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venerdì 25 marzo 2022

fuitina a Roma, da Klimt

Giovedì scorso ho trascinato la mia mamma in una fuitina a Roma (un po’ in extremis per visitare la mostra di Klimt). E sono riuscita a farlo nonostante numerosi segnali astrali avversi consigliassero vivamente di desistere.
Della serie, sai quando cominciano ad andare tutte storte e una persona normale pensa: “Madonnina santa, forse è meglio lasciar perdere”? E io invece nulla, perché sono più cocciuta di una mula!
Prima di tutto, negli ultimi due mesi la mia compagna d’avventure ha avuto alcuni simpatici problemini tipo mal di schiena, sciatica e versamento al ginocchio. Ho aspettato fino all’ultimo che si rimettesse in sesto.
A quel punto, l’unica data papabile prima della chiusura risultava essere giovedì 17 (bellina, superstiziosi, vero?). Ma il giovedì è il mio giorno libero e per una volta ho deciso che avrei evitato di passarlo a correggere verifiche e preparare lezioni. Dopo quel primo innamoramento in una mostra a Firenze di circa trent’anni fa, non è mai successo che Klimt venisse in Italia e io non passassi a salutarlo. Vai di 17 e chissenefrega!
Poi, tre giorni prima, vengo convocata a sorpresa per un consiglio di classe straordinario. Ebbene, per la prima volta nella storia (sì, perché di solito non me ne perdo uno, nonostante il part-time), chiedo di essere dispensata per “motivi di famiglia”… e funziona!
E quindi eccoci al fatidico 17, appuntamento alle 8.40 alla stazione di Santa Maria Novella, ma arriviamo e troviamo il caos totale: gente ammucchiata ovunque, tutti i locali cancellati e le alte velocità con un ritardo variabile tra i 70 minuti (le frecce) e i 110 minuti (Italo). Il delirio! Ma che è successo?
Si è rotto un binario a Rovezzano.
Ma come? Proprio oggi che avevo deciso di risalire in treno dopo tre anni!!!
Niente, chi la dura la vince, mi inginocchio davanti al capotreno di un Italo in partenza 30 minuti in ritardo rispetto al nostro programma (ma che di fatto sarebbe stato il treno di due ore prima). Fisicamente lo faccio solo io (per questioni di versamento), ma anche la mamma partecipa al coro di lamenti e suppliche. Si aggiunge una terza signora a cui salterebbe una visita medica. E’ una scena pietosa. Quello, prima tenta di negarci la possibilità, poi ci chiede di pagargli 50e per convertire il biglietto (costato 50e), ma alla fine, alla mia obiezione: “Guardi, io non glielo dico per fare confronti, ma sulle frecce stanno facendo salire tutti”, cede e ci fa passare indicandoci due posti nella carrozza di testa con la sibillina frase “lo fate a vostro rischio e pericolo”. Bo, neanche avesse intenzione di deragliare a nostre spese…

Alla faccia del malocchio e delle gufate, arriviamo a Palazzo Braschi con soli cinque minuti di ritardo e ci lasciamo ammaliare dalla mostra. E’ un po’ furbesca, incentrata su molti altri artisti della Secessione Viennese e di Ver Sacrum (alcuni davvero interessanti). Di veri e propri quadri di Klimt ce ne saranno al massimo una decina (in ogni caso, dieci bastano e avanzano per giustificare il viaggio e ci sono anche parecchi godibilissimi disegni).







L’allestimento è molto in stile secessionista, con luci sacrali a effetto, pareti violacee e inserti dorati ovunque. Chissenefrega, a me basta che si vedano bene le opere e di trovarmi a solo un metro di distanza di fronte a “Giuditta”, dove si è trovato lui, il genio, per cadere in uno stato d’eccitazione.

Ma come sono potenti le donne di Klimt?
Magnifiche regine, sensuali assassine, pericolose sirene tentatrici. Spaventose e magnetiche. Quanto le avrà amate, osservate e desiderate il grande Gustav per riuscire a ritrarle così?
Con quelle linee deformanti ed elegantissime. Con quegli sguardi vibranti e lascivi. Ha saputo regalare all’umanità l’idea stessa della sensualità femminile.







Dopo la mostra, porto la mamma in un ristorantino tipico, è vicino al Pantheon, ma poco turistico. Zuppa di ceci e baccalà per me e maccheroni alla matriciana per lei. Già che siamo a patire, tanto vale lubrificare tutto con una birra alla spina. E dopo, non lo vuoi prendere un gelatino?


Usciamo belle satolle e ci saluta anche il sole (evviva!), così ci facciamo una lunga passeggiata digestiva/esplorativa da fontana a fontana. Ma come è bello fare le turiste! E che colore splendido ha l’acqua nelle fontane romane? Ogni volta mi stupisce. Questioni di travertino, credo. A farsi un bagnetto nella fontana di Trevi (invece di Anitona) c'è un gabbiano e se la gode proprio, manco fosse in Costa Smeralda.
Però Roma ci stupisce anche per quanto è sporca (oltre che bellissima) … e le fontane sono tutte transennate, possibile che in tre anni si sia degradata tanto?

Ai piedi della scalinata di piazza di Spagna, faccio sedere la mamma (altre panchine non ce ne sono manco a pagarle) e, colmo dei colmi, un vigile viene a farci alzare perché “non ci si può sedere su un monumento, questioni di decoro”.
Ma davvero? Il decoro non conta per le strade dissestate, coperte di cartacce e ortica cresciuta tra i sanpietrini?
Trattengo la polemica a stento, in fondo lui sta solo eseguendo gli ordini di qualcuno che evidentemente non sa che questi gradoni sono stati progettati appositamente per questa funzione… in compenso, prima di defilarmi, gli faccio notare che le transenne intorno alla Barcaccia a me non sembrano molto “decorose”.
A quel punto il vigile ci rassicura che le transenne l’indomani non ci saranno più, ma “oggi è una giornata particolarmente sfortunata per visitare Roma, aspettiamo una tifoseria davvero pericolosa che minaccia di danneggiare i monumenti”.
Meno male per le fontane, però pure la tifoseria pericolosa?! Ma tutte oggi?!
“Suvvia, tornate anche domani, da Firenze in treno è un amen!”.
Binari di Rovezzano a parte. Comunque il tipo in divisa è piuttosto belloccio e simpatico.
Ma rientrando verso la stazione troviamo anche Santa Maria della Vittoria (con l’Estasi di Santa Teresa del Bernini) chiusa per “danni alla cupola”, sicché un po’ di degrado purtroppo c’è, partita di calcio a parte…

Insomma, ci riposiamo in Santa Maria degli Angeli di Michelangelo e poi rientriamo a Firenze con il primo Italo senza ritardo (il guasto è stato riparato).
La sera ci sentiamo arzille e pimpanti, la mamma ha zompettato tutto il giorno e io ho digerito la qualunque. Altro che sciatica e fegato scassato.
Ne è valsa proprio la pena e ‘fanculo ai segnali astrali!

lalla

P.S. Però, devo aggiungere una cosa. All’inizio dell’esposizione, sono stata sorpresa dal ritratto di uomo sul letto di morte. Per poco non ho avuto un mancamento, è praticamente uguale all’ultima immagine che ho del mio babbo. Lì per lì, ho cercato di dissimulare e non far notare il dipinto alla mamma (questa fuitina serviva a rallegrare entrambe, non ad aumentare il senso di malinconia), ma in verità ripensarci mi ha lasciato una buonissima sensazione. Non è affatto una cosa triste pensare che Klimt abbia dipinto il mio ultimo ricordo di lui: canuto, affilato ed elegante come un direttore d’orchestra. 

venerdì 23 luglio 2021

la sindrome di lalla

Io, delle volte, c’ho la “sindrome di lalla”, che non sarà la sindrome di Stendhal, ma è comunque una roba parecchio strana.
La prima volta mi è venuta a soli 17 anni, eravamo in gita agli Uffizi per vedere il “Tondo Doni” recentemente restaurato. Il mio professore di Storia dell’Arte era molto serio, competente e, dal mio punto di vista, pallosissimo. La guida che ci spiegava le fasi del restauro e gli agenti chimici applicati era probabilmente altrettanto competente e ancora più pallosa. Io ero una liceale molto seria, secchiona e piuttosto saccente. Mi ero fatta l’errata convinzione che la Storia dell’Arte fosse un’altra materia da studiare. Punto.
Quel giorno ho capito che mi sbagliavo, che l’Arte può essere soprattutto un viaggio da intraprendere, un luogo da esplorare, qualcosa da scoprire. E sentire.
Il “Tondo Doni” non mi piacque, un po’ per la guida logorroica, un po’ perché eravamo tutti affastellati e si vedeva male, un po’ perché Michelangelo è un violento e io a quei tempi non lo ero proprio e forse la “sindrome di lalla” presuppone una certa empatia emotiva. Non so. Non mi piacque perché nonostante l’arditezza compositiva, la potenza delle forme aggettanti e l’energia vitale, io non riuscivo a guardare altro che il piede di Maria, quel piede rosa stile Peppa Pig sul verde prato, quel piede quasi virile, ritagliato e laccato… e non mi piaceva quel piede via, mi dispiace dirlo ma è così, non mi piaceva per niente. Peccato. E invece no, nessun peccato (negli anni gli ho chiesto scusa tante volete e Michelangelo mi ha perdonato) e quella guida noiosa, la mia impreparazione culturale e l’ossessione per il piede porcello, sono state tutte una fortuna, mi hanno spinto a fare una cosa che non facevo mai: distrarmi.
Mi sono distratta, mi sono allontanata dal gruppo e mi ha subito chiamato lei, una splendida donna nuda dai setosi capelli sciolti, lo sguardo ammiccante e la pelle morbidissima. E calda. Quanta meraviglia! Sono rimasta incantata a esplorare ogni centimetro del suo corpo, richiamata continuamente da quegli occhi così vivi. Quegli occhi parlavano solo a me, mi stava guardando come io guardavo lei, la mia Venere.

A un certo punto fu il professore a farmi uscire dal mio stato di beatitudine, mi scosse fisicamente le spalle “Gonnelli, ma che ci fai qui? Siamo già tutti oltre la sala successiva, è un quarto d’ora che ti cerco!”. Un quarto d'ora?
Il mio primo rimprovero scolastico e il mio primo vero innamoramento artistico.
Che botta!
Pensai un sacco di cose, tipo:
1. “ma che cavolo mi è successo?" e subito dopo: "Che figata pazzesca!!!”.
2. “sono una cretina: non ho capito un tubo dell’Arte, non è solo un susseguirsi di nozioni tipo date e nomi di musei e opere”. E subito dopo mi assolsi dando mentalmente la colpa a quel pover’uomo del mio professore per non avermi aiutato a capire prima.
3. “questo Tiziano Vecellio sì che è un pittore, che armonia cromatica, che incredibile sfumato… altro che il rosa maiale ritagliato di Michelangelo!”. Beata gioventù… ve l’ho detto che ero saccente. Saccente ma anche molto curiosa. Passai il pomeriggio a studiare le pagine del libro che parlavano di questo autore sconosciuto (ancora non affrontato nel programma) e poi a scovarlo sulla nostra Treccani. Decisi che ne valeva la pena, avrei fatto di tutto per conoscere la Storia dell’Arte ed esplorare i musei, volevo riprovare a tutti i costi quella sensazione!
4. E mi chiesi: "Sarà contagiosa?" Magari! Mi sarebbe piaciuto un sacco infettare altre persone con la “sindrome di lalla”. Decisi che l’unico modo per farlo sarebbe stato diventare insegnante di Storia dell’Arte, un’insegnate diversa da quello che avevo avuto io. Ma pover’uomo! Era un bravo insegnante e io una stupida ragazzina (ma quanto sono spietati i giovani?!), ancora non so se sono alla sua altezza, ma ci provo ad attirare i miei studenti verso l'Arte e di certo quello che sono diventata e cerco di diventare ogni giorno, lo devo a quella prima meravigliosa volta in cui sono stata stregata dalla Venere d’Urbino.
Racconto spesso questo aneddoto anche ai ragazzi perché, effettivamente, mi ha cambiato la vita.
Poi è successo ancora, nei momenti più starni e con le opere e gli autori più disparati.
Mi è successo pochi anni dopo in una splendida mostra su Gustav Klimt a palazzo Strozzi, ci sono tornata tre volte e da allora il mio amore per Klimt è inesauribile.
Mi è successo nell’abside mosaicato della Basilica di San Vitale a Ravenna nel 1997. Mi sono proprio persa, disorientata, sentita dentro uno scrigno.
Lo stesso anno mi ha quasi fatto piangere il giovanile “Riposo durante la fuga in Egitto” di Caravaggio alla Galleria Panphilj di Roma e nessuno mai potrà togliermi dalla testa che quello è il suo massimo capolavoro.
Mi è successo con Wassili Kandisky durante un viaggio a Barcellona nel 2003, non ero lì per vedere lui, ma al piano terra della casa Milà di Antonì Gaudì c’era una mostra gratuita sul suo periodo lirico (dopo aver pagato un salatissimo biglietto per vedere la Pedrera, la mostra è gratuita, che fai, non ci vai?). Dopo l’università ero un po’ meno saccente, ma avevo ancora dentro di me quel brutto pregiudizio delle persone che sanno disegnare bene con formazione accademica, nonostante i 9 esami di Storia dell’Arte, sottovalutavo l’Astrattismo. Che sventola mi presi! Dopo la seconda composizione fui completamente risucchiata dalla sua danza cromatica, cominciai a rimbalzare in superficie e in profondità, fino a precipitare magnetizzata soprattutto dal blu. C’avrei passato le ore, il mio compagno d’allora dovette praticamente trascinarmi fuori, quasi non parlavo più. Quanta bellezza, mi scoppiavano i sensi e allo stesso tempo si rilassavano.
Mi è successo nel 2004 con alcune tele di Vincent Van Gogh dopo aver raggiunto pedalando sotto la pioggia le sale deserte del Kroller Muller Museum in Olanda.
Nel 2007 mi ha catturato e sedotto il sinuoso “giovinetto di Mozia” (un figo assurdo, altro che rigidità dei Kourus!), un capolavoro quasi dimenticato, raggiungibile con una gita in barca verso l’antica colonia fenicia.
Mi è successo ancora nel 2008 alla Tate Britain di Londra, ero andata a vedere “l’Ophelia” di Millais (non l’ho mai vista, nel 2008 era in prestito e nel 2018 la sala era chiusa per una crepa) e sono stata rapita da “Garofano, giglio, giglio, rosa” di John Singer Sargent. Incredibile l’effetto cromatico dei fiori fluorescenti appena arriva il crepuscolo, ho una rosa in giardino che mi regala lo stesso tono cromatico per 5’ ogni sera d’estate e io con la mente posso tornare di nuovo a quel capolavoro.
Mi è successo con Pavel Filonov qualche anno fa (in una mostra a Palazzo Strozzi sull’arte Russa dove ero andata soprattutto a cercare Kandisky), poi nel 2019 sono andata a Mosca e a San Pietroburgo per salutare ed amare di nuovo entrambi.

Mi è successo nel 2015 con la meravigliosa “epopea slava” di Alfons Mucha a Praga (e anche František Kupka mi diede un bel colpo).

Nel 2017 ero andata alla pinacoteca di Brera soprattutto ad ammirare (tra le altre cose) la “Pala di Brera” di Piero della Francesca e “il Cristo morto” di Andrea Mantegna, entrambi grandiosi, ma sono stati i ferraresi a darmi il tormento e soprattutto “la madonna della candeletta” del Carlo Crivelli, che genio!

Mi è successo ancora tante (tantissime) volte e ogni volta è una sensazione incredibile.
Mi succede praticamente ogni volta che incontro una ragazza di Paul Gauguin, anche perché mi sono sempre ritenuta una di loro. Oppure ogni volta che ammiro una natura morta di Oscar Ghiglia, con quell’armonia assoluta e quei colori che cantano, quanta infinita grandezza in un autore così trascurato. Foquet, Pisanello, Beato Angelico, Lippi, Bellini, Ingres, Segantini, Klee, Boccioni, Carrà... ancora e ancora... sono davvero innumerevoli gli autori che amo e le cui opere mi hanno fatto sentire ricambiata.


Nel 2017 a NYC sono praticamente vissuta 6gg di fila sotto l’effetto della “sindrome di lalla” (l’Empire State Building, il Memorial del World Trade Center, il Guggenheim… il MOMA dove ho conosciuto Robert Rauschenberg!) penso che per una settimana sia stata l’unica reazione chimica a sostenere in vita il mio corpo nonostante il jet lag.
Assiri ed Egizi mi stregano con facilità. 
Talvolta entro in questo stato di beatitudine e stordimento all’interno di luoghi o architetture. Dopo che mi succede non riesco a smettere di parlarne, cerco notizie sull'autore, mi fisso, mi incuriosisco, studio. Vorrei spiegare con più chiarezza, perdonatemi, forse non ne sono capace. 
C’entra sicuramente anche col senso dell’autenticità, col fatto di trovarsi proprio in quel posto o lì davanti, a 20 cm dal quadro, dove è stato l’autore (ma che emozione!) e non potrebbe succedere consultando soltanto un libro. 
C’entra anche con l’effetto sorpresa, quasi sempre vado per vedere qualcosa e poi ne scopro un’altra (a parte che con “la battaglia di San Romano” di Paolo Uccello a Londra, ero andata proprio a vedere quella e ci sono quasi rimasta secca), ma non sapevo davvero chi fossero Tiziano, Filonov, Sargent & co. prima che, con uno dei loro capolavori, mi sdraiassero completamente.
C’entra, io credo, con l’essere emotivamente e cerebralmente in sintonia con quello che provava e trasmetteva l’artista nel momento della creazione. Voglio dire: ora come ora la “Venere d’Urbino” di Tiziano non mi procura più un tale shock perché sono io ad essere cambiata, non lei, la ammiro comunque con tutta me stessa, ma non sono più la lalla di 17 anni che l’ha amata la prima volta.
Pochi giorni fa l’ho provata di nuovo al museo Revoltella di Trieste, c’ero andata per vedere “il meriggio”, una delle mie opere preferite del grande Felice Casorati e dopo averlo ammirato (è davvero magico) gironzolavo un po’ stanca tra le opere delle altre sale. Ed ecco che improvvisamente arriva questa bambina spiritata a togliermi il respiro.
Ovviamente io, nella mia infinita ignoranza, non sapevo neanche chi fosse

Carl Frithjof Smith e non avevo mai sentito parlare del dipinto “dopo la prima comunione”.

Una visione straordinaria, quella faccia incredibile mi ha tenuta lì molti minuti, in ostaggio, guardandomi negli occhi e parlando solo a me. Cioè, anche la mia mamma ha ammirato il dipinto, ma nel mio caso è chiaro che si trattava di qualcosa di più, di qualcosa di patologico.
Alla fine del percorso non potevo ancora andarmene, così ho lasciato lei a riposarsi al piano terra e sono tornata di corsa al quarto piano per salutare la mia bambina per l’ultima volta. Le foto che le ho fatto non rendono l’idea, ma come potrebbero farlo? Quello che c’è stato tra me e lei è una cosa privata, comprensibile solo a me (e a chi la mia sindrome ce l’ha).
E se la mia una sindrome non fosse, ma solo una pazzia, non mi importa perché sarebbe una pazzia bella.

lalla

domenica 14 luglio 2019

dalla Russia con amore

SALUTE, ACQUA CATTIVA E CIBI BUONI
Eccoci di ritorno dalla mia breve ma intensa settimana russa, sono partita con la mia compagna di viaggio preferita: la mamma.  

Nonostante i pochi giorni a disposizione, lei ha insistito per vedere sia Mosca che San Pietroburgo al suono di "Fra poco me ne vado all'altro mondo, se non le vedo entrambe adesso, non le vedrò mai più".
Il solito incipit allegro per iniziare! I primi due giorni ogni tanto la sentivo bofonchiare: "che bello ma vabbè, ormai sono vecchia, questo è l'ultimo viaggio che facciamo insieme", in seguito mi ha confessato che era partita con la sciatica e che al terzo giorno le è completamente passata, quindi ha iniziato a trottare come un purosangue di razza e mi ha del tutto stracciato sul finale.  L'ultimo giorno, tutta pimpante, non faceva che progettare: "ma che bellezza, sto proprio bene! Il prossimo anno dove andiamo in viaggio? Quale meta scegliamo?". Brava mamma, bene così!

 
Io invece ero partita con un pizzico di mal di gola, niente di che, ma abbiamo trovato un freddo becco (mentre in Italia c'erano 40°) e temevo che potesse peggiorare, inspiegabilmente è passato subito spingendomi a cantare vittoria troppo presto: al quarto giorno ho avuto la maledizione di Ivan il Terribile con tanto di febbrone a 40° (tutto il disturbo è durato solo 24h, ma ci ha bruciato il primo dei tre giorni a San Pietroburgo). Oltre a sentirmi male, mi giravano altamente le scatole per due motivi: 1) mi sentivo terribilmente in colpa perché la mamma era preoccupata e si ostinava a stare chiusa con me in camera... ma infondo è risaputo: quando uno viaggia portandosi dietro i figli poi c'è il rischio che quelli si ammalino e ti impediscano di goderti il soggiorno! 2) temevo fortemente che mi sarebbe durato per l'intero soggiorno impedendoci di scoprire la nostra seconda meta.
Non sia mai che mi lasciassi rovinare la festa da un pestifero virus dell'Est, è vero che l’apparato digerente è deboluccio, ma tutto il resto del mio corpo è scolpito nella roccia. La mattina seguente mi sono alzata e (più o meno fresca come una rosa) ho affrontato l'Hermitage, credetemi: anche da sani è un'impresa che richiede una certa dose di coraggio!
Sull'aereo di ritorno ho scoperto un minuscolo trafiletto alla fine della guida del Touring Club che raccomandava di non bere o lavarsi i denti con l'acqua del rubinetto perché contiene un simpatico ospite che regala indimenticabili gastroenteriti. Mi sono usciti gli occhi dalle orbite, ma sono stata contenta di non averlo letto prima: a causa dei miei problemi al fegato devo evitare di viaggiare in paesi che potrebbero compromettere il mio delicato equilibrio, per mia ignoranza non avevo catalogato come tale la Russia, meno male via, altrimenti non sarei mai partita, invece alla fine me la sono cavata lo stesso e mi sono goduta un bellissimo viaggio.
Soprassediamo e passiamo invece a ricordare alcuni nuovi sapori che ho assaggiato. La prima sera a Mosca, in via Arbat, abbiamo scovato il buonissimo ristorante "Mesopotamia" dove ci hanno servito ottima birra alla spina, pane caldo, riso e stufato d'agnello. 

A San Pietroburgo alloggiavamo accanto al forno/caffè "6ywe", personale gentilissimo e dolcetti da urlo, in particolare fantastiche sfogliatine alla crema ricoperte di lamponi freschi e gelatina (degustarle è stata un'esperienza paradisiaca, capace di riportarmi in vita dopo la disavventura gastrica).
Come spuntini, non erano male i piroshki (paninetti ripieni di carne, patate o verza) o le pannocchie di mais al vapore di San Pietroburgo. A Mosca ci siamo anche avventurare in una specie di Kebab servito in un pane a tasca e con una salsa all'aglio (terrificante per il fegato, ma delizioso per il palato), acquistato in una via piena di panchine, appena ci siamo sedute per degustarlo è arrivato un antipaticissimo poliziotto a brontolarci per il divieto di mangiarci sopra (ma perchè? Vabbè, la mia mamma ha mangiato in piedi e io seduta sul marciapiede, contento lui).

ACCOGLIENZA, ARCHITETTURA E ORGANIZZAZIONE
Le maggiori attrazioni di San Pietroburgo si visitano comodamente a piedi, ma Mosca è una città enorme e, nonostante l'uso dei mezzi, abbiamo percorso chilometri su chilometri e salito e sceso centinaia di scale solo per attraversare le strade a 12 corsie dove quei pazzi dei moscoviti sfrecciano su bolidi extralusso a tutta velocità (una ventina d'anni fa sono stata a Berlino e riuscii a fotografare alcune Trabant concesse alle famiglie dal regime sovietico prima della caduta del muro, adesso in tutta Mosca non troverete più un'utilitaria neanche a cercarla col lumicino).
Molti moscoviti sono veramente scortesi, ora mi dispiace dirlo così, che diritto ho io di giudicare essendo stata ospite in un altro paese? Ecco, appunto: sulla parola "ospite" potremmo fare un po' di disquisizioni. Mai un sorriso, mai un cenno d'assenso, mai un saluto. Ho continuato per tre giorni ad ammiccare e salutare statue di cera (la mia mamma invece non sopportava certi musi duri e dopo un po' ha iniziato a rispondergli altrettanto seccata in italiano e da quel momento ho vissuto nel reale terrore che qualcuno conoscesse la nostra lingua e ci arrestasse per intemperanza). Comunque, forse sono solo riservati? Oppure impauriti dagli stranieri? Può darsi, molti italiani sembrano avere le stesse paure ultimamente (attenzione a non ridursi così. Pensiamoci bene a come guardiamo gli altri e a come ci sentiremmo a essere osservati con gli stessi occhi!).
Comunque, camminavamo su livelli differenti di incomunicabilità e io non chiedevo soldi a nessuno, non volevo vendere niente e non ero in cerca di asilo, volevo solo far la turista e acquistare del cibo o un biglietto del bus. Ancora vivono un po' nella guerra fredda, c'erano poliziotti e controlli ovunque. Ogni volta che entravamo in un negozio (di alimentari, non di gioielli) un commesso ci seguiva muto negli scaffali a distanza massima di 1 metro per controllare che non rubassimo la merce, evidentemente abbiamo la faccia da furfanti, è un miracolo che la mamma non ne abbia ricacciato uno lontano con una gomitata scatenando l'incidente diplomatico.
Ma forse in realtà sarebbero gentili, è solo che si generavano equivoci.
Tipo quando per acquistare la carta trasporti ho seguito alla lettera le istruzioni della guida: "andate dalla commessa, porgetele 550 rubli in contanti dicendo solo la parola TROIKA, lei capirà". Mi ha guardato malissimo, come se l'avessi offesa (mi sono sentita pessima perché in effetti poteva sembrare) e ho avuto dei dubbi che avesse davvero capito, poi però i due biglietti me li ha fatti e allora niente, quel brutto atteggiamento arrabbiato non era riconducibile a una battuta!
E inoltre, alla prossima persona che mi fa notare quanto io parli male l'Inglese farò una risata in faccia perché sono un drago in confronto ai russi! Neppure alle biglietterie dei musei comprendevano una sola parola d'inglese. Russo, oppure, se preferite, russo. Una barzelletta continua, ma pazienza, per fortuna ormai nei cartelli è associata alla scrittura in cirillico quella in lettere latine (viva!) e io me la cavo parecchio bene con una cartina in mano. La mamma si è coraggiosamente fidata di me e io per fortuna ho sbrogliato tutto da sola e da sola mi faccio i complimenti: non ho sbagliato niente!


A proposito: la mia organizzazione era perfetta e ogni evento ha spaccato il secondo: i voli diretti sono stati comodi e veloci, gli appartamenti erano centralissimi (a Mosca ci affacciavamo sulla tipica via Arbat, a San Pietroburgo appena dietro a piazza Palazzo), puliti ed economici, ai musei pochissime code perché avevo acquistato online i biglietti, deposito bagagli tutto liscio, taxi prenotato e giunto puntuale, viaggio in cuccetta super-lusso in treno express notturno tra le due città con tanto di tendine alla Romanov e colazione stratosferica (peccato che io non fossi in condizioni fisiche per abbuffarmi). A proposito, mentre comminavamo sul binario puntando verso il vagone di prima classe, tutte sgarrupate e trascinandoci dietro il bagaglio a mano, la hostess valchiria dal tipico piglio accogliente "che vogliono da me queste due pezzenti uscite dalla piena?" ci guardava avvicinarsi come dire " 'ste sceme di turiste hanno sbagliato vagone, ora gli fo girare il culo e le rispedisco alle cuccette per i poveri", poi quando ha letto i biglietti ha cambiato espressione (ma non troppo, che le statue di cera hanno una mimica limitata). E comunque: Tiè!
San Pietroburgo è più europea (e per questo ai nostri occhi di avventuriere meno affascinante) e più turistica, gli autoctoni si son fatti più furbi e c'è un clima più accogliente.
In ogni caso ci sono state anche alcune eccezioni moscovite che confermano la regola, prima fra tutti una splendida concierge dell'hotel Metropol (avete capito bene: quello del telegiornale di questi giorni, dove forse si sono incontranti in segreto certi tizi italiani e non). Io non lo so se loro ci sono stai, ma io e la mia mamma sì. Si tratta di uno splendido edificio modernista, avevo letto che il salone da pranzo conserva meravigliose vetrate originali e avevo intenzione di vederle, così ho convinto la mia mamma ad indossare la nostra migliore faccia tosta, abbiamo varcato impavide l'ingresso superando due damerini della sicurezza in guanti bianchi e ci siamo dirette all'ascensore, abbiamo girato indisturbate all'interno dei corridoi (tutto extralusso anche se un po' "Shining"), ma niente, non riuscivo a trovare la sala, allora siamo tornate nella hall per costituirci, mi sono fatta coraggio, ho chiesto tutta imbarazzata alla ragazza fatata nel mio pessimo inglese maccheronico: "Excuse me, I'm a theacher of Istory of Art... is possible to look at, only for a moment, if is'nt a problem, the wonderful glass roof?" e lei non solo mi ha capito, ma è stata in grado di cancellare in 10'' tutta la scortesia dei suoi concittadini, mi ha rassicurato dicendomi  che per lei era un piacere, che avrei potuto fare tutte le foto che volevo, ci ha accompagnato in paradiso, ci ha spiegato che la sala la usavano solo per la colazione perciò adesso potevamo starci quanto volevamo e ci ha lasciato sole, fidandosi di noi. Che donna!



LE TRACCE DELLA STORIA
Mosca è davvero unica e bellissima, il centro storico con il Cremlino e la piazza rossa, è eccezionale.
Per fortuna l’odioso Stalin non è riuscito a cancellare tutte le tracce della tradizione, ci ha provato tirando giù tante architetture storiche (in parte negli ultimi anni è stata tentata una ricostruzione, anche se ovviamente non è la stessa cosa), ma Mosca ha conservato molto del suo folklore, dei suoi colori sgargianti e dei suoi profumi, soprattutto nelle splendide chiese ortodosse e nelle tipiche cupoline a cipollotto (prime tra tutte la cattedrale dell'Assunzione e di San Basilio). 



Per contro, Stalin ha regalato a Mosca le sue 7 sorelle (grandiosi grattacieli neogotici-neoclassici, siamo salite sulla terrazza panoramica del lussuosissimo Hotel Ucraina), la sua metropolitana (dalle retoriche e pompose stazioni un po' sopravvalutate) e un considerevole numero di architetture di regime. 
 
 

Ora, so che molti non la pensano come me, ma le architetture di regime hanno il loro perché e si somigliano tra loro. L'architettura stalinista è praticamente gemella di quella fascista. Si tratta di grandi edifici realizzati con materiali di pregio dalle forme pure, dai riferimenti classici e imperiali depurati e geometrizzati. Per anni gli storici dell'Arte si sono rifiutati di apprezzare questa architettura per il messaggio che trasmette: di oppressione e potere assoluto. Io invece l'ho sempre apprezzata proprio per questo e mi dispiace molto che autori come Terragni in Italia siano stati schifati a tal punto, mi spiego meglio: giudico grande un'opera d'arte quando è in grado di raggiungere il suo scopo e rispondere ai bisogni per cui è stata creata. Quando funziona. Questo tipo di architettura ha funzionato perfettamente e la sua estetica "metafisica" mi affascina. Il contorno politico che l'ha generata mi disgusta, ma non posso concedermi il lusso di rifiutare le opere d'arte generate e commissionate da governi moralmente discutibili altrimenti dovrei mettermi una mano sul cuore e buttare il libro di Storia nell'Arte nel cestino. Un po' di coerenza ci vuole.
Che sia chiaro: mi è piaciuta l'architettura, non il regime. Io odio ogni forma di dittatura. Tutti associano al nome di Hitler il cattivo per eccellenza, ma dovrebbero cominciare a rivedere le proprie classifiche: Stalin era un mostro e con le sue purghe di dissidenti, intellettuali, persone solo leggermente diverse dal suo standard di banalità, ha sterminato circa 50 milioni di Russi e ha cambiato irreversibilmente il carattere di un popolo.
Negli ultimi anni in Russia sta crescendo un nuovo sentimento patriottico e una presa di coscienza sempre maggiore del proprio tragico e recente passato (nel mio giro non ho avuto il tempo di visitare il museo dei Gulag da poco inaugurato o il parco delle statue destituite, ma è un bel segno che questi luoghi esistano), però al centro della piazza rossa c'è ancora il mausoleo di Lenin e facendo una bella coda è possibile rendere omaggio al suo corpo mummificato (?). La fila cominciava nella piazza accanto e non l'abbiamo fatta, pazienza, anche il caro leader ha le sue colpe e si è sporcato le mani di sangue.
Mosca ci ha mostrato molti volti, per esempio quello moderno di Moscow City dove una decina di nuovi grattaceli (spuntati come funghi dal 1993 su un solo chilometro quadrato) cercano di rivaleggiare con quelli della altre grandi metropoli del mondo. Oppure quello altrettanto avveniristico del nuovo parco in crescita sulla sponda della Moscova, proprio accanto alla piazza rossa, ci sono molti punti di interesse e una piattaforma sospesa sul fiume che regala viste eccezionali. Se un giorno tornerò, vorrei visitare anche il quartiere col museo della cosmonautica... la città meritava almeno una settimana solo per lei.
 
 
Invece San Pietroburgo è stata pensata e costruita tutta in una volta, è la citta di Pietro il Grande, è meno stratificata, più ordinata (fin troppo, ci è sembrata un po' monotona) e l'architettura è molto simile a quella delle altre grandi capitali europee dell'800 come Parigi, Madrid o Vienna. Bellissima la presenza dell'acqua. L'Ultimo giorno abbiamo fatto una piccola crociera sulla Neva in un momento di sole e poi percorso a piedi il ponte levatoio (da cui si scorge l'incrociatore Aurora cha ha dato il via alla rivoluzione di ottobre) fino alla fortezza di San Pietro e Paolo (prima fondazione della città) e poi passeggiato attraverso i ponti del delta sulle tre isole fino a tornare a Piazza Palazzo, è stato davvero un bel modo di salutare la Russia!
 
Nella fortezza c'è anche il mausoleo di tutti i Romanov, da Pietro il Grande e Caterina II fino agli ultimi. Io ho passato più tempo a coccolare la gatta che da 20 anni abita la cattedrale, eppure devo confessare che vedere le foto della servitù e dei figli dello zar Nicola II ricordando come sono stati trucidati con una fucilazione durata 20' (si erano cuciti gemme e gioielli nelle vesti e i proiettili rimbalzavano sfregiandoli e ferendoli, ma non riuscendo a ucciderli) mi ha disgustato di nuovo. Non dico che lo zar non avesse le sue colpe riguardo alla profonda povertà del suo popolo (e intanto la sua famiglia sguazzava nell'opulenza), non dico che non avesse sbagliato a trascinare i russi in una guerra che li stava sterminando, ma io sono contro la pena di morte e certe esecuzioni mi rivoltano lo stomaco. Poco tempo fa ricordo di aver palesato a un amico il mio disgusto anche per come certi italiani hanno massacrato e appeso come un maiale al macello il corpo di Mussolini e della sua amante (cosa c'entrava lei?). Come ho già scritto: odio ogni forma di dittatura. Inoltre Mussolini si era macchiato di crimini orrendi e aveva condotto l'Italia in una direzione vergognosa, in ogni modo avrei preferito che gli italiani avessero avuto la civiltà di destituirlo e processarlo, di essere diversi la lui. La storia ci insegna che purtroppo o un leader non cade mai (vedi Stalin) oppure ad un certo punto c'è una ribellione e finisce nel sangue. Ecco, a me piacerebbero rivolte più civili, dove si agisce diversamente, nel rispetto della vita di tutti (anche dei colpevoli), ma forse sono proprio una sciocca e certe utopiche modalità sono impossibili da percorrere. Il mio amico non approvò per niente il mio punto di vista, non credo che nessuno lo farà mai.


IL LUSSO SFRENATO
Non dubito che in gran parte della Russia la gente viva quasi nell'indigenza e coperta di neve 8 mesi l'anno, ma queste due città sono uno schiaffo alla miseria. In entrambe non ho visto volare per terra una sola cartina e, oltre ai sopra citati splendidi Hotel, ovunque risplendono negozi strabilianti. Il più bello è il modernista Elisev che vende dolciumi sulla prospettiva Nevskij a San Pietroburgo (con tanto di palma e automi), il più impressionante sono i grandi (enormi) magazzini Gum nella piazza rossa di Mosca (con fontane, fiori, biciclette, musica e altre esagerazioni).
Due visite hanno ridefinito nel mio cervello il significato stesso delle parole "lusso" e "ricchezza".
La prima è stata all'Armeria del Cremlino di Mosca a alle affascinantissime icone circondate di cornici in filigrana d'oro e argento tempestate di rubini, zaffiri e smeraldi, ma soprattutto nel Fondo dei Diamanti dove ho ammirato dei gioielli inimmaginabili (la corona e lo scettro di Caterina la grande non solo contengono diamanti grandi come castagne, ma sono lavorate con un gusto e una perizia incredibile).
La seconda è stata al palazzo d'inverno dell'Hermitage, che non mi ha impressionato tanto perché ero appena risorta come la Fenice dalla mia dissenteria, né per i quadri esposti, ma per gli ambienti architettonici e gli arredi. Nelle sale a padiglione dedicate alla pittura italiana c'erano sì un bel ragazzo di Caravaggio e un inquietante bambinello di Leonardo da Vinci, ma soprattutto almeno una ventina di vasi scolpiti da pezzi interi di lapislazzulo e malachite alti più di un metro e mezzo, nonché svariati tavoli  e colonne degli stessi materiali.
Ora, è chiaro che i Romanov manco li hanno dovuti comprare diamanti e pietre preziose, gli bastava far scavare a dei poveracci una delle tante miniere dello sconfinato territorio a disposizione, ma i tempi son cambiati. Mi sentirei di suggerire ad entrambe le città di vendersi uno di questi cimeli reali a scelta (quello che gli piace di meno) e metter sù un bel depuratore moderno per il proprio acquedotto.
Perché è vero che io nella mia sudicia e piccola Firenze giro su una bici sgarrupata vestita di pseudo-stracci e possiedo una brutta Multipla, che molti dei nostri negozi non sfavillano un granché (tranne che in via Tornabuoni), è anche vero che possiamo permetterci tutti di bere allegramente acqua dalla cannella (da noi si dice così) senza rischiare di rimanerci secchi!

I MIEI INNAMORAMENTI RUSSI
Esistono due tipologie principali di donne russe: le matrone (piazzate, con i volti scolpiti e lo sguardo deciso) e le ragazze da sogno (alte, magre, splendide, con gli zigomi alti e lo sguardo da gatte). Bisogna ammetterlo, in media sono due spanne sopra alle italiane. Un po' ormai ho girato, ma è la prima volta che la bellezza delle donne di un popolo mi colpisce a tal punto. Soventemente passeggiavamo accanto a delle specie di divinità. L'unico difetto che ho potuto trovarci (secondo i miei parametri del gusto) è che molte di loro stravolgono troppo il proprio aspetto seguendo un canone molto maschilista e piuttosto volgare. Ma chi glielo fa fare? Mica se lo meritano gli uomini! Tantomeno i russi che al contrario mediamente sono piuttosto bruttini, un po' bolsi e con uno sguardo tale da essere perfetti per interpretare il cattivo in qualsiasi produzione cinematografica.
Eppure io ho da molti anni un debole per i russi.
La mia prima storia d'amore è iniziata casualmente a Barcellona nell'agosto del 2003, al piano terra della Pedrera di Gaudì c'era una mostra gratuita su un pittore del '900. Avevo appena finito l'università di Architettura, non ero preparata sulla pittura delle Avanguardie e tantomeno sull'Astrattismo. Inoltre, come tutte le persone dotate di un po' di talento per il disegno dal vero e piuttosto ignoranti, guardavo ai quadri senza soggetto con molto scetticismo.
Sono entrata in quelle sale senza sapere quasi niente su Kandinsky, ho osservato il primo quadro restando sulle mie, al secondo mi sono lasciata andare, al terzo sono entrata in immersione e al quarto ero già perdutamente innamorata. Da allora l'ho amato e cercato sempre, a Parigi, a Strasburgo, a New York. Negli anni ho imparato a stimare anche Malevic, ma niente di paragonabile rispetto alla predilezione per il mio vero amore. Adesso non tiriamo fuori il caledoscopico Chagall, non lo considero neanche sullo steso piano del più grande astrattista della storia (so che queste cose come insegnante di Storia dell'Arte non dovrei neanche pensarle, ma tanto adesso sono in vacanza)!
A Natale 2013 a Palazzo strozzi organizzarono una mostra sulle "Avanguardie Russe" e io acquistai il biglietto al solo scopo di rivedere il mio Wassily. E invece l'ho tradito di nuovo e stavolta non si è trattato di una storiella passeggera, ma di una relazione seria (anche se difficile e minata dalla distanza): ho incontrato per la prima volta Pavel. Con Filonov c'è stata fin dal principio un'attrazione chimica potentissima, io adoro Kandinsky oltre che per il suo incredibile talento anche per tutto quello che ha scritto e fatto (per tutto il suo modo di concepire la pittura), il percorso artistico di Filonov è per me meno condividibile (sono disinteressata all'aspetto sociale della pittura e non sempre accetto la sua persistenza dell'icona) eppure i suoi quadri esercitano su di me un'attrazione magnetica.
In questo viaggio li ho rivisti e omaggiati entrambi, ho dedicato loro molto tempo e passione.  Che gioia infinita trovarsi a un metro dalle composizioni VI e VII del mio Wassily, proprio dove si è trovato lui! Lasciarsi prendere per mano da ogni segno e colore e farsi trascinare dall'armonia della sua danza visiva. E che dire della moltitudine infinita della "formula di primavera" di Pavel dove ogni tassello cromatico dall'infinitamente grande all'infinitamente piccolo genera l'universo? Che magia! Quanto sono geniali i miei fidanzati!
 
La mia mamma, poverella, ha rinunciato di buon grado a visitare il museo delle uova di Pasqua Fabergè e si è lasciata trascinare al loro cospetto, assecondando le mie lunghe immersioni nei loro mondi. Ormai anche lei apprezza Kandinsky, desiderosa di farsi una foto proibita si è accostata troppo e ha letteralmente spostato un quadro dal muro, mi sono sentita gelare il sangue nelle vene, l'allarme è impazzito ma incredibilmente non è accorso nessuno a redarguirci... ma come: per un misero kebab sì e per l'immenso Kandisky no??? Bo, sono pazzi questi russi!
La Goncharova era in vacanza (la aspetto questo autunno a Firenze per porgerle i miei omaggi), intanto ho avuto il piacere di scoprire tanti altri conterranei come il vagabondo Repin (in una mostra personale), di osservare i modelli dello sfortunato Tatlin e farmi portare nei "deserti" di Malevic, infine di fare anche un salutino acrobatico a Chagall a alla sua "passeggiata" (così nessun estimatore si offenderà). 
 
 
Auguro al popolo russo di riuscire ad ottenere finalmente una ridistribuzione delle ricchezze e maggiore libertà. Soprattutto, di riconquistare la fiducia in se stessi e negli altri (necessarie per imbarcarsi in nuove avventure) e il proprio sorriso, di amare ogni giorno di più la propria casa, che è splendida e deve renderli fieri.
Io non posso che essere grata alla terra che ha dato i natali a tanti geni dell’Arte (della Musica e della Letteratura) e al Fato che, attraverso mille peripezie e tragedie, in qualche modo è riuscito a salvarli e a portarli fino a me, dalla Russia con amore.

lalla