mercoledì 18 luglio 2018

nella vita ci vuole fortuna... culo, anzi, classe

Anni fa vidi “Match Point” di Woody Allen, un film perfetto, ma difficile da classificare. Un film che forse non ti aspetteresti, strano per essere di Woody Allen. Interessata alla questione, ascoltai un’intervista del regista che spiegava che non aveva voluto girare un film romantico, né un thriller, né un poliziesco, bensì. un film sulla fortuna e su quanto peso possa avere nella vita delle persone. Mica scemo Woody Allen (mai avuto dubbi a riguardo, cioè: magari gravemente disturbato e pedofilo sì, ma scemo no di certo!).
Per vivere bene ce ne vuole parecchia di fortuna.
Il mio babbo era un accanito giocatore di carte, almeno una partitina in pausa pranzo tutti i giorni e magari due in vacanza. Non giocava mai per soldi perciò non parlerei di vizio, ma di passione, tramandatagli da sua madre. Giocava per il gusto di giocare, e di vincere. Perché in effetti non sapeva perdere e comunque vinceva tantissimo, specialmente contro noi figli, infieriva volentieri e si incazzava pure se sbagliavamo a giocare, come fosse stato un peccato mortale aver scartato un cinque invece che un quattro a “scala 40”(soprattutto perché il quattro sarebbe servito a lui per aprire!).
Entrambi i miei genitori mi hanno raccontato che una delle prime volte che la mia mamma era stata introdotta nella famiglia di lui, avrà avuto 16 anni, dopo un pranzetto cordiale, fu invitata a fare una partitina a carte… accettò, mal gliene incolse! Il novello fidanzatino e la futura suocera non solo si infuriarono a vicenda ma soprattutto contro di lei che non era abbastanza ferrata e con i suoi errori falsava e comprometteva l’andamento del gioco! La mamma decise di tenersi comunque il ragazzo, ma promise a se stessa che non avrebbe mai più giocato a carte, né con lui, né con alcun membro della sua famiglia. E’ una donna di parola: neanche con noi figli ha mai giocato!
Insomma il babbo giocava e vinceva tantissimo e il gioco di carte è un gioco di fortuna, no? Hai voglia a giocare bene, ma se hai una mano di merda, c’è poco da fare, no? Perciò la nostra unica difesa, poveracci noi, era giustificarsi con il solito: “ma non vale babbo, te c’hai culo!”
E lui, saggio, rispondeva: “Una volta è culo, ma tre volte culo è classe!”.
Allora mettiamola così, come sarebbe piaciuta a lui: il mio babbo era un uomo di classe.
La fortuna, nella vita, è tutto.



Prima di tutto ci vuole la fortuna di nascere nel posto giusto. Perché se fossi nata nel 1975 come sono nata, ma in un paese africano poverissimo o in guerra, sarei probabilmente morta affogata cercando di traversare il Mediterraneo (io bevo se metto la testa sotto senza tapparmi il naso, figuriamoci che goduria rovesciata da uno scafista criminale di notte nell’acqua nera petrolio a km dalla costa), oppure sarei sopravvissuta nonostante il viaggio stipata come una sardina per poi finalmente approdare in Italia, dove mi avrebbero tenuta due giorni bloccata in porto con un caldo bestia, senza sapere niente del mio destino, quindi fatta sbarcare e guardata con sospetto, scansata e magari presto costretta a prostituirmi per ripagare il debito del passaggio ponte…
invece sono nata a Firenze, una delle città più belle del mondo, in una famiglia colta e benestante e al massimo posso incazzarmi se, tornando da una vacanza al mare come domenica scorsa, la nave dell’Elba Ferries ritarda due ore lasciandomi in attesa sul molo in auto e sotto il sole. Un bel disagio, ma c’è una sostanziale differenza.
Ho un bel culo, no?
Poi ci vuole la fortuna  di nascere al momento giusto. Perché se fossi nata a Firenze come sono nata, ma durante il medioevo, mi avrebbero impedito di studiare e di dipingere, mi avrebbero ammaestrata per diventare una brava moglie-bambina, oppure una suora. Nella prima ipotesi sarei probabilmente morta di parto giovanissima dopo aver sgravato un erede maschio o un’altra femmina sciagurata come me. Nella seconda ipotesi, nonostante l’ammaestramento, essendo portatrice sana di moltissima curiosità e propensione alla ribellione intellettuale, mi sarei probabilmente inoltrata nella ricerca clandestina e nella voglia di conoscere e così mi avrebbero bruciata viva come strega…
invece sono nata oggi, quando la parità dei diritti è ancora lontana mille miglia, ma almeno noi femminucce un po’ ce la caviamo. Ho potuto studiare (anzi, sono stata invogliata a farlo) e dipingere. Ho potuto scegliere il mio destino. Sono eretica e me ne vanto. Ho sconfitto grazie ai progressi della scienza una serie di possibili sciagure legate alle gravidanze: 1) ho quasi abortito Elia dopo 5 mesi di gestazione e poi sono quasi morta per emorragia al parto, 2) sono stata quasi condannata dal caso a partorire una creatura deforme e sfortunata, che non sarebbe sopravvissuta a lungo e ho potuto fare tutti gli accertamenti possibili prima della sua nascita, tentare di salvarla in ogni modo e infine scegliere di salutarla senza rimorsi e senza farla soffrire, 3) Matilde è quasi morta per grave sepsi (infezione diffusa da streptococco) alla nascita… quasi, quasi, quasi… in questi 3 QUASI c’è tutta la differenza del mondo e dei 1000 anni di evoluzione scientifica e culturale che ci hanno permesso di cavarsela!
I miei figli sono state o no delle vere e proprie botte di culo?!
Ci vuole la fortuna di avere un corpo sano e molta forza(fisica). Perché se fossi nata gravemente malata o deboluccia e non fondamentalmente una roccia come sono, tutto sarebbe stato diverso. Le persone che patiscono dolori fisici o che vivono con menomazioni , non valgono certo meno degli altri, ma, ricordiamocelo sempre: faticano il triplo degli altri e magari lo fanno anche col sorriso e senza farcelo pesare! Certe malattie sono un impegno grande, che richiede tanto sforzo fisico e mentale, certo, io ho un fegato così così, ma chi non ha qualche acciacco? C’è una bella differenza!
Sono sempre stata forte, una pellaccia, non mi ha mai fermato niente, tantomeno il ciclo mestruale. Ho un’altissima resistenza al dolore e grande capacità di recupero (meno di una settimana fa mi sono affettata mezzo pollice tagliando il pane, ci sono rimasta un po’ male perché non mi era mai successo e se non avessi incontrato l’osso avrei proseguito tranquillamente la mia corsa fino ad amputarmelo completamente. Comunque sia: è praticamente già tornato tutto a posto, guarisco più velocemente dei cani!). Ho gambe e braccia possenti. Nonostante la statura limitata, posso arrampicarmi ovunque, camminare intere giornate e sollevare con discreta facilità un po’ di tutto: banchi in classe per fare esperimenti, mobili in casa per fare traslochi, valige in auto per iniziare viaggi, mia figlia che pesa già 20 kg. per farla volare...
ancora un bel culo, no?
E ci vuole la fortuna più grande: quella di saper apprezzare le proprie fortune. La fortuna di avere entusiasmo e amare la vita, saper assaporare le piccole cose (che in realtà sono grandi) e quelle grandi (che in realtà sono enormi). Non dirò “la fortuna di svegliarsi sempre di buon umore”, ma più che altro: di svegliarsi sempre, più o meno, dello stesso umore. Perché se non fossi nata razionale ed equilibrata come sono nata, ma di volta in volta scossa da ormoni contrastanti, sarebbero stai loro a decidere se quel giorno era un buon giorno o se quella cosa era una giusta cosa, non io. Sarebbero stati loro a farmi sentire felicissima o tristissima, indipendentemente da come stavano andando realmente le cose intorno a me. Sarebbero stati loro a mentirmi e condizionarmi, a farmi prendere fischi per fiaschi e giudicare male il valore delle cose piccole (che sono grandi) e di quelle grandi (che sono enormi). Mi avrebbero confuso le idee, condizionato nel fare tutta una serie di sbagli e la cosa più triste è che avrei creduto di fare solo cose giuste…
invece io mi sveglio ogni giorno ricordando perfettamente la mia situazione di vita (nel bene e nel male), mi guardo allo specchio, riconosco me stessa e, siccome mi sto simpatica, mi faccio un bel sorriso. Ogni giorno non scordo quali siano le cose che contano davvero (come ascoltare i miei figli e guardare la bellezza) e quelle che posso anche lasciar perdere (come fare shopping). La razionalità non mi rende arida o seria, anzi, richiama tante emozioni e coccole e soventemente mi spinge a prenderla a ridere, questa strana vita, e a lasciarmi andare alle stupidaggini, al sentirmi ancora una bambina.
Sempre più culo, vero?
Infine, non dirò che ci vuole “la fortuna di incontrare la persone giuste” lungo la strada perché questa proprio non esiste. Si incontrano emeriti stronzi invece, nel 95% dei casi. Allora dirò invece che ci vuole la fortuna di saper riconoscere quei 5 che valgono, o in alternativa (se si è un po’ tardi e creduloni come me) ci vuole la fortuna di possedere la forza (mentale) per resistere all’onda d’urto dei 95 stronzi. Piantare bene i piedi e mantenere la posizione, nonostante lo tsunami che ti si abbatterà contro e ricordare il proprio nome e se stessi, nonostante il ciclone che ti scuoterà la testa. Serve davvero tanta forza interiore, ora, non vorrei montarmi la testa, ma pure ‘sto culo qui mi pare d’avere!
Insomma: non tre, ma almeno cinque volte culo (e potrei elencarne molte altre)… come direbbe il mio babbo: sono una donna di gran classe!
Qualcuno potrebbe obiettare: "dalla terza in poi non si tratta di fortune, ma di caratteristiche tue". Certo, è vero. E io cosa sono se non una combinazione genetica e irripetibile estratta a caso tra milioni di probabilità? Io sono, tutti lo siamo, frutto della fortuna (più o meno buona).
Molti di noi hanno vinto al super-enalotto almeno una volta nella vita, la volta più importante, quella che ci ha portato su questa terra, sarebbe bene rendersene conto.
Ed esultare.


lalla


P.S. tra due giorni saluterò i miei figli (che passeranno una settimana al mare col padre) e salirò su un aereo per Londra con la mia mamma… volare mi fa paura, anche saperli lontani da me, ma ormai abbiamo stabilito che sono una persona fortunata, giusto? Quindi siamo d'accordo amico culo, ci conto.

lunedì 16 luglio 2018

chi vogliamo far vivere per sempre?


Pochi giorni fa, siamo all’Elba, a fare il bagno in mezzo al golfo di Marina di Campo, dove c’è la secca, l’acqua è cristallina e tocca anche la Piccola Fata. C'è poca gente.
Il Re dei Sugolini canta “Who want to live forever”. Ora, così a mollo in mezzo al paradiso saremmo stati bene anche in silenzio, ma comunque non mi lamento, prima di tutto perché il Re non ha attaccato con uno dei suoi soliti jingle dei videogames che mi fanno uscire di cervello e poi perché non sarà Freddie, ma ha una voce bellissima e in fin dei conti non ne viene fuori lo scempio che potreste immaginare.
Poi si ferma e tenta di fare il simpatico improvvisando una delle sue solite battute che non sono molto ben calibrate e spesso risultano, loro sì, un po’ stonate: “Ganzo, no? Voleva vivere per sempre, invece è morto”.  Che allegria.
Mitighiamo, va, cerchiamo di alleggerire e recuperare la spensieratezza dell’ammollo: “A parte che questa canzone è la colonna sonora di un film su un tizio immortale, comunque, Freddie Mercury è stato davvero grande e adesso tu stai qui, in mezzo al mare, a cantare una sua canzone, tutti si ricordano di lui, si può dire che un po’ vivrà per sempre, non credi?”
Ma lui non è mica un ragazzino qualunque, abbagliabile con facili miti, è il Re dei Sugolini e anche se ha un umorismo davvero strano e spesso indelicato, sa darti quelle risposte lì, secche e precise, che non ti aspetti.
“Potremmo dire lo stesso di Hitler, anche di lui si ricordano tutti”.
Questo è profondamente vero, e ingiusto.
Spensieratezza addio.
“E’ vero, in effetti anche lui è stato grande, purtroppo, grande nel male… “ Sto faticando “Voglio dire: le persone cattive esistono e nella storia dell’umanità ce ne sono state e ce ne sono anche adesso crudeli quanto lui, però lui è stato uno davvero “bravo” nell’attuare il suo terribile disegno, pensa che è riuscito a convincere una nazione intera (mica erano tutti cattivi come lui i tedeschi, ma li aveva convinti) che l’origine di ogni male fosse un popolo “diverso” da loro, quello ebraico, e che la cosa giusta da fare fosse uccidere milioni di persone o più semplicemente far finta che tutto questo non stesse neanche avvenendo. Nel suo orrore, se ci pensi, non è mica una cosa da poco!”.
“Sì, mamma, ma si tratta solo di saper essere convincenti, di saper parlare alla gente, di condizionare gli altri e invogliarli a fare quello che vuoi tu, di manipolarli, come Ulisse con i suoi compagni: gli fece un bel discorsino e quelli tutti contenti lo seguirono al purgatorio”.
Allora rimango in silenzio, perché non è facile ribattere, va a finire che dalla laguna paradisiaca dove siamo, c’infiliamo in un ginepraio.
Pochi capiscono le sue battute e non è un manipolatore proprio per niente, questo un po' mi consola, magari verrà ricordato per cose belle... due schizzi in faccia e riporto tutto a una dimensione più ludica. La Piccola Fata vuol giocare alle sirene.
Però la cosa non mi piace per niente e in realtà vorrei dirgli: “Hai ragione figliolo mio, alla morte non sopravvivono i giusti, le persone di valore, ma più spesso chi “ci sa fare”, i carismatici, gli imbonitori, quelli pieni di fascino e privi di scrupoli. E’ profondamente ingiusto che certi individui si guadagnino l’immortalità!”

Dopo, con calma, mi metto a riflettere sulla questione.
Gli ebrei hanno perfino istituito un Giorno della Memoria, col cavolo che si scordano Hitler!
Non sono per niente brava con i grandi numeri, allora provo a scendere nel piccolo, nel conosciuto, nel personale, d'altronde le persone cattive (che fanno del male) esistono nella vita di tutti i giorni, non c’è bisogno di scomodare i grandi sterminatori della storia.
Di fronte a un abuso, a un male fatto da qualcuno, le possibilità sono due.
La prima: provare a minimizzare, far finta di non vedere, girarsi dall’altra parte oppure guardare con una calibrata disattenzione, e presto dimenticare. Lasciare che il tempo lavi il ricordo, farlo scorrere via, come se il male provato non fosse mai esistito e quindi non fosse mai stato fatto. Si comportano così il 90% delle persone, quasi sempre quelle non direttamente interessate dagli spregi (le non-vittime) e qualche volta anche chi ha subito, ma non ha la forza di ricordare e la sente come unica strada possibile. Fanno così non solo per piccole questioni, lo fanno con tutto, anzi: più il fatto è brutto e spiacevole, più è ingiusto e ripugnante, più è insopportabile associarlo a un amico, a un conoscente o a un connazionale, quindi (per continuare a vivere sereni) più velocemente va minimizzato o dimenticato.
Nel ricordo di questi “smemorati” si sostituiscono velocemente versioni più edulcorate, più piacevoli, “che infondo che vuoi che sia” “alla fine è stato meglio così” “non si rendeva conto di quello che faceva” “ormai è acqua passata”… infine si arriva al negazionismo, al mettere in discussione che i fatti siano veramente successi.
Insieme con Elia abbiamo visto il film “La verità negata”, mica era uno scherzo.
O.K., allora io dico (sia che venga applicata a un abuso privato, che al genocidio di un popolo): questa prima possibilità fa schifo!

La seconda possibilità è ricordare.
Fanno benissimo gli ebrei ad aver instituito il Giorno della Memoria altrimenti le prime a essere dimenticate sarebbero state le vittime e il loro dolore. I fatti vanno ricordati per quello che sono. Certo, le persone che hanno subito un trauma vivrebbero meglio (più serenamente) se riuscissero a dimenticare e risulterebbero anche più simpatiche alla comunità. Così come sono (traumatizzate appunto) fanno tristezza a tutti, a tutti ricordano il crimine subito (da loro) e soprattutto commesso (dal proprio aguzzino), a tutti ricordano la vergogna di appartenere al genere umano. Per questo le persone traumatizzate vengono velatamente scansate da un bel po’ di gente, cioè da tutti quelli che preferiscono vivere smemorati (e sereni). Ma a loro, ai traumatizzati, va bene così, loro preferiscono ricordare (anche se è difficile e questo ricordo li condizionerà per sempre nella vita), perché almeno così il dolore che hanno provato ha un senso, portarselo dietro, accoglierlo e conviverci è un sacrificio necessario. La memoria non serve solo a condannare fermamente e a prendere le distanze, serve soprattutto a mantenere viva la speranza più importante: che certi fatti possano non risuccedere più. Serve a proteggerci e a proteggere.
Poi un’altra cosa: conservare la memoria della verità storica è faticoso e riuscire a farlo deve farci sentire fieri, non farci vergognare, si vergognino quelli che hanno fatto del male e anche quelli che dimenticano ed edulcorano, la via più giusta non è quasi mai quella più semplice da seguire!
Mi torna tutto, ma così l’inghippo rimane, non c’è una via d’uscita, ha ragione il Re dei Sugolini: Hitler non verrà mai dimenticato, al pari di Gandhi e Michelangelo e questo è ingiusto. Non solo, venendo conservato all’interno della storia dell’umanità, ogni tanto raccoglierà qualche allegro simpatizzante, ogni tanto nascerà qualche imitatore e i suoi metodi, la sua logica, il suo carisma, potranno sempre essere d’esempio.
Dobbiamo stare attenti: ricordare i cattivi è un'arma a doppio taglio.
Non va bene, porca miseria!

Ci vuole una terza possibilità.
Le vittime andrebbero sempre consolate, aiutate, frequentate e accolte (anche se portatrici di dolore, non sempre allegre, leggere e corrispondenti alla tipologia “Re della festa”), i fatti andrebbero sempre ricordati per come sono andati (anche se dolorosi o atroci), i carnefici no (per quanto carismatici e potenti), loro si meriterebbero solo due cose, non la memoria e neanche il rancore, solo la solitudine e l’oblio.
Questa terza possibilità e l’unica giusta davvero, io non so bene come fare a realizzarla, non so farlo nel mio piccolo (a livello personale), non credo sia possibile farlo nel grande (a livello storico e globale).
Non so farlo ma sono ottimista, il mio straordinario figlio sta crescendo, io lo ascolto con attenzione e chi lo sa, tra un tuffo nel blu e una battuta fuori luogo, un giorno non lontano forse sarà lui a suggerirmi il modo.

lalla

giovedì 28 giugno 2018

alla Donna, all'Arte, ai cerchi che si aprono e si chiudono

Ho finito il mio ultimo quadro e sono felice.
Avevo un po' di paura, non sapevo se sarei stata in grado di gestirlo, per le grandi dimensioni, per il tempo e la dedizione che pretendeva e, soprattutto, per lo speciale rapporto d’amore che mi lega al tema trattato.
Cercherò di spiegarmi attraverso un post sull’Arte, un post avventuroso e per me difficile da scrivere (perché sono naturalmente prolissa e invece dovrò cercare di essere meno secchiona/insegnante/pallosa possibile, altrimenti risulterà odioso da leggere).
Ovvia, cominciamo, Prof.ssa Gonnelli via da me, abbandona questo corpo!

Questo quadro è una dichiarazione d’amore alla bellezza femminile e all’Arte (quella con la A maiuscola, quella che ammiro e studio da sempre, quella dei geni del passato, non la mia).
E’ un cerchio che si chiude, dopo circa 25 anni, un cerchio che si è aperto una mattina di primavera agli Uffizi (durante una gita scolastica) facendo cadere in amore una piccola lalla sedicenne, un cerchio che da quel momento ha avvolto la mia vita, ha deciso la mia professione di insegnante e sospinto la mia passione per l’Arte.
In sostanza, di fronte alla meravigliosa “Venere di Urbino” di Tiziano, ebbi quella che potremmo  definire una lieve "sindrome di Stendhal".
(Per chi è proprio masochista e volesse approfondire, nel 2010 ho raccontato l’evento  nel post la secchiona, il "rosa maiale" e la morbidezza della carne).
Comunque, per farla breve: quella che provai non fu per niente una sensazione banale o leggera e da allora il desiderio di riprovarla e la gratitudine verso gli autori che me la trasmettono, non mi ha mai abbandonato. Mi è capitato ancora tantissime volte, in San Vitale a Ravenna, di fronte agli astratti informali di kandinsky, sull'Empyre State Bulding...
Ma ritorniamo al tema specifico del primo quadro ammaliatore: una donna nuda semi-distesa.
L’eleganza femminile, la linea curva, l’equilibrio formale, l’armonia cromatica, la pelle morbida e calda, lo sguardo ammiccante… come potevano lasciare impassibile una come me, cresciuta dall’età di 6 anni praticamente (solo) disegnando (solo) donne?
Negli anni, studiando/visitando/spiegando la Storia dell’Arte, mi è diventato sempre più chiaro che quel tema fascinoso non aveva stregato solo me, ma moltissimi grandi (immensi) artisti prima di me, Tiziano compreso.
Perché, al di là dei singoli significati specifici legati alla contestualizzazione storica e alle caratteristiche artistiche dell’autore, il corpo nudo di donna è splendido, c’è poco da fare. E’ languido, è morbido, è rassicurante, è attraente, è maestoso, fa pensare alla vita, alla fertilità e alla prosperità.
Gli garbava perfino agli antichi Greci della classicità, è proprio per questo non lo ritraevano nudo, perché “gli garbava troppo”: capivano che avrebbe favorito nello spettatore l’insorgere di sensazioni quali il desiderio, l’amore e l’attrazione… insomma sensazioni umane e mutevoli (del tutto negative, dato che attraverso l’Arte essi cercavano di trasmettere la propria perfezione, superiorità ed eternità).
Ma, Greci pieni si sé e estremisti religiosi a parte, tutte le altre civiltà hanno onorato il nudo femminile attraverso i secoli e alcuni artisti, in un continuo gioco di citazioni, anelli e cerchi che si aprivano e si chiudevano, hanno creato dei veri e propri capolavori legati a questa specifica posa semi-distesa.
Oddio, scusate, si è riaffacciata la Proffe!
Ma pazienza, via, bisogna che la richiami e vi faccia vedere qualche esempio, ne vale proprio la pena, sono una gioia per gli occhi e dal vivo, ovviamente, sono ancora più spettacolari… mi raccomando fate i bagagli e andate a cercarli!
"Sarcofago degli sposi", VI sec. a.C, terracotta.
Sì, lo vedo anche io che è vestita, ma la posa è quella e poi, cavolo, una donna posta al pari dell'uomo, anzi, DAVANTI all'uomo, con lui che regge un piattino da cui lei pilucca del cibo mentre chiacchiera e gesticola... che popolo di illuminati questi Etruschi!

Sandro Botticelli, "Venere e Marte", 1482-83, tecnica mista su tavola, 69x173 cm.
Figuriamoci se Sandrino, a cui le donne venivano eleganti e piene di grazia in qualunque posizione, non ne faceva una semi-distesa... la sua non è una bellezza terrena, ma quella ideale e pura dell'Iperuranio. Tutto è definito dal disegno fiorentino, dalla linea netta e curva di contorno.
Giorgione (e Tiziano probabilmente nel panneggio), "Venere dormiente", 1507-10, olio su tela, 108,5x175 cm.
Bellezza casta e inconsapevole, una sorta di Madre Natura immersa nel dolce e rassicurante paesaggio veneto. Tutto è generato dal colore: l'armonia compositiva, la profondità della prospettiva cromatica, la morbinezza delle sfumature. Che senso di pace, maestà e tranquillità.
Tiziano Vecellio, "Venere di Urbino", 1538, olio su tela, 119x165 cm.
Eccola qui, il mio amore, con quella carne morbida e calda, quello sguardo impudico, i gioielli e l'ambientazione che la fanno sembrare più una castellana che una Venere. E la composizione delle forme... asimmetrica, non rigida, in equilibrio perfetto. Tutto grazie al colore, com'è vivo quel rosso!
Jaques Louis David, "Madame Recamier", 1800, olio su tela, 174x224 cm.
David era un Neoclassico e pure moralista, figuriamoci se la spogliava! Però questa donna è proprio un ritratto dal volto somigliante. L'immagine non è pomposa come potremmo aspettarci visto il periodo, è invece realizzata con pochi orpelli, una tavolozza cromatica ribassata e calda e grandissima sensibilità.
Antonio Canova, "Paolina Borghese come Venere vincitrice", 1804-08, marmo e oro, 160x200 cm.
Altro neoclassico, ma la bellezza pura e neoplatonica arriva a Canova filtrata dalla grazia Rococò. Squisiti dettagli (anche in oro, da Fidia) e perfezione formale. Il mio amore per Canova si è un po' mitigato quando scoprii che faceva scolpire la sua bottega e rifiniva le opere solo alla fine... insomma, Michelangelo che si fa la Sistina tutto da solo c'ha un altro fascino!
Di solito le opere classiche hanno un solo punto di vista preferenziale, ma questa era posta su una pedana rotante, mi sono imbattuta in questa vista di schiena, curiosamente, ricorda la mia ragazza.
 
Francisco Goya, "Maja vestida" e "Maja desnuda", 1800, olio su tela, 95x190.
Di fatto la prima vera donna nuda (e vestita) della Storia dell'Arte, nel senso che non finge di essere una Venere o altro, è una donna nuda e basta. Goya era un illuminista e il suo amore per la ragione gli permise di fare questo salto. Sì, lo so, manca un po' di collo e i seni sembrano rifatti adesso da un chirurgo plastico, ma il pube, le gambe e i piedi sono spettacolari. Pennellate veloci, freschissime, quasi ceramiche.


Jane Auguste Dominique Ingres, "la grande Odalisca", 1814, olio su tela, 88.9×162.56 cm.
Io adoro Ingres, il suo amore per le donne e il suo modo di rappresentarle, quasi sempre di schiena, servendosi di deformazioni manieriste e puriste, pur di catturarne l'eterna eleganza. I colori sono laccati, i dettagli nitidissimi, i vezzi orientaleggianti. Non c'è niente di reale in questo corpo, tranne la sua bellezza senza tempo.
Edoard Manet, "Olympia", 1863, olio su tela, 130,5x190 cm.
Una geniale parodia della Venere di Tiziano, col gatto nero impaurito al posto del cane raggomitolato (simbolo di fedeltà) e la serva che porta i fiori. Le dame ben pensanti svenivano osservando questo corpo reale, tozzo, moderno, esposto così impudicamente e la sfrontatezza con cui Olympia, la prostituta più famosa di Parigi, le sfidava con lo sguardo. Da applausi! Manet era un pittore realista e un maestro del colore, qui è tutta un'armonia di bianchi.
Paul Gauguin, "e tamari no Atua - La nascita di Cristo, figlio di Dio", 1896, olio su tela, 96x131 cm.
Le forme arcaiche, quasi romaniche e il ritorno ai temi religiosi filtrati dalla spiritualità primitiva di un mondo incontaminato dal progresso e dalla modernità. Io sono una ragazza di Gauguin, non so spiegare cosa provi ogni volta che ne vedo uno, i suoi dipinti sono tutti miei ritratti, del mio corpo e della mia anima.
Amedeo Modigliani - Nu Couché au coussin Bleu.jpg
Amedeo Modigliani, "nudo disteso con cuscino blu", 19016, olio su tela, 60x92cm.
Amedeo Modigliani, "nudo disteso", 1917, olio su tela, 89x146 cm.
Modigliani era uno scultore nello spirito, ma la salute cagionevole lo costrinse a ripiegare sulla pittura, per questo gli occhi spesso sono vuoti (come quelli delle statue) e i corpi solidi, incisi e taglienti. Era toscano e in lui rivive tutta l'eleganza di Botticelli.
Ecco, vi siete annoiati?
Loro, i grandi, lo sanno che scherzo e non si offendono se mi prendo qualche confidenza, ma non pretendo certo paragonare il mio lavoro al loro, non oserei, e adesso a mettere le foto del mio quadro qui sotto non so come fare, mi vergogno come una ladra!
Ma perdonatemi, io non voglio rubare niente.  Ho dipinto senza guardare questi capolavori,  lasciando che mi ispirasse il loro ricordo nella memoria e il meraviglioso corpo di Lucia che avevo davanti.
Il mio è un omaggio alla Donna e a tutte queste opere.
Per dirgli grazie di tanta bellezza.

lalla
 
lalla, 2018, "Dea dell'amore", olio su masonite, 90x157,8 cm.
Ora, va bene che la mia versione è un po' più fru-fru delle sue illustri antenate, ma i colori in queste foto sono falsati...
 
P.S. un piccolo/grande ringraziamento anche a Paul Klee, a lui le donne nude semi-distese non interessavano per niente, ma in quanto a eleganza di linea e colore, non aveva rivali.
Immagine correlata
Paul Klee, "Separazione alla sera", acquerello su carta, 1922.

domenica 13 maggio 2018

M, 4 anni

Il 30 aprile Matilde ha compiuto 4 anni.
Siccome sono una mamma abbastanza matura e coscienziosa non ho pubblicato nell’etere nessun cuoricinoso scritto in onore della mia bambina delle meraviglie. Fino a oggi.
Ho resistito due settimane… sono stata brava, vero?
Non ce la faccio più… dai, concedetemi una via di mezzo, un compromesso: io non scrivo quasi niente, lascio che sia lei a dirvi tutto, dalla prima all’ultima cosa (così so di farle un altro regalo: è una che ci tiene molto ad avere l’ultima parola).

Nelle righe seguenti “M” starà per Matilde, “m” starà per mamma (e così è subito chiaro chi è che comanda).


Cominciamo da un anno fa...

3 ANNI, MANIE DI GRANDEZZA
Rientrando dal nido in bici.
M: "mamma, guarda... la Cuccula!"
m: "uuuhh, bella la Cupola!"
M: "No, si dice Cuccula".
m: "Vabbé, e chi l'ha fatta la Cup... la Cuccola?"
M:  "Io."
m: "Bravina, ma sei sicura? Credevo l'avesse fatta Brunelleschi."
M: "No Chellecchi, l'ha fatta Tinde!"
m: "Per carità, se lo dici tu, siamo quasi arrivate... "
M: "mamma, guarda... il castello di Prusen!"
m: "Sarebbe S.Ambrogio... cmq... penso si dica Frozen."
M: "Sì, Prusen."
m: "Appunto... eccoci arrivate a casa!"
M: "No casa, questo è il castello di Mamma!!!"


E, di recente:

IGIENE E GRAMMATICA
Al terzo richiamo, sbraitando dal bagno, m: “Tinde, vieni a lavarti le mani!”.
Perfettamente calma, dalla casa delle Barbie, M: “No, mamma, le lavo dopo, ora sono pulite”.
m: “Tinde non fare la furba, lo sai, è una regola: quando si torna a casa per prima cosa ci si lavano le mani… vieni subito!”.
M, sbuffando: “Va bene mamma, vieno* subito”.
Se le regole vanno seguite senza eccezioni….
*vieno = voce del verbo “vienire”, modo indicativo, tempo presente, prima persona singolare.


NUTRIZIONE E TRIGONOMETRIA
m: “Tinde, cosa vuoi per merenda, uno yogurt?”
M: “No mamma, non mi va”.
m: “…un gelato?”
M: “No mamma, non mi va”.
m: “… una fetta di pan col l’olio o con la marmellata?”
M: “No, mamma”.
m, ormai scoraggiata: “… un biscotto?”
M, ormai scocciatissima: “No!”
m: “ e allora cosa?”
M, entusiasta e come se fosse stata la cosa più lampante al mondo: “voglio il pane a angolo*!”
m: “che???”

*dicesi “pane a angolo” coppia di tristissimi tramezzini preconfezionati al gusto di cotto e maionese, in vendita nello scomparto frigo di qualunque supermercato.


NATURA AMICA E INSIDIOSA
M ama la natura, il suo zainetto dell’asilo è sempre pieno di tesori: bacche, foglie, fiorellini e talvolta ambitissime piume escrementose di qualche piccione malandato… è una raccoglitrice!
Ogni tanto m la sorprende mentre trasporta/strascica il gatto in giro per la casa, tenendolo da sotto le ascelle.
Tigro pesa 8kg, è dotato di affilatissimi unghielli e non è neanche tanto mansueto, non ha mai osato rivoltarsi a M, ma non si sa mai. Quando m la sorprende, ogni volta, terrorizzata: “Non farlo più Tinde, è pericoloso, se si arrabbia può cavarti un occhio!”:
Ma M non ha paura del Tigro, c’è poco da fare.
Invece l’altro giorno, dal giardino, seriamente preoccupata, M: “mamma, corri presto, aiuto! C’è un terribile animale serpentoso*!”
Insetti, scarafaggi, ragni e formiche le fanno proprio schifo, anche su questo c’è poco da fare.

* “terribile animale serpentoso” = millepiedi di 4 cm.


IMPARA L’ARTE…
m e M si amano tanto perciò se lo dicono spesso.
Ma è buffo che M faccia un sacco di complimenti a m e le sussurri spesso frasi d’amore, talvolta in modo molto teatrale e usando le battute dei film Disney che conosce a memoria.
Allora, forse non prendendola abbastanza sul serio, m: “Certo che sei proprio un’attrice Tinde!”
E M, tutta fiera di se stessa: “certo mamma, e sono anche una dipingitora*!”

* non c’è bisogno di spiegare la parola.
M è molte cose (sa di esserle) e quindi nella vita potrà essere tutte quelle che vorrà.


IL FRATE(LLO) MAGGIORE
M ha un frate(llo) maggiore. Frate nel senso che a questo punto è quasi beato e in odore di santità.
Purtroppo M è gelosa di m. Magari non se la fila per un’ora di seguito, lei, ma non sopporta che sia m a dedicare la sua attenzione ad altro e magari il suo amore (anche) ad altri.
Esempio: se m telefona a sua mamma (e nonna di M), M (che di solito è calmissima) comincia a scatenare il finimondo finché lei non riattacca.
Se Elia e m sono seduti accanto, M accorre e si siede nel mezzo. Quando poi m fa una coccola (anche) a Elia, apriti cielo.
Non è tutto.
Elia si è innamorato perdutamente di M appena l’ha vista, tempo un mese, lei se n’è resa conto e questo ha fatto di lui la sua vittima sacrificale. Anche M ama molto suo frate(llo) infatti quando non c’è lo cerca… e quando c’è lo scansa. Lo tiene sulle spine, centellina i suoi baci, lo rimbrotta, lo schiavizza e lo comanda a bacchetta.
Tutto questo dispiace molto a m, quindi, con le buone: “amore mio, la cosa che mi fa più felice è vedere i miei bambini che si vogliono bene”. O con le cattive: "Non puoi trattare così male Elia (o la nonna), Tinde! Chiedi scusa!" Nisba, è nata il giorno del dispetto.
Ci stiamo lavorando, ma per adesso M non risponde, non si pronuncia a riguardo, non sta neanche a ribadire l’ovvio, fa un sorrisetto di sfida e va avanti nella sua strada di dominio assoluto.


Sii buona con noi Piccola Fata, soprattutto col Re dei Sugolini! Non c'è competizione, non devi temere alcun confronto, nè dimostrare niente a nessuno, goditi il tuo mondo fatato dove tutti ti amano... e non diventare troppo presto una streghetta come la tua mamma!


Lalla (m)

P.S. Lo so, lo so: postare foto di Matilde è come sparare sulla croce rossa… allora va bene, provateci voi a resistere con una bimba così tra le mani, sicuri che non la spammereste ogni giorno su tutti i social-network dell’universo mondo?



sabato 7 aprile 2018

c'è il sole: lasciatemi scrivere e dipingere nel mio giardino

Aspettavo con ansia che oggi arrivasse, da molti giorni. Sapevo di non avere i bimbi e mi ero ritagliata un sabato per fare le mie cose: scrivere e dipingere.
Ieri sono stata proprio brava: sono riuscita a non portarmi a casa la cartellina con le tavole degli studenti da correggere, così ho evitato di cadere in tentazione e ritrovarmi a lavorare come un mulo. Sono fiera di me: lalla-secchiona non mi freghi! Questo giorno me lo sono preparato bene bene: solo per me e i miei colori.

Ecco che però stamani si dissipa un po’ della mia contentezza e si palesa un problema: dopo tanta pioggia e freddo, finalmente arriva una giornata meteorologicamente perfetta. Cavolo, non ci voleva! Che peccato passarla al buio del mio studio…
E di conseguenza subito un altro problema: vorrei, come ogni giorno, salutare la mia mamma, ma sono un po’ combattuta se chiamarla o meno, so che con la scusa del bel tempo cercherà di smontare il mio entusiasmo pittorico ed attirarmi in campagna, verso l’erba, verso il sole, verso di lei. Avrebbe fatto un tentativo comunque (anche col gelo e la tempesta), ma sarebbe stato più facile resisterle.
Che faccio? Stacco il telefono e mi do alla macchia? La chiamo o non la chiamo?

“Buongiorno mamma, tutto bene? Hai visto che splendida giornata?” No, che scema: mi scavo la fossa con le mie mani! Cambiamo subito discorso: “la prossima settimana ci sono i bimbi, se il tempo è così bello andiamo al mare tutti insieme, ok?”
“OK, bla, bla, bla…”.
Tutto fila liscio, la incalzo con un nuovo argomento: ”Ieri sera ho pensato un po’ a organizzare il nostro viaggetto estivo e volevo aggiornarti… bla, bla, bla…”
“Sì va bene lalla, ma perché non vieni sù che stiamo insieme all’aria fresca e di tutte queste cose ne parliamo di persona?”
Eccoci all’acqua.
“Senti mamma, pensavo di no, ho un po’ di cose da fare…”
“Tipo?”.
“Tipo che per prima cosa devo lavare il letto di Matilde, ieri si è fatta la pipì addosso…” (Non è una scusa, è vero)
“Va bene, lavi, stendi i panni in giardino…” Bene, approva il mio impeto da brava massaia “… e poi fai un salto a San Giovenale, in un attimo arrivi!”
N.B. ci dividono almeno 45’ di auto e, con i lavori sull’A1 e il traffico dei vacanzieri, nel weekend almeno un’ora.
“Veramente non ci vuole “un attimo” e avrei anche altre cose da fare…”
“Cosa?” Adesso è lei che mi incalza (secondo me lo sa dove andiamo a parare).
Perciò, è inutile traccheggiare e glielo dico, con quel leggero senso di vergogna che purtroppo conosco bene (fin da quando ero bambina) e che credo, purtroppo, non mi abbandonerà mai: “…pensavo di dipingere un po’…”
“ma con questo sole! Ma no, via! Non starai certo chiusa al buio dello studio tutto il giorno da sola!”.
Il sole, credetemi, c’etra il giusto, le altre 99 volte c’è sempre e comunque qualcosa di più importante da fare che non sia dipingere o scrivere. Attività (la pittura e la scrittura) oltremodo meritevoli una volta che il quadro o lo scritto sono stati prodotti (la mia mamma apprezza tantissimo quello che faccio), ma che io dovrei svolgere velocemente e come per magia “in un altro momento”. Ora, io non ho mai capito quale fosse questo altro momento… di notte? In un’altra vita?
“lo so mamma, anche a me dispiace che proprio oggi sia una bella giornata, ma vorrei provare a dipingere comunque.”
“no, no, vieni a pranzo su!”
No, non è possibile, e che cavolo, è da due settimane che aspetto questo sabato.
“allora mamma, ora lavo, tendo e poi mi metto a dipingere, se mi prende bene, me ne sto a dipingere tutto il giorno e se sembra Ferragosto pace e bene. Altrimenti, se non mi prende bene,  ti richiamo prima di pranzo e faccio “un salto” in campagna, ok?”.
“Ok, allora richiamami!”
“Sì, no, vabbè, ciao”:

Non so più come argomentare e quasi le riattacco il telefono in faccia e mi dispiace, ma lei è troppo scaltra, lo percepisce quel malefico senso di colpa, parto svantaggiata.

Quindi lavo, stendo… e sposto tutto il mio materiale nel salone (così invece di sfruttare un giorno libero per “mettere a posto” da brava massaia, ho trovato il modo di incasinare tutta la casa). Però ne valeva la pena: che bella vista!
Mi metto a scrivere, eccomi, ci sono adesso, ho quasi finito.
Poi, finalmente, comincerò e dipingere.
Vedo il cielo, con quel suo meraviglioso colore (non esiste colore più bello!), vedo il sole che filtra tra le foglie smeraldine, vedo i fiori scintillanti, odo il canto degli uccelli, vedo le mie piccole tigri che inseguono farfalle e perfino un dinosauro che attraversa il prato perché sono (quasi) in giardino.

Tra poco, se tutto va nel verso giusto, smetterò di vedere le forme e i colori della natura fuori da questa porta e comincerò a vedere solo le mie forme, i miei colori, il mio giardino. A pensarci bene, tanto valeva non mettere a soqquadro mezza casa e rimanere al buio nello studio…
ma no, sono ottimista: va benissimo così!
Mi aspettano ore liete.


lalla

P.S. la mia mamma non fa apposta a farmi sentire in colpa (dipende da me se mi sento in colpa), lei non fa niente di sbagliato (e spero che non se la prenda se su questo post ho scherzato un po’). Per chi non dipinge, per chi non scrive, queste attività non hanno alcun senso, vengono percepite solo come perdite di tempo. Guardare un quadro o leggere uno scritto (se son venuti bene) può essere molto piacevole per chiunque, ma è il durante, il gesto creativo, lo svolgimento del tutto, che è incomprensibile. Perciò la mia mamma, ne sono sicura, è in buonafede e pensa davvero che oggi mi farà male starmene tutto il giorno per conto mio (e per di più al buio). Ma quante volte proprio lei mi ha raccontato: "sei stata la bambina più facile del mondo, eri sempre contenta e non avevi bisogno che nessuno ti tenesse, andavi in camera tua e ti tenevi da sola"?
Ebbene, stai tranquilla mamma, so ancora tenermi da sola!
Però c’è di più, pittura e scrittura non solo sono attività incomprensibili, sono pure peggio: sono attività che rubano attenzione, che portano la persona cara ad allontanarsi e a stare per conto suo. Insomma, la mia mamma sente solo quello che sentono tutti gli altri: quando scrivo, quando dipingo, mi dedico a qualcosa di strano che riguarda solo me, perciò lei si sente (giustamente) esclusa ed è un po’ gelosa. Solo un pochino, ma lo è.
Lo sono sempre stati tutti.
E io (mi dispiace per lei, per Elia, per Matilde… per tutti) dovrei imparare a fregarmene, sono troppo vecchia per dovermi sempre giustificare! Però (ognuno è fatto a suo modo) è più forte di me: mi dipiace prima di tutto perchè il sole mi garba parecchio e con la mia mamma ci sto benissimo (e anche con gli altri), poi mi sento in colpa perché hanno ragione: è vero che in questo momento non li considero manco di striscio (in questo momento non considererei neanche un attacco alieno). Sono concentrata solo su quello che sto facendo e il mio cervello non vedeva l’ora (mi droga di endorfine) e non vuole pensare a nient'altro.
Da sempre combatto con questa situazione e cerco di fare entrambe le cose: far contenti gli altri e far contenta lalla. E’ una tipa che scalpita (lalla) e pretende attenzioni (peggio della mia mamma, Elia e Matilde messi insieme), è una specie di tossicodipendente da endorfine e ogni tanto non solo chiede, ma esige di partire per il suo mondo. Sono obbligata ad ascoltarla.
E’ tutta la vita che ho bisogno di visitarlo (il mondo di lalla) e cerco di portare con me le persone che amo. Vorrei che potessero accompagnarmi mentre intraprendo i miei viaggi, per non farle sentire trascurate e abbandonate da me. Ma nessuno di loro ha mai trovato la strada. Allora, forse, devo arrendermi all’evidenza: è una strada solo mia. Gli altri troveranno la propria, verso un mondo diverso, che li faccia sentire a casa.
Arrendetevi anche voi, voi tutti che mi amate, per favore.
Lasciatemi partire in pace, il mio viaggio sarà più sereno. Ogni volta io tornerò. Se sarete curiosi, attraverso le mie parole e i miei colori, potrò raccontarmi dove sono stata.

P.P.S.S. Dato che invecchiando il tempo stringe, si dovrebbe smettere di combattere battaglie inutili (o almeno provarci) e tentare di migliorarsi (come il vino), no?
Perciò vorrei potervi dire di sentirmi fiera di me stessa anche per aver scritto nel modo giusto la parola "soqquadro", ma non posso, non è vero: il merito è solo del correttore di world. Perché in effetti (e anche a questo dovremmo arrenderci tutti) è impossibile eliminare i propri difetti. Si può imparare a ignorarli quando rompono, a (ri)conoscerli, ad accettarli, questo sì, e perfino ad affezionarci a loro perché infondo ci rendono umani. Ci fanno sentire quello che siamo. Accontentiamoci, anche in questo caso: va benissimo così!

domenica 25 marzo 2018

divorziare da te è stato come pagare una bolletta alle poste

Abbiamo firmato il divorzio il 15 marzo.
Secondo me la parola “divorzio” suona male e “divorziata” peggio.
Sono parole un po’ sgraziate che comunicano (neanche tanto velatamente) una certa accezione negativa. Sono andata a vedere l’etimologia, dal latino divortium “separazione”, che deriva da divortĕre = divertĕre “separarsi”. Appena ci metti la derivazione latina, tutto suona meglio!
mhm... continuano a garbarmi poco, allora mi metto a cercare delle alternative per definirmi:
“a-sposata” (non va bene, mi fa pensare a una roba gridata alla romana tipo “a-stronzaa”!!!);
“separata” (mi fa venire in mente la maionese quando impazzisce… per carità!);
“divisa” (formale e fredda come gli abiti militari… vade retro!);
“dis-giunta” (medio, forse fa un po’ troppo tecnico del Comune);
"scompagnata" (come i calzini nei cassetti...);
“libera” è senza dubbio la migliore, ma è una bugia.

Qualche giorno fa, cercando dei documenti sul mio computer, mi sono imbattuta per sbaglio in un piccolo file di testo (non bastava la casa, con la sua ventennale raccolta di oggetti, a riversarmi continuamente addosso tracce del nostro passato, anche il disco fisso ci si mette!). Ricordi, ricordi, ricordi. Maledetti ricordi!

L'hai scritto tu, dopo sei anni d'amore e circa due mesi prima di sposarmi. Ora, io sono una persona sincera e non ho problemi ad ammetterlo (mica ci tengo a pigliarmi per il culo da sola): non è tutto finto quello che c’è scritto, credo che fossi davvero molto innamorato di me, e io lo ero di te. Mi piacevi un sacco. Molti pensano che mi piacessi fisicamente, ma io sinceramente non ti ho mai percepito così fico rispetto a me, mi sembravi grandemente alla mia portata da quel punto di vista, i quid in più erano altri: l’enorme talento, l’arguzia e l’ironia tagliente, il delizioso profumo di pane e un’apparente sensibilità… anche tu mi sembravi diverso e speciale. Percepivo una grande affinità elettiva e una sensazione di appartenenza, per questo quando mi chiedesti in moglie durante un autoscatto a Berlino accettai subito, mi sembrava qualcosa di naturale e in più era una valida scusa per dare un gran ricevimento e condividere la nostra felicità (il mio animo festaiolo ed esibizionista ha bisogno di eventi!), poi mi misi a piangere quando capii che dicevi sul serio. Un piccolo inciso: riguardando questa foto oggi mi rendo conto che si tratta dell'autoscatto più misero/pissero/scrio della storia degli autoscatti, il tuo malfunzionamento fotografico avrebbe dovuto farmi riflettere?
Ci siamo sposati in Comune e il nostro matrimonio è durato solo 20’ (il tempo di leggere e firmare i documenti), ma dopo abbiamo festeggiato fino al mattino, è stata la festa nuziale più bella del mondo (forse tu non te la ricordi, ma chiedilo pure a uno dei 260 invitati, confermeranno). Ho provato di tutto, soprattutto gioia, completezza, orgoglio ed eccitazione. Il nostro primo anno di matrimonio è stato effettivamente il più spensierato e felice della mia vita, io credo, anche della tua (come hai fatto a sottovalutare la tua fortuna?). Non solo, io avevo già trasformato l’innamoramento in fiducia, condivisone, affetto, entusiasmo, voglia di impegnarmi e crederci… insomma, in Amore.
Questa l'ho scritta io, dopo 19 anni d'amore e circa un mese prima che tu mandassi tutto a puttane per miss eleganza (ma in effetti lo stavi già facendo da anni). Ti ho amato fino alla fine (neanche di questo ti sei accorto) nonostante le tue pecche risultassero sempre più evidenti e ti ho dato tutto quello che potevo darti (io che naturalmente mi pongo in modalità "geshia" e sono fin troppo in grado di dare). Tu no, mi dispiace, probabilmente non è dipeso dalla tua volontà (ti concedo l'attenuante di averci provato), ma evidentemente non sei capace, di nessuna delle due cose, per cui non l’hai fatto. O meglio, hai creduto di farlo, ma piuttosto velocemente ti sei dimenticato che amare non è solo prendere (serenità, affetto, entusiasmo), amare non é solo stare bene con l'altro e non è neanche dipendere dall'altro. Non mi è mai piaciuta la frase cioccolatinosa "non posso vivere senza di te", ma quando mai? Non ci si deve scegliere per necessità, ma per la volontà di procedere insieme. Nello stesso modo, non si dovrebbero desiderare dei figli solo per soddisfare un bisogno egoistico, ma perché ci si sente pronti a dare incondizionatamente (e andrebbero messi in ponte in una situazione di benessere e ottimismo, non perché ci si sente in crisi e ci manca qualcosa). E soprattutto: chi per natura è portato a dare molto e chiede poco, non è detto che si meriti di ricevere poco, pochissimo, infine niente e poi di peggio. I rapporti d'amore richiedono un grande impegno reciproco, se non si è pronti a dare, non si è pronti ad amare.
Il tuo vero “Io” (tanto tenacemente risvegliato con la psicanalisi e un’indigestione di qualunquismo e religioni orientali) secondo me somiglia tanto a quello di un egocentrico narciso privo di consistenza. Comunque, fregatene di quello che penso io! Chi sono io per giudicare? Magari invece sei l'uomo più profondo del mondo e pure il più giusto e altruista, ma evidentemente abbiamo due modi totalmente diversi di concepire i sentimenti e la vita, affinità elettiva addio per sempre. Ecco, magari prima di spingermi verso certi passi, prima di farmi credere che ci fosse tanta comunione di intenti, potevi interrogare un po' più profondamente te stesso. Forse l’hai fatto e hai deciso scientemente di procedere in tal senso e allora permettimi anche di nutrire dei dubbi sul reale scopo con cui hai intrapreso la nostra unione, così a posteriori, non sembra essere stato quello di condividere la vita, bensì quello di usarmi per creare un quadretto perfetto dove far gozzovigliare il tuo Ego. Mi hai strizzato come un’arancia e poi hai gettato la buccia, a me piacciono molto le arance, ma non desideravo fare la stessa fine. Da due anni a questa parte, il palesarsi della tua vera natura e del tuo comportamento, ha gettato un velo di squallore su tutti gli anni passati insieme. E’ triste sentirselo dire e non ti piace, lo so, ma è così: 19 anni di ricordi insudiciati e completamente desaturati nonostante, vivendoli, molti di loro mi fossero sembrati un caleidoscopio di felicità.

Non voglio perderli lo stesso, i miei ricordi, non voglio dimenticare le sensazioni che io ho provato, dopo tutto è stata la mia vita, "pensavo fosse amore invece era un calesse", ma io lo pensavo sul serio. Non voglio perderli, ma non è facile gestirli, non sono più qualcosa di buono.
Se non i ricordi, cosa mi resta di buono?
Mi restano i miei figli.
Ma, credimi, qui sta l’inghippo davvero machiavellico: in realtà sono i "nostri" figli.
Le persone che amo di più al mondo mi tengono legata a quella che schifo di più.
Il verbo “schifare”, oltreché impropriamente usato in forma attiva, ti disturba perché troppo pesante? Perché insomma, non va bene offendere e nemmeno farsi coinvolgere ancora così tanto dopo tutto questo tempo... e basta!
Tranquillo, non è come sembra: ormai da molti mesi, a livello personale, mi tocchi molto ma molto poco (complimenti, ce l’hai fatta alla grande a non farti amare più da me).
Non è facile spiegare cosa provo oggi per te dal punto di vista diretto (cioè considerando solo io e te, senza implicazioni legate alla prole), probabilmente provo davvero poco (nel bene e nel male), un senso di distanza, di estraneità. Quando ti vedo (almeno tre volte a settimana) o quando ci scriviamo sulla chat “gestione figli” (circa tutti i giorni) mi fai incazzare ogni volta di meno e mi fai pena ogni volta di più. Lo so, queste cose non si dicono, sono diventata davvero una a-stronzaa, ma non sto dicendo che fai pena in assoluto, è solo la percezione che io ho di te: un essere fragile, piccolo e vecchio. E subito dopo mi pongo sempre la stessa domanda: “ma io come cavolo ho fatto a pensare di affidare tutta la mia vita a questa persona? Mi ero soffritta il cervello?”
Hai ragione: non sono una a-stronzaa, sono proprio una strega velenosa!
Fatti delle domande però, mi ci hai trasformato tu.
Comunque, schifii a parte, sono passati due anni, a me che me ne frega ormai? Se non mi piaci più perché non guardo semplicemente da un'altra parte e soprassiedo sulla tua svolta trombo-new-age?
Perché la cosa non riguarda solo noi due!
Vedo soffrire nostro figlio ed è un enorme dolore. Vedo com’è insofferente verso questo nuovo padre-zen-sentimentalmente-perso che non riconosce più. Ascolto come si sfoga contro di te e a me tocca l’inverosimile compito di cercare di “difendere” il buono che può trovare nel padre (machiavellico, te l’ho detto!). Vedo come si mangia le unghie e le mani fino a sangue, come dilata le sue paure e si rifugia in schemi ripetitivi per ritrovare un minimo di sicurezza. Ripigliati per favore, fallo per lui! Datti pace, tanto non la trovi una teoria filosofica capace di santificare la merda che hai fatto! Non ti rendi conto che abbiamo (mi ci metto anche io: ti ho scelto io come padre) traumatizzato questo ragazzino, la persona che più al mondo avremmo dovuto proteggere? Bravi parecchio. Se non provi a tornare la persona che conosceva (e non credo proprio che lo farai perché significherebbe ammettere con te stesso di aver fatto degli errori e non ne sei capace), nostro figlio dovrà crescere con questo senso di perdita e smarrimento. E magari verrà sù benissimo lo stesso dato che “le difficoltà aiutano a crescere” nella stessa misura in cui “pestare una merda porta bene” (ma quanto puzza…).
Ecco perchè col cazzo che ti perdono!
E nostra figlia? Dovrà crescere con due genitori asposati/separati/divisi/disgiunti/scompagnati, o come caspita vogliamo definirci, ma certamente mai “liberi” l'uno dall'altra.
In più ti sei comportato così inverosimilmente male (ma davvero, porca vacca, ancora mi chiedo come cazzo hai fatto, cioè: fare schivo va bene, ma ti ci sei messo proprio d'impegno, eh?) da distruggere tutta la montagna di ammirazione che provavo per te e adesso devo sopportare che i miei figli vengano cresciuti da una persona che non stimo più. Ti rendi conto in che situazione mi hai messo?
Ecco perchè col cazzo che ti perdono!
Ho smesso di salutarti due anni fa, in un certo senso questa è una forma di sincerità e rispetto, spero che tu lo capisca: che senso avrebbe augurarti buona giornata con un bel sorriso quando in realtà sarei ben lieta se dopo mezz’ora ti prendesse una diarrea con flautolenza in pubblico? Meglio lasciar perdere...

Abbiamo divorziato nello studio di un avvocato e il nostro divorzio è durato solo 20’ (il tempo di leggere e firmare i documenti), poi sono tornata a casa. Non ho provato niente, né sollievo, né rabbia, né malinconia, né rancore. Niente. E’ stata solo una formalità, come pagare una bolletta alle poste. La consapevolezza che il nostro rapporto continuerà ciò nonostante, mi ha tolto la voglia di festeggiare.
Io non lo so cosa ci aspetta, ho smesso di fare previsioni, all'inizio il dolore e la disillusione sono state così forti da risultare insopportabili e ho desiderato (lo sai già) che scomparissi dalla faccia della terra; adesso tutti i miei sentimenti verso di te si sono sbiaditi e desidero solo che tu sia il padre migliore che tu possa essere. Anzi, non lo desidero, lo pretendo! Io che come compagna ti ho dato così tanto, chiedendoti relativamente poco, proprio adesso che non siamo più una coppia, ho bisogno che tu faccia una cosa per me: ho bisogno che per i figli tu sia la migliore versione di te stesso e, credimi (io l'ho vista), non è questa. Puoi fare di meglio. Anche io, è chiaro, devo fare altrettanto (strega il meno possibile), loro lo meritano.
Forse avevi ragione e vivremo entrambi fino a 100 anni, è probabile che anche in quel caso, effettivamente, mi dispiacerà morire. Mi dispiacerà salutare il cielo, il sole, le stelle, la terra, il mare, gli alberi, il vento, la neve, gli animali, le mie modeste opere, le meravigliose immagini che ho visto (e quelle ancora da vedere), i luoghi che ho visitato (e quelli ancora da scoprire), i sapori che ho assaggiato (e quelli ancora da assaggiare), le persone care (e quelle ancora da conoscere), sopra ogni cosa mi dispiacerà salutare il mio Re dei Sugolini e la mia Piccola Fata.
Su una cosa però penso che ti sbagliassi, devi capire che (sentimenti rancorosi o meno) tutta la gestione del nostro rapporto é diventata qualcosa di molto faticoso per me, se davvero continuerà per altri 60 anni, sospetto che sarà abbastanza stremante e un giorno poter finalmente salutare te, di nuovo e per l’ultima volta, non mi dispiacerà affatto.
S
arà un sollievo. 

lalla

P.S. comunque stasera vado a ballare, che anche su questo ti sei sbagliato: l’arancia un bel po’ di succo ce l’ha ancora!