lunedì 18 settembre 2017

dimenticatevi di me

Stanotte non dormo, stanotte piango.
Non mi piace piangere, mi piace dormire perciò per favore, io ve lo chiedo seriamente: dimenticatevi di me, dimenticatevi di noi, non mi chiedete più “Adesso con lui va meglio?” “Con i bambini è bravo, no?” “Elia l’ha presa bene?”. Non mi chiedete più niente perché altrimenti io vi risponderò e comincerò a vomitarvi addosso tutto quello schifo tremendo che c’ho in mezzo alla gola (cazzo, non ce la fo ancora a stare zitta e fare un semplice sorriso di cortesia!). Non è vero che fa bene sfogarsi, non più, perché voi tutti siete sordi e ciechi. Non è colpa vostra, ma basta, dimenticatevi di me. Continuate a pensate quello che vi piace pensare, che lui sia la persona più empatica e profonda del mondo e il padre dell’anno, fatelo, ma non chiedetemi più niente. Mi fa male parlarne, io voglio pensare ad altro, io voglio parlare di quanto sono speciali i miei bimbi, dei viaggi, dell’arte, dell’insegnamento, io voglio parlare di cose belle. Voi cercherete di dirmi la cosa giusta e invece mi ferirete perché la cosa giusta da dire non esiste. Voi mi farete piangere, ma io non voglio più piangere, io voglio dormire. Quanto vi piacciono i lieto fine, mi fate queste domande perché vorreste tanto sentirvi rispondere che ormai il dolore è passato, che l’ho capito, che l’ho perdonato, che son cose che capitano, che ci vogliamo sempre un mondo di bene nonostante tutto e che gestiamo i figli in armonia, ma io questo non ve lo posso dire. Chiedetelo a lui, vi dirà tutto quello che volete sentirvi dire, ma a me no, lasciatemi in pace, lasciatemi dormire, io ho il bisogno (e il diritto) di dormire.
Ieri mi è stato pure detto “Tu sei stata la sua musa ispiratrice” ed era un complimento, io lo so che era un complimento, ma niente, mi fa star male anche questo. Perché è vero, ha preso tantissimo da me, tutto quello che ha voluto (mi sarei ammazzata per lui), ma non è bello ricordare questo, non è giusto. Io non volevo essere la musa di nessuno, io volevo essere amata. Invece lui mi ha succhiato via tutto. Allora se l’amore deve essere questo mostro che usa e abusa, io preferisco stare da sola, preferisco essere la musa di me stessa.
Lo sapete cos’è che fa stare ancora più male una persona abusata? Non essere creduta.
Non mi è rimasto nessuno, tranne la mia mamma e la mia sorella grande (ma quelle non contano, giusto?) e due amiche che comunque col tempo, forse dovrò lasciare andare, perché è giusto così, che possano staccarsi da me e seguire i propri uomini (compagni di merenda del suddetto) nella serenità del “volemosi tutti bene”.
Le persone abusate avrebbero bisogno di essere riconosciute per quello che sono, delle vittime.
Avrebbero bisogno di essere circondate da persone simpatiche, cioè che, letteralmente, “patiscono insieme”, quindi che “sentono insieme”, che provano sentimenti in sintonia con i loro. Ma non esistono persone così, gli altri non hanno subito alcun abuso (o almeno credono di non averlo subito), l’unica a riconoscere il proprio carnefice è la vittima.
Le persone abusate avrebbero bisogno (io credo, avrebbero diritto) a un po’ di giustizia, ma la giustizia non esiste. Voi non siete giusti perché è troppo difficile esserlo, perché prendere posizione è doloroso e scomodo. Oppure perché non ci capite nulla da fuori e avete ragione, non è facile (io non ci capivo nulla manco da dentro).
Lo sapete cos’è la violenza psicologica? Non fa meno male di quella fisica. Non lascia lividi all’esterno (non si fa vedere), ma li lascia dentro ed è ancora più difficile levarseli di dosso. Se mi avesse picchiato sarebbe stato diverso? Io non credo, io penso che non mi avreste creduto lo stesso.
Perché lui sa quale faccia mostrare, perché lui è affascinante, perché lui è furbo, perché lui è piacevole, perché fin dall’inizio è andato in giro a dire le cose giuste (quelle che a voi piace sentirvi dire): che moglie meravigliosa ero, che matrimonio fantastico avevamo avuto, il bene infinito che vuole ai figli, il bene infinito che mi ha sempre voluto e mi vuole, che addirittura ha fatto le sue scelte per il nostro bene e che mi augura solo il meglio…
le ha scritte anche a me tutte queste stronzate (sulla chat che dovrebbe servire solo a gestire gli orari con i figli), tra una crudeltà e l’altra (per farmi soffrire), tra una minaccia e l’altra (per farmi paura), tra un giochino psicologico e l’altro (per farmi sentire in colpa), tra un tentativo di manipolazione e l’altro (per dominarmi). Ormai faccio finta di non sentirlo, tiro dritto, poi ogni tanto mi capita ancora di mandarlo affanculo (porca vacca, non ce la fo a trattenermi). E allora non sapete quanto ci gode a compatirmi. “Sei una povera bambina ferita, non crescerai mai”, “Mi dispiace che tu sia divorata dalla rabbia, da questi sentimenti così negativi. Io invece sono in pace e vivo nell’amore”.
Anche leggendo questo post godrà tanto, si sentirà importante, si sentirà potente. Crederà di potermi dominare e sottomettere ancora, ma si sbaglia, non è così, è solo che io ormai so chi è (mi fa schifo), e tutti gli altri no.
Vi sembro vittimista e paranoica, avrei bisogno di curarmi, giusto? Bè, lui me lo dice da due anni. L’avrà detto anche a voi, no? Gli avete creduto su tutto perciò crederete anche a questo.
Lui è amabile, lui ama tutti e tutti lo amano, lui ha trovato la serenità eterna e ha capito l’universo mondo, lui è profondo, lui da solo amore e solo amore riceve… minchia, sembra Gandhi.
Ma come cazzo fate tutti a bervi questa roba? Non sentire sotto pelle una sensazione di falsità? Non vi stridono un po’ tutti questi discorsi da santone con il degrado dei fatti? Non vi è passato per la testa il sospetto che gli si sia intorcinato il cervello e che continui ad intorcinarglisi ogni giorno di più nel tentativo di trovare continue ed elevate giustificazioni ai suoi banalissimi e squallidissimi comportamenti? Non potrebbe essere, molto più semplicemente, che il suo ego immenso non gli permetta di ammettere di essere una persona normale (direi banale) e perciò fallibile, non un semidio, di aver fatto uno sbaglio a sposarsi (magari pure in buonafede, guarda, voglio essere clemente), di essersi illuso di poter mantenere una promessa che implicasse il “prendersi cura di qualcuno” e quindi essere capace di dare (oltre che prendere), ma che proprio no, non c’era tagliato. E invece niente, lui vi racconta (e si racconta) la sua bella favola dell’illuminazione e tutti voi gli credete.
Oppure no, non gli credete e non lo approvate, magari vi sembra un simpatico cazzone (pure un po’ ganzo, dai) e vi fa sorridere con i suoi discorsi da prete (sapeste quanto poco fa sorridere me) e vi va bene lo stesso: “è sempre un mio amico” “comunque io gli voglio bene”. Allora ditemi: quanto schifo deve fare una persona perché gli altri smettano di volergli bene? Mi correggo (sospetto che a parti inverse, il giudizio morale della comunità sarebbe stato un po’ diverso), quanto schifo deve fare un uomo perché gli altri smettano di volergli bene? Non conta niente il male che ha fatto a me e ai nostri figli (e che appena può continua a fare)? Non contano niente le torture psicologiche e le crudeltà gratuite?
Ve lo dico io? Non contano, se un uomo sa porsi, può fare schifo quanto vuole e continuerà a piacere a tutti. Però lasciate che ve lo dica: avete proprio dei gusti di merda, se io lo avessi incontrato negli ultimi 4 anni, manco il numero di telefono gli avrei dato.
“a me fa pena, mi dispiace per lui, poverino”.
A me no, cazzo! Dispiacetevi per noi, siamo noi le vittime, se non si fosse capito.
Non è poverino! E’ stato sfortunato da piccolo, molto sfortunato davvero e mi dispiace per lui, ma per quanto ha intenzione di farsi compatire? In seguito aveva avuto la botta di culo di incontrare me (che lo adoravo) e di generare un figlio meraviglioso, nella bilancia metteteci anche questo, no? Ha sputato sulla nostra famiglia, sulla nostra fortuna. Mi ha spinto in ogni modo verso un secondo figlio, a costo di rovinarmi la salute fisica e mentale (è bravissimo a manipolare le persone e io ve l’ho detto: mi sarei ammazzata per lui), durante la gravidanza mi ha offeso e torturato psicologicamente, alla fine Matilde è arrivata ed era stupenda, lui mi ha chiesto perdono e io gli ho creduto, la bambina non aveva ancora 4 mesi quando il padre dell’anno ha cominciato a far giochetti oltralpe! Mi ha candidamente confessato di aver progettato un viaggio in Francia al solo scopo di farsi una scopata perché il nostro era un matrimonio felice, ma gli mancava qualcosa (ma povero cucciolo) mentre il mio babbo crepava, ma che cazzo! Lo conosceva da 20 anni, lo aveva accolto come un figlio, mancava solo lui a salutarlo, solo lui. Il giorno del suo funerarle rideva. Un mese fa muore una povera ragazza, lui l’aveva intravista due volte nella vita, ma si autoconvince (e convince tutti) che sta soffrendo tantissimo per quanto la amava, scrive un post su facebook che pare sia morta sua madre. Tutti a mettere “like” così lui si sente così buono, così profondo… tra due mesi non si ricorda manco più chi era.
Ogni volta che ha ricevuto ascolto (che lui scambia sempre e comunque per approvazione) è venuto subito a raccontarlo a me. Ogni “like”, ogni battuta, ogni commento, ogni rapporto superficiale e perfino ogni appuntamento goliardico, tutto gli serve. Gli avevo chiesto “lasciami qualcuno, per favore”. Macché. Tante persone inizialmente sembravano scandalizzate poi, come dire, il tempo passa, le cose cambiano, le persone hanno la memoria corta… “Vedi? Tutti pian piano mi hanno capito, tutti mi vogliono bene. Solo tu non riesci a capire”. E io faccio finta di niente. Quest’estate è arrivato persino a dirmi: “Io amavo il tuo babbo e lui amava me, mi avrebbe certamente capito e approvato. Tu non lo conoscevi bene”. E io a quel punto non ce l’ho fatta, mi sono incazzata come una vipera (e purtroppo gli ho dato di nuovo soddisfazione).
Non è poverino, forse è malato (chi di noi non lo è?), ma soprattutto è crudele! E se davvero tutti questi comportamenti deviati si spiegano con la sua infanzia difficile, allora mi chiedo: c’era proprio bisogno di traumatizzare così i propri figli (i miei figli) e ricominciare tutto da capo? Cos’è? Gli sembrava che i suoi genitori avessero inaugurato un circolo troppo virtuoso per non interromperlo?
Voglio dirvi una cosa a cui so già che non crederete (non ci ho voluto credere neanche io quando era il momento), ma io ve la dico comunque, tanto non dormo stanotte, almeno rompo i coglioni al resto del mondo.
Ai suoi amici, ai suoi colleghi, ai suoi parenti: voi gli volete bene, voi siete sinceri e qualunque cosa faccia voi gliene vorrete sempre, voi lo scuserete, voi lo capirete, ma la verità è che lui no, lui non ve ne vuole.
Sì, lo so che non volete sentirvelo dire, che fa male e che è impossibile da credere perché lui è speciale, perché lui è pieno di talento, perchè lui è ironico, perché lui è intelligente, perché vi piace tanto, siete quasi innamorati di lui e pensate che ci sia qualcosa di esclusivo tra voi, un legame vero… mi dispiace, vi state sbagliando. Non è capace di amare nessun altro tranne se stesso (e secondo me, scava scava, neanche tanto se stesso). E’ una persona anaffettiva e superficiale, perfino lui non lo sa, non riuscirebbe ad accettarlo, per questo vive completamente distaccato dalla realtà, fa una cosa (di merda) e ne dice un’altra (da santone). Vi ha scelto e addomesticato come aveva fatto con me, si sente superiore a ciascuno di voi e da tutti sa di poter prendere qualcosa, gratificazioni. Voi tutti gli servite, ha bisogno di sudditi. Ha bisogno di sentirsi ammirato, seguito e approvato.
Non mi credete, lo so, le persone abusate non ottengono mai giustizia, è più facile pensare che siano le vittime ad avere qualcosa di sbagliato, che siano loro le colpevoli, che se la siano cercata… io sono gelosa, io non riesco ad accettare la realtà, io devo farmi aiutare, giusto?
Lasciatemi in pace, non mi interessa più di avere giustizia, voglio solo essere felice con i miei figli. Ho bisogno di uscire con persone nuove, come sto già facendo, persone che non lo conoscono, persone che sono solo mie, persone con cui parlare di cose belle.
Voi continuate pure a fare il suo gioco, continuate a volergli tutti bene, ma per lo meno abbiate la cortesia di smettere di volerne a me. Vi garba di stare alla corte del fumettista più bello del mondo? Volete partecipare ai suoi dialoghi adolescenziali tra celebrolesi in calore? Vi garba fargli i complimenti e gratificare il suo ego? Per me siete tutti un po’ complici, sappiatelo. Oppure: gli volete sinceramente bene, vi fa pena e cercate di salvarlo? Poveri ingenui…non ce la farete mai, non è possibile salvarlo da se stesso. Ma la sindrome della crocerossina è un morbo invincibile (ci sono passata pure io) e voi non potete fare a meno di provarci, vero? E allora prego, fate pure tutto quello che vi pare, però, per favore, almeno evitate di chiamare me, di incontrare me, di leggere me, di commentare me. Cari ex-amici comuni, se non lo avete ancora capito, ve lo dico per l’ultima volta: noi in comune non abbiamo più niente. E nonostante questo, dobbiamo per forza crescere ed educare due figli insieme.
Devo consegnarglieli col sorriso, questo sforzo sovrumano è tutto quello che sono in grado di fare, tutta la mia concentrazione sta lì, nel tentativo di fare la cosa giusta (o la meno sbagliata), non ce la faccio anche a dare a voi il lieto fine. Vi garberebbe tanto, ma rassegnatevi, non c’è verso, non ce la farò mai.
Lasciatemi in pace e dimenticatevi di me.

lalla

P.S. A proposito, per quelli che davvero gli vogliono bene (che a rigor di logica sarebbero dovuti essere quelli che volevano davvero bene anche a me e ai miei figli): non vi è mai capitato di pensare che la cosa più giusta da fare (per il suo bene e quello dei miei figli) forse non era dargli modo di spiegare ascoltando i suoi deliri (ve l’ho detto, per lui ascolto = approvazione), ma giudicare i fatti freddamente e tiragli un bel calcio nel culo? No? Magari se fosse rimasto lui un po’ più solo forse a quest’ora sarebbe tornato sulla terra, tra i comuni mortali e qualche domandina seria in più sul proprio operato se la sarebbe fatta. 

martedì 12 settembre 2017

in caso di problemi: coccole e pre-adolescenza

IN-ESTATE, IN-FESTATE
Rientrata da NYC ho finalmente riabbracciato il mio ragazzino e la mia bimba.
Ero stanchissima e sballata sia per il fuso orario che per l’esamino a scuola, ma non importa, appena si sono attaccati al campanello sono rimbalzata sul divano e gli sono corsa incontro. Venivano dal mare, erano abbronzati e molto scarmigliati. Me li sono sbaciucchiati per tutto il pomeriggio, per tutta la sera, per parte della notte, per tutta la mattina e il pomeriggio seguente… poi ho iniziato a sentire uno strano prurito alla cute della testa, non so, forse la stanchezza eccessiva… in serata, mentre ci vedevamo un film tutti allacciati sul divano ho notato che anche la bimba si stava grattando e allora ho capito: nooooo… i pidocchi!
Era molto tardi quando è arrivata la sentenza, due giorni dopo saremmo dovuti partire alla volta dell’Elba, con altri svariati membri della mia famiglia che sono molto diversi tra loro tranne per un dettaglio: tutti ODIANO e TEMONO i pidocchi. Non sapevo che cavolo fare, io personalmente non li avevo mai presi e neanche Matilde. Prima cosa li ho messi a letto, tanto ormai eravamo fottuti, mezza casa andava “disinfestata” e a loro due, ai letti, al divano, avrei pensato l’indomani.
Poi ho cercato di liberare me stessa, mezz’ora di impacco velenoso e giù di pettinino in ferro, ma era sconfortante con il cuoio capelluto sensibile e la matassa di capelli fini e lunghi che mi ritrovo, mi sono accanita per circa un’ora e mezza per scovare cinque o sei ospiti indesiderati e allegramente zompettanti (alla faccia dell’impacco). A ogni passaggio mi si spezzavo e strappavo i capelli, mi dolevano le braccia, mi doleva la testa, era così tardi, ero così stanca… mi veniva quasi da piangere. Ad un certo punto mi sono arresa, ho cambiato le lenzuola e sono andata a dormire. Il mattino seguente ho chiesto a Elia di accorciarmi di almeno 15cm i capelli (erano troppo distrutti), poi ho ficcato in lavatrice la biancheria di tutta la casa e ho attaccato i ragazzini. Su Elia ho sinceramente trovato poca roba (comunque ho accorciato i capelli anche a lui per sicurezza), ma Matilde era piena. Un covo di lendini e bestie. Piena. Ora, va detto che lei ha i capelli lunghi e un po’ boccolosi, ma davvero finissimi, ha ancora i capelli “di latte”, quelli inconsistenti delle bimbe piccine. Credetemi, non c’è verso di togliere le lendini da dei capelli così! Siamo comunque partiti per il mare a fare lunghissimi bagni (nel tentativo di affogare i pidocchi!). Quattro trattamenti in due settimane e pettinino per tutti, tutti i giorni, mattino, pomeriggio e sera. Nonostante i litri di olio addolcente e tutte le precauzioni del caso, era fastidiosissimo per lei e non voleva. Ogni volta era più difficile cercare di convincerla (nonostante i trucchetti e le canzoni delle principesse), piagnucolava e mi guardava sempre più torva. Mi sentivo una merda, ma qualcuno doveva pur farlo quel lavoraccio e quel qualcuno ero io. Ogni giorno continuavano a saltar fuori nuove bestie sia su di me che su di lei (passavamo ore appiccicate, un ponte diretto, in fondo amarsi è un po’ anche scambiarsi i pidocchi). Ogni volta Matilde gli faceva delle specie di macumbe: “Via da me pidocchi, sciò!”. L’ultimo (vivissimo) animalaccio sulla sua testa si è manifestato ben 12 giorni dopo il primo. Tre giorni di pace e poi, perfettamente disinfestati, li ho dovuti salutare di nuovo.
RINCHIUSI
Anche la seconda settimana è passata ed è tornato il mio turno, non vedevo l’ora, avevo chiesto al padre di passarle il pettinino almeno una o due volte a metà soggiorno, ma ci speravo poco che facesse un buon lavoro (è fastidioso fare qualcosa che i figli non vogliono che tu faccia, è scomodo, è più facile lasciar perdere). Temevo delle ricadute pidocchiose.
La notte prima del loro arrivo al mare mi manda un messaggino: “Elia ha un po’ male all’orecchio da stasera, gli ho preso subito delle gocce in farmacia, sta già meglio”. Ohi, erano meglio i pidocchi.
E’ arrivato all’Elba conciato malissimo, non sentiva niente.
“Ma Elia come hai fatto a prendere un’otite se mi hai raccontato che non facevi neanche il bagno in mare perché era sporco?”
“In mare no, ma era un caldo… passavo ore a fare immersioni in una piscinetta del Bagno alta un metro”.
Che culo.
Ho provato a fare un lavaggio all’orecchio: usciva un sacco di pus e nel pomeriggio è salita la febbre, diretti dalla Guardia Medica. Erano un dottore e una dottoressa (entrambi giovani e gentili, soprattutto lei), hanno diagnosticato un’otite bollosa, Tachipirina, un antibiotico generico per 6-8 giorni, Cortisone per 3gg, niente sole perché prende il cortisone, niente testa sott’acqua… la bimba ci salutava al mattino e se ne andava a fare tuffi col resto della combriccola (nonna , zii, cuginetti), io e il Re dei Sugolini ce ne stavamo a casa. Non era il tipo di vacanza che mi aspettavo, faceva un caldo da ringrullire (sarebbe stato bello farsi un bel bagno!) e una cosa è stare male a casa propria (dove ci trovi un sacco di intrattenimenti), una cosa è ammalarsi in una casa al mare senza neanche internet … ma era anche molto dolce stare io e lui insieme, da soli. Ovviamente mi toccava prendermi anche le lamentele (non troppe a dire il vero) e la frustrazione, fare un po’ da pungiball insomma, ma qualcuno doveva pur farlo e quel qualcuno ero io.

ANTIBIOTICO SBAGLIATO, GIORNI SBAGLIATI
Ora, il problema è che dopo un lieve miglioramento iniziale, da metà settimana è rimasto tale e quale. A quel punto ho cominciato a preoccuparmi, qualcosa non stava andando nel verso giusto, sono tornata dalla Guardia Medica. “Non sarà il caso di cambiare antibiotico? Son passati 4gg, non mi sembra che funzioni più di tanto”. Ma loro, sempre gentilissimi, hanno nicchiato: “Infondo ci vogliono 3gg per cominciare a fare effetto, è troppo presto per capirlo, poi la febbre è passata... facciamo così: aumentiamo la dose di antibiotico e tornate tra 3gg”. mhm…
Dopo due giorni è peggiorato, cominciando anche a sanguinare, non ho aspettato l’appuntamento e sono tornata dai due dottori piuttosto sul piede di guerra perché va bene esser gentili, ma, se non si fosse capito, accanto all’orecchio c’è il cervello. Erano spaventati anche loro e contenti che non avessi aspettato un altro giorno, ci hanno spedito al Pronto Soccorso.
Sabato 12 agosto, all’ospedale di Porto Ferraio abbiamo dovuto aspettare un po’ mentre davanti ci passavano persone che si erano più o meno sbraciolate cadendo da uno scoglio o dalla moto (niente di grave per fortuna) e un ragazzo che aveva pesticciato per bene un riccio (ahi!)
Il Re odia aspettare, per ingannare l’attesa ho proposto di raccontarci barzellette, ce ne venivano in mente davvero poche così abbiamo iniziato a inventarne alcune di dubbiosissima qualità ed annotarle sulla piccola agendina che Elia mi ha regalato per Natale. Ridevamo come bischeri e gli altri in attesa ci guardavano strano, poi ci siamo ritratti a vicenda.
Il dottore di turno non era un otorino, ma comunque una persona molto pratica e capace: “E’ davvero un brutto orecchio, anche il timpano mi sembra in difficoltà, forse è forato, è sicuramente un germe resistente e l’Augmentin è l’antibiotico sbagliato, gli ha fatto come l’acqua fresca, passiamo alle punture di Rocefin e lo faccia vedere da un otorino”. Ok, ma dove?
“Sa Signora, purtroppo non si è ammalato nel momento giusto questo figliolo, oggi è sabato (prefestivo) domani è domenica (festivo), lunedì è il 14 (prefestivo), martedì è Ferragosto (festivo)… qui all’Elba non ci sarà un otorino fino al 16 agosto , ma può provare lunedì a Piombino, l’ambulatorio dovrebbe essere aperto”. Dovrebbe?
Vabbè, mica era colpa sua, niente polemiche, gli ho solo chiesto: “io non sono un dottore, non mi importa che giorno sia oggi, mi dica cosa farebbe lei se fosse suo figlio, aspetterebbe il 16 o troverebbe un modo per farlo vedere prima, a costo di prendere un traghetto?”:
“io lo farei visitare il prima possibile”. Il prima possibile, O.K.

LA PRE-ADOLESCENZA
Dopo aver trovato a Procchio più o meno rocambolescamente una farmacia provvista dell’occorrente e ancora aperta alle 22.30, siamo tornati a casa a fare la famosa puntura.
E’ stata una cosa terrificante. Allora, io ho sempre avuto una fobia per gli aghi, quindi non voglio minimizzare, capisco quanto possa far paura la prima volta pensare che una lama sottile ti debba trafiggere, ma Elia ha proprio sbroccato. La mia mamma è molto esperta e ci avrebbe pensato lei, Elia voleva che aspettassimo che fosse lui a dare l’O.K., ma era agitatissimo, voleva guardare la siringa e aveva le mele dure come la pietra. Io lo abbracciavo e cercavo di calmarlo “cerca di rilassarti, vedrai che è una cosa veloce, è l’idea a darti fastidio, non guardare dietro, guarda me”, ma non c’era modo, respirava sempre più affannosamente, si dimenava, ad un tratto è andato in iperventilazione e ha cominciato a mandare gli occhi all’indietro, una vera e propria crisi di panico! Non l’avevo mai visto così, non sapevo che fare, gli ho tirato uno schiaffetto (non lo colpisco mai e ha funzionato): si è un po’ ridestato. Allora gliene ho tirato un altro un po’ più forte: ha sgranato gli occhi, è tornato vigile e la mia mamma ha inserito l’ago. A quel punto gli ho sussurrato “O.K., tranquillo, il più è fatto, adesso però stai fermo perché non puoi rischiare di spezzare l’ago, brucerà un po’ mentre entra la medicina, arrabbiati con me se ti va, ma stai fermo”. Me ne ha dette di tutti i colori “bugiarda, fa malissimo, ti odio!”
Non mi aveva mai detto “ti odio”. Che cosa ho provato?
Meraviglia, perché in effetti non me l’aspettavo, io ho affrontato tre travagli (il primo fisicamente dolorosissimo, il secondo psicologicamente dolorosissimo, il terzo davvero paurosissimo) ore e ore di sofferenza e di paura, eppure non ho maledetto nessuno, non ho offeso nessuno, non ho scacciato nessuno… non è una cosa che farei mai.
Una sorta di premonizione: forse sarà così l’adolescenza, con lui che perderà la testa, io che lo prenderò (metaforicamente) a schiaffi e lui che mi manderà (letteralmente) affanculo.
Tenerezza e orgoglio, perché infondo io sono l’unica persona nel mondo sulla quale sa di poter scaricare tutta la sua frustrazione, che, messo alle strette, sa di poter anche offendere certo che non mi perderà mai, che gli rimarrò sempre accanto, nonostante tutto. Mi sono sentita nel posto giusto al momento giusto: il posto delle mamme. E ho pensato che infondo l’adolescenza, considerandola inquesti termini, non sarà poi così male.
Pochi minuti dopo si era ripreso, era tornato se stesso.
“scusa ragazzino se ti ho dato uno schiaffo”.
“due me ne hai dati”.
“sì, due, ma uno era proprio leggero, quasi una carezza… non sapevo che altro fare per farti tornare in te. Mi sono spaventata, comunque scusa”
“no, no, mi sono spaventato anche io, hai fatto bene perché avevo proprio perso la testa. Grazie mamma”.
"In effetti... ti ricordi che mi hai detto ti odio?"
"sì..."
"Fa niente. Pensiamo a mangiare adesso, la nonna ci ha preparato la famosa spaghettata di mezzanotte, e quando ci ricapita?!".

La sera dopo non ha fatto una piega, un paziente perfetto, ormai era un impunturato esperto.

LA SANITA’ ITALIANA
Domenica 13 ho chiamato l’ospedale di Piombino “Non è detto che domani ci sia qualcuno in ambulatorio, forse fate il viaggio a vuoto, essendo già sotto Rocefin può darsi che al Pronto Soccorso non la considerino un’emergenza e non ritengano di chiamare l’otorino con la reperibilità… poi chissà chi c’è con la reperibilità il 14 agosto… non so che dirle, non sono per niente i giorni giusti per ammalarsi”.
“Sì, questo l’ho capito”.
“Mi dispiace. In bocca al lupo”.
In bocca al lupo??? Mi è presa una rabbia, ma che cavolo di posto è l’Elba? Il terzo mondo? Adesso basta! Prenoto un traghetto e me ne torno diretta a Firenze, c’abbiamo il Meyer noi, l’ospedale dei bambini! … aspetta un po’, chiamo anche loro, tanto per sicurezza…
“Non se ne parla Signora, c’è il ponte, questi non sono mica i giorni giusti per ammalarsi, niente otorino al Meyer fino al 16 agosto”.
Ecco, senza parole, ma ho preso nota: Primo, l’Italia intera è il terzo mondo. Secondo, se proprio uno vuol farsi arrotare è meglio scegliere un martedì (evitare anche il lunedì, è lavorativo, ma hanno la testa tutta impastata dai risultati calcistici).
Sono tornata alla Guardia medica con gli occhi supplicanti, da quei due che gentili lo erano davvero, un po’ sottovoce, all’Italiana, la dottoressa mi ha confidato che c’era un otorino privato sull’isola… alle terme…
ma dillo subito, no???? E che si sta a fare 10 giorni di tentativi a vanvera e progettare fughe in traghetto?!
Il lunedì mattina l’espertissima Dottoressa otorino privato (che poi si è scoperto, ha in cura mezza isola) dopo 10’’ netti di visita ha aggiustato la diagnosi e la cura. “Questo bambino è stato per caso in una piscina? Perché ad occhio si riconosce: si tratta dello pseudo-monas, proprio un batterio antipatico, resistente anche al cloro, figuriamoci all’Augmentin!”. Cortisone, gocce e antibiotico più mirati… “Suvvia, adesso si guarisce ragazzone. Domani è Ferragosto”.
“Sì, lo sappiamo”.
“E allora festeggiate e fatevi un bel bagno! Ovviamente niente tuffi e immersioni per questa stagione, il timpano è un po’ lesionato, ti metti un tappo nell'orecchio sinistro per evitare che entri troppa acqua, una cuffia per reggerlo e ti fai pure snorkeling se ti va!”
Avreste dovuto vedere il suo sguardo, in quel momento la Dottoressa otorino privato l’ha amata più di me!
E per il resto, tutto liscio.

lalla
P.S. Nel bugiardino di uno dei prodotti anti-pidocchi (del tutto inefficaci) che abbiamo sperimentato c’era scritto che la pediculosi causa anche disturbi psichici: stanchezza, irritabilità, pessimismo. All’inizio ci ha fatto sorridere, ma alla lunga posso confermare: pessimismo cosmico, tipo: “non me ne libererò mai”. Anche nelle persone vicine e apparentemente pulite, tipo: “guarda bene, sento prudere, sicuramente li prenderò anche io, continueremo a passarceli all’infinito…non ce ne libereremo mai”.
La mia Piccola Fata inizia la materna tra tre giorni, sarà un divertimento!

P.P.S.S. Ecco alcune freddure made in hospital:
- Dove sta l’Elba?             … in un plato!
- Dove sta l’erica?           … in un ericottero!
- Il colmo per un carcerato in libertà vigilata?     … nuotare a stile libero!
- Il colmo per una rana?               … nuotare a farfalla!
- Sai quando cade la Pasqua?      … no, ma spero che non si rompa il guscio!
- Sai com’è una luna vanitosa? … piena di sé!
- Questo nuovo locale verrà una vera bomba! … speriamo che taglino il filo giusto all’inaugurazione!
Mentre Elia disegnava, ripiegato su una seggiolina della sala d'attesa e mezzo lessato dall'infezione, continuava a ripetermi: “non ci riesco mamma, io non so fare i ritratti” poi me l’ha fatto vedere e io gli ho detto che mi piaceva tanto il suo tratto espressivo (che era molto meno melenzo del mio) e che probabilmente (nonostante le divertentissime barzellette) avevo davvero quella faccia un po’ tesa e preoccupata.
“No mamma, non è vero dai, non è venuto bene, sembri la nonna!”
“Quello è perché hai segnato le rughe che forse nella realtà risaltano un po’ meno sul mio volto”.
“ma io, se guardo bene, le vedo le rughe”
Allora mi è partito il pippone da insegnante: “se guardi bene… ma il disegno è una questione di sintesi. Quando fai un ritratto cerca di capire quanto gli elementi pesino tra loro, cosa ti colpisce di più nel volto, se segni così le rughe allora dovresti fare i cappelli molto scuri per riequilibrare, magari in uno schizzo veloce era meglio non disegnarle…”
“questo no, mi dispiace, io sono una persona sincera, se le vedo le fo”.
“ma infatti a me va parecchio bene così, tra noi due, viva la sincerità!”.

lunedì 4 settembre 2017

solo per nerd

Dicono tutti che leggere faccia bene.
Io non sono una che legge tanto, ho sempre un libro sul comodino, tutta roba interessante (Baricco, Allende, Yoshimoto, Gamberale, Piccolo...) ma sono lenta, tanto lenta, giusto 2-3 pagine la sera e poi mi si chiudono gli occhi, i libri mi durano mesi. Almeno che non entri in fissa e quello accade quasi sempre con delle saghe fantasy imbarazzanti (tipo “Twilight”) o anche scritte parecchio meglio come “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R R Martin, 11 libri nella versione italiana, li ho divorati. Una meraviglia e una tragedia, considerando che l’autore le ha lasciate inconcluse! Ha promesso di finirle (ha pure pubblicato il titolo dei due volumi mancanti) e invece niente, non una riga da anni, bastardo, non si fa!
Tranquilli però, c’è il premio di consolazione: la serie T.V., che ormai è oltre l'ultima pagina mai scritta.
Tra ieri e oggi mi sono vista l'intera 7° stagione di "The Game of Trone" in meno di 24 ore.
Alcune considerazioni a riguardo:
- prima, sono una nerd senza speranza.
- seconda, ormai è chiaro che allo scrittore, ricoperto di dollari come si ritrova dopo il successo televisivo planetario, non passa neanche per l'anticamera del cervello di mettersi all'anima di scrivere i libri che mancano. Lo sa benissimo che noi fan semi-psicopatici ce ne siamo resi conto e siamo inferociti, ci teme (giustamente) e ci vuole imbonire... ecco perché ha buttato giù la sceneggiatura delle ultime due serie televisive e, ci scommetto, anche dell'8° e ultima, come se l'avessimo scritta direttamente noi. Tutto va come speravamo che andasse... ci tiene buoni, il furbone, ci da il contentino. Si aspetta che ci caschiamo come pere…
- ebbene, io ci sono cascata! Mi va strabene perfino che la storia abbia agganciato un ritmo narrativo forsennato e che eserciti e persone percorrano l’intero regno in tre secondi netti, ma sì, chissenefrega! Chi di noi (nerd) non sognava certi eventi già dopo il primo/secondo libro? Che goduria, sia la gola tagliata, che le effusioni amorose, che il grande mostro dagli occhi blu! Mi sono pure rivista alcune scene per 2 o 3 volte di seguito… fantastico… ho già cominciato a rimuginare sui possibili risvolti per il gran finale (che da anni il caro Martin ci deve).
Eccoci a noi, George, lo so che tu sai in che modo dovrai far andare le cose, giusto?... ora, so anche che c'hai il grilletto facile, ma se ti provi ad ammazzare chi so io, te la vedrai con me! Va bene quel tedioso di Ned Stark, va bene quella bietola del primogenito e pure quell'inconcludente di Stannis, mi dispiace per Hodor e ancora non mi va giù la bella bruta rossa (anche se era inevitabile), ma non ti provare manco a pensarci ai miei tre personaggi preferiti, chiaro? Loro non si toccano! A costo di farli salvare sempre nell’ultimo secondo utile (nei modi più rocamboleschi) o di farli resuscitare 15 volte a testa. D’altronde sono anche i tuoi personaggi preferiti, ammettilo! E manco puoi metterli uno contro l’altro, Capito? Che mi sono già accorta che ti garberebbe… non ti provare, sai!
Siamo intesi allora?
In conclusione, non è detto che leggere faccia poi così bene, per lo meno non a me. “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” mi hanno ridotto peggio della protagonista di "Misery non deve morire". 



lalla

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P.S. vogliamo parlare del lato B dell'attore che interpreta Jon Snow? No, niente, anche quello contribuisce alla mia uscita di senno, gli ormoni esistono, c'è poco da fare... ma, ripensandoci, non è per niente una brutta notizia che anche i miei ormoni, come i portagonisti di GoT, comincino a resuscitare.

martedì 29 agosto 2017

New York City

Molte persone mi hanno chiesto di scrivere un post sul mio viaggio a NYC, ci provo. Però vi avverto: son quegli atti masochistici tipo quando negli anni '90 qualcuno (non si sa bene animato da quale proposito) chiedeva agli amici "ci fate vedere il filmino delle vacanze" e così la serata svoltava (in tragedia) che al 5' di girato traballante e spiegoni da parte dell'improvvisato cameraman ti montava il mal di testa e avresti voluto tagliarti le vene pensando che sarebbe durato almeno altri 40 minuti... vabbè, io non sto lì a guardarvi e voi non dovete far finta di divertirvi, semmai fatevi un giro da qualche altra parte, nessuno se ne offenderà.

UN'ESPLORATRICE, ANZI DUE
Va detto che io proprio adoro viaggiare, sono curiosa, un'esploratrice nata, geneticamente progettata per assaggiare nuovi sapori e ammirare nuovi colori. E la cosa buffa è che, io che non vado in palestra manco se mi ci portano in collo, a piedi, esplorando, non mi stanco mai, avrei voglia di andare sempre dieci metri più avanti, girare ancora un altro angolo e scoprire cosa c'è dall'altra parte. Non solo, sono un'organizzatrice perfetta, un'agenzia di viaggi fatta e finita (mi diverto da morire!) e così mi godo il viaggio anche prima di partire. E per di più sono una fotografa assatanata e mi garba un sacco riguardare le foto anche dopo. Perciò alla fine un viaggio di una settimana io me lo godo prima, durante e dopo, all'infinito e per sempre.
Viaggiare in coppia è il massimo, ridere, commentare, meravigliarsi insieme delle scoperte non vale doppio, ma triplo ... e qui nasce il problema.
Come viandante è chiaro che io non sia accoppiabile al 99,99% della popolazione umana vivente perché quasi tutti viaggiano cercando il modo di sentirsi ancora a casa, storgono facilmente il naso se ogni cosa non è come desiderano, si stancano presto, vogliono oziare in un hotel comodo (con molte stelle e poco carattere) e perdere ogni giorno preziosissime ore per rimbellettarsi e altrettante con le gambe sotto un tavolo in un ristorante "di classe" (dal gusto geograficamente anonimo)... ma che palle! Io voglio dormire in un appartamento e farmi la spesa da sola, mescolarmi ai locali, mettermi abiti comodi, buttarmi alla scoperta e, quando sento un po' di fame e di stanchezza, gustarmi un panino (tipico del luogo) su una panchina o stendermi su un prato con gli occhi alle architetture, alla natura, al cielo. Patisco da morire se vengo "limitata", allo stesso modo non è giusto che imponga agli altri un tour de force indesiderato... alla fine, l'ho constatato negli anni e durante svariati tentativi,  è facile che qualcuno si senta parecchio scomodo e che quel qualcuno sia io perché sono troppo mansueta e accondiscendente. Non sto dicendo che sbagliano i villeggianti comodosi, la ricetta giusta non esiste, ma mi sento di dire questo: scegliete con oculatezza i vostri compagni di viaggio, pensateci bene prima di partire con degli amici perché potreste rincasare standovi altamente sul culo.
Tornando a me, come si risolve il problema che mi piace viaggiare in compagnia, ma sono geneticamente incompatibile col 99,99% dei compagni di viaggio? Sono condannata a viaggiare da sola?

A luglio la soluzione giusta l'ho trovata proprio nella parola "genetica", la mia mamma (con cui non casualmente condivido il 50% del DNA) è un'esploratrice più accanita di me! Non è stato facile convincerla, diceva di aver paura di tutto, del volo, del viaggio, degli americani... così ho dovuto giocare sporco:" O.K., hai ragione, a me fa piacere se vieni, ma non venire se non te la senti, io vado comunque... vorrà dire che tua figlia se ne andrà in America tutta da sola". Che bastarda che sono! (ma era a fin di bene).
Pochi giorni prima di partire era proprio impanicata: "Mi hai messo in una situazione terribile. Mi fai fare una cosa più grande di me!" e mio fratello: "vacci piano, non me l'ammazzare la mamma, mi raccomando".
Altro che cosa più grande di lei e andarci piano! Una volta in viaggio, mi toccava insistere per fare una pausa e alla fine la spuntava lei al suono di "Tu ci puoi tornare, ma io no: sono troppo vecchia, voglio vedere il più possibile! Adesso o mai più!"
In definitiva, ci siamo divertite come bambine e questa piccola avventura, che spero essere solo una delle tante che faremo insieme, non la dimenticheremo mai, rimarrà nostra all'infinito e per sempre.
FUNZIONA
Era la prima volta che ero obbligata a stare lontana dai bambini per molti giorni di seguito, non volevo e non dovevo stare in casa ad aspettarli e autocommiserarmi. Ho pensato: "devo trovare il modo di distrarmi" e mi è venuta in mente NYC. Lei ha collaborato alla grande, è stata una grassa grossa distrazione, per me e anche per la mia mamma, grazie grande mela! Al nostro ritorno la mia temeraria compagna di viaggio mi ha detto: "ma lo sai che ti dico? Non è poi tanto lontana New York, ovviamente abbiamo da vedere anche un sacco di altri posti, ma potremmo anche tornarci una volta, se ci va!". Ecco, così mi piaci mamma, molto molto meglio.

 
IL VOLO
Prima cosa, dal caro 2016 non ho più paura di volare. Si chiama "terapia d'urto" e funziona, infatti non soffro più neanche di vertigini, non ho più paura di dormire da sola, non ho più paura dei ragni, degli aghi e delle lame, non ho più paura di niente (tranne che possa succedere qualcosa di brutto ai miei figli).
Secondo, andata Alitalia Firenze-Roma/Roma-NYC e ritorno Airfrance NYC-Paris/Paris-Firenze, spontaneamente viene di fare un confronto.
Alitalia sta fallendo e mi dispiace però, detto tra noi, non si presenta molto bene. La prima hostess era il ritratto della depressione, con una camicina sdrucita mezza infilata nella gonna e mezza fuori, ci ha accolti masticando vistosamente una gomma (americana) e non ha manco fatto i versetti con le braccia per illustrare come comportarsi se precipitasse l'aereo. Cioè, sono versetti inutili, si sa, se si precipita si muore, ma insomma almeno provaci, dacci un minimo di speranza, comunque, poraccia, magari le avevano appena comunicato la data del licenziamento. A Fiumicino ci hanno chiusi in cabina, già incinturati e pronti a partire, e sequestrati un'ora e mezza così, senza notizie certe, il comandante (parimenti depresso) ogni tanto mugolava all'altoparlante: "Non so che dire, davvero, non ci dicono cosa fare dalla torre di controllo... bo... potremmo tardare 5' come 5h, mi dispiace... non so che dirvi, davvero...". Una volta decollati per NYC siamo state torturare da dei cuscini duri come la pietra (inasportabili) che ci procurano dolori assurdi, ondate di calore africano e freddo polare, schermi video micragnosi con una definizione da far invidia agli anni '70 (il peggiore filmato rubato da un adolescente al cinema e postato su you-tube è certamente meglio) e cuffie con audio che un po' funziona, un po' no, a scatti, ma non a ritmo.
Airfrance tutta un'altra storia, personale elegante e sorridente, posti comodi e attrezzature multimediali all'avanguardia, ironico balletto inziale di hostess très chic per illustrare le procedure di salvataggio.
Italia-Francia 0-1.
Sul cibo, invece, pari.
Il cibo in aereo è un'esperienza che mi piace tanto, ogni volta lo aspetto con ansia, non perché sia buono (per carità!), ma perché è troppo buffo! Arriva tutto inscatolato singolarmente, in quel vassoio c'è più plastica e pellicola che materiale biodegradabile. Quanto mi piace sollevare le varie plastichine appannate o sbirciare sotto le stagnole incandescenti per meravigliarmi ogni volta di come ciascuna pietanza possa compattarsi e assumere sembianze geometriche (in questo viaggio ho scoperto un cerchio/prosciutto cotto raggio 2 cm, cubetti/patate 1cmq e un parallelepipedo/torta di mele 3x3x2). Mentre gustavo il mio pasto di solidi variamente disposti nello spazio, mi è venuto di pensare che in quel momento stavo girando intorno alla terra a 11.000 km di altitudine. Cioè, si può dire, ero un po' a mezza strada tra i terrestri e gli astronauti, ebbene, la mia alimentazione era perfettamente adeguata alla situazione.
IL JET LAG
Una premessa, in Italia, a Firenze, in casa mia, per adeguarmi al cambio dell'ora legale mi ci vogliono circa 20 giorni di vita da zombie, a primavera mi aggiro con gli occhi appiccicati e in autunno ho sempre una voragine nello stomaco, una sola ora di scarto, 20gg... poi mi abituo.
Ora, oltre a svariati triliardi di litri di oceano, anche 6h di fuso orario ci dividono da NYC e io ho passato in città solo 6 giorni e 15 ore. Benvenuto jet lag!
Avete presente come vi siete sentiti ogni primo giorno dell'anno della vostra vita dopo una notte di bagordi nella quale siete andati a letto, per l'appunto, circa 6h dopo il vostro orario abituale? Un po' è così, c'è poco da fare, per lo meno i primi 2-3gg, poi miracolosamente ti abitui (più in fretta che a primavera), ma dopo altri 3gg è il momento di ripartire!
Va detto che noi non abbiamo forzato per niente, ci svegliavamo verso le 5.00/6.00 del mattino, poco male, facevamo colazione, la doccia, la spesa (in USA sono aperti 24 ore su 24) e alle 7,00/8.00 (con l'aria ancora fresca) eravamo pronte per partire all'esplorazione. Alle 20.30 "svenivamo" nel letto (tranne due volte che siamo uscite a vedere le luci della città e a fare le ore piccole (le 22.30!).
Nel volo di rientro non c'è modo di dormire, dura 2h di meno (perché la terra ti viene incontro) e ben 6h te le mangia il cambio di fuso orario, in poche parole ti sparisce una nottata intera. Alle 9.05 del mattino, perfettamente in orario e perfettamente insonni, siamo atterrate a Peretola. Il tempo per una doccia e alle 11,05, con l'occhio pallato, mi sono presentata davanti al Comitato di Valutazione per sostenere l'esame dell'anno di prova per il passaggio (ritorno) alle superiori. Ho parlato a macchinetta, sarò apparsa un po' schizzata, ma nonostante la logorrea mi hanno fatto molti complimenti, soprattutto la Preside, e
lasciata presto andare a casa a fare sogni d'oro, alle due del pomeriggio.
LA RIMEMBRANZA?
Per chi è nerd come me, andare per la prima volta a New York è come tornare a casa. L'ho studiata e desiderata così tante volte nei libri di arte e nelle sale cinematografiche... camminarci in mezzo è stato un trip assoluto! Posso chiamarla rimembranza? Probabilmente non è la parola giusta, ma non la trovo quella giusta, non saprei come altro definire quella sensazione incredibile che si prova nel vedere dal vivo, finalmente, per la prima volta, qualcosa che già ammiri e un po’ conosci perché l'hai già vista nei libri o su uno schermo. In qualsiasi modo si chiami, è meraviglioso.
Discendendo la dolce spirale del Guggenheim quasi in preda alla sindrome di Stendhal, mi sono ritrovata davanti agli schizzi di Pollock e ai dipinti di Modigliani, Braque… kandinsky e, prima di lasciarmi rapire dallo "spirituale nell'arte", ho sobbalzato di emozione al pensiero di trovarmi nella stessa posizione identica rispetto al quadro dove si sono trovati loro. Al MET ho incontrato la volitiva Gertrude, al MOMA le rosee demoiselles e così ho fatto pace con Picasso. Un'indigestione di arte…
mangiando un (deliziosissimo) panino col lobster seduta in Madison square mi sono sentita la Sirena a Manhattan che divorava a morsi il suo crostaceo con tanto di carapace, davanti ad un incredulo Tom Hanks. Conversando davanti alle collezioni egizie del Metropolitan mi sono sentita Billy Cristal (ma non credo che mia mamma si sia sentita Meg Ryan). Andando alla deriva su una barchetta a remi nel lago di Central Park mi sono sentita Giselle e ogni tanto mi guardavo attorno aspettandomi che arrivasse un'intera banda e che iniziasse a cantare "che fai per dirle ti amo?". Attraversando a piedi il ponte di Brooklyn ho accarezzato i suoi cavi in trazione e mi sono sentita potente. Sulla cima dell'Empire State Building mi sono sentita uno degli Avengers, forte e impavida, in cima al mondo e davvero invincibile. Poi, da lassù, ho visto svettare in mezzo al financial district il "One World Trade Center" e per un attimo mi si sono riempiti di nuovo gli occhi con le immagini di quegli aerei assassini. Il terrorismo, forse questa è la sua vera forza, grazie ai nostri media, ha saputo produrre immagini più potenti e ammalianti di qualsiasi performance artistica e più accecanti e sorprendenti di qualsiasi kolossal holliwoodiano. Loro sanno usare davvero gli effetti speciali e generare gloriosi spettacoli di morte che si imprimono per sempre nelle menti, intrappolandoci nel terrore. Maledetti, ma io non ci sto al vostro gioco! Ho sentito molta malinconia rivedendo quelle immagini, ma nessun brivido, anche se ero lassù, perché io, ricordatevelo, non ho più paura.
LA STRABILIANTE ACCOZZAGLIA
Lo so che suona poco originale, ma la cosa che più mi ha affascinato di New York è l'architettura. Nel senso specifico, non tanto la fiera bellezza dei singoli grattaceli (basterebbe anche solo il Chrysler), ma la loro, come dire, strabiliante accozzaglia. La città non è stata costruita in un giorno, ma in più di un secolo e (per fortuna) si vede. Non è bella perché possiede i grattacieli più moderni, alti e scintillanti (se li tenga pure Dubai), è bella perché possiede quelli neoclassici, neogotici, liberty e Decò, anzi, è bellissima perché li possiede tutti (dal più antico e ricamato Flatiron del 1902 a quelli avveniristici in costruzione ancora oggi). E le case "antiche" e "basse" di mattoncini (come quella dove abitavamo noi), con le scale antincendio in bella vista... tutto mescolato, con altezze diverse, materiali diversi, decori diversi, stili diversi e, soprattutto, un incredibile coraggio. Ne è venuto fuori un capolavoro e, più o meno consapevolmente, anche la più sincera dichiarazione di che cosa significhi questa città e di chi siano i suoi abitanti. Loro sono così in tutto: nel modo di vestire (anche se lì, diciamocelo, l'accozzaglia gli dona un po' di meno), nel modo di mangiare (ho trovato un panino denominato "italiano" farcito con mozzarella, pomodoro, prosciutto, salame e mortadella, tutto insieme!) e nell'aspetto, non esiste "l'americano medio", per lo meno non a NYC, esiste un'umanità molto varia, un insieme di forme, dimensioni, pettinature, stili, colori e tratti somatici del tutto distinti. Tutti diversi e accozzati, tutti coraggiosi e fieri, tutti newyorchesi. 
 
 
 
LE COSE STRANE CHE NON TI ASPETTI
Ore e ore a fare convincimento a mia madre che le metropolitane son posti sicuri, belli e funzionali (vedi quella di Parigi e Londra) e invece, accidenti a loro, la metropolitana di NYC fa schifo! E' bruttina, sporca e perfino mal funzionante (corse che spariscono nei weekend, dipendenti disinformati e scocciati, cartelli piuttosto casuali) e con sbalzi di temperatura più assurdi che sul volo Alitalia (40° nelle stazioni e meno di 20° in treno). Ecco, io credo che sia perché la metropolitana la prendono le persone con poca disponibilità economica e i turisti. E' molto triste che le persone con poca disponibilità economica siano poco considerate, ma per il resto va bene così: NYC è dei newyorchesi e per i newyorchesi, non è dei turisti e per i turisti. Il fatto è che loro non hanno bisogno dei nostri soldi, non hanno bisogno di svendersi. I turisti nella migliore delle ipotesi non servono a niente, nella peggiore disturbano. La città se ne va avanti autentica e fiera, per i fatti suoi, senza arruffianarsi e con poche indicazioni, perciò se volete spiarla, potete farlo, ma sappiatelo: non siete stati invitati e dovrete arrangiarvi.
Per esempio, esiste un bar sul tetto di un Hotel, il bar si chiama "top of the Strand", ma non è segnalato in alcun modo e l'hotel si chiama diversamente perciò trovarlo è stata una scommessa. Ci siamo vestite eleganti e con un po' di faccia tosta abbiamo chiesto indicazioni ad alcuni hotel e alla fine ci siamo presentate in quello giusto, abbiamo chiesto se era possibile salire, sono stati gentilissimi e lassù c'è il paradiso. Ci siamo sedute proprio di fronte allo spettacolo che eravamo venute a vedere e ci hanno servito un cocktail squisito. Era l'ora del tramonto, il cielo ha virato di colore dal rosato all’azzurro intenso, poi pian piano si è spento, lasciando la scena a un altro attore, a un solo isolato da noi, l'enorme Empire State Building si è acceso di una meravigliosa luce blu. E quella luce stavolta non era né per i newyorchesi, né per i turisti, quella luce era per me.
Per strada, ogni tre per due, partiva una sirena, tanto spaccona che ti saresti aspettata di veder passare l'auto dei Ghostbusters, invece quasi sempre passava un glorioso e altrettanto scintillante camion dei pompieri. Mia mamma commentava ogni volta, sempre più incredula: “Ancora? Ma è possibile? Dove vanno?” e poi sentenziava, tipo Obelix: “Sono pazzi questi americani”. In effetti, mai visto il fumo di un incendio in una settimana, ma abbiamo perso il conto delle corse strombettanti, non so, mi è venuto di pensare che forse questa, il giro alla statua della libertà, little Italy e Time Square siano davvero le uniche messe in scena per i turisti che si concedono di fare.
Giravano camion splendidi, non solo quello dei pompieri, con musi tondi, colori sgargianti e ruote enormi. Splendidi davvero, la mia mamma li adorava e me li ha fatti fotografare di continuo.
Non è vero che le Nike costano 14 dollari, costano 140 dollari, quelle brutte e scontate, costano più che in Italia. Costa tutto tanto a NYC, figurati se ti regalano le Nike. No, niente, ci tenevo a dirlo tanto per ribadire che ho fatto bene a partire senza la valigia e a non perdere tempo nello shopping. Per inciso, la marca sportiva prende il suo nome dalla Dea greca Nike "vittoria" (in greco, e in italiano, si pronuncerebbe proprio "niche"), ma agli americani la pronuncia greca non viene naturale e così le chiamano "naichi". E' bene esserne consapevoli, siamo solo noi italiani a chiamare le scarpe "naik" perché ci garba far finta di sapere l'inglese.

Potete pagare di tutto con la carta di credito. Potete entrare alle 6.00 del mattino in un fornitissimo, enormissimo e freddissimo supermercato, acquistare anche solo un pacchetto di gomme (americane) e pagarlo con la carta di credito. Potete farlo, nessuno ci farà caso più di tanto o avrà da ridire.

Esistono altissime probabilità che in una mia vita precedente io abbia calzato infradito d’oro zecchino nell’antico Egitto e altrettante che abbia avuto una storia con Gauguin e che lui mi abbia ritratto ne “la orana maria”. Come vedete, ne ho le prove.
C’è molto verde a New York, anche escludendo l’enorme Central Park, ogni fazzoletto di terra a disposizione nella griglia dei grattacieli è stato trasformato in un parco (bellissimo), perfino le rotaie in disuso di una sopraelevata. Ed ogni parco è pieno di scoiattoli, ovunque. Neanche un gatto (li hanno sterminati tutti?), ma tantissimi scoiattoli che per l'appunto fanno un po' finta di essere gatti e si avvicinano sfrontati chiedendo da mangiare. Sono scoiattoli amichevoli, dal pelo più chiaro dei nostri, anche i merli sono amichevoli e hanno il petto rosso. Ogni volta che ci sedevamo su una delle belle sedie a disposizione (in Italia verrebbero trafugate tutte la prima sera), venivamo circondate da tutti questi animaletti in pieno stile Disney. Può darsi che siano così allegri perché vivono in prati puliti, ombreggiati da maestosi alberi secolari (lasciati liberi di crescere senza potature), arricchiti di fiori (sconosciuti in Europa) e punteggiati di benevoli turisti che allungano molliche... la prossima volta potrei provare a chiederglielo, forse hanno imparato anche a parlare.
Chinatown è piena di cinesi. Penserete: "per forza, è Chinatown, piena di tedeschi no di sicuro!", ma io avevo visto Chinatown a Londra (una via un po' pacchiana tappezzata di negozi per acchiappare i turisti) invece a NYC c'è un intero quartiere con cinesi veri, di tutte le età, che si incavolavano parecchio se mi vedevano scattare una foto. Perfino in auto c'erano solo cinesi, ma com'è possibile? Facevano il giro dell'isolato? E i resto di newyorchesi lo scansava? Bo. Forse è stata una strana casualità, ma c'erano solo cinesi e noi due. E noi due, visto che c'eravamo, lì sì, ci siamo sedute in un ristorante con le gambe sotto a un tavolo e abbiamo gustato con calma, in mezzo alla gente del posto, zuppa di ravioli, ravioli al granchio e gli involtini primavera più buoni del mondo.

lalla
P.S. Siete pentiti di avermi chiesto un post su New York, vero? E’ venuto lunghissimo! Peggio dei filmini anni ’90, una noia pazzesca … avete ragione, ma io che posso farci? Vi avevo avvertito! Ho scattato 1054 fotografie... infondo questa è una sintesi estrema.
E poi magari voi vi aspettavate recensioni sui ristoranti, sugli hotel, sui grandi magazzini, sui musei…bè, questo è il mio viaggio, ognuno ha il diritto di fare il suo. Sceglietevi un compagno, quello giusto per voi, salite su un volo e andate a scoprirla da soli questa città, vi piacerà, qualunque siano i vostri gusti lei vi piacerà... coraggio, è sempre il momento giusto per partire!

mercoledì 9 agosto 2017

la vita di coppia è una questione di contabilità e dolciumi industriali

Qualcuno potrebbe pensare che per aver successo nei rapporti di coppia contino qualità quali dolcezza, fedeltà e affettività... bo, se non queste altre, ma robe un po' così, e invece no! Di recente ho scoperto che caratteristiche del tutto diverse avrebbero fatto la differenza e sfortunatamente io ne ero del tutto manchevole da sempre.

Io sono una ragazza di campagna, ma non sono cresciuta solo a pane e cipolla e pesche col vino, cioè: anche a pane e cipolla e pesche col vino (che buone!) ma non solo, ho avuto anche uno strano rapporto di amore e odio con i dolciumi confezionati.
Negli anni '80 per mia madre le "pastine" rappresentavano un gran risparmio di tempo, me le infilava in cartella e via, merenda risolta (lavorando e con quattro figli, era una questione di sopravvivenza, ogni tanto lo faccio anch'io e ne ho solo due!). Per me rappresentavano una gran golosità, le Girelle Motta per esempio, le srotolavo con cura, mi si appiccicava tutta la farcitura di cioccolato alle dita (che poi mi ciucciavo), che goduria... i primi tre giorni. Al quarto cominciavo ad addentarle senza interesse, al quinto mi ricrescevano in bocca e avrei tanto voluto assaggiare il trancio di pizza ghiaccio e bisunto del mio compagno di banco e al sesto pur di cambiare gusto avrei preferito addentare una mela verde (di quelle dure come la pietra e acide come lo Svelto)... ma la confezione era composta di 8 girelle e non c'era verso, nonostante fossero imbottite di conservanti e plastificate singolarmente, probabilmente la mia mamma si era convinta che fossero facilmente degradabili perché mi condannava a finirle tutte di fila, un giorno dopo l'altro, senza soluzione di continuità. Se poi facevo l'orribile errore di non avvertirla in tempo che mi erano venute a noia (suggerendole di passare ai rotolini di mela MisterDay o ai Tegolini Barilla), addio, mi toccava un'altra settimana di patimenti. Povero fegatino mio!
Questi traumi alimentari avrebbero dovuto allontanarmi per sempre da quel mondo, ma, evidentemente, non vi riuscirono mai abbastanza.

Di palo in franca, il mio albero genealogico è composto da due grandi correnti: quella scientifica (del mio bisnonno anatomista, del mio nonno botanico e della mia mamma biologa) e quella commerciale (del mio nonno imprenditore e del mio babbo commercialista). Mia sorella maggiore ha scelto la natura, quella minore la ragioneria, mio fratello di tenere il piede in due staffe, io ho scelto di scansarle entrambe e di buttarmi a pesce baleno nel piccolo rigagnolo artistico della mia nonnastra pittrice (sorellastra del nonno botanico). Comunque, fossi stata proprio obbligata avrei scelto la natura (che adoro), ma ad incasellare numeri, contare soldi e far percentuali del dare e avere proprio mai! Io odio la burocrazia! E questo, sempre più evidentemente, non va bene per niente.

Sono in vacanza da un po'. Fuori dal solito tran tran, una cosa un po' fastidiosa è dover parlare della mia situazione con persone (per altro molto carine e animate da buonissimi propositi) che solitamente non incontro o che per varie congiunzioni astrali non avevo avuto ancora occasione di ammorbare con i particolari squallidi della vicenda. Uso il verbo "dovere" perché le persone hanno una forte esigenza di sapere/tentare di capire e io ho una forte esigenza di raccontare/tentare di spiegare (sarebbe innaturale far finta di niente e parlare del tempo). E' un dovere sociale appunto, ma del tutto infruttuoso: gli altri non possono certo riuscire a capire questa realtà in poche ore (non ne sono capace neanche io che ci sguazzo da più di un anno e ho vissuto tutto in prima linea) e le osservazioni o i consigli che mi danno non solo risultano spesso scontati o inutili, ma possono perfino ferirmi. Insomma, alla fine tutto si risolve per me in qualcosa di terribilmente stancante e penoso. Era meglio parlare del tempo.
Ma il dovere è dovere e siccome io sono una che non solo ascolta le persone con grande attenzione, ma che ripensa alle parole che le vengono dette, ci ripensa ancora, e ancora, poi ci riflette, ci riflette ancora, e ancora,  e quindi si mette in discussione, tanto in discussione, ancora e ancora... anche l'uso del verbo "ferire" è appropriato. Credetemi: non c'è bisogno di urlare con me, bastano uno sguardo o un sussurro e io sento tutti e tutto, tanto tanto forte. Le persone mi feriscono da sempre, mi attraversano con tante lame, mi dilaniano, anche quelle molto carine e animate da buonissimi propositi (figuriamoci gli stronzi). Vi chiederete come possa sopportare di vivere così, ebbene, non saprei come vivere altrimenti. Negli anni ho compreso che questo è il prezzo della profondità (che è il contrario di superficialità), della sensibilità (che è il contrario di essere capace di ridere in faccia a una persona che piange), della coerenza (che è il contrario di dire una cosa e poi fare il contrario quando fa comodo fingendo di aver cambiato idea), della capacità di provare sentimenti reali (che è il contrario di far grandi proclami sentimentali e poi riuscire a vedere solo se stessi) e soprattutto di amare (che, a mio parere, è mettere spontaneamente il bene della persona che ami davanti al tuo). Chi possiede uno scudo che respinge gli attacchi o i buoni consigli degli altri, chi va dritto come un fuso convinto di far sempre bene e di essere sempre nel giusto, chi non prova mai dolore, in realtà, forse, non prova mai niente. E allora mi va bene così, finché ne avrò la forza, è un prezzo che continuerò a pagare... infondo era meglio non parlare del tempo.
Facciamo un esempio di frasi che mi vengono dette (in senso benevolo) sotto l'ombrellone e su cui (dolorosamente) rifletto.
Una, recentemente, mi ha colpito proprio tanto perché in un anno e mezzo è la prima volta che una persona proprio esterna alla vicenda, che ci aveva visto insieme (come coppia) giusto quattro/cinque volte, mi dice: "Si capiva osservandovi da fuori che poteva finire così perché era chiaro che nel vostro rapporto tu davi il 70% e lui il 30% e questo non va bene".
Prima di tutto, ma porca vacca, da fuori si capiva come sarebbe andata a finire? E io non l'ho capito, quanto sono scema! Poi, la storia del 70/30... eccoci, ve l'avevo detto che non sono una brava ragioniera! Ma come si fa a contabilizzare le percentuali corrette da dare e da ricevere? No, questa carezza non gliela do perché sarebbe la quinta della giornata invece lui me ne ha date solo due... novvia, se ti viene spontaneo di dare senza provare peso o fastidio, se lo fai senza sforzo, lo fai e basta. E va detto, a mia discolpa, che tra noi in privato c'era tanta complicità (ora, non vorrei esagerare, ma almeno un 15% in più me lo dava secondo me), ma in pubblico lui faceva sempre la recita ironica del bello e tenebroso che si era concesso alla povera sprovveduta, si faceva parecchio cadere dall'altro, si atteggiava parecchio a superiore... ma che cavolo sto dicendo? E basta! Altro che recita ironica! Era se stesso invece e io la grulla che credevo che fosse una recita!
Sempre la stessa persona (sempre molto carina e sempre animata da buonissimi propositi) mi ha detto: "si percepiva l'onnipotenza del tuo amore, che i bambini e lui erano il tuo centro, ma soprattutto lui, che avresti fatto sempre qualsiasi cosa per renderlo felice, anche troppo, se lo avessi guardato meglio potevi accorgertene, ma tu eri distratta dall'immensità del tuo amore e non ti rendevi conto, credevi di vivere nella famigliola del Mulino Bianco".
E qui fa male. Parecchio male, nonostante i buonissimi propositi.
Perché detta così sembro proprio una stupida, ma io non sono una stupida e non è vero affatto che non mi rendevo conto. Ho sempre saputo che la vita non è solo rose e fiori, ma sono sempre vissuta nella convinzione che non bisogna mai arrendersi o dare le cose per scontate, combattere per renderla migliore possibile. Che vale la pena sempre di godersi il bello che c'è, che è tanto nella vita e che basta e avanza per essere felici. Ecco, evidentemente io sono una persona forte (perché ho un'alta soglia di sopportazione) e semplice perché, mi rendono conto, mi bastano cose semplici per andare avanti ed essere felice. Ma semplice non vuol dire stupida, più che altro vuol dire rara, mi sa.
Ora, io non lo so se il babbo del Mulino Bianco nonostante l'espressione benevola e protettiva in realtà era un banalissimo stronzo bizzoso e donnaiolo, può darsi, non sembrava, ma può darsi (non lo sembrano mai e quasi sempre lo sono), ma lasciamo perdere, concentriamoci per un attimo su di lei. Non so neanche se la mamma del Mulino Bianco soffriva di un'insufficienza epatica cronica, si era sorbita un calvario di divertentissimi disastri legati all'argomento "gravidanze" (andate a buon fine o meno) e in contemporanea le alterazioni di umore del marito, le sue depressioni e i suoi periodi di presunta onnipotenza... non lo so davvero se anche a lei era capitato ciò, ma se nonostante tutto questo sorrideva ancora allegra gustandosi una colazione preconfezionata e abbracciando il suo compagno (perché lo amava sul serio e credeva che stessero affrontando tutto insieme) e i suoi bimbi (perché era matematicamente certa che fossero la cosa più bella del mondo e anche parecchio orgogliosa di essere riuscita a metterceli), insomma, a me come donna non parrebbe un esempio tanto deprecabile. Ma una tipa tosta invece, animata da tanto entusiasmo e gioia di vivere, una da ammirare (saccottini all'albicocca a parte), perché è così che si sta al mondo! Senza piangersi addosso, senza lamentarsi o sentendosi insoddisfatte di non si sa che cosa, si sta al mondo felici di starci, di amare e di sentirsi amate.
Sentirsi amata. Ecco, questo lo devo proprio ammettere e mi dispiace: io che di solito riesco ad avvicinarmi empaticamente alle persone e capirle, non sono stata capace di farlo con la persona più importante, quella con cui avevo scelto di condividere tutta la mia vita, su di lui mi sono sbagliata: lui non mi amava. Non sono stupida e mi sono sempre resa conto di quanto fosse innamorato di se stesso, ma credevo (mi ha fatto credere) che ci fosse lo spazio per amare anche me. Ho sempre vissuto con questa illusione ed è per questo che sorridevo felice, non per fare pubblicità a un biscotto di frumento con la granella di zucchero, ma perché sentirsi amate rende felici. Che vi devo dire? Non solo la contabilità non mi piace, ma manco mi riesce. Ogni tanto sospettavo di dare tanto, ma il 70%??? Bo, comunque il suo 30% mi sembrava tantissimo, mi sembrava il 50% (che insomma 70 + 50 farebbe 120...) ma anche fosse stato il 15% a me bastava per farmi sentire tanto fortunata.
Certo, la nostra è sempre stata una relazione a tre: io, lui e il suo Ego. Ora, io e lui eravamo davvero ben assortiti, combaciavamo alla perfezione come due Ringo incollati con la panna, ci piacevano le stesse cose e ci piaceva condividerle, ci sentivamo soddisfatti facendo i nostri giochi, coccolandoci e gustando le cose semplici (e rare) della vita, le cose vere. Ma il terzo incomodo era un gran rompicoglioni, a lui piaceva "il prestigio", lui aveva bisogno di essere adulato. L'ho sempre saputo che c'era anche lui, ma insomma, chi è perfetto scagli la prima pietra, io non ho mai pensato di esserlo e non ho mai preteso che lo fossero le persone accanto a me (ma sincere e un minimo affettive sì, cavolo!). Ho lasciato libero sfogo al terzo incomodo finché ho potuto, sorridendo alle sue battutine denigratorie nei miei confronti (soprattutto in pubblico ci teneva a sottolineare che "lui era di più"), lasciandogli l'illusione di essere la star della coppia (visto che ci teneva tanto) e soprattutto che fosse una cosa tanto importante esserlo... ho cercato di arginarlo quando esagerava, ma ho anche contribuito ad alimentarlo, purtroppo lo so, perché era un continuo ringraziarlo per la gioia che mi dava, o complimentarsi con lui per il suo talento, per il suo essere speciale o per come fosse coraggioso nell'affrontare i suoi problemi di depressione (col senno di poi, altro che ringraziamenti, dei bei calci nel culo, sai!)... di certo l'ho sottovalutato durante la crisi di mezza età, così il Signor Ego, con una moglie un po' invecchiata (Succede, gli anni passano anche per chi serve in tavola crostatine alla Nutella) e un nuovo prestigioso incarico di lavoro, ha assaporato un minimo di fama e ha convinto lui (il biscotto bianco che combaciava tanto bene con me che sono il biscotto nero) che non potevano più bastargli le cose semplici (e rare) per essere felice e, nel modo più banale possibile, ha pensato bene di tirare nel mezzo una sciacquetta conosciuta (in senso biblico) da mezzo mondo del fumetto facendomela passare per la Madonna di Lourdes... diciamo che a quel punto la situazione è diventata decisamente troppo squallida e affollata!
E' stata colpa mia perché mi fidavo ciecamente e lo amavo troppo? Ma che cavolo vuol dire "amare troppo"? Sempre rimanendo nel campo delle percentuali, ditemi voi se sbaglio, ma se sei capace di amare, di voler bene, lo fai al 100% e non ti pesa, ti viene naturale. A questo proposito gradirei aprire una parentesi per fare una precisazione: non esiste differenza tra i verbi "amare" e "voler bene" (tranne che nel mondo dei cioccolatini Perugina che è assai peggio di quello dei biscotti Barilla) quindi, ve lo chiedo per favore, fatela finita tutti di dirmi (con intento pseudo-consolatorio) la seguente frase (sia al passato che al presente): "lui ti voleva/ti vuole certamente molto bene, solo che non ti amava/ama più". Mi fa proprio incazzare. Chi vuole bene si comporta in modo diverso e io lo so bene perché la mia non era un'unione di convenienza, io gli volevo bene davvero. Quando vuoi bene/ami non sei cieca (lo sei solo nella fase dell'innamoramento) e neanche repressa (se non stai bene con te stessa, non stai bene con gli altri), perciò io sono sempre stata nel posto dove volevo stare, felice di starci. Quando il signor Ego ha iniziato a prendere il sopravvento, a renderlo insoddisfatto e irrequieto, ho provato a parlarci per capire se c'erano dei problemi tra noi e lui ha mentito (ripensandoci, l'ha fatto sempre, con me, con se stesso e con tutti gli altri, per tutta la vita), non mi ha mai detto che i suoi malesseri o le sue insoddisfazioni erano legate a me o alla nostra famiglia (del Mulino Bianco), ha sempre proclamato che io/noi eravamo la cosa più importante per lui. E a me, negli ultimi due anni, questo proclama imperiale cominciava a stonare perché un'altra cosa di cui sono convinta è che non conti una benemerita mazza quello che le persone dicono, conta solo come le persone si comportano. E lui aveva iniziato a comportarsi male, ad allontanarsi (a scansarmi?), passava sempre meno tempo con me o con Elia e degnava a malapena di uno sguardo la piccola. Così non andava bene per niente e gliel'ho detto che si stava perdendo un sacco di cose meravigliose (io sono una persona mite, ma che combatte). E lui, davvero meschino, ha usato la scusa della sua (presunta?) malattia per fare sempre di più lo stronzo e farmi sentire in colpa: "ma io sono stato male, ho avuto la depressione, non ricordi? Non vorrai mica farmi ammalare di nuovo? Ormai ho capito tutto: mi è successo perché ero arrivato a un livello troppo alto di responsabilità, pretendevo troppo da me stesso, ho capito che per stare tranquillo e stare bene c'è un limite che non devo valicare, che devo prendermi del tempo per me". A sì? E io che credevo che stessimo affrontando la vita insieme, invece gli ci volevano, com'è che le chiamava? Non ricordo bene, ma una roba tipo "zone di decompressione". Ma da chi? Da noi?
Che bella soddisfazione ritrovarsi a quarant'anni con due bambini spettacolari (un decenne speciale e per niente geloso e una neonata dolcissima allacciata al corpo) e pensare che tuo marito, il loro padre, avesse bisogno di decomprimersi (da noi?) per andare avanti tranquillo e stare bene.
Non sono stata cieca, né stupida, amica molto carina e animata da buonissimi propositi, negli ultimi 4/5 anni (probabilmente quelli in cui ci hai visto tu) ho cominciato a farmi tante domande e negli ultimi 2 come coppia (si fa per dire) mi sono accorta di tutto, ma c'era la scusa del "sono tanto malato" e c'erano i 15 anni precedenti da mettere sulla bilancia e (ancora animata dalla balla che il tizio fosse capace di amare un altro essere umano oltre a se stesso) ho deciso di restargli vicino, ho deciso di combattere perché la vita è lunga e se vuoi condividerla con qualcuno lo devi sapere in partenza che non sarà sempre tutto perfetto, che ci possono essere dei periodi difficili e poi magari, mettendocela tutta, passano.
O degenerano del tutto, come è capitato a noi, ma almeno non posso accusarmi di non avercela messa tutta. Ce ne ho messa troppa? Che vi devo dire? Ciascuno da quello che si sente di dare, contabilità a parte. Io do tantissimo (troppo?) nel lavoro, do tantissimo (troppo?)  ai miei studenti, do tantissimo (troppo?) ai miei amici, do tantissimo (troppo?)  ai miei figli e molto probabilmente, anzi certamente, ho dato tantissimo (troppo) alla persona che amavo. Dando tantissimo/troppo c'è il rischio, anzi, la certezza, di attirare tanti sfruttatori, tante sanguisughe, tanti viscidi esseri che succhiano e io il peggiore di tutti me lo ero messo nel letto.
Ancora la stessa persona (ancora molto carina e ancora animata da buonissimi propositi): "Tu sei un'idealista, per questo non riesci a perdonare quello che ha fatto. Da tutta questa storia potrai imparare a vivere i rapporti meno da idealista".
Ora, qui il verbo "riuscire" mi sembra proprio usato a sproposito, non è che io "non riesco", io "non voglio" e soprattutto "non devo" perdonare proprio nessuno. Gli uomini che fanno violenza (fisica o psicologica che sia) non vanno perdonati, vanno allontanati e basta.
E "tu sei un'idealista" detto tipo offesa non mi piace per niente, mica è un difetto avere degli ideali o dei valori (basta non pretendere di imporli agli altri). Cioè, io mica vado in giro a costringere la gente ad amarsi per tutta la vita. Manco lui ho costretto, non l'ho obbligato a impegnarsi con me, non l'ho obbligato a farmi certe promesse (me le ha fatte lui perché sapeva cosa avrei voluto sentirmi dire per ottenere da me quello che voleva) e quando mi ha allegramente comunicato di aver incontrato la donna della sua vita (che, per inteso, non sarei stata io) mentre tutto il resto della mia famiglia piangeva e diceva addio al mio babbo (quando per una volta sarei stata io ad aver bisogno di appoggio), non ho neanche provato a trattenerlo, gli ho detto solo "quella è la porta, vai"). Che ognuno nella vita faccia quello che gli pare, ma che le persone non vogliano convincermi che voler bene davvero al proprio compagno/a e rimanergli accanto "nella buona e nella cattiva sorte" sia un comportamento deprecabile.
Insomma, io dovrei imparare a impegnarmi di meno e a fregarmene? Che infondo che vuoi che sia, stiamo insieme finché va poi arrivederci e grazie, amici come prima, morto un Papa se ne fa un altro, si chiude una porta e si apre un portone o peggio ancora: si riapre la stessa porta di prima... dovrei imparare a sguazzare nella dilagante superficialità e a coltivare anaffettività e menefreghismo.
Lo sapete invece che vi dico, che purtroppo dai traumi non si imparano mai cose belle (a patto che queste lo siano). I traumi non insegnano, segnano e basta.
Vorrei tanto riuscire ancora a credere alle persone. Vorrei tanto poter pensare che siano sincere su quello che provano e vogliono, ma ormai lo so che non è così. Io sono sincera, io sono profonda, io sono esposta. Da piccola percepivo il rischio che gli altri mi facessero del male, per questo preferivo stare da sola, per questo ho dovuto faticare tanto per trovare il coraggio di aprirmi e fidarmi. Ma adesso basta, non mi fido più.
Non voglio e non posso rinunciare a sentire tutto quello che sento, è così bello, non posso rinunciare ad amare fino infondo, è così appagante, non posso rinunciare a essere me stessa, così innamorata della vita. Voglio continuare a viverla felice, assaporando le cose semplici e vere, che sono rare. Voglio continuare a essere sincera, idealista e pura.
Ma quella sensazione di rischio che sentivo da piccola adesso è una certezza. Tutti mi hanno ferito e la persona di cui mi fidavo di più, con cui mi ero aperta totalmente, mi ha usata e devastata senza ritegno, deridendo il mio dolore.
Io sono davvero segnata e per questo, ora come ora, ne sono certa, desidero e spero di non innamorarmi più. Consideriamo per un momento che il mio modo di amare sia davvero sbagliato, può essere, figurati se pretendo di avere la ricetta giusta (l'evidenza palesa che non ce l'ho!) ma è il mio modo, io sono fatta così. Non mi riescono le vie di mezzo, il "finché va va e dopo restiamo amici come prima", non sono capace di impegnarmi solo un pochino e starne fuori quel che basta... magari la prossima volta comincerei facendo la splendida (tutta distaccata), ma poi lo so come andrebbe a finire (io mi affeziono anche agli scontrini, figurati a uno che mi fa gli occhi dolci): ci cascherei di nuovo, finirei per fidarmi e darei ancora tantissimo/troppo al mio compagno e lui (annusata la situazione di sfruttabilità) comincerebbe a prendere/pretendere ogni giorno di più (subdolamente e con stile, come solo gli uomini sanno fare), ancora e ancora, senza fine. Non è amore questo.
Penserete: ma non sono mica tutti così! No, non tutti per fortuna, ma parecchi sì! Vedo in giro tante donne che si accontentano, che tirano avanti in qualche modo raccontandosi che "tutti possono sbagliare", "ci possono essere momenti di debolezza", "loro hanno esigenze diverse dalle donne", "hanno bisogno di sentirsi realizzati nel lavoro", "hanno bisogno di svagarsi", "hanno bisogno di fare sport", "hanno bisogno dei propri spazi"... hanno un sacco di bisogni, loro. Vedo in giro così pochi uomini capaci di mettere il bene della propria compagna (e perfino dei propri figli) davanti al proprio... Non lo so se sono solo io a vederci male perché ora come ora mi si è pure abbassata la vista oltre che segnato il cuore. Non lo so se sono sbagliati loro o se sono sbagliata io. Per molte donne va bene così, per me no, io voglio sincerità e rispetto, voglio essere amata, non sfruttata. Ma probabilmente, ormai l'ho capito, io sono una persona facile da sfruttare e difficile da amare. E allora è meglio che me ne stia sola. L'ho detto anche all'amica tanto carina e animata di buonissimi propositi di cui sopra: "Voglio stare da sola".
E lei: "Non dirlo, sarebbe un peccato così grande che una persona buona come te rimanesse da sola".
Ma cara, è proprio perché sono buona che è bene che me ne stia da sola. E a dirla tutta non sono solo buona, sono anche belloccia, interessante, entusiasta e soprattutto rara. Che queste non saranno caratteristiche essenziali per una serena vita di coppia come vituperare la famigliola del Mulino Bianco, tener bene la contabilità affettiva e vivere con la giusta superficialità, ma comunque adesso, per favore, facciamoci un tuffo o parliamo dello Scirocco, che è meglio.

lalla

P.S. la storia delle pastine che mi venivano a noia vale per tutte tranne che per le Fiesta per cui sviluppai una vera e propria dipendenza. Molti mi dicono di averla per la Nutella, pensiamoci, forse la Ferrero nei suoi prodotti ci mette la droga, altro che l'olio di palma!