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mercoledì 12 novembre 2025

Ginevra e la gatta in una sola notte ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

Oggi compio mezzo secolo, il mio auto regalo è finalmente pronto e, concedetemi di dirlo: parecchio bellino.
Sono fe-li-cis-si-ma!

E allora:
Tanti auguri a me,
tanti auguri a me,
tanti auguri alla lallaaa,
tanti auguri a me!!!

Ieri mi sono già fatta gli auguri sui social, in anticipo di un giorno perché oggi ho un casino di cose da fare e perché non temo il malocchio (semmai, da brava Strega, lo infliggo).
Tranquilli, farsi gli auguri ogni piè sospinto fa solo bene e anzi potete farmeli anche voi, oggi o in qualunque altro momento, acquistando "Ginevra e la gatta in una sola notte" (in formato cartaceo o e-book) e scrivendo una fantasmagorica recensione... No, scherzo: basta che scriviate due righe o la lista della spesa tanto per fregare l'algoritmo di Amazon e far scaturire da me gratitudine eterna.
Invece, ve lo confesso (perché non sono scaramantica, ma spudorata sì) che 5 stelle splendenti (una per ogni mia decade) mi farebbero parecchio, ma parecchio, comodo...
Grazie di cuore a chi mi sosterrà e i miei migliori auguri di Buon Non Compleanno a tutte e tutti!

lalla

martedì 30 settembre 2025

io e l'Arte

Non so cosa significhi essere un'artista e neanche mi interessa molto scoprirlo, ma so di aver imparato a disegnare prima di aver imparato a vivere. Anzi, sospetto che sia stato il disegno l’unico in grado di insegnarmi a farlo. 
I miei quadri, le mie sculture, i miei figli d’arte rimangono quasi sempre con me, attaccati alle mie pareti, nella mia casa. Salutandomi e osservandomi ogni giorno esattamente quanto io osservo loro. Durante le lunghe ore passate insieme, possono ricordarmi il motivo che mi ha spinto a crearli: quel dolorino latente di solitudine, quell’esigenza di affondare e raccogliere quello che sento nel profondo per poi tentare di portarlo all’esterno, quel coraggio di arrischiarmi, di uscire per essere vista.
Soprattutto, il mio bisogno di comunicazione e comunione sempre disilluso, sanno ogni volta analizzarlo e consolarlo esattamente come già avevano saputo fare durante la loro nascita.
E possono anche raccontarmi qualcosa che io non avevo pensato o deciso a priori, qualcosa che le mie opere sono diventate autonomamente e che è altro al di fuori di me. Possono aiutarmi a spostare il mio punto di vista arrivando a spiegarmi ed insegnarmi l’inaspettato. Su me stessa e sugli altri.
Ecco perché non ha alcuna importanza che i miei lavori non abbiano un valore per il resto del mondo, considerando quanto ne hanno per me. Ecco perché non posso venderli e non riesco a staccarmi da loro: perché di fatto non creo opere, ma talismani. L’arte è la mia cura e probabilmente anche la mia unica forma di religione. Non sono mai stata capace di vivere senza di lei su questa terra. Togliermela significherebbe uccidermi.

lalla

martedì 22 luglio 2025

18 luglio 2025 - empatia

Sentire tanto dall'esterno mi espone a grandi delusioni e continue sofferenze, questo è vero, ma non voglio e non posso considerarlo un difetto, né una debolezza.

Fa risuonare dentro di me la gioia degli altri e per questo sono spinta a cercarla. L'essere altruista per me non è una forma di sacrificio, bensì di benessere.

Volendo espandere il concetto di "altri" ad ogni entità esterna (persone, animali e piante), l'empatia mi permette anche di meravigliarmi e riempirmi della bellezza della natura.

Le persone narcise, loro sì che mi sembrano sfortunate. Il problema non è solo sociale e cioè che siano egoiste e pensino solo a sé stesse, ma soprattutto personale e cioè che "sentano" solo sé stesse.

Le vedo affannarsi inutilmente cercando di soddisfare ogni bisogno o realizzare ogni desiderio, ma sospetto che abitino una solitudine universale, ripiegate nel proprio, celato, dolore. E mi dispiace per loro.

lalla



mercoledì 25 giugno 2025

complimenti o suggerimenti che la gente mi dice in buona fede e che invece a me danno sui nervi

1) "Quando/perché non ti rifai una vita?"
Un grande classico, oserei dire, intramontabile, a cui io, stronza che non sono altro, sarei sempre più propensa di rispondere: "Perché non te la rifai tu?"

2) "Oddio, come stai bene, sei dimagrita tantissimo!"
In verità ho perso solo 4 kg e tutto questo entusiasmo mi pare sottintendere che prima sembrassi un bidone.
Comunque, devo anche io ammettere che fu più sgradevole quando tre anni fa una commessa mi consigliò di scegliere un modello di borsa più grande perché "più adatto alla mia stazza."

3) "Non andare avanti, lascialo così!" Ogni volta che mostro un work in progress dei miei dipinti. Anche in questo caso, sempre più stronza, avrei voglia di rispondere: "Dipingi il tuo quadro e lascialo al punto che preferisci."
Piccola parentesi: forse i miei non-finiti attraggono perché ho una strana tecnica pittorica: non creo un abbozzo generale (tanto ho già tutto in testa) e non c'è quasi nessun disegno preparatorio (solo una traccia), invece procedo per zone terminando una parte alla volta e mettendo via via le varie parti in equilibrio... Questo rende i vari step affascinanti, ma non significa che il quadro sia finito.

4) 5) 6) ... Ce ne sarebbero molti altri perché, lo ammetto, sono una a cui dà molto fastidio che la gente dica come sia meglio essere, fare o comportarsi, pure se lo fa attraverso dei complimenti (e mossa dalle migliori intenzioni).
Sappiatelo: con me è tutta fatica sprecata perché io continuerò a essere, fare e comportarmi solo come mi pare. Non a caso, sono una Strega!

lalla
Condizione femminile - inizio

Condizione femminile - Step 2


Condizione femminile - Step 3
Condizione femminile - Step 4
Condizione femminile - Step 5
Condizione femminile - Step 6
Condizione femminile - olio su masonite, 120 x90 cm

giovedì 27 febbraio 2025

la pittura come cura al "carcere duro" delle Murate

Qualche giorno fa ho avuto modo di visitare uno spazio del vicino complesso delle Murate che ancora non conoscevo: il carcere duro.
Durante il regime fascista vi vennero reclusi diversi dissidenti politici e un gruppo che aveva rifiutato la leva (in seguito fucilato). Dopo la seconda guerra mondiale questa piccola ala carceraria divenne tra le più temute d’Italia.
Il primo impatto con l'ambiente mi ha stretto lo stomaco.
Ciò che mi ha ferito maggiormente non è stata la metratura ridotta delle celle, ma la mancanza di luce. Le finestre non sono vere finestre, ma solo prese d’aria che affacciavano su un corridoio. Non si vede il cielo. Non concedevano di percepire lo spazio aperto neppure all'esterno (e spesso venivano oscurate). I detenuti non potevano osservare il cromatismo di un’alba o di un tramonto, il mutare delle nubi, l’alternanza tra notte e giorno. Niente, solo buio, per giorni e giorni. Che carognata.
L’assenza di luce è una forma di tortura e porta alla disperazione.
Poi, la sorpresa che è arrivata a commuovermi: nonostante quegli uomini fossero stati rinchiusi con il chiaro intento di portarli a un passo dalla morte, molti di loro sono stati capaci di sentirsi ancora vivi.
I detenuti potevano comunicare con i secondini solo scrivendo con un carboncino le richieste su dei piccoli foglietti da inserire in un cassettino/feritoia; ebbene, molti hanno utilizzato quei carboncini anche per scrivere sulle pareti. Motti politici, battute di spirito, calendari e forse un alfabeto morse.
Infine, alcuni hanno scelto di disegnare.
Hanno scelto la pittura come conforto e cura.
La cella numero 45 conserva due paesaggi dal tratto pulito e fresco (segno di una mente ancora incredibilmente lucida): una veduta cittadina datata 25 settembre 1945 e un’oasi nel deserto (chissà se ricordo di un viaggio o metafora della salvezza).
La cella numero 65 mostra un’ammaliante figura femminile con blusa elegante e mano sul fianco. Il punto di vista leggermente ribassato dello spettatore le conferisce potenza. Sulla destra, una scena erotica piuttosto naif espressione del desiderio spontaneo e giusto dell’autore di assaporare ancora il piacere.
Anche la cella 66 è decorata con tre figure femminili a grandezza naturale. Nella parete di sinistra sorprendono una sorta di danzatrice del ventre (maestosa e dettagliatamente agghindata) e una donna nuda dal busto di profilo (con seni perfettamente in scorcio prospettico) e sguardo intenso. 
Queste figure femminili mi hanno ricordato quelle del Simbolismo tardo ottocentesco (la Salomé di Gustave Moreau, per intenderci). Mi hanno trasmesso un senso di potere quasi mistico. Sono vere e proprie dee, dell’amore, della procreazione, della vita.
Sono vere e proprie opere d’Arte. E non importa se mancano di virtuosismo tecnico (evidentemente impossibile, considerando il contesto e la privazione di mezzi). Sono Arte nella sua accezione più pura ed elevata. Lo sono come compiutissima espressione di sé del detenuto che, in quel momento, per esigenza e non per posa, si è fatto artista. Tanto quanto lo è stata Frida Kahlo rappresentando ed esorcizzando per tutta la vita il proprio dolore fisico e psicologico attraverso autoritratti surrealisti. Tanto quanto lo sono stati gli uomini preistorici scolpendo “veneri” come speranza di prosperità, fertilità e sopravvivenza. Tanto quanto lo diventa chiunque quando intensamente percepisce l’esigenza di creare per resistere al dolore dell’esistenza e poter continuare a vivere.

lalla

lunedì 24 febbraio 2025

al GAM da Berthe Morisot

Due settimane fa ho visitato la mostra alla GAM di Torino dedicata a Berthe Morisot, pittrice Impressionista non abbastanza celebre per le sue pitture (forse ricorderete “la culla” del D’Orsay) e nota ai più come “l'amante di Edouard Manet”.
Le tele esposte provengono quasi interamente dal museo Marmottan, che oltre alla sua maggiore raccolta di opere conserva anche “Impression soleil levant” di Claude Monet (e quello lo conoscete tutti, giusto?)
Sono stata due volte al museo parigino e avevo già avuto modo di apprezzare varie opere di Berthe, ma diverse da quelle esposte a Torino (evidentemente in magazzino ne hanno tante), quindi durante la visita non c’è stata alcuna ripetizione, ma solo piacevole scoperta.
Però, prima di passare a parlare di cose belle, siccome sono rompina, due critiche al GAM mi tocca farle per forza.
La prima: l’illuminazione delle tele è spesso inadeguata e costringe a guardarle di tre/quarti per evitare il riflesso dei faretti; non si poteva fare di meglio?
La seconda: non c’era bisogno di un allestimento forzatamente “femminile” con carte da parati floreali dai colori pastello nonché attaccapanni liberty con tanto di sciarpa di seta “da donna” appesa, tanto ridicola che una visitatrice un po’ ingenua ha pensato bene di appenderci anche il suo cappotto e si è beccata una partaccia dal guardiano (una scena esilarante). Insomma, s’è capito che è un’artista donna, ma anche meno. La Morisot è stata grande e ha partecipato a molte mostre del gruppo, a questo punto possiamo smettere di definirla “Impressionista donna”, basta dire “Impressionista”.
Ella stessa dichiarava: “Non credo che ci sia mai stato un uomo che abbia trattato una donna alla pari, e questo è tutto ciò che chiedo perché conosco il mio valore”.
Chapeau.
Riflettiamo ad esempio sull’appellativo “amante di” che le viene soventemente appioppato, per fortuna la mostra non calca eccessivamente la mano su questo, eppure non riesce a esimersi dal riempire una prima sala di copie di ritratti che le fece Manet. Insomma, come prima cosa non può fare a meno di presentarcela attraverso gli occhi di lui (che poi sono diventati quelli della Storia) nonostante, credetemi, Berthe sia perfettamente in grado di raccontarsi anche da sola.
Qualcosa tra loro c'è stato, questo è vero.
Berthe Morisot è giovane, talentuosa e bella, conosce Edouard Manet (già sposato) e si crea tra loro un’intesa artistica e umana molto forte. Non ci sono prove che tale intesa sia diventata anche fisica, ma in varie lettere entrambi parlano dell’altro con ammirazione e trasporto. Berthe posa per Edouard in numerose opere (la prima è “Il balcone”) ed è lui a introdurla nel gruppo Impressionista. In seguito, Berthe ne sposa il fratello (Eugene Manet), un uomo gentile e rispettoso della sua indole artistica, dalla loro unione nascerà la figlia Julie e la pittrice parlerà sempre di un matrimonio molto felice.
Ora mi chiedo, che Berthe e Edouard in principio siano o meno stati amanti: perché non ci si riferisce con la stessa frequenza a Manet come a “l’amante della Morisot”?
Se la vita sessuale (o il ruolo di amante/moglie/madre) di una donna ancora oggi sembra interessarci più del suo operato artistico o bastare da solo a riassumerne l’esistenza, non dovrebbe essere lo stesso anche per quella di un uomo?
Ammetto di essere caduta anche io in questa trappola in passato, ma cara Berthe, te lo prometto: da questa riga in avanti, alla pari.
Ed eccoci al percorso della mostra, osservando il suo lavoro e leggendo le sue parole, traspare quanto la Morisot amasse la vita e ne avesse compreso profondamente il senso.
“…la mia vita si limitava al voler fissare qualcosa di quello che accade. E quell’ambizione è ancora smisurata (…) un atteggiamento di Julie, un sorriso, un fiore, un frutto, un ramo d’albero, una sola di queste cose mi basta.”
Le tematiche raffigurate sono quindi le piccole (e grandi) cose quotidiane che l'autrice sapeva osservare con particolare attenzione e delicatezza. Come Auguste Renoir, canta il benessere della società moderna. Una cosa da notare però è quanto le molte donne della Morisot risultino meno leziose di quelle del celebre collega; Auguste tende ad avere una visione idealizzata del mondo femminile, mentre lei, facendone parte, lo conosce intimamente e può essere più realista.
La pittura tonale an plein air è sicuramente compatibile col resto del gruppo Impressionista, ma la tecnica della Morisot si distingue per l’uso di pennellate molto libere. I quadri sembrano quasi schizzi fatti col colore, il segno è vigoroso e la tavolozza vira spesso verso particolarissimi verdi (con i relativi rosa/arancio complementari). Le immagini sono fresche e l'accordo cromatico perfetto.
Morisot, attraverso colori e segno, riesce a regalare un viaggio molto puntuale all'interno della propria realtà. Meriterebbe una memoria "singola" e sicuramente un po’ più di pagine all'interno dei manuali di Storia dell’Arte.

lalla
























sabato 22 febbraio 2025

quattro vite, ma cinque no.

Nella prima, sarei una madre instancabile e un’ottima insegnante, completamente dedita ai miei ruoli di cura. Dei miei figli, di mia madre, dei miei studenti, delle mie amiche. Di chiunque incontri la mia strada. Sempre in ordine e in orario. Sempre efficiente, accogliente e disponibile con tutti. Cucinerei delizie culinarie solo per soddisfare il gusto dei miei commensali e organizzerei eventi e feste solo per la gioia dei miei invitati. Lascerei che tante amorevoli sanguisughe mi prosciughino senza provare alcun rimorso e mi sentirei realizzata così.

Nella seconda, sarei un’artista (e affanculo tutti gli altri) completamente assoggettata ai bisogni e alle esigenze della mia lalla interiore. Non dipingerei soltanto. Tornerei anche a modellare la creta (Dio, quanto mi manca!) e non solo, non mi basterebbe neppure quella. Avrei uno studio enorme dove mi rifugerei vestita di stracci per sperimentare tecniche nuove e perdermi attraverso colori e materie. Vivrei in modo sregolato, mi nutrirei solo di cibi precotti, perderei il senso del tempo in una ricerca continua e disperata della sola espressione di me.

Nella terza, sarei una scrittrice (e magari pure sceneggiatrice). Osserverei le dinamiche sociali con occhio curioso, le rielaborerei liberamente nel mio cervello e darei vita a migliaia di trame ironiche e avvincenti. Quando la mia mente, prestissimo al mattino, mi riporterebbe alla coscienza attirandomi all’interno delle mie storie, la asseconderei infilandomi una maglia sformata sopra il pigiama e andando alla tastiera del mio pc. Sarebbero ore liete di libertà assoluta e pieno potere. Inventare e manovrare altre vite mi regalerebbe una sensazione quasi divina. Infine, la gratificazione di poter tirare dentro a quelle vite le mie lettrici e i miei lettori mi inebrierebbe totalmente.

Nella quarta, non farei un benemerito cazzo! Troverei il modo di vivere di rendita e divertirmi soltanto. Di mettermi in ghingheri e andare a ballare ogni volta che ne avessi voglia. Di viaggiare ed esplorare il mondo. Di perdermi in luoghi lontanissimi e sentirmi straniera. Di scoprire scenari inaspettati e assaggiare sapori nuovi. Di lasciarmi sorprendere da culture e personalità differenti. O anche di passare ore in completo spegnimento sul divano davanti a una serie TV, sorseggiando una tisana calda o sgranocchiando una tavoletta di cacao amaro. Al massimo stiracchiandomi e basta, che pure andare al gabinetto mi farebbe fatica. E perché no?

Però, porca miseria, non credo nella reincarnazione e di vita ne ho solo una. Sicché mi tocca fare tutto di corsa per farlo rientrare in questa e basta. Arrabattarmi tutto il giorno (e parte della notte) e fare magie come una prestigiatrice, sentendomi sempre in affanno e un pochino in difetto (in colpa) con l’una o l’altra versione di me…

Mi viene di pensare che sarebbe stato più facile essere una persona “normale”. Una mamma un po’ distratta (che forse alla fine i figli crescono pure meglio), un’insegnante un po’ menefreghista (che tanto il monumento non lo fanno a nessuna), una che non sa tenere una matita in mano (molti hanno già creato e meglio, non è che fosse così essenziale che lo facessi anch’io), insomma una tipa tranquilla che non viene svegliata alle cinque del mattino dalla propria immaginazione. Una che dorme in pace.
Una volta a settimana andrei dal parrucchiere e mi piacerebbe fare shopping. Mi farei offrire la cena da bellimbusti più o meno piacenti, troverei gratificante un pettegolezzo così come un acquisto o una conquista amorosa. Sarei una donna serena ed equilibrata. Socialmente molto più accettabile…

No: questa quinta vita non la voglio! Mi tengo le mie quattro pigiate in una. Mi tengo la mia irrequietezza e il mio essere debordante. Magari prima o poi questo rimpallo mi farà diventare pazza, ma preferisco rimanere lalla fino alla fine.

lalla