo un problema mio di incomunicabilità.
Forse riguarda solo me. Sono io a non essere in grado di chiedere, a non far capire di cosa ho bisogno. Possibile? Davvero mostrare entusiasmo, gratitudine e un sorriso, nel linguaggio universale, equivale a: “non ho bisogno di cure, attenzioni e gentilezza, non preoccupatevi per me, tanto me la cavo benissimo da sola”?
Perché si fermano al mio sorriso? Che è splendido e solare (su questo siamo tutti d’accordo), ma perché nessuno è in grado di vedere oltre? Di percepire l’urlo disperato che lacera da dentro anche le persone più forti?
Io credo che sia per questo che è una vita che cerco di raccontarmi, a tutti, anche al gelataio. Per questo scrivo, per questo dipingo. Sono tentativi (disperati) di tirar fuori, di comunicare. Sono richieste (spesso mal calibrate) di aiuto e di approvazione.
Può darsi che tutti gli artisti in fondo cerchino questo? Superficialmente, molti sconosciuti gli danno ciò di cui hanno bisogno. L’acclamazione della massa. Non è granché come forma di appoggio, ma è pur sempre meglio di niente. Talvolta è più facile ottenere un aiuto da chi non ci conosce.
Le persone che mi sono state vicine, quelle che hanno vissuto con me, si sono sempre spaventate. Anche quelle che mi amano si spaventerebbero, se non si tutelassero. Per questo, io credo, si appoggiano a me, assorbono la mia gioia di vivere e con me stanno bene, ma cercano di fermarsi al sorriso. Cercano di non porsi troppe domande su quali siano i miei bisogni e, soprattutto, sul perché io senta una così forte esigenza di creare. Perché altrimenti, se lo facessero, gli farei solo paura.
 

Alla fine della prima ondata di pandemia Covid-19, ho dipinto l’allegoria del 2020, avevo bisogno di tirare fuori la frustrazione che provavo (e che provo tutt’oggi) nel non poter più comunicare neanche attraverso la mimica facciale e col mio famigerato sorriso. Nel non poter più leggere le espressioni complete. La pandemia ci ha tolto anche questo, ha amputato i nostri volti, sono rimasti solo gli sguardi. Per questo mi coprii bocca e naso con una mano e rimase solo il mio sguardo.(il Re dei Sugolini: 2020)
Sono passati due anni e i nostri volti sono sempre coperti. In questi giorni ho lavorato all’allegoria del 2022. Il nuovo anno, tanto per non farci mancare nulla, ci ha portato vicino a casa anche l’orrore della guerra. Non mi bastava più tentare di comunicare l’angoscia e la paura attraverso gli occhi, sarebbe stato troppo semplice. 

Ho cominciato a riflettere su cosa c’è sotto. Su cosa c’è dietro. Dietro a una rassicurazione e a una battuta fatte ai miei studenti. Dietro a quella mascherina maledetta. Perfino dietro al più onesto dei sorrisi fatto ai miei figli. Dietro alla mia stessa pelle. Cosa c’è dietro, cosa c’è sotto? Anche se non lo dico, anche se non posso dirlo, anche se mi rifugio nella leggerezza; talvolta c’è tutto quello che ho tentato di mettere in questo quadro. Disperazione e impotenza.
Ci sono per tutti e, credetemi, ci sono anche per me, che sono “quella forte”.


lalla

"Allegoria del 2022", olio su masonite, 42 x 57 cm.

P.S. Quando penso alla composizione e dipingo, non me ne rendo conto, ma la Storia dell’Arte ha impregnato tutta me stessa e si diverte ad inseguirmi. Una volta finito il quadro, l’ho guardato e mi sono resa conto di essere debitrice verso almeno due opere. 

“L’urlo” di Edvard Munch (per aver rappresentato un grido esistenziale muto) e “La cantante con un guanto” di Edgar Degas (per quell’inusuale braccio in primo piano e per la bocca aperta). E vabbè, loro sono entrambi dei grandi e mi perdoneranno, lo so.