sabato 20 maggio 2017

alle donne pantocrate

Ci sono alcune cose di cui vorrei parlare e probabilmente non sono argomenti facili o che garbano a parecchi, ma siccome queste pagine sono mie, sarà il caso che le usi come più mi piace.

Sono cresciuta in campagna, in una casa isolata, non sono andata all’asilo e vorrei aggiungere “meno male” perché mi conosco e so che ci sarei andata a capo chino se mi ci avessero accompagnato, perché sono ubbidiente e mite, ma non avrei voluto andarci. La mia mamma dice sempre “dei miei quattro figli tu sei stata la più facile, non dovevo neanche tenerti, ti tenevi da sola, per ore e ore, eri una bambina semplicissima”. Probabilmente ero tutto fuorché semplice, al giorno d’oggi mi spedirebbero dritta dal neuropsichiatra infantile, ma erano tempi diversi, se mangiavi abbastanza e dormivi era tutto O.K.. La mia mamma non si faceva troppe domande su cosa fosse “giusto” o “sbagliato” per un “corretto sviluppo mentale”, molto più democraticamente lasciava scegliere me e vorrei aggiungere ancora “meno male” perché me la sono cavata proprio bene. Disegnavo tantissimo e parlavo di continuo, inventavo lunghissime storie e le raccontavo anche alle Barbie, ai gatti, al vento...
Sono cresciuta in una famiglia numerosa, composta quasi interamente di donne. Qualche uomo c’era, è vero, ma li percepivo un po’ come un contorno e forse è per questo che disegnavo (e continuo a disegnare) praticamente solo donne. In verità donne quasi sempre nude. Il corpo femminile è bellissimo, è pieno di simboli e storie. Vogliamo fare gli psicologi della domenica e dire che infondo sono un po’ lesbica? Vabbè, ci sta.
Ho passato il 90% delle ricreazioni delle elementari seduta al mio banco da sola a disegnare. Gli altri compagni correvano in cortile e io me ne stavo lì, da sola. Neanche a scuola c’era l’attenzione che c’è adesso verso i vari disagi esistenziali, di nuovo “meno male” perché altrimenti qualche adulto sarebbe stato lì a guardarmi fisso (disturbandomi parecchio) oppure sarebbe venuto a prendermi per una mano per portarmi (gentilmente) in cortile e io in cortile ci sarei andata col solito capo chino, ma in realtà non avrei voluto andarci. Io volevo stare lì dov’ero, da sola (e in compagnia di tutto il mondo che potevo creare), costretta in un banco (eppure molto più libera dei miei compagni in giardino). La libertà è uno stato mentale, non fisico. Io, che sono sempre stata mite, sono
forse sembrata remissiva (ad alcuni, sottomessa), in verità non lo sono mai stata. Ho avuto sempre la forza di lottare per la mia libertà e scegliere il mio posto. Sono sempre stata dove volevo stare.
In classe, alle elementari, non avrei voluto starci, a capo chino ci stavo, ma non avrei voluto. Non so se questo dipendesse dal fatto che mi obbligavano a “uniformarmi”, che pretendevano di impormi cosa fosse “giusto” o “sbagliato” o se invece dipendesse dal fatto che avevo delle difficoltà nella letto-scrittura, oppure avevo delle difficoltà nella letto-scrittura perché mi rifiutavo di imparare, non lo so, sta di fatto che in quel posto non avrei voluto starci ed è per questo che appena suonava la ricreazione partivo per un altro mondo; ed è per questo che penso per l'ennesima volta “meno male” che mi hanno concesso di poterlo fare o senza quella pausa sarei uscita di sentimento.
Al giorno d’oggi mi avrebbero certificato DSA, avrebbero cercato di “compensarmi” e "dispensarmi", probabilmente avrei faticato di meno per combattere le mie difficoltà di apprendimento, ma non so se questo mi avrebbe aiutato a lungo termine... forse avrei tirato i remi in barca. Alle medie mi è scattato qualcosa, ho deciso di non voler più stare infondo alla fila, ho cambiato marcia, da sola e con le mie sole forze, ho raggiunto la cima in un soffio e poi ho fatto il vuoto alle mie spalle. A quetso proposito davvero non saprei dire se è stato “meno male” così. Sarei stata capace di fare altrettanto se fin dall’inizio della mia carriera scolastica mi avessero compreso e aiutato? Avrei fatto pure meglio? Di questo argomento ne parlerò un’altra volta.
Torniamo alle donne. Ho sempre guardato dentro di me, che sono una donna, e ho sempre guardato fuori di me le tante donne che mi circondavano (e tutti gli uomini di contorno), perciò io un‘idea generale su questo argomento me la sono fatta.
Quando ne parlo spesso mi viene detto “te sei femminista” in quel modo accusatorio, manco fosse un’offesa. E anche se fosse? Cos’è: un reato? Io credo di non esserlo abbastanza, nel senso che non sono militante e invece dovrei. Tutte noi dovremmo militare.

Adesso penserete che si tratta di una questione personale, che io sia diventata femminista dopo essere stata mollata e invece no, sono sempre stata parecchio “sul piede di guerra” riguardo all’argomento. Come dicevo, non sono la persona remissiva che potrei sembrare, ho scelto in coscienza di essere moglie e madre perché quello era il posto dove volevo stare. Parità di diritti non significa “essere come un uomo”(io sono donna, fiera di esserlo), significa invece essere libere di seguire la propria natura.
Il problema è che, nella storia dell'uomo (e non a caso si dice così), nessuna donna lo è stata mai.
Riflettiamo su questo: quante pittrici ci sono sui libri di testo? E quante scrittrici? E musiciste? E scienziate? Ebbene, ci rendiamo conto che per millenni gli uomini hanno proibito alle donne di imparare perfino a leggere, che le hanno relegate nel ruolo di puttane/fattrici/nutrici/cuoche/serve? Che hanno privato l’umanità intera (e quindi anche loro stessi) di tutto l’apporto che metà del genere umano avrebbe potuto darle? “La creatività e il genio sono maschili”… Se penso a quante menti sono state spezzate, a quanto talento è stato sprecato... oltre che terribilmente ingiusto, è sconcertante. E l’hanno fatto senza provare neanche un rimorso. Tutto pur di impedire alle donne di esprimersi e di essere libere. La cosa più triste è che nel tempo sono riusciti a costruire nella testa delle donne tutta une serie di schemi e barriere, le hanno convinte di non essere complete senza un compagno, di non essere in grado di badare a loro stesse, “le donne non sono razionali, sono in preda agli ormoni, hanno bisogno di protezione”, insomma le hanno convinte di quale fosse il loro posto, ce le hanno costrette e contemporaneamente le hanno ingannate facendogli credere che è lì che volevano stare. Le hanno manipolate al punto che loro stesse sono diventate le peggiori aguzzine del proprio genere, sempre pronte a giudicare le “malafemmine”, a braccetto col proprio carnefice, convinte di sapere quale fosse il modo “giusto” o “sbagliato” di comportarsi.
Nel medioevo hanno sterminato sul rogo quelle poveracce che cercavano di deragliare dal loro perfetto disegno di oppressione. E non è finita, lo fanno anche adesso, in Italia muore una donna ogni 3 giorni uccisa da un uomo (colui che aveva giurato di amarla e proteggerla) solo perché la strega si è rifiutata di aderire al suddetto schema. Ci usano e ci distruggono come fossimo oggetti, come se non ci ritenessero capaci di pensieri autonomi o sentimenti, come fossimo cose di loro proprietà, come se non avessimo diritto di vivere come meglio crediamo. Perché ci odiano così tanto? Che cazzo gli abbiamo fatto di così brutto a parte metterli al mondo?!
Ecco, io penso che sia proprio questo il punto: sono gelosi. Lo sono sempre stati. Altro che invidia del pene da parte delle donne! Ma quando mai? Sono loro a invidiare il nostro utero!
Per cercare di far pari, si sono perfino inventati un Dio maschio e barbuto che genera in una sola settimana l’intero Universo quando gli unici esseri in grado di generarne un altro, di crearlo cellula dopo cellula e di strapparselo dalle viscere per scaraventarlo insanguinato su questa terra, sono femmine.

In tutto questo, guardando indietro nella storia, è anche molto scoraggiante che non si siano verificati movimenti politici o cortei di uomini che chiedessero maggiori diritti per le loro madri, per le loro compagne, per le loro figlie. Un minimo di amore e riconoscenza, no? Fosse per loro saremmo sempre chiuse in casa e manco ci farebbero votare! E’ terribile. Come madre di un maschio devo sperare di poter spezzare questa catena di anaffettività e il mio Re dei Sugolini mi fa ben sperare. A entrambi i miei figli non voglio insegnare che “siamo tutti uguali” perché è una cazzata, non lo siamo. Voglio insegnargli che ogni persona, uomo, donna o una via di mezzo che sia, ha diritto di scegliersi il proprio posto e che, per quanto agli altri possa sembrare strano, non è mai “cosa buona e giusta” allungare una mano (dolcemente) e tirarla via per portala in un altro posto. Che magari a qualcuno, lì per lì, potrebbe sembrare più giusto per quella persona il nuovo posto (o più comodo crederlo) e lei magari a capo chino ci andrebbe pure (perché è più debole o remissiva) ma non va bene neanche per idea: non è lì che vuole stare!
Che un giorno tutti i figli del mondo possano scegliere il proprio posto e abitarlo con dignità.

lalla


"Pantocrata", olio su retro di cornice in masonite, 50 x70 cm.
P.S. Non so se sono riuscita a renderle giustizia, comunque questa è Laura, l’ho scelta come modella per vari motivi. Primo, perché è di una bellezza esagerata, ha solo 15 anni, ma per strada si girano tutti. Ha un volto strano e magnetico, la pelle di ceramica, 2km di gambe e un seno enorme. All’inizio pensavo al fondo oro degli absidi paleocristiani ma non ne ha avuto bisogno perché lei l’oro ce l’ha nei capelli, quello scuro e un po’ rossastro dei gioielli antichi.
Secondo, perché come il Creatore crea: è una scrittrice e spero che coltivi per sempre questo dono. Terzo, perché per citare la divina posa mi ci voleva una donna più “incazzuta” di me (l'Onnipotente, si sa, ha un caratteraccio e se gli girano potrebbe sempre scagliarci contro una piaga d’Egitto), lei è proprio così, con quel braccio alzato non si sa bene se stia per benedirci o mandarci tutti sonoramente affanculo. Può passare ore immobile a leggere, nel posto che lei si è scelta, muovendosi con una flemma incredibile, come una leonessa dormiente, per poi rivoltarsi all'improvviso come una belva inferocita contro chiunque tenti di spostarla. E’ come se dentro, sommersa da un manto di calma cerebrale, trattenesse una palla di energia enorme che ogni tanto scappa e divampa. Col tempo, io credo, potrà imparare a convogliarla dove vorrà. Ebbene, questo quadro è un augurio, che possa sentirsi pantocrata (completa). Che riesca a gestire tutte le spaventose ricchezze che possiede senza perdere la testa, semmai facendola perdere a qualche fortunato.

sabato 6 maggio 2017

o va o non va

Per quanto riguarda il mondo della scuola, non ne ho mai azzeccata una, ed è strano considerando che sono una secchiona persa.
Secchiona
anche nella vita, in tutto quello che faccio mi impegno allo sfinimento. Ho un senso del dovere e un’ansia da prestazione mastodontici. Vivo in costante apprensione per tutte le persone intorno a me e, come Candy Candy, sono sempre di corsa nei corridoi e per le scale. Tante volte mi è stato detto “rallenta, prenditi una pausa, pensa solo a te stessa, fermati o prima o poi crollerai!”. E invece non è vero che funziona così, ormai l’ho capito, è più facile che crollino quelli che vivono già in bilico, che se ne stanno lì indecisi a rimirarsi, che si sentono cavalli di razza e non sanno bene come compiere le proprie imprese. Invece quelli belli piantati e fatti per tirare il mondo, i cavalli da soma come me, è bene che seguano la propria natura, è bene che tirino, o il mondo smetterà di girare.
Che infondo, noi cavalli da soma, in qualche modo ce la caviamo sempre, no?
Questa è in effetti una convinzione pericolosissima, me ne rendo conto, prima di tutto perché l’annusano gli altri e così si sentono autorizzati a caricarti come un mulo invece che come un cavallo da soma, secondo, tutti abbiamo dei limiti di sopportazione, è inutile far finta che sia il contrario. Ma come vivere altrimenti? Non posso preoccuparmi del benessere di tutti, almeno il mio ogni tanto devo darlo per scontato!
Facciamo un esempio, tanto per chiarire: io soffro di vertigini. Se sono con i miei bimbi, salire in alto mi spaventa, ho il terrore di distrarmi, di non riuscire a valutare i rischi, che mi lascino la mano, che ceda la balaustra, che io non riesca ad afferrarli in tempo, che cadano giù... Invece, quando sono sola, salire in alto mi piace, è una specie di sfida, mi arrampico ovunque come un gatto, a dire il vero mi spenzolo anche un po’ perché sono pure belli quei brividini di paura che mi salgono su per la schiena… tanto sono sola e mi arreggo forte, so che non cascherò.
E probabilmente mi sbaglio, un giorno cascherò, come tutti quelli che vanno troppo forte in auto pensando di avere dei super riflessi e prima o poi la sbattono… ma senza questa convinzione sciocca, quella di essere un po’ immortali e un po' invincibili, sarebbe troppo difficile stare a questo mondo, no?
Ritornando a noi e al mio lavoro, nonostante l’impegno e gli indiscussi successi (perché mica son secchiona e basta, mi riesce pure benino), come dicevo: di scelte non ne ho indovinata una.
Dopo il liceo artistico (dove avevo trovato il modo di sgobbare come un mulo nonostante fosse il liceo artistico) non ho avuto il coraggio di fare l’Accademia (mi sembrava un peccato smettere di studiare per seguire il mio estro creativo), ma non ho avuto neanche il coraggio di scegliere Matematica (mi sembrava un peccato smettere di disegnare per seguire il mio pensiero astratto)… non sapevo che fare, alla fine ho provato il test di ingresso a Architettura (che non era né carne né pesce) senza manco prepararmi, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andato.
Ho frequentato la facoltà con l’idea di diventare insegnate e come università mi è pure piaciuta (forse perché non sono né carne né pesce neppure io). Ho di nuovo sgobbato come un mulo e mi sono laureata stra-presto e stra-bene, ma non in tempo per il concorso della scuola del ’99, così per un po' ho fatto altro (di meraviglioso: la ceramista), ma poi sono state istituite le SSIS (scuole di specializzazione per l’insegnamento, solo 15 posti a Firenze)… che facevo a quel punto? La ceramica mi piaceva tanto, ma la scuola... non ci provavo neanche? Vabbè, sono andata all’esame d’accesso di nuovo senza studiare, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andato.
Dopo la SSIS (solito mulo e solito massimo dei voti) dovevo scegliere se iscrivermi nella graduatoria per le supplenze alle medie o al liceo, “vai alle medie, assumono prima!” e io, purista (o forse sarebbe meglio dire scema) ho scelto il liceo che è dove volevo insegnare. Così, di stagione in stagione, tanti miei compagni di SSIS con valutazioni molto inferiori alla mia sono passati di ruolo e io come una trottola ho fatto la precaria in giro nella provincia per 10 anni. Ma almeno ero al liceo! Ed è stato bellissimo, ho conosciuto dei ragazzi stupendi, ancora sono in contatto con studenti che ho avuto nel 2009, è impossibile dimenticarli.
Nel 2012 hanno istituito il mega concorsone, io ormai ero 4° in graduatoria e avevo sempre supplenze annuali, vivevo relativamente tranquilla, inoltre
mi sarebbe toccato studiare tutte le leggi e l’inglese… i posti in Toscana per il liceo erano solo 8… che dovevo fare? Ho provato, o va o non va. Secondo voi? E’ andata, sono arrivata 1°.
Ma le commissioni hanno tardato un anno per le correzioni e il giorno dell’assunzione i posti a Firenze per il liceo erano scomparsi, che dovevo fare? Dovevo rifiutare la cattedra? Dovevo andarmene in Garfagnana con una bimba di 4 mesi? … il 1° settembre 2014, praticamente in lacrime, ho rinunciato al liceo (mi hanno proprio scancellato dalla graduatoria) e sono passata di ruolo alle medie, 4 o 5 anni dopo i miei compagni SSIS un po’ meno secchioni (e soprattutto molto meno tonni) di me. Nonostante la SSIS, 10 anni di esperienza e il concorsone vinto, ho dovuto fare “l’anno di prova” e superare la valutazione del Comitato.
Va detto che è stato bello insegnare anche alle medie e questo un po’ mi consola del fatto che nel 2015 il Ministero si è svegliato un bel giorno e ha deciso di assumere a Firenze, direttamente al liceo, circa 35 persone iscritte nella graduatoria per la mia materia, così, senza un apparente motivo reale o merito di alcun tipo (gente che era stata scartata alla prima prova del concorsone o che manco aveva mai messo piede in classe)… che culo! "Ma dai, non te la prendere: a loro fanno fare il potenziamento”.
Ebbene, l’anno scorso, quando ormai mi ero abituata alla bellissima scuola di Pratolino, è uscita fuori la mobilità straordinaria “sarà l’ultimo anno in cui potrete fare domanda senza perdere la titolarità, o torni al liceo adesso o mai più”, che dovevo fare??? Alla fine ho fatto domanda (io amo la Geometria Descrittiva e l'approfondimento che posso raggiungere al liceo), ho messo solo 4 scuole, sceglierà il destino, o va o non va. E’ andata.
Così il 1° settembre 2016 sono riapprodata alle superiori e sto frequentando “l’anno di prova” per la seconda volta. Sono al Liceo Internazionale, all’inizio sono stata accolta abbastanza male dalla dirigenza (non dagli studenti, loro sono d’oro) e mi hanno appioppato 6h di “potenziamento”, comunque, a forza di sgobbare come un mulo, anche i colleghi adesso mi rispettano e mi tengono in considerazione. Ma ecco che le iscrizioni sono in drastico calo, è una scuola durissima e i ragazzi hanno sempre meno voglia di sfinirsi sui libri (non sono tutti cavalli da soma dopo tutto!)… e, sorpresa: in 3 anni rischio di diventare soprannumeraria! Se accadesse perderei di nuovo la titolarità e ricadrei in una specie di pseudo-precariato (l’ambito territoriale da cui dovrebbe chiamarti un preside). E che cavolo! Io voglio solo insegnare Disegno e Storia dell’Arte ai miei ragazzi! Loro non vogliono che me ne vada, mi chiedono di restare e io soffro all’idea di lasciarli. Ma forse sono una specie di “mutante scolastica”, ho il precariato nel DNA: sono destinata a spostarmi in continuazione e a seminare poveri studenti orfani.
Oggi scade la domanda di mobilità e di nuovo “sarà l’ultimo anno in cui potrete fare domanda senza perdere la titolarità, adesso o mai più”, o non era l'anno scorso? Ma che palle! Ma perché?
Allo scientifico le iscrizioni sono in crescita ed è il posto dove ho sempre voluto insegnare perciò ho compilato la domanda… chiedo una sola scuola… Che devo fare? La invio? La cancello? O va o non va? Affidarmi al destino va bene fino a un certo punto perché mi pare che in tutti questi anni abbia scelto con un certo senso dell’umorismo.
Se mi trasferiranno (dopo un annetto di rodaggio) potrò finalmente starmene tranquilla? Siiieee!!! Vattela a pesca quel che succederà! Che ne so, si aprirà una faglia e ci sprofonderà la mia sezione dentro?… Se invece resterò dove sono tra 3 anni mi manderanno a spasso per la provincia senza una meta?… E’ come scegliere la coda al supermercato: puoi scommetterci che becco sempre quella più lenta!
Per favore qualcuno mi aiuti a scegliere, per un’unica sola volta, la strada più breve.
Per favore.

lalla

P.S. ieri all’uscita da scuola ho incontrato le mie 3° di Pratolino che erano all’Internazionale per la certificazione Delft di Francese. Erano felicissimi di vedermi e anche io. Il prossimo anno
saranno alle superiori, facevano a gara per chiedermi di andare a insegnare da loro. Che tenerezza, loro non lo sanno che non sono io a scegliere (è il destino?), ci sono tante scuole, tante sezioni, tanti ragazzi, tanti insegnanti… io non potrò mai dimenticare i miei studenti, ma loro, i miei giovani orfani, pian piano, dovranno farlo.
P.P.S.S. Io insegno qui, in paradiso, a Palazzo Frescobaldi, appollaiata su ponte Santa Trinita, ogni mattina pedalando in bicicletta passo in Piazza della Signoria, alzo gli occhi e sorrido al mio Palazzo Vecchio… come mi mancherebbe tutto questo!

giovedì 30 marzo 2017

leggetemi, se volete, e perdonatemi, se potete.

Mi vengono poste delle domande, c’è rischio che non ci si capisca bene, che nascano degli equivoci, così ho pensato di prendermi del tempo per spiegare alcune cose riguardo al senso di questo blog.

- Che tipo di equivoci?
- Non voglio che i miei lettori pensino che il suo scopo sia quello di diffamare qualcuno, non è un blog “contro”, non serve a dire “di chi è la colpa”. Ogni tanto può sembrare, me ne rendo conto, per questo ci tengo a dirlo: non è questo lo scopo.
Lo scopo non è neanche raccontare la verità dei fatti storici avvenuti, non sono un cronista oggettivo e distaccato (ammesso che qualcuno lo sia stato mai), racconto solo il mio punto di vista (emozionale) sulla vita. Scrivo questo blog dal 2008, alcune volte i post sono più ironici e gioiosi, altre più romantici e incantati, più comunicativi e didattici… altre ancora più tragici, crudi e profondi. I miei post rispecchiano la varietà dei sentimenti che provo e la varietà delle situazioni che capitano.


- Perché scrivi?
- Perché ne ho bisogno. E infatti l’ho sempre fatto, fin da bambina. Succede che dei pensieri comincino ad apparirmi in testa e a girare, a riproporsi sempre più frequentemente, a cercare un senso, a perfezionarsi… poi, ad un certo punto diventano quasi fastidiosi. Mi disturbano, fanno rumore, bussano: vogliono uscire! Così, l’unico modo per star bene è, letteralmente, “tirarli fuori”, tradurli in lettere e parole. Funziona: loro escono e non mi disturbano più, andandosene mi regalano un senso di completezza, di conclusione. Di pace.
Perciò, penso, possiamo dirlo: la mia è una scrittura terapeutica. Se è per questo anche la mia pittura è terapeutica. Sono in terapia da tutta la vita!


- OK, ma perché scrivi su un blog? (comprati un diario con la chiavetta )
- Il diario non funziona nello stesso modo. Fin quando il diario è “segreto” tutto rimane ancora dentro di me, tutto è ancora solo mio e allora non serve a nulla, il processo di “tirare fuori “ non arriva a compimento. Da piccola ovviamente ce l’avevo, il diario con la chiavetta, ma non lo tenevo segreto, lo facevo leggere in giro, lo condividevo. E solo condividendolo mi aiutava a stare bene. Anche i disegni, li facevo e subito li mostravo. Mi succedeva una cosa e subito la raccontavo (anche adesso, anche al panettiere che non gliene frega nulla). Bo, sono fatta così (male probabilmente), però funziona.


- Ma così possono leggerti degli estranei e farsi delle idee sbagliate!
- Che mi leggano degli estranei e si facciano delle idee sbagliate non mi preoccupa affatto. Perché sbagliate? Si faranno le loro e qualunque esse siano, per loro, saranno giuste. Mi preoccupano di più le persone che mi conoscono, le persone a cui voglio bene, ho sempre timore che possano sentirsi disturbate, scosse, magari offese. Ma io non posso proprio fermarmi, non ho intenzione di smettere di scrivere. Comunque non è che gli spedisco lettere private a casa, basta non aprire questo blog e sono salve. Vi prego: smettere di leggermi se questo processo vi turba.

- Ma perché sbandierare così dei fatti privati? La tua vita? Io non lo farei mai!
- Se non lo fai, fai bene a non farlo perché non è nella tua natura. Che vi devo dire? La mia natura è diversa. Non tanto rara nel genere umano a dire il vero, visto il successo planetario dei social network. E non tanto moderna se si pensa ai romanzi autobiografici. Cioè, alla fine parlare di sé è sempre esistito e lo fanno in parecchi.


- Perché questo desiderio globale di esibirsi, secondo te?
- Il fatto è che ciascuno di noi percepisce la propria realtà come qualcosa di speciale e unica. La “mia” vita, i “miei” sentimenti. E invece io penso che le vite, alla fin fine, si somiglino tutte (ciascuna con i suoi drammi e le sue gioie inattese) e i sentimenti che le persone provano siano anch’essi piuttosto comuni. Parlare di se stessi, esibirsi, da anche la possibilità di riconoscersi negli altri, sentirsi un po’ compresi e meno soli. “mal comune, mezzo gaudio”.


- Vorresti dire che gli scrittori autobiografici sono solo degli esibizionisti come te?
- Non lo so, non solo. Credo che parlare e scrivere di sé, non sia altro che parlare e scrivere di tutti, ma attraverso esperienze personali e sentimenti che conosci davvero perché li hai provati sulla propria pelle. E’ sbagliato comportarsi così? Chi può dirlo? Io vorrei rispondere di no, altrimenti non avrei mai potuto leggere “Paula” di Isabel Allende, “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo, vedere “cartoline dall’inferno” dal romanzo di Carrie Fisher o un qualsiasi autorittratto di Van Gogh… la lista è davvero infinita e conta nomi molto più illustri. Queste opere esistono grazie ai loro creatori e per me è un bene. Fatte le debite proporzioni (il mio è solo un minuscolo blog), il senso si è capito.


- Vorresti spaccaiarla non solo come una “terapia” benefica per te, ma addirittura per gli altri!?
- Be, magari! Non sono abbastanza talentuosa o originale da fornire al mondo chissà quale messaggio o rivelazione. Forse qualcuno leggendomi potrà riconoscersi in alcune sensazioni provate, forse potrà sorridere o piangere… spero almeno di non fare troppi danni in giro, questo sì.


- E se un giorno ti leggessero i tuoi figli? A loro non pensi?
- Sì, mi è capitato di pensarci… giusto di quando in quando…
ma certo che ci penso! In continuazione ci penso!
I miei figli molto probabilmente un giorno mi leggeranno, se ne avranno voglia (è tanta roba e loro avranno un sacco di cose più interessanti da fare). Penso che siano due persone intelligenti e spero che capiranno che quello che stanno leggendo era solo il punto di vista di una persona. Un persona che stava cercando di vivere come meglio poteva, che stava affrontando delle esperienze (non sempre facili o prevedibili) con i mezzi che aveva (e scrivere era uno di questi), che quello che scriveva era solo l’espressione dei sentimenti di un momento preciso e non una verità universale. Se ne sentiranno il bisogno, potranno fare delle domande (lo spero proprio) chiedere spiegazioni, non solo a me, ma anche alle altre persone coinvolte nelle nostre vicende. Penso che ognuno avrà il diritto di raccontare secondo il proprio punto di vista. I miei figli potranno conoscere meglio la propria mamma anche attraverso la scrittura e poi saranno liberi di giudicarmi come meglio credono. Io non voglio “passar bene” con loro, io voglio essere sincera, mostrarmi per quella che sono, o tutto il nostro rapporto non avrebbe più senso. Io non voglio diventare un mito, i mei figli dovranno distruggermi un giorno, è l’unico modo che hanno per crescere, e questo blog potrà aiutarli a farlo. La loro mamma non è stata sempre perfetta, è stata anche ingenua, strana, arrabbiata e perfino disperata. Va bene così, le persone reali sono così. I miei figli (lo spero con tutto il cuore) un giorno sapranno anche perdonarmi.
 

lalla

P.S. Detto ciò, adesso, se ve la sentite, potete provare a leggere il post che ho pubblicato ieri, non saprei, volevo parlare dei numeri magici… ma sono un po’ sfociata nel “tragico, crudo e profondo”, evidentemente ne avevo bisogno, ma voi no, se preferite uscire a mangiarvi un gelato, oggi c’è il sole, mi pare un’ottima alternativa!

mercoledì 29 marzo 2017

12, 28, 29... fata o strega? E' solo un gioco.

Sono una persona fondamentalmente atea e scientifica, razionale e tranquilla, so bene la realtà qual è, eppure, di quando in quando, mi concedo di giocare, mi concedo di viaggiare.
Ho iniziato quando ero bambina. Ogni tanto avevo bisogno di liberarmi di tutto il peso della vita reale e di galleggiare in una dimensione magica e parallela, immaginare piccole fate tra i fiori o sirene fluttuanti tra le onde, parlare agli oggetti, al vento e al mare, indovinare i segreti e i pensieri altrui. Questo, inevitabilmente, mi ha reso una bambina strana. Ho passato l’infanzia da sola, incompresa dalla mia maestra e probabilmente anche da tutti gli altri. E vabbè, tutto non si può avere.
Adoro la matematica e l’astrazione, un altro gioco che mi sono sempre concessa è contare tutto, far caso alle date, concentrarmi sui numeri ricorrenti, geometrizzare la realtà, cercare le simmetrie e i ritmi segreti del tempo.  So benissimo che è tutto casuale, che non esistono una Cabala suprema, un Disegno divino o un Fato già scritto. E’ solo un gioco, nulla di più.
Quando ero ragazza, ad esempio, mi ero fissata col 12, “mi succede tutto col 12!”. Il meccanismo era semplice: ignoravo tutti gli altri numeri e ponevo l’attenzione solo su ciò che aveva a che fare col 12 che così sembrava, magicamente, ricorrere sempre.
Poi ho conosciuto Lui e il 12 è andato un po’ in secondo piano, non so perché ma mi ci siamo stabilizzati oltre la ventina. Un professore (piuttosto maniaco) gli disse di fare attenzione a me, che avevo il naso strano e che probabilmente ero una specie di seducente streghetta.
Un milione di anni fa, sotto un meraviglioso albero di Natale a Piazzale Michelangelo, gli ho regalato il mio primo bacio e una silenziosa promessa di amore eterno. Mi sembrava così speciale e pieno di talento. Pensavo di aver incontrato finalmente qualcuno a cui piacessi davvero (così stramba com’ero), qualcuno a cui aprire le porte del mio mondo segreto senza paura di essere giudicata, qualcuno su cui avrei potuto contare sempre.
Il 29 giugno 2002, 6 anni dopo, sotto il meraviglioso moro del nostro giardino, ho ripetuto quella promessa davanti a tante persone care. L'indomani apparentemente siamo partiti in treno per Roma, in hotel ci hanno dato la camera n° 12, in verità siamo partiti per il mio mondo incantato. L’ho accompagnato in una realtà parallela fatta di dolcezza, serenità, fiducia e amore. E' stato meraviglioso per entrambi.
La prima desideratissima gravidanza è stata difficilissima, ma tra di noi c’era una grande sintonia.
Il 28 luglio 2005, io ed Elia abbiamo lottato insieme (e l’uno contro l’altra) per la vita o per la morte. Per 12 lunghissime ore, poi alla fine, il 29 luglio, il mio piccolo Re dei Sugolini è finalmente nato e io sono quasi morta. Lui era così felice di avere un figlio che non si è accorto di niente, è uscito a complimentarsi con i parenti e non ha capito che me ne stavo andando. Comunque io sono una pellaccia, sono solo quasi morta, non del tutto, perciò va bene così.
Crescere insieme Elia è stato stupendo, siamo partiti tutti per l’Isola dei Sugolini.
Però, dopo qualche anno, Lui ha cominciato a diventare un po’ insofferente a tutto ciò che non gli sembrava “perfetto”. E qui bisogna capire che valore dare alla parola “perfetto”. Innanzitutto diciamo che la perfezione non esiste e meno male se la si intende come un monotono modello ideale, il clone inutile di un pensiero comune. Io sono di certo più strana che perfetta, ci vuole poco a rendersene conto e Lui cominciò a farlo. Elia è uno spettacolo, ma anche lui ha le sue stranezze e molto spesso ha bisogno di liberare il suo pensiero parallelo. Quindi è speciale, meglio che perfetto, no?… ma certamente non sempre di facile lettura, non per tutti gli altri. Ad esempio per le maestre della materna non risultava abbastanza “standardizzato”… ok, non vogliamo certo che diventi un po’ disadattato come la madre, diamogli una mano a standardizzarsi (a travestirsi da persona comune) per facilitargli la vita e i rapporti sociali, certamente, sono d’accordo, ma poi, alla fin fine chissenefrega delle maestre della materna che avevano da ridire se colorava gli alberi di grigio invece che di marrone, no? No? Ecco, invece a Lui fregava. Comunque, per il resto, tutto bene.
4 anni dopo ero di nuovo incinta. Al quinto mese qualcosa cominciò ad andare storto, la piccola aveva dei problemi al cervello, all’inizio la diagnosi non era chiara (caliamo un velo pietoso sugli obiettori di coscienza). comunque io volli aspettare per capire. Credevo che Lui mi stesse accanto e che come me volesse capire, ma iniziai a rendermi conto che stava combattendo una battaglia diversa: voleva solo dimostrare a tutti i costi che i dottori si erano sbagliati e che la bambina “era perfetta”. Un mese di analisi, poi la situazione precipitò e io che, ve l’ho già detto, sono una persona razionale e che sa bene la realtà qual è, decisi. Comunque a quel punto anche Lui era d’accordo. Quando i dottori in Francia fissarono l’inizio del processo di ITG (interruzione terapeutica di gravidanza) per il 28 luglio, sbiancai. L’equipe parlava solo francese, io non parlo una parola di francese, Lui parla francese, ma quando è arrivato il momento di spingere, è uscito, mi ha lasciata sola a partorire quel piccolo cadavere.
Così, il 29 luglio 2009, quattro anni dopo aver messo al mondo il mio piccolo Re, ho di nuovo fatto quello che dovevo, ma stavolta da sola.
Ero delusa, ma ho pensato solo “non l’ha fatto apposta, comunque è finita, perciò va bene così”.
Cosa succede nella testa di una madre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai? Niente di così insopportabile in verità, purché questa madre riesca a rendersi conto che siamo animali e che questo può succedere, che la natura fa delle prove a caso e non sempre il risultato va nella direzione che vorremmo e che per fortuna la scienza può aiutarci ad aggiustare il tiro. Non succede molto, davvero, ma continua ad aspettare, questo sì. Negli anni seguenti ho desiderato tanto un altro figlio che mi aiutasse a terminare quella gravidanza iniziata e mai conclusa. Solo adesso me ne rendo conto: può succedere molto di peggio nella testa di un padre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai. Stava di nuovo combattendo una battaglia diversa dalla mia: voleva dimostrare a tutti i costi (e a tutti gli altri?) che “eravamo perfetti” e che Lui poteva avere un altro figlio sano. Sentivo che ne aveva tanto bisogno, lo amavo e anche io volevo un altro figlio perciò abbiamo tentato molte volte. Ogni volta che iniziava e poi andava male era sempre peggio per me, sempre meno grave per Lui che stava prendendo le distanze. Al quarto aborto spontaneo ho deciso che non ne valeva più la pena. Avevamo già qualcosa che era “più che perfetto”: avevamo noi due e avevamo Elia, nessuno al mondo era fortunato quanto noi! Ho detto “basta, godiamoci questa vita”.
Ed è successa una cosa strana, non so se in modo completamente razionale o meno, non credo, ma ad un certo punto Lui ha fatto di testa sua.
Col senno di poi, mi rendo conto che il suo amore per me (ammesso che sia stato mai capace di provarne) è finito quel giorno. La questione non è se sia stato un atto più o meno volontario o inconsapevole, la questione è che (dopo tanti anni di tentativi inutili) quell’unica volta che ha agito da solo ha avuto successo. Questo lo ha fatto sentire di nuovo “perfetto” e potente e lo ha distaccato per sempre da me (che mi ero tirata indietro e quindi ai suoi occhi avevo fallito). Da quel momento ha smesso di considerarmi una persona con dei sentimenti, mi ha usato e basta.
Fisicamente la gravidanza di Matilde è stata altrettanto difficile di quella di Elia, evidentemente non sono una brava gestante (c’è chi è portata e chi no), ma alla fine tiro fuori dei bei capolavori! Dal punto di vista psicologico è stata peggio perché Lui aveva già ottenuto tutto quello pensava di poter ottenere da me e stava spostando tutto il suo interesse su se stesso e sul suo nuovo potere.
Il 29 aprile 2014 mi si sono rotte le acque, di mattina, al supermercato, ero positiva al tampone per lo streptococco perciò siamo corsi subito all’ospedale, mi hanno rimandato indietro “lei si è sbagliata: non si sono rotte le acque”. Col cavolo, hanno sbagliato loro a fare la diagnosi, Matilde ha maturato un’infezione pazzesca, la sera ho puntato i piedi e sono voluta tornare all’ospedale, induzione d’urgenza, la mia piccola Fata è nata nella notte, quasi morta, ma solo quasi, non del tutto, perché è una pellaccia come la sua mamma. Col cazzo che va bene così, comunque anche questa era fatta.
A questo punto Lui è crollato, ha avuto una specie di “depressione post-parto”, oggi mi viene di pensare che gli sia venuta perché si vergognava di come si era comportato con me e di come sentiva di volersi comportare in futuro, forse già sentiva di non provare più niente e questo lo spaventava, non me lo diceva, anzi mi rassicurava che Noi (io, Elia e Matilde) eravamo tutta la sua vita, sembrava disperato ma di nuovo empatico e dolcissimo… io gli credevo, gli sono rimasta sempre accanto, ho fatto tutto quello che potevo per cercare di farlo tornare da Noi (io, Elia e Matilde) che invece eravamo tanto felici. Ed è incredibile il modo in cui riuscissi a vivere spaccata in due (angosciatissima per Lui, felicissima per Loro), ma lo facevo. Io me la sono proprio goduta questa bimba, come il mio bimbo, Loro sono la dimostrazione che la vita ti sorprende sì con delle grandi sfighe, ma ogni tanto ci mette una botta di culo inimmaginabile e quello è il momento di essere grata e felice perché non esserlo sarebbe proprio un delitto. Quando la depressione gli è passata anche Lui mi è sembrato di nuovo felice, non proprio uno splendore, ma comunque ho smesso di chiedermi ogni minuto del mio tempo: “Sarà soddisfatto? E’ tutto abbastanza perfetto?”. Diciamo che, vista la situazione, mi sembravano domande retoriche. Mi sono un po’ rilassata, può succedere, ok?
Il 28 gennaio 2016 abbiamo fatto le valige uno accanto all’altra, mi ricordo che cercavo in Lui una consolazione: sapevo di partire per andare al capezzale di mio padre (non sapevo che lui sapeva di partire per andare ad imbrodarsi di successo ed iniziare una tresca con un’altra donna). E’ stato il mio primo grande lutto, mi aspettavo un aiuto da Lui, un appoggio, invece sono seguiti due mesi di totale assenza e freddezza e quindi svariate proteste e domande da parte mia, sempre senza risposta. Non riuscivo a capire perché ce l'avesse con me.
Il 28 marzo, a cena, a 2 metri da Elia, con un bel sorrisetto compiaciuto, mi ha comunicato ”mi sento benissimo, ho finalmente capito che per raggiungere l’equilibrio devo allontanarmi da te.”
Gli ho quasi sputato la minestra in faccia, credevo stesse scherzando “mi stai lasciando?”
“Che vuoi che sia? Possiamo tranquillamente rimanere a vivere insieme e crescere i bimbi, ma i nostri percorsi devono separarsi”. Discorsi senza senso.
“Ma che stai dicendo?... c’è un’altra donna? Per questo da due mesi sei tutto da un’altra parte?”
“Assolutamente no! Vedi che non sei in grado di capire?! Tu devi curarti e solo dopo capirai!”.
Ero talmente sotto shock che gli permisi persino di coricarsi nel letto accanto a me e Matilde, credevo sinceramente che stesse sparlando, non poteva essere vero!
Il 29 mattina, una volta rimasti soli ha confessato che aveva incontrato un’altra, la sua vera anima gemella, la donna che finalmente lo aveva portato all’equilibrio e alla perfezione “tu lalla non arriveresti ai nostri livelli neanche con 5-6 anni di analisi”. Che delusione, che squallore e che idiozie… ma incominciavo a intravedere il senso. Che stupida! Altro che aver trovato una persona speciale con cui condividere il mio mondo e su cui poter contare sempre!
Ho chiesto chi fosse l’eletta (la curiosità è donna) e quando era cominciata questa storia, poi ho aggiunto: “Quanto sei banale” e “esci da questa casa”. E dal mio mondo di meraviglie, per sempre.
Non era questo che volevo, proprio per niente, e fino a quel momento di rivelazione l’ho amato e ho fatto di tutto per scusarlo. Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver creduto a una falsità per quasi vent’anni? Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver donato tutta se stessa e i suoi figli alla persona sbagliata? Praticamente tutto. Prova il dolore più grande della sua vita, una roba da creparci, ve lo giuro, e solo perché sono davvero una pellaccia non è successo. Ho subito un trauma da cui non penso che mi riprenderò mai. Cioè: sono di nuovo felice, ma non mi fido più, non c'è verso e questa non è una cosa bella. E vabbè, tutto non si può avere.
Ho sempre me stessa e i miei due bambini meravigliosi, perciò me la faccio andare bene così.
E nonostante tutto, ogni tanto, mi concedo ancora di lasciare questa terra. Mi aiuta la mia mente che non si ferma mai, mi aiutano tutti i miei sensi altrettanto instancabili, mi aiutano le mie mani, sporche di terra o di colori.
Pochi giorni fa il mio avvocato mi ha comunicato che ormai la separazione è ufficiale “dopo la firma è arrivato il nullaosta, a fine luglio il divorzio”.
“Di preciso quando?”
“La legislazione è nuova… un giorno che cada dopo il 26 luglio… per sicurezza diciamo il 30”.
Ok, non il 29, non può succedere tutto il 29 luglio, giusto? O forse sì?

lalla

P.S. Siete curiosi di sapere che fine ha fatto quella che insieme erano arrivati a dei livelli che io manco con 5-6 anni di analisi? Dopo 2 mesi in città ha fatto le valige, arrivederci e grazie!
Sì, lo so: non è elegante gioire delle disgrazie altrui, né tanto incantato portare rancore. Inoltre, per il bene dei miei figli, devo sperare che Lui sia felice così da poter essere anche un buon padre… lo so, lo so, ma sapete che vi dico? Che sono un essere umano anch’io, porca miseria, e che persino le fate se si incazzano diventano streghe!
Dopo che la bella dileguossi come Cenerentola, Lui mi ha detto: “aveva ragione il nostro professore, tu sei davvero un po’ strega, hai sempre sentito e capito tutto”.
Ah sì? O non ero quella che doveva curarsi per riuscire a capire? Chissenefrega di quello che mi dice! Comunque, tante volte fosse vero… ieri era il 28 marzo, il nostro nuovo anniversario, appena sveglia, davanti allo specchio, gli ho mandato una bella maledizione: “Con me hai assaporato la vera felicità, ma sei stato tanto stolto da sottovalutare e rinnegare la tua fortuna. Che tu possa cercarmi in tutte le donne che incontrerai e non trovarmi mai più!”.
Faceva parecchio Malefica, vero?
Suvvia, è già passata, ieri sera spaghetti con le vongole, oggi è il 29, sono di nuovo razionale e tranquilla e spero sinceramente, per il bene di tutti, che lo sia anche Lui.

lunedì 27 febbraio 2017

in onore a tutte le donne con le palle

Il Carnevale è una festa che divide. Non come il Natale che piace a tutti, non come il Capodanno che  deprime in egual misura il popolo. Il Carnevale divide, fin da bambini. Cioè, li vedi quelli in preda all’euforia con un travestimento improbabile, assemblato alla meno peggio in casa (come da sempre faccio io) e quelli che nonostante indossino un modello “ufficiale” che costa quanto una notte in Bed &Breakfast, hanno un muso lungo fino ai piedi e si vergognano come cani. Li guardi negli occhi e lo capisci che il loro unico pensiero è: “Quando finisce questo strazio?”.
Il Carnevale è una questione, oserei dire, genetica. C’è chi ha il gene del “trasformismo” e chi non ce l’ha. Tipo quello che ti fa piegare la lingua in due oppure no. Non credo che nessuno scienziato ci si sia mai dedicato in modo serio, a parer mio dovrebbe. Forse è un gene che nella giungla primitiva accomunava il primate al camaleonte, valla a sapere… io sono un camaleonte! Anche i miei figli lo sono. Noi ci travestiamo molto spesso, non solo quando il Carnevale lo rende socialmente accettabile. E’ così divertente mascherarsi e interpretare un ruolo diverso, è così liberatorio. Probabilmente è anche il gene degli attori. Mi piace un sacco!

La mia mamma, la settimana scorsa, essendo che mi ama, mi ha detto una cosa molto bella: che è fiera di me per come ho reagito a quello che è successo, che ho una forza incredibile e che “si toglie tanto di cappello”. Io però ero preoccupata di non aver pensato abbastanza alle persone intorno a me e allora lei, essendo molto arguta, mi ha detto una cosa centrata: “Non dire fesserie! Devi pensare Lalla che è come se tu fossi stata schiacciata da un autobus e avessi dovuto passare 4-5 mesi tutta tritata al CTO, in una situazione disperata, senza sapere se avresti mai più potuto camminare… nonostante ciò, hai continuato a prenderti cura dei tuoi figli, dei tuoi studenti e a gestire tutti gli altri… nessuno sa come hai fatto, ma dopo nemmeno un anno, cammini di nuovo!”.
E’ vero: cammino di nuovo. E faccio anche dei bei saltelli a dire il vero.
La forza evocativa di questa metafora mi ha fatto venire in mente una grande pittrice che è stata davvero, letteralmente, schiacciata da un autobus. E’ tornata a camminare e non ha mai smesso di dipingere. Un giorno, rivolgendosi a Rivera (che gliene ha fatte di cotte e di crude) gli disse: "
Ci sono stati due brutti incidenti nella mia vita, Diego: quell'autobus e tu. Tu sei di gran lunga il peggiore…". Nonostante abbia sofferto e zoppicato tutta la vita, neanche con i piedi in cancrena, ha mai abbassato lo sguardo.
Questo Carnevale, in onore a tutte le donne con le palle, io sono Frida.


lalla

P.S. Sabato ho organizzato una festicciola per i ragazzini, un tè per le signore e una pizzata per tutti.
Mentre mi disegnavo il monociglio, Elia mi guardava storto: “perché ti trucchi da sgorbio?”
“Ma che dici?! Mi sto travestendo da Frida Kalho! E’ stata una grande pittrice e una grande donna. E’ molto famosa, sai? Tu non la conosci perchè sei ancora un ragazzino, ma vedrai che i genitori mi riconosceranno”. Gli mostro la foto su google.
“Se lo dici tu, a me sembra un po’ sgorbio”.
Ok, ammetto che due genitori all’ingresso si sono complimentati: “che bel vestito da cinese” (?), ma gli altri mi hanno riconosciuta. Nessuno (forse per educazione) ha detto che ero sgorbia, ogni tanto coglievo degli sguardi straniti, probabilmente avranno pensato che sono un po’ strana a vestirmi in maschera a 41 anni, possibile? Ma se il cappellino di fiori l’ho confezionato io stessa e indossato per il matrimonio di mia sorella Chiara?… almeno stavolta era Carnevale!

giovedì 23 febbraio 2017

vi dirò una cosa in faccia, a costo di bagnarmi il culo

Alcune persone hanno voglia di dirti la loro in faccia.
Così, tanto per gradire e quasi come fosse un vanto “io sono una/uno che le cose le dice in faccia!”.
E’ un atteggiamento che non ho mai compreso, né condiviso, che tra l’opzione “dire le cose dietro le spalle” e “dire le cose in faccia”, magari si son scordate di vagliarne una terza: “non dirle affatto”.
Allora entra in scena la storia del “dare i consigli” (a parer mio parecchio sopravvalutata). Con la scusa di darti dei consigli (non richiesti) ti rifilano dei giudizi. Piglia e porta a casa.
Io cerco di dare consigli il meno possibile eccetto che ai miei figli e ai miei studenti, a loro ne do un sacco, ma in questo caso il tentativo è appunto quello di “educare” (
suggerire le risposte non serve, si tratta di fornire indizi ed esempi, sempre cercando di rispettare le inclinazioni personali) e non mi piace farlo, ho sempre paura di sbagliare, ma volente o nolente lo DEVO fare: quello dell’educatrice è il mio ruolo. Un ruolo che mi è stato concesso dal mio utero e dal Ministero dell’Istruzione (oltreché da una bella tonnellata di forza di volontà, in entrambi i casi).
Per il resto, cerco di dare consigli solo ed esclusivamente se sono stati richiesti. E anche in questo caso è un gran casino, ci vogliono molto tatto e prudenza perché può capitare (spesso) che le persone che chiedono il tuo parere in verità non vogliano ascoltarlo, ma più semplicemente trovare una conferma a quello che già pensano. Più raramente, c’è chi un consiglio lo vorrebbe davvero. E' meglio procedere in punta di piedi. E’ così complicato riuscire a capire fino a che punto spingere nel discorso la tua opinione o plasmarti su quella degli altri… insomma, è tanto difficile non fare del male (perfino quando un consiglio ti viene chiesto) che proprio non le capisco le persone che gratuitamente ti “dicono le cose in faccia”, così, tipo ceffone in pieno viso!
Comunque, ognuno è fatto a suo modo e ha opinioni diverse, per fortuna.
Ognuno, in una società abbastanza evoluta e civile (come nonostante tutto è la nostra), può scegliere
il posto da occupare  nel mondo.
Io non ho scelto di lavarmene le mani alla Ponzio Pilato, la mia non è una scelta di comodo, è più una scelta di pudore e di rispetto. Io me ne sto da una parte, osservo le persone con grande interesse, provo a capirle e mi rendo disponibile all’ascolto. Poi faccio questo: cerco di distribuire allegria ed entusiasmo intorno a me (e di rompere le palle il meno possibile). Stop.
Forse non è un granchè, ma ci sono posti peggiori, più insulsi o più ingombranti.
Anche perché, ma che diritto avrei io di giudicare o interferire nella vita degli altri? Qualcuno (eccetto il mio utero e il Ministero dell’Istruzione) mi ha investito di questo ruolo? Chi lo dice, ad esempio, che io sia una madre “migliore” delle altre? Nessuno, e infatti non mi ci sento proprio! Per questo non mi sono MAI permessa di andare a consigliare/criticare le mamme intorno a me sul fatto che stessero nutrendo/vestendo/addormentando i propri figli nel modo sbagliato. Condivido il loro modo di crescere i figli? In qualche caso sì, in qualche caso no, ma è possibile che sia io a sbagliarmi, o forse (come appare più logico) facciamo un po’ di cose sbagliate e un po’ di cose giuste entrambe, o più semplicemente: chissenefrega, ognuno farà quel che può con i mezzi che ha!
Insomma, io seguo il principio “vivi e lascia vivere”.
Ma è un principio non universalmente condiviso e così io, in faccia, mi sono sentita dire di tutto. Tu sei fatta così, tu sei fatta cosà, tu sbagli di qui, tu sbagli di là, tu non sei capace di fare questa cosa qui, tu non sei capace di fare questa cosa qua. Piglia e porta a casa.
Che, tra parentesi, tutte queste cose essenziali “da dire in faccia” non si sa perché, ma raramente sono cose belle.
Allora, oggi ho voglia di fare un’eccezione, di rendermi antipatica buttando anche io lì un consiglio così, tanto per gradire.
Premessa: un sacco di gente a un certo punto del proprio percorso entra in crisi, mette in discussione una vita intera, o più semplicemente si sente insoddisfatta, perde di vista il senso e la meta.
Non parlo di coloro a cui l’equilibrio chimico è andato completamente in tilt (perché, onestamente, non esiste una cosa più seria dell’equilibrio chimico di un corpo e io, detto tra noi, sono sempre stata imbevuta in un cocktail perfetto e pure costante, non me lo sogno neanche di sottovalutare il culo che ho).
Ma per tutti gli altri, non lo so, forse mi sbaglio, ma mi sembra di percepire una specie di allergia alla coerenza e alla determinazione condite da una decadente deriva psicanalitica generale. Ora, io non sono una psicologa e una delle mie migliori amiche lo è, non la voglio offendere quindi che sia chiaro: si tratta solo di sensazioni, di dubbi miei così, random.
Mi guardo in giro e non capisco, è la psicanalisi che ha questa pecca o sono le persone a farne un uso distorto? Tutto questo “lavoro interiore” forse fa concentrare troppo le persone su se stesse, sul proprio dolore/problema, le sfinisce sull’autoanalisi, le ripiega nell’introspezione e le incupisce. Fa diventare tutto ancora più grave, pesante e profondissimo.
“Ognuno deve riscoprire il suo Io interiore ed essere se stesso/a”.
E se il tuo “Io interiore” facesse cacare? Cioè, attenzione, non è detto che nel profondo si sia tutti Gandhi. E se qualcuno, nel profondo, fosse Hitler? Magari aver tracciato dei confini negli anni, aver trovato il modo di contenersi, moderarsi, adattarsi alla società e agli altri non sarebbe proprio tutto un lavoro da buttare.
“Ho bisogno di conoscere e capire me stesso/a”.
Se non ti sei conosciuto/a e capito/a per 30/40/50 anni (se non ci sei riuscito/a quando avevi una mente giovane e flessibile) cosa ti fa credere di poterci riuscire adesso? Forse hai poche capacità empatiche e di ascolto delle tue emozioni. O magari c’è poco da capire, semplicemente. O cercare di mettere un’etichetta su se stessi (e sulle altre persone) è SBAGLIATO dato che siamo esseri unici e mutevoli (potrebbe anche avvicinarsi al vero, ma é a scandenza breve). Su questa cosa dell’etichetta (come anche sull’indossare una divisa) vorrei aggiungere che a un sacco di gente piace proprio tanto, da sicurezza, da un senso di appartenenza.
A me fa schifo.
“Tutti hanno il diritto di inseguire la propria felicità”.
Ne siamo sicuri? Anche no se questo significa distruggere quella degli altri. Tutti hanno diritto a inseguirla, ma non ad ogni costo, tra l’altro: scappa parecchio in fretta e non credo proprio che si possa raggiungere mietendo delle vittime.
Ed eccoci al consiglio, citando il film “La prima cosa bella”:
Oggi non vi sentite un granchè? Invece di farvi tante domande, perché non provate a farvi un bel bagno in mare?!
Perché non provate (voi che potete!) a mordere una gustosissima schiacciata fumante ripiena di mortadella appena affettata? … proprio nell’angolino dove c’è un sacco di sale, provate!
Provate a gioire delle cose semplici della vita. Ve lo dice un’epicurea: strabastano a rendere soddisfatti. Se poi avete la sfacciata fortuna di aver messo al mondo un figlio e lui sta bene, esiste, è reale... e lo potete toccare tutti i giorni… vabbè, altro che mortadella!
E’ solo un consiglio, ma ve lo dico perché ci credo: coltivate, se potete, la leggerezza e una sana superficialità. La felicità verrà da voi senza doverla inseguire.

lalla

P.S. Sì, lo so, la frase “cerco di distribuire allegria ed entusiasmo intorno a me (e di rompere le palle il meno possibile)”, fa un po’ ridere considerando questo ultimo anno. E’ una delle cose che mi è dispiaciuta di più: riversare il mio sconcerto e la mia disperazione ovunque, aver preteso così tanta pazienza dalle persone intorno a me. Altro che “portare allegria”, ho chiesto aiuto, tanto aiuto e ho rotto le palle. E per me è stato innaturale imbarazzante, ma essenziale. Lo dovevo fare per forza, o sarei morta. Mi sono sfogata, tanto, ho chiesto conferme (anche solo che fosse vero, perché a me sembrava tutto impossibile) e consigli (sì, ho chiesto anche dei consigli!) su quale fosse il comportamento più corretto da seguire nell’interesse dei miei figli. E le persone che mi hanno aiutato di più sono state tanto sagge da ascoltarmi (sopportarmi!) e alla fine non darmene quasi nessuno. Perché barare non vale e suggerire le risposte non serve (come a scuola). La strada scelta non sarà mai quella giusta se non arrivi a imboccarla da sola. A chi mi ha aiutato dico grazie con tutto il cuore e a buon rendere (anche se non gli auguro certo l’inferno che è toccato a me!).

P.P.S.S. lunedì dovevo partecipare a un collegio di plesso un’oretta dopo il termine delle lezioni. Prendo un gelato e mi spingo sulla spalletta dell’Arno, c’è il sole. Mentre mi gusto il cono, vengo incuriosita da alcuni ragazzi stranieri che scavalcano furtivamente la spalletta, scendono sull’argine e si dirigono verso la pescaia. Guardo meglio, ci sono alcuni pescatori, un po’ di fidanzatini, turisti, è piuttosto popolata, tutta quella gente ha scavalcato? Forse allora non è una cosa particolarmente disdicevole…
in un attimo sono nel punto giusto del muretto, è un po’ altino… mi guardo intorno veloce (se mi vedono dei colleghi sai che figura!) non c’è nessuno, ma perché no? Salto! La pescaia è in parte bagnata e c’è un po’ di limo, cerco di non impantanarmi. I ponti e le case si riflettono sull’acqua, nonostante ci siano altre persone è tutto umanamente silenzioso (i turisti dormono, i fidanzatini si baciano, i pescatori pazientano) e naturalisticamente rumoroso (a pochi metri l’Arno precipita fragorosamente). Un’oca si sta ripulendo le piume in bilico sul bordo della diga. Non resisto: mi distendo accanto all’oca sulle pietre più asciutte con la testa a 10 cm dal filo d’acqua, dove sembra immobile. Chiudo gli occhi e ascolto, sento: il sole caldo sulle palpebre, la calma dell’Arno accanto a me, il suo nervosismo a pochi metri da me, il gusto di cacao in bocca... e il culo bagnato finito in una piccola pozzanghera! Passano 20’, devo tornare indietro verso la scuola. Ripercorro a ritroso il sentiero e arrivo al muretto. Al primo tentativo di risalire non ce la faccio per niente perciò mi prende il ridere e al secondo va pure peggio, poi un po’ di panico (penso alla figura di merda che dovrò fare telefonando a un collega per farmi aiutare), mi concentro e al terzo ce la faccio. Con una piccola corsetta arrivo in tempo alla riunione. Salgo le scale a due a due, arrivo nella sala, molti hanno le facce stanchissime e abbastanza assenti, io ho ancora il sole sulle guance, il cacao in bocca, il culo bagnato... e tanta voglia di fare!