martedì 17 gennaio 2017

caro babbo, noi comunque ci siamo impegnati e va benissimo così.






Una cosa che mi ha sempre fatto girare le scatole è che i morti diventino santi. Non è vero che “se ne vanno sempre i migliori”, se ne vanno tutti. E’ come se il lutto generasse un’amnesia parziale nella testa delle persone sopravvissute che porta a scordare le cose brutte e a ricordare solo quelle belle. A dimenticare le litigate e le difficoltà della convivenza, a rimuovere le cattiverie, a smussare gli spigoli del carattere, insomma a staccarsi dalla realtà (a idealizzare) e a rinnegare così la storia. I cimiteri si trasformano in luoghi popolati da salme di santi, di modelli di perfezione e perciò di tanti cloni, tutti migliori di noi che siamo ancora vivi per il solo fatto di essere morti. Spesso le persone ci vanno, armate di un mazzo di fiori, a rimpiangere una specie di supereroe che non è mai esistito e a nutrire un sentimento di amore puro, di affetto perfetto che non avevano mai provato verso l’altra persona (quella defunta) quando era ancora viva. Lo fanno perché forse è la cosa più naturale da fare, la più spontanea e la più facile per sentire di meno la mancanza, l’unico modo che hanno per sopportare la perdita, per continuare a cullarsi nella nostalgia di quello che era (anzi, di quello che non era, ma che sarebbe stato bello potesse essere stato). Quindi, in definitiva, queste persone lo fanno per soddisfare un bisogno personale, non certo per ricordare chi se n’è andato. Ma così facendo, io mi chiedo: cosa resta del defunto? Niente. Non sono credente perciò non posso immaginarmi una vita dopo la morte se non nella continuità genetica della propria stirpe e nella memoria dei propri cari. Per questo io non ci sto: mi rifiuto di scordare, dimenticare, rimuovere e perfino smussare. Le cose belle, e anche quelle brutte.
Non si ama di meno una persona rendendosi conto e ammettendo che possa avere (o possa aver avuto) dei difetti. Si prende il pacco completo e lo si ama lo stesso.
E’ passato quasi un anno dalla morte del mio babbo, ma riesco a ricordarlo ancora con sincerità: prima di tutto era un convinto maschilista. Durante l’infanzia è stato un padre “normalmente assente” (considerata la generazione d’appartenenza), tornava dal lavoro a ora di cena e nel fine settimana aveva i suoi svaghi (carte, caccia e pesca). Io passavo molto del mio tempo con i miei fratelli o da sola (ho sempre amato la solitudine), o con la tata (che era più una nonna che una tata), o con la mamma (che c’è sempre stata). Ma il mio babbo era, anche, molto affettuoso. Ogni sera, rientrando a casa, ci baciava, noi e la mamma, anzi, prima la mamma. Lo stesso faceva una volta che eravamo sotto le coperte, ricordo benissimo la sua barba morbida e fine (mai pungente) che mi faceva il solletico. Qualche volta capitava che tornasse prima, magari mentre uscivo dalla vasca, la mamma doveva cucinare e allora ci pensava lui ad asciugarmi i capelli e mi ricordo bene che mi piaceva tanto quando lo faceva lui, mi piaceva di più. La mamma aveva sempre fretta quando mi pettinava e (molto spesso) mi strappava un po’ di capelli, lui invece li spazzolava a lungo e con calma, venivano tutti vaporosi. Mi diceva sempre che ero bellissima e sono certa che lo pensasse davvero.
Il mio babbo era prepotente. Quando ero adolescente cominciai a trasformarmi in una persona, non ero più solo la sua bambina, i rapporti diventarono più difficili. Non riusciva ad accettare che i suoi figli potessero pensare in modo indipendente, sfuggire al suo controllo. La sera tornava sempre più tardi, sempre più fiero del suo lavoro, ma sempre più stanco, anche io ero stanca e un po’ indolente come tutti gli adolescenti, avevo sentito la sua mancanza, potevo trasformarmi in un’intransigente e lui in un iracondo. E allora son state litigate, anche brutali, quasi sempre a cena. Per delle cazzate, oggettivamente. Per la mia indolenza e la sua prepotenza. “Lalla, vai a prendere il formaggio nello stanzino”, detto con calma, ma deciso (che forse a ripensarci adesso non voleva essere un ordine, ma una richiesta, ma io ero un’adolescente e lo percepivo più come un ordine che come una richiesta). E allora io, detto altrettanto con calma, ma con noncuranza (tipo per dire: ”me ne frego di scattare se mi dai degli ordini”): “prima finisco la minestra e poi vado”. E allora si offendeva e giù con la rabbia: “… io che lavoro tutto il giorno per voi, ti chiedo un piacere e non lo fai… i figli devono portare rispetto e bla,bla,bla (anzi BLA, BLA, BLA! a 20.000 decibel)”. Così mi offendevo io che mi sentivo (anzi, ero sicura di essere) nel giusto, ero la figlia modello, no? Studiosa e tranquilla, non mi meritavo certo queste sfuriate per un tocco di formaggio! (sì, ok, adesso mi è chiaro che il formaggio fosse la cosa che c’entrava di meno).
A questo punto, capito il personaggio (per certi versi molto più simile a me di quanto mi sarebbe piaciuto ammettere), la via più semplice sarebbe stata fingersi mansueta e adorante, non contrastarlo più e fare le cose (tutte le cose della mia vita) di nascosto, ma io non mi sono mai accontentata della via più semplice. Se una cosa ti interessa ti ci impegni, porca miseria, non imbastisci un rapporto di facciata per vivere tranquilla. Non mi andava di raccontare bugie, di fare forche a scuola o di uscire di nascosto, di indossare una maschera e rinunciare per sempre ad un rapporto reale. E il mio babbo in questo mi ha aiutato perché era anche una persona intelligente e sapeva essere ragionevole sulle questioni serie (non sul formaggio). Perciò mi sono fatta coraggio e li ho resi partecipi delle mie scelte (entrambi i genitori), gli ho raccontato la mia vita, le mie storie d’amore, ho spiegato il mio punto di vista e a volte entrambi non lo condividevano e neanche io il loro, ma se ne poteva parlare comunque, magari concitatamente, con vigore, ma con rispetto. Certo, tutto questo è faticoso, quando le posizioni erano contrastanti, quando leggevo nei loro occhi che non mi approvavano, che mi avrebbero desiderato diversa mi sentivo incompresa e la vivevo come un’ingiustizia, mi facevano soffrire. Anche io, ora lo so, devo aver fatto soffrire loro. Forse, devo ammetterlo, ho scelto per tutti la via più dolorosa, la via del confronto. La si può percorrere solo se ci si impegna per far tutto pulito e se ci si sente forti della propria posizione, se si è sinceri nel rapporto con l’altra persona (e con se stessi) e non si prova vergogna. Perciò è pure faticosa come via e piuttosto spietata, ma ancora oggi sono fiera di aver scelto così. Io ho vissuto in questo modo ogni rapporto della mia vita, fino infondo.
Una volta il babbo ci raccontò, sempre a tavola (ora che ci penso in casa nostra succedeva tutto a tavola): “quando voi eravate ancora piccoli, un collega mi mandò la figlia in prova come segretaria. Mi accorsi subito che era troppo bella e in più aveva quel modo di fare un po’ così… insomma, io con una scusa la mandai via”. La mamma, mi ricordo bene, fece un’espressione un po’ offesa (comunque sia non le piaceva che lui avesse trovato seducente un’altra donna al punto da ritenerla “pericolosa”) e allora partii io con la filippica femminista: “ma non è giusto però, una allora se è bella non può lavorare! Questa è discriminazione, dovevi resisterle!”. E lui, che era una persona pratica, rispose non a torto: “lascia perdere quello che è giusto Lalla, se a una cosa ci tieni davvero la devi proteggere, deve essere sempre la tua priorità, giocare col fuoco può essere divertente, ma prima o poi ti bruci”. Il mio babbo era una persona coerente (come la mia mamma, non è un caso che lo sia anche io) e che ha sempre lottato, sempre, con tutti noi (e contro tutti noi), senza lasciare niente di intentato, per prendersi cura della cosa più importante che avevamo: la nostra famiglia.
L’adolescenza è poi finita. Così ho capito che prima o poi a tutti può scappare “la parolina di troppo” al momento sbagliato, che le persone di tutte le età possono essere stanche e irascibili, possono avere difficoltà nel relazionarsi, possono essere intransigenti, convinti di se stessi, anzi troppo convinti (convintissimi) e possono farsi del male a vicenda. Però, se queste persone imperfette sono state sincere tra loro e hanno cercato un confronto reale, alla fine non importa chi avesse ragione (se poi davvero uno ce l’aveva questa ragione), l’importante è che se ci hanno provato sul serio, se si sono impegnate, se hanno fatto tutto il possibile e del loro meglio con quello che erano (se non hanno scelto la via più semplice) allora va bene così. Va benissimo così. Una volta diventata adulta, ho perdonato il mio babbo per non essere stato “il padre perfetto” e ho perdonato me stessa per non essere stata “la figlia perfetta”. E chissenefrega della perfezione!
Dopo il babbo si è ammalato e, ripensandoci, io sono davvero contenta che sia stato “dopo” (cioè mi ritengo fortunata di aver avuto il tempo di perdonarlo prima, quando era ancora tutto lui, maschilista, prepotente e convintissimo di sé) perché in seguito ha perso dei pezzi per strada ed è per forza di cose cambiato. Il mio babbo era sempre stato un’enorme piramide di pietra indistruttibile e infatti il suo male ci ha messo quasi un decennio a smontarlo, un piccolo tassellino alla volta. Questo calvario ha generato caratteristiche che non erano sue proprio per niente come la disillusione, lo smarrimento e la paura, si è fatto più fragile ed emotivo. Praticamente tutto il peso del suo dolore lo ha riversato sulla mamma (che c’è sempre stata) e io gliel’ho anche detto che si comportava male con la mamma, che doveva essere più buono con lei (sempre piuttosto intransigente la signorina). A me (che non vivevo più così vicina, ma a “distanza di sicurezza”) ha invece detto, sinceramente, delle cose bellissime. Ma il nostro rapporto non era più paritario ormai, eravamo tornati alla mia infanzia, ma questa volta era lui il bimbo fragile e innamorato e io l’adulta “normalmente assente”.
Il motore della sua vita è stato combattere e illudersi davvero di essere indistruttibile, fino alla fine (ha rinnovato la patente di guida la settimana prima di morire), quindi abbiamo deciso di concedergli di mantenere la speranza (che voleva così tenacemente): nessun discorso d’addio e nessun accenno alla fine imminente. Ma io sono sempre la solita rompicoglioni, si sa, la via facile del “far finta di nulla” ancora una volta non mi piaceva, non lo volevo lasciare andare così, senza un saluto vero. Così ho escogitato un trucco per il giorno del suo ultimo compleanno anticipato, quando la famiglia si è seduta per pranzare insieme un’ultima volta: ho fatto vedere a tutti il filmino della nostra vita. E così abbiamo riso, ci siamo commossi tanto e ci siamo detti addio. Che infondo non serve davvero la parola “addio” per dirsi addio. Dopo la proiezione era stremato, oltre al colpo di grazia del filmino c’era stato il pranzo prima (dove non aveva quasi toccato cibo). Io comunque un cioccolatino artigianale glielo avevo allungato e lui l’aveva mangiato facendo quella faccia che faceva sempre tipo “mmm, buonissimo”, ma questa volta probabilmente l’aveva fatta solo per farmi contenta (era un grande attore il mio babbo e anche lui si stava impegnando parecchio quel giorno), però io ancora un po’ ci spero che se lo sia gustato davvero quel cioccolatino. E anche la partita a carte che hanno organizzato dopo, quando io stavo già guidando verso Firenze (volevo tornare dal mio amore che era appena rientrato dalla Francia dopo un faticoso viaggio di lavoro, probabilmente mi stava già aspettando… non lo sapevo ancora quale fosse il vero motivo per cui era andato ad Angouleme, il mio amore).
Ed eccoci arrivati al nostro ultimo momento, proprio un momento sbagliato, il babbo era in imbarazzo perché voleva giocare a carte, ma doveva urinare e non aveva la forza di andare in bagno. Si vergognava, così abbiamo cercato di convincerlo che non era niente di grave: “e vabbè, portatemi la padella”. Sono usciti tutti dalla stanza, Guido è tornato, lui e la mamma stavano per sollevarlo un po' e sistemare la padella, perciò io adesso avevo davvero pochi secondi per poterlo salutare. Ma, nonostante avessi già Matilde in collo e fossimo tutte imbacuccate, lui in qualche modo mi ha dato ancora un po' del suo tempo, si è allungato sfiorandomi con le labbra e ha detto “grazie Lalla del filmino e vai piano con la macchina”. No, concedimi ancora solo un attimo babbo, prima di distrarti troppo pensando alla padella, o alla partita di carte … gli ho risposto, tutto d’un fiato: “grazie a te babbo, per le bellissime avventure che abbiamo vissuto insieme!”. Sapevo che sarebbero state le mie ultime parole, ma non ho avuto il tempo di sceglierle e probabilmente non sono uscite bene, in effetti la voce si è un po’ rotta e forse lui non era più abbastanza attento, perciò devo ammettere che mi è rimasto questo dubbio: non lo so se mi ha capito.
Ecco la cosa brutta della morte: è irreversibile, è definitiva. Non è che se adesso mi viene voglia di dirgli una cosa fondamentale che proprio vorrei dirgli posso chiamarlo e dirgliela. La morte è un punto di non ritorno. Noi non ci possiamo dire più niente. E lo so che siamo stati due chiacchieroni e che di cose ce ne siamo dette tante, ma comunque in questo anno ogni tanto avrei avuto ancora voglia di poterlo fare. Mi ha dato proprio fastidio questa storia dell'irreversibilità.
Invece, uno dei primi giorni del 2017, il 2 o il 3, non ricordo di preciso quale, ho fatto un sogno.
Ero in una stanza vuota, sulla soglia alle mie spalle c’era (forse) il resto della mia famiglia. Questa stanza grigia avrebbe potuto assomigliare ad un obitorio, ma dentro mi ci sentivo bene (non aveva la freddezza e la tristezza di un obitorio), davanti a me, disteso su un lettino (tipo da obitorio appunto), c’era il mio babbo coperto solo da un lenzuolo (forse grigio, forse bianco), ma col volto scoperto. Mi avvicino, lo guardo per essere sicura che è lui. Sì, è proprio lui, ma ha ripreso qualche chilo dall'ultima volta che l'ho visto. Apre gli occhi e mi guarda.
Mi piglia un colpo, sono sorpresissima “Babbo, ma sei vivo?!”
E lui, tranquillo “ma certo”.
“Ma noi si credeva che tu fossi morto, ti s’è fatto anche il funerale, sai? E da parecchio tempo”.
E lui, sempre più serafico: “Sarà stata morte apparente, io sto proprio bene”.
E allora io a quel punto avrei potuto fare a me stessa e a lui tantissime domande irrilevanti tipo “Perché siamo in un posto che sembra un obitorio (ma un po' meglio) e tu non hai freddo coperto solo da un lenzuolo forse grigio o forse bianco? Che cavolo hai fatto in questo anno se non eri morto? Sto sognando? Siamo nell’aldilà? Mi dai i numeri del Lotto per favore?”. E invece, per fortuna, (nonostante fossi in fase REM) ho capito in un millesimo di secondo che questa era la mia unica occasione, l’ultima che avrei mai avuto, di sfuggire alla condanna dell’irreversibilità.
Così ho iniziato: “comunque…” (che stava per: “dovunque ci si trovi in questo momento, che sia l’aldilà o più semplicemente un angolino del mio inconscio, che in realtà non ce ne frega nulla”) e poi ho concluso, con una sincerità totale: “…io ti voglio bene”. Ci siamo sorrisi, complici, come per dire: “ma certo, noi questa cosa si sa”. Che bella sensazione.
A quel punto ho subito pensato che avrei dovuto avvertire gli altri alle mie spalle e soprattutto la mamma (anche loro di certo avrebbero voluto parlargli), ma il sogno è finito e io mi sono svegliata. I sogni finiscono sempre.  
E anche le cose vere finiscono, tutte le cose vere (quelle brutte e quelle belle).

lalla
adesso sto colorando la mia serenità.




1 commento:

  1. Ciao sono Theresa Williams Dopo essere stato in rapporto con Anderson per anni, ha rotto con me, ho fatto tutto il possibile per riportarlo indietro, ma tutto è stato vano, lo volevo tornare tanto per l'amore che ho per lui, lo pregai con tutto, ho fatto promesse, ma ha rifiutato. Ho spiegato il mio problema al mio amico e ha suggerito che dovrei piuttosto contattare un mago che potrebbe aiutare me un incantesimo per riportarlo indietro, ma io sono il tipo che non ha mai creduto in magia, non avevo altra scelta che tentare, io mail il mago, e mi ha detto che c'era un problema che tutto andrà bene prima di tre giorni, che il mio ex tornerà a me prima di tre giorni, ha gettato l'incantesimo e sorprendentemente nel secondo giorno, era intorno 16:00. Il mio ex mi ha chiamato, ero così sorpreso, ho risposto alla chiamata e tutto quello che disse era che lui era così dispiaciuto per tutto quello che è successo che voleva me tornare a lui, che mi ama così tanto. Ero così felice e sono andato a lui che era così che abbiamo iniziato a vivere insieme felicemente di nuovo. Da allora, ho fatto promessa che qualcuno so che hanno un problema di rapporto, mi sarebbe di aiuto a tale persona da lui o lei si riferisce all'unico mago reale e potente che mi ha aiutato con il mio problema. e-mail: drogunduspellcaster@gmail.com lo si può e-mail se avete bisogno la sua assistenza nel vostro rapporto o di altri casi.

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