sabato 20 maggio 2017

alle donne pantocrate

Ci sono alcune cose di cui vorrei parlare e probabilmente non sono argomenti facili o che garbano a parecchi, ma siccome queste pagine sono mie, sarà il caso che le usi come più mi piace.

Sono cresciuta in campagna, in una casa isolata, non sono andata all’asilo e vorrei aggiungere “meno male” perché mi conosco e so che ci sarei andata a capo chino se mi ci avessero accompagnato, perché sono ubbidiente e mite, ma non avrei voluto andarci. La mia mamma dice sempre “dei miei quattro figli tu sei stata la più facile, non dovevo neanche tenerti, ti tenevi da sola, per ore e ore, eri una bambina semplicissima”. Probabilmente ero tutto fuorché semplice, al giorno d’oggi mi spedirebbero dritta dal neuropsichiatra infantile, ma erano tempi diversi, se mangiavi abbastanza e dormivi era tutto O.K.. La mia mamma non si faceva troppe domande su cosa fosse “giusto” o “sbagliato” per un “corretto sviluppo mentale”, molto più democraticamente lasciava scegliere me e vorrei aggiungere ancora “meno male” perché me la sono cavata proprio bene. Disegnavo tantissimo e parlavo di continuo, inventavo lunghissime storie e le raccontavo anche alle Barbie, ai gatti, al vento...
Sono cresciuta in una famiglia numerosa, composta quasi interamente di donne. Qualche uomo c’era, è vero, ma li percepivo un po’ come un contorno e forse è per questo che disegnavo (e continuo a disegnare) praticamente solo donne. In verità donne quasi sempre nude. Il corpo femminile è bellissimo, è pieno di simboli e storie. Vogliamo fare gli psicologi della domenica e dire che infondo sono un po’ lesbica? Vabbè, ci sta.
Ho passato il 90% delle ricreazioni delle elementari seduta al mio banco da sola a disegnare. Gli altri compagni correvano in cortile e io me ne stavo lì, da sola. Neanche a scuola c’era l’attenzione che c’è adesso verso i vari disagi esistenziali, di nuovo “meno male” perché altrimenti qualche adulto sarebbe stato lì a guardarmi fisso (disturbandomi parecchio) oppure sarebbe venuto a prendermi per una mano per portarmi (gentilmente) in cortile e io in cortile ci sarei andata col solito capo chino, ma in realtà non avrei voluto andarci. Io volevo stare lì dov’ero, da sola (e in compagnia di tutto il mondo che potevo creare), costretta in un banco (eppure molto più libera dei miei compagni in giardino). La libertà è uno stato mentale, non fisico. Io, che sono sempre stata mite, sono
forse sembrata remissiva (ad alcuni, sottomessa), in verità non lo sono mai stata. Ho avuto sempre la forza di lottare per la mia libertà e scegliere il mio posto. Sono sempre stata dove volevo stare.
In classe, alle elementari, non avrei voluto starci, a capo chino ci stavo, ma non avrei voluto. Non so se questo dipendesse dal fatto che mi obbligavano a “uniformarmi”, che pretendevano di impormi cosa fosse “giusto” o “sbagliato” o se invece dipendesse dal fatto che avevo delle difficoltà nella letto-scrittura, oppure avevo delle difficoltà nella letto-scrittura perché mi rifiutavo di imparare, non lo so, sta di fatto che in quel posto non avrei voluto starci ed è per questo che appena suonava la ricreazione partivo per un altro mondo; ed è per questo che penso per l'ennesima volta “meno male” che mi hanno concesso di poterlo fare o senza quella pausa sarei uscita di sentimento.
Al giorno d’oggi mi avrebbero certificato DSA, avrebbero cercato di “compensarmi” e "dispensarmi", probabilmente avrei faticato di meno per combattere le mie difficoltà di apprendimento, ma non so se questo mi avrebbe aiutato a lungo termine... forse avrei tirato i remi in barca. Alle medie mi è scattato qualcosa, ho deciso di non voler più stare infondo alla fila, ho cambiato marcia, da sola e con le mie sole forze, ho raggiunto la cima in un soffio e poi ho fatto il vuoto alle mie spalle. A quetso proposito davvero non saprei dire se è stato “meno male” così. Sarei stata capace di fare altrettanto se fin dall’inizio della mia carriera scolastica mi avessero compreso e aiutato? Avrei fatto pure meglio? Di questo argomento ne parlerò un’altra volta.
Torniamo alle donne. Ho sempre guardato dentro di me, che sono una donna, e ho sempre guardato fuori di me le tante donne che mi circondavano (e tutti gli uomini di contorno), perciò io un‘idea generale su questo argomento me la sono fatta.
Quando ne parlo spesso mi viene detto “te sei femminista” in quel modo accusatorio, manco fosse un’offesa. E anche se fosse? Cos’è: un reato? Io credo di non esserlo abbastanza, nel senso che non sono militante e invece dovrei. Tutte noi dovremmo militare.

Adesso penserete che si tratta di una questione personale, che io sia diventata femminista dopo essere stata mollata e invece no, sono sempre stata parecchio “sul piede di guerra” riguardo all’argomento. Come dicevo, non sono la persona remissiva che potrei sembrare, ho scelto in coscienza di essere moglie e madre perché quello era il posto dove volevo stare. Parità di diritti non significa “essere come un uomo”(io sono donna, fiera di esserlo), significa invece essere libere di seguire la propria natura.
Il problema è che, nella storia dell'uomo (e non a caso si dice così), nessuna donna lo è stata mai.
Riflettiamo su questo: quante pittrici ci sono sui libri di testo? E quante scrittrici? E musiciste? E scienziate? Ebbene, ci rendiamo conto che per millenni gli uomini hanno proibito alle donne di imparare perfino a leggere, che le hanno relegate nel ruolo di puttane/fattrici/nutrici/cuoche/serve? Che hanno privato l’umanità intera (e quindi anche loro stessi) di tutto l’apporto che metà del genere umano avrebbe potuto darle? “La creatività e il genio sono maschili”… Se penso a quante menti sono state spezzate, a quanto talento è stato sprecato... oltre che terribilmente ingiusto, è sconcertante. E l’hanno fatto senza provare neanche un rimorso. Tutto pur di impedire alle donne di esprimersi e di essere libere. La cosa più triste è che nel tempo sono riusciti a costruire nella testa delle donne tutta une serie di schemi e barriere, le hanno convinte di non essere complete senza un compagno, di non essere in grado di badare a loro stesse, “le donne non sono razionali, sono in preda agli ormoni, hanno bisogno di protezione”, insomma le hanno convinte di quale fosse il loro posto, ce le hanno costrette e contemporaneamente le hanno ingannate facendogli credere che è lì che volevano stare. Le hanno manipolate al punto che loro stesse sono diventate le peggiori aguzzine del proprio genere, sempre pronte a giudicare le “malafemmine”, a braccetto col proprio carnefice, convinte di sapere quale fosse il modo “giusto” o “sbagliato” di comportarsi.
Nel medioevo hanno sterminato sul rogo quelle poveracce che cercavano di deragliare dal loro perfetto disegno di oppressione. E non è finita, lo fanno anche adesso, in Italia muore una donna ogni 3 giorni uccisa da un uomo (colui che aveva giurato di amarla e proteggerla) solo perché la strega si è rifiutata di aderire al suddetto schema. Ci usano e ci distruggono come fossimo oggetti, come se non ci ritenessero capaci di pensieri autonomi o sentimenti, come fossimo cose di loro proprietà, come se non avessimo diritto di vivere come meglio crediamo. Perché ci odiano così tanto? Che cazzo gli abbiamo fatto di così brutto a parte metterli al mondo?!
Ecco, io penso che sia proprio questo il punto: sono gelosi. Lo sono sempre stati. Altro che invidia del pene da parte delle donne! Ma quando mai? Sono loro a invidiare il nostro utero!
Per cercare di far pari, si sono perfino inventati un Dio maschio e barbuto che genera in una sola settimana l’intero Universo quando gli unici esseri in grado di generarne un altro, di crearlo cellula dopo cellula e di strapparselo dalle viscere per scaraventarlo insanguinato su questa terra, sono femmine.

In tutto questo, guardando indietro nella storia, è anche molto scoraggiante che non si siano verificati movimenti politici o cortei di uomini che chiedessero maggiori diritti per le loro madri, per le loro compagne, per le loro figlie. Un minimo di amore e riconoscenza, no? Fosse per loro saremmo sempre chiuse in casa e manco ci farebbero votare! E’ terribile. Come madre di un maschio devo sperare di poter spezzare questa catena di anaffettività e il mio Re dei Sugolini mi fa ben sperare. A entrambi i miei figli non voglio insegnare che “siamo tutti uguali” perché è una cazzata, non lo siamo. Voglio insegnargli che ogni persona, uomo, donna o una via di mezzo che sia, ha diritto di scegliersi il proprio posto e che, per quanto agli altri possa sembrare strano, non è mai “cosa buona e giusta” allungare una mano (dolcemente) e tirarla via per portala in un altro posto. Che magari a qualcuno, lì per lì, potrebbe sembrare più giusto per quella persona il nuovo posto (o più comodo crederlo) e lei magari a capo chino ci andrebbe pure (perché è più debole o remissiva) ma non va bene neanche per idea: non è lì che vuole stare!
Che un giorno tutti i figli del mondo possano scegliere il proprio posto e abitarlo con dignità.

lalla


"Pantocrata", olio su retro di cornice in masonite, 50 x70 cm.
P.S. Non so se sono riuscita a renderle giustizia, comunque questa è Laura, l’ho scelta come modella per vari motivi. Primo, perché è di una bellezza esagerata, non ha nemmeno 15 anni, ma per strada si girano tutti. Ha un volto strano e magnetico, la pelle di ceramica, 2km di gambe e un seno enorme. All’inizio pensavo al fondo oro degli absidi paleocristiani ma non ne ha avuto bisogno perché lei l’oro ce l’ha nei capelli, quello scuro e un po’ rossastro dei gioielli antichi.
Secondo, perché come il Creatore crea: è una scrittrice e spero che coltivi per sempre questo dono. Terzo, perché per citare la divina posa mi ci voleva una donna più “incazzuta” di me (l'Onnipotente, si sa, ha un caratteraccio e se gli girano potrebbe sempre scagliarci contro una piaga d’Egitto), lei è proprio così, con quel braccio alzato non si sa bene se stia per benedirci o mandarci tutti sonoramente affanculo. Può passare ore immobile a leggere, nel posto che lei si è scelta, muovendosi con una flemma incredibile, come una leonessa dormiente, per poi rivoltarsi all'improvviso come una belva inferocita contro chiunque tenti di spostarla. E’ come se dentro, sommersa da un manto di calma cerebrale, trattenesse una palla di energia enorme che ogni tanto scappa e divampa. Col tempo, io credo, potrà imparare a convogliarla dove vorrà. Ebbene, questo quadro è un augurio, che possa sentirsi pantocrata (completa). Che riesca a gestire tutte le spaventose ricchezze che possiede senza perdere la testa, semmai facendola perdere a qualche fortunato.

sabato 6 maggio 2017

o va o non va

Per quanto riguarda il mondo della scuola, non ne ho mai azzeccata una, ed è strano considerando che sono una secchiona persa.
Secchiona
anche nella vita, in tutto quello che faccio mi impegno allo sfinimento. Ho un senso del dovere e un’ansia da prestazione mastodontici. Vivo in costante apprensione per tutte le persone intorno a me e, come Candy Candy, sono sempre di corsa nei corridoi e per le scale. Tante volte mi è stato detto “rallenta, prenditi una pausa, pensa solo a te stessa, fermati o prima o poi crollerai!”. E invece non è vero che funziona così, ormai l’ho capito, è più facile che crollino quelli che vivono già in bilico, che se ne stanno lì indecisi a rimirarsi, che si sentono cavalli di razza e non sanno bene come compiere le proprie imprese. Invece quelli belli piantati e fatti per tirare il mondo, i cavalli da soma come me, è bene che seguano la propria natura, è bene che tirino, o il mondo smetterà di girare.
Che infondo, noi cavalli da soma, in qualche modo ce la caviamo sempre, no?
Questa è in effetti una convinzione pericolosissima, me ne rendo conto, prima di tutto perché l’annusano gli altri e così si sentono autorizzati a caricarti come un mulo invece che come un cavallo da soma, secondo, tutti abbiamo dei limiti di sopportazione, è inutile far finta che sia il contrario. Ma come vivere altrimenti? Non posso preoccuparmi del benessere di tutti, almeno il mio ogni tanto devo darlo per scontato!
Facciamo un esempio, tanto per chiarire: io soffro di vertigini. Se sono con i miei bimbi, salire in alto mi spaventa, ho il terrore di distrarmi, di non riuscire a valutare i rischi, che mi lascino la mano, che ceda la balaustra, che io non riesca ad afferrarli in tempo, che cadano giù... Invece, quando sono sola, salire in alto mi piace, è una specie di sfida, mi arrampico ovunque come un gatto, a dire il vero mi spenzolo anche un po’ perché sono pure belli quei brividini di paura che mi salgono su per la schiena… tanto sono sola e mi arreggo forte, so che non cascherò.
E probabilmente mi sbaglio, un giorno cascherò, come tutti quelli che vanno troppo forte in auto pensando di avere dei super riflessi e prima o poi la sbattono… ma senza questa convinzione sciocca, quella di essere un po’ immortali e un po' invincibili, sarebbe troppo difficile stare a questo mondo, no?
Ritornando a noi e al mio lavoro, nonostante l’impegno e gli indiscussi successi (perché mica son secchiona e basta, mi riesce pure benino), come dicevo: di scelte non ne ho indovinata una.
Dopo il liceo artistico (dove avevo trovato il modo di sgobbare come un mulo nonostante fosse il liceo artistico) non ho avuto il coraggio di fare l’Accademia (mi sembrava un peccato smettere di studiare per seguire il mio estro creativo), ma non ho avuto neanche il coraggio di scegliere Matematica (mi sembrava un peccato smettere di disegnare per seguire il mio pensiero astratto)… non sapevo che fare, alla fine ho provato il test di ingresso a Architettura (che non era né carne né pesce) senza manco prepararmi, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andato.
Ho frequentato la facoltà con l’idea di diventare insegnate e come università mi è pure piaciuta (forse perché non sono né carne né pesce neppure io). Ho di nuovo sgobbato come un mulo e mi sono laureata stra-presto e stra-bene, ma non in tempo per il concorso della scuola del ’99, così per un po' ho fatto altro (di meraviglioso: la ceramista), ma poi sono state istituite le SSIS (scuole di specializzazione per l’insegnamento, solo 15 posti a Firenze)… che facevo a quel punto? La ceramica mi piaceva tanto, ma la scuola... non ci provavo neanche? Vabbè, sono andata all’esame d’accesso di nuovo senza studiare, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andato.
Dopo la SSIS (solito mulo e solito massimo dei voti) dovevo scegliere se iscrivermi nella graduatoria per le supplenze alle medie o al liceo, “vai alle medie, assumono prima!” e io, purista (o forse sarebbe meglio dire scema) ho scelto il liceo che è dove volevo insegnare. Così, di stagione in stagione, tanti miei compagni di SSIS con valutazioni molto inferiori alla mia sono passati di ruolo e io come una trottola ho fatto la precaria in giro nella provincia per 10 anni. Ma almeno ero al liceo! Ed è stato bellissimo, ho conosciuto dei ragazzi stupendi, ancora sono in contatto con studenti che ho avuto nel 2009, è impossibile dimenticarli.
Nel 2012 hanno istituito il mega concorsone, io ormai ero 4° in graduatoria e avevo sempre supplenze annuali, vivevo relativamente tranquilla, inoltre
mi sarebbe toccato studiare tutte le leggi e l’inglese… i posti in Toscana per il liceo erano solo 8… che dovevo fare? Ho provato, o va o non va. Secondo voi? E’ andata, sono arrivata 1°.
Ma le commissioni hanno tardato un anno per le correzioni e il giorno dell’assunzione i posti a Firenze per il liceo erano scomparsi, che dovevo fare? Dovevo rifiutare la cattedra? Dovevo andarmene in Garfagnana con una bimba di 4 mesi? … il 1° settembre 2014, praticamente in lacrime, ho rinunciato al liceo (mi hanno proprio scancellato dalla graduatoria) e sono passata di ruolo alle medie, 4 o 5 anni dopo i miei compagni SSIS un po’ meno secchioni (e soprattutto molto meno tonni) di me. Nonostante la SSIS, 10 anni di esperienza e il concorsone vinto, ho dovuto fare “l’anno di prova” e superare la valutazione del Comitato.
Va detto che è stato bello insegnare anche alle medie e questo un po’ mi consola del fatto che nel 2015 il Ministero si è svegliato un bel giorno e ha deciso di assumere a Firenze, direttamente al liceo, circa 35 persone iscritte nella graduatoria per la mia materia, così, senza un apparente motivo reale o merito di alcun tipo (gente che era stata scartata alla prima prova del concorsone o che manco aveva mai messo piede in classe)… che culo! "Ma dai, non te la prendere: a loro fanno fare il potenziamento”.
Ebbene, l’anno scorso, quando ormai mi ero abituata alla bellissima scuola di Pratolino, è uscita fuori la mobilità straordinaria “sarà l’ultimo anno in cui potrete fare domanda senza perdere la titolarità, o torni al liceo adesso o mai più”, che dovevo fare??? Alla fine ho fatto domanda (io amo la Geometria Descrittiva e l'approfondimento che posso raggiungere al liceo), ho messo solo 4 scuole, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andata.
Così il 1° settembre 2016 sono riapprodata alle superiori e sto frequentando “l’anno di prova” per la seconda volta. Sono al Liceo Internazionale, all’inizio sono stata accolta abbastanza male dalla dirigenza (non dagli studenti, loro sono d’oro) e mi hanno appioppato 6h di “potenziamento”, comunque, a forza di sgobbare come un mulo, anche i colleghi adesso mi rispettano e mi tengono in considerazione. Ma ecco che le iscrizioni sono in drastico calo, è una scuola durissima e i ragazzi hanno sempre meno voglia di sfinirsi sui libri (non sono tutti cavalli da soma dopo tutto!)… e, sorpresa: in 3 anni rischio di diventare soprannumeraria! Se accadesse perderei di nuovo la titolarità e ricadrei in una specie di pseudo-precariato (l’ambito territoriale da cui dovrebbe chiamarti un preside). E che cavolo! Io voglio solo insegnare Disegno e Storia dell’Arte ai miei ragazzi! Loro non vogliono che me ne vada, mi chiedono di restare e io soffro all’idea di lasciarli. Ma forse sono una specie di “mutante scolastica”, ho il precariato nel DNA: sono destinata a spostarmi in continuazione e a seminare poveri studenti orfani.
Oggi scade la domanda di mobilità e di nuovo “sarà l’ultimo anno in cui potrete fare domanda senza perdere la titolarità, adesso o mai più”, o non era l'anno scorso? Ma che palle! Ma perché?
Allo scientifico le iscrizioni sono in crescita ed è il posto dove ho sempre voluto insegnare perciò ho compilato la domanda… chiedo una sola scuola… Che devo fare? La invio? La cancello? O va o non va? Affidarmi al destino va bene fino a un certo punto perché mi pare che in tutti questi anni abbia scelto con un certo senso dell’umorismo.
Se mi trasferiranno (dopo un annetto di rodaggio) potrò finalmente starmene tranquilla? Siiieee!!! Vattela a pesca quel che succederà! Che ne so, si aprirà una faglia e ci sprofonderà la mia sezione dentro?… Se invece resterò dove sono tra 3 anni mi manderanno a spasso per la provincia senza una meta?… E’ come scegliere la coda al supermercato: puoi scommetterci che becco sempre quella più lenta!
Per favore qualcuno mi aiuti a scegliere, per un’unica sola volta, la strada più breve.
Per favore.

lalla

P.S. ieri all’uscita da scuola ho incontrato le mie 3° di Pratolino che erano all’Internazionale per la certificazione Delft di Francese. Erano felicissimi di vedermi e anche io. Il prossimo anno
saranno alle superiori, facevano a gara per chiedermi di andare a insegnare da loro. Che tenerezza, loro non lo sanno che non sono io a scegliere (è il destino?), ci sono tante scuole, tante sezioni, tanti ragazzi, tanti insegnanti… io non potrò mai dimenticare i miei studenti, ma loro, i miei giovani orfani, pian piano, dovranno farlo.
P.P.S.S. Io insegno qui, in paradiso, a Palazzo Frescobaldi, appollaiata su ponte Santa Trinita, ogni mattina pedalando in bicicletta passo in Piazza della Signoria, alzo gli occhi e sorrido al mio Palazzo Vecchio… come mi mancherebbe tutto questo!