domenica 22 marzo 2020

ai nostri cari vecchi

Sono una persona abitudinaria.Nel mio corpo ho un orologio che, ogni mattina, mi fa aprire gli occhi pochi secondi prima della sveglia.Per questo, quando scatta l’ora legale fatico molto, perché per spostare l’orologio del mio corpo ci vogliono almeno 15gg, se non un intero mese, non una sola notte.
Per questo, anche oggi mi sono svegliata alle 7.00, come avrei fatto in ogni 22 marzo della mia vita, l’orologio del mio corpo ignora la quarantena da covid-19 quanto l’ora legale.
I bambini dormono (Matilde mantiene il suo orario interiore delle 8.30, Elia è fin troppo bravo a spostare l’orologio, se verso le 10.00 non lo aggredisco potrebbe scivolare tranquillamente a mezzogiorno).
I gatti si rincorrono e giocano, loro dormono 16h al giorno e stanno svegli soltanto dalle 5.00 alle 9.00 (sia a.m. che p.m). Il resto intorno a me è silenzio.
Dopo un’intera settimana passata “collegata” alla scuola e un mal di testa portentoso di cui soffro da tre giorni, ieri sera ho promesso di staccare. Oggi è pur sempre domenica.
So che probabilmente il mal di testa è dovuto agli arrovellamenti collegati alla didattica a distanza e all’eccesso di schermo pc. Questo portatile l’avevo acquistato con i 500e del bonus docenti e poi non l’avevo mai usato, mi erano sembrati soldi buttai via, dal 5 marzo è diventato il mio mondo, quindi devo ricredermi, 500e spesi bene (o male, dipende dai punti di vista).
In ogni caso, non è certo un segno di furbizia averlo riaperto anche stamani, ma scrivere per me vale il rischio mal di testa. Il benessere ha tante sfaccettature.
Qualcosa mi ronza in testa, mi serve tirarlo fuori.
Mentre sono qui, circondata da qualche balzo felino e dal silenzio, circa 5000 persone sono morte in Italia per il nuovo coronavirus.
Scusate se oggi mi concentro solo sulla nostra nazione, non ce la faccio a pensare anche a tutti gli altri.
E man mano che la situazione peggiorerà, io credo, sarò portata a pensare maggiormente alla nostra regione, la Toscana, E poi alla nostra città, Firenze. E infine alla nostra famiglia.
Perché siamo in guerra, e in guerra arriva il momento in cui sei costretto a ripiegarti indietro, nella tua tana, e a sperare che si salvi l’essenziale.
L’essenziale che ti permetta di poter ricominciare quando sarà finita, che ti permetta di spostare indietro nella memoria questa merda di virus, di parlare delle vittime e dello strazio delle loro famiglie con grande compassione certo, ma anche con un certo distacco e con la piena consapevolezza di essere stato fortunatissimo perché infondo tu, nel tuo piccolo, non sei stato toccato veramente.
Come quei professori di Storia che parlano delle deportazioni degli ebrei, dei russi in Siberia, delle foibe, dei massacri in Libia, quei professori che prima o poi parleranno anche dei massacri che stanno avvenendo a Lesbo e nel resto dei confini greci in questo momento (di cui adesso non si parla più perché appunto chissenefrega dei migranti e delle altre guerre, visto che in guerra adesso ci siamo anche noi) … come quei professori che appassionatamente cercano di spiegare quei genocidi, ma che in quei genocidi, beati loro, non hanno perso nessuno.
Ho molta paura di poter vivere quel momento, il momento in cui mi renderò conto di essere felice, anche se altre 10.000 persone saranno morte, ma solo e soltanto se il mio piccolo mondo, solo il mio, si sarà salvato. Ho tanta paura della vergogna che proverò, ma temo ancora di più di non avere mai la fortuna di poterla provare. Nessuno può dirmi adesso, con certezza, che io sarò tra le fortunate che non perderà la madre diabetica di 75 anni, i tanti amici ultrasessantenni, le molte persone con una patologia che conosco (io stessa non ho un fisico perfetto).
5000 persone sono già morte.
Fin dall’inizio di questa pandemia, come un mantra, è stata ripetuta la media dell’età nei decessi (che ronza intorno agli 80 anni).
Su questo, ho bisogno di fare alcune considerazioni.
In base al desiderio intrinseco ed egoistico della sola sopravvivenza personale (che è ancora più schifoso e bestiale di quello di cui parlavo sopra) da parte di una bella fettona di gente (evidentemente giovane) si è levato il pensiero (anche espresso a voce e per scritto) “questo virus non è poi tanto pericoloso, infondo muoiono solo i vecchi!”. Tale nobile pensiero è stato alla base di comportamenti incivili e irresponsabili, del fregarsene delle regole, prendere treni che non andavano presi, continuare a fare apericena e festini che non andavano fatti. Ne paghiamo e ne pagheremo a lungo tutti le conseguenze, grazie.
E’ stato anche detto: “in Italia muore più gente con il coronavirus perché l’Italia è un paese di vecchi”.
Sempre i vecchi, ma chi sono questi vecchi?
La parola non mi disturba e per questo continuerò a usarla per tutto il post, non cambia molto chiamandoli anziani o diversamente giovani.
E’ vero, l’Italia è sempre stata un paese con un’aspettativa di vita molto lunga e crescita demografica vicina allo 0.  Se ne sono sempre lamentati tutti e io non ho mai capito il perché. Mi sono sempre sembrati due dati estremamente virtuosi. Pochi bambini e molti vecchi, perfetto direi.
Prima di tutto non fare figli o farne pochi è un comportamento encomiabile dato che abitiamo su un pianeta di dimensioni limitate. Siamo quasi otto miliardi (aspetta che lo scrivo con gli zeri, così è più chiaro: 8.000.000.000), ci siamo moltiplicati in modo spropositato e stiamo prosciugando le risorse della Terra in modo irreversibile. No via, un po’ d’ottimismo, irreversibile no, il nostro pianeta è molto in gamba e la Vita ha trovato sempre un modo di andare avanti. Io spero che ce la faccia ancora per millenni, nonostante noi.
Sapete in quale modo la Natura si difende quando una specie animale cresce a dismisura e mette in pericolo l’intero ecosistema? Di solito insorge una grande epidemia. Ma dai?
Questa Terra deve provare ad ucciderci, noi ce lo meritiamo, deve provare in ogni modo a decimarci, ne va della Vita stessa. Il genere umano deve ritenersi molto fortunato perché a questo giro la nostra cara Madre Natura non è stata abbastanza brava. Questo virus, almeno che non si inventi una bella mutazione a sorpresa col botto, non ci decimerà. Ma ci metterà in ginocchio, ci farà soffrire molto e ci cambierà per sempre. Questo sì.
Parlo dell’Italia, questo virus ci sta portando via una grossa fetta di società, una fetta importante e senza cui ci sentiremo meno italiani di prima. Da noi le persone vivono a lungo perché alla fine forse il nostro sistema sanitario (nonostante i tagli criminali degli ultimi vent’anni) non fa così schifo come pensiamo, ma c’è anche un altro motivo.
I nostri vecchi noi li teniamo vicini, non li chiudiamo negli ospizi, non li escludiamo dalla vita sociale, non li allontaniamo nella solitudine. Li teniamo letteralmente in vita e all’interno della famiglia perché hanno tutto il diritto di farne parte. Li facciamo partecipare alle riunioni, alle feste, ai pranzi e alle cene (vecchi e bambini). Noi, in Italia, ci mescoliamo, mangiamo, parliamo, ridiamo, fregandocene dell’età.
Non fanno così nel resto d’Europa, sappiatelo.  Parlo per esperienza, in Francia e Inghilterra i vecchi e i bambini sono esclusi dalla vita sociale e infatti in questi giorni dall’estero ci hanno detto anche questo: “In Italia il coronavirus si è diffuso maggiormente per colpa dalla famiglia”. Colpa? Mi permetterei di rispondere “vaffanculo!”.
Sì, siamo italiani, siamo macchiette che gesticolano, siamo quelli che parlano troppo forte, che mangiano e festeggiano di continuo (non siamo quelli della siesta, quelli sono gli spagnoli, lo preciso perché uno razzista e pure ignorante una settimana fa ha detto: “ma non staranno esagerando gli italiani a fermare tutto per il coronavirus? Secondo me è una scusa per fare la siesta!”)
Sì, i nostri vecchi noi li amiamo e siamo pronti a fermare tutto, a rinunciare al nostro benessere economico, a mettere a rischio l’intero sistema per salvarli (e non ci sono solo i vecchi, ci sono anche gli immunodepressi, i malati e anche molta gente apparentemente sana, ma molto fragile verso questo virus). Non è che una persona visto che non produce denaro allora non conta niente, per lo meno non in Italia. I nostri vecchi sono i custodi della nostra memoria, sono i nostri saggi, lo sapevano bene i Romani che li ritraevano con grande realismo e attenzione, indugiando su ogni ruga e segno del tempo. Molti di loro se ne stanno andando e le nostre famiglie non saranno più le stesse. L’Italia non sarà più la stessa.
E nonostante tutto quello che ho scritto, ringrazio la protezione civile che ogni giorno, subito dopo averci dato il conto dei morti, ci tiene velocemente a specificare l’età media dei deceduti.
Perché se adesso provo a pensare allo strazio di Bergamo, ai figli e ai nipoti che in videochiamata danno l’ultimo saluto ai propri cari che muoiono da soli, se penso che potrebbe capitare a me di perdere mia madre senza poterle neanche stringere la mano, mi tremano le gambe. Io sento che non ce la farei, che sarebbe troppo, ma mi sbaglio.
Io sono obbligata a rendermi conto che in qualche modo dovrei trovare la forza di andare avanti. La stessa Madre Natura che sta cercando di farci fuori, non so come, mi aiuterebbe, noi siamo geneticamente progettati per sopportare il dolore di veder morire i nostri genitori. E’ incredibile, ma è così, l’Italia ce la farà.
Non funzionerebbe mai con i nostri figli.
Proviamo tutti a immaginare se quelle 5000 vittime fossero bambini e rendiamoci conto che una guerra del genere non l’avremmo mai potuta vincere, né superare. Mai.
Quanto sono felice che la Natura, per questa volta, abbia preso male le misure.
Quanto sono felice che il Covid-19 non abbia generato una pandemia pediatrica.
Quanto sono certa che anche i nostri vecchi, che sono grandi persone, che ci hanno insegnato a vivere, a sacrificarsi e ad amare, la pensano come me.
Quanto sono felice adesso di smettere di scrivere perché Matilde si è già svegliata da una mezz’oretta, sta benissimo ed è arrivato il momento di farsi una bella colazione e una doccia, insieme.

lalla

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Ritratto di Patrizio, Roma Repubblicana

lunedì 16 marzo 2020

in quarantena con il sorriso

Sì, lo so che la quarantena è dura, però bisogna che vi dica una cosa dal profondo del mio cuore: molti di voi mi hanno proprio stufato. Ma datevi una scrollata, porca miseria!
La situazione sanitaria è difficilissima, è terribile pensare ai malati che non riescono a respirare e che rischiano di non avere un letto in terapia intensiva, forse tra pochi giorni i dottori saranno costretti a scegliere chi tentare di salvare e chi lasciare morire, questo non è solo duro, è insopportabile.
Invece stare chiusi in casa propria sani e con tutte le comodità può considerarsi più che altro fastidioso, nulla di più. Vivere in questo strano limbo e non sentirsi liberi di fare ciò che si vuole non è una bella sensazione, è vero, ma non è insopportabile, perché altrimenti, sappiatelo, a essere insopportabilmente viziati siete voi!
Lo so bene da quando in seconda elementare ho dovuto saltare circa 60gg di scuola perchè bloccata nel letto con una polmonite virale attecchita in seguito alla pertosse.
Ricordo ancora la sensazione di sentirmi schiacciata dal peso delle coperte in quelle giornate infinite passate a guardare il soffitto (e meno male che era bellino, scandito da splendidi travetti di legno).
Mentre i miei compagni di scuola imparavano a scrivere per bene le c e le q, io accumulavo un bel po’ di lacune (che forse sono all’origine dei miei problemi para-dislessici). In ogni caso, non stavo sprecando il mio tempo, bensì investendolo per affinare aspetti del mio carattere di non poco interesse e utilità nella vita. Per esempio, ho sviluppato le arti della pazienza, dell’adattamento, dell’osservazione e dell’immaginazione. Ogni venatura di quel legno ce l’ho impressa nella memoria, in ogni particolarità e nodo ho imparato a scorgere una forma, un disegno particolare, una figura che poi prendeva vita nelle mie storie di fantasia. Ho imparato a trovare il buono e il fantastico anche in una situazione di costrizione. Avevo solo 7 anni e non mi sono mai lamentata, mica ero scema, l’avevo già capito che se mi fossi messa a strillare e a fare bizze la mia polmonite non sarebbe guarita prima!
Permettetemi di dirvi che di certo a me è mancata un po’ di grammatica, ma che forse a molti di voi è mancata una bella quarantena in età scolare. Non vi avrei augurato una polmonite come la mia che ha leggermente compromesso il mio sistema immunitario e mi ha poi esposto a miriadi di virus e bronchitelle nell’arco di tutta la vita. Una decina d’anni fa ho attraversato una nuova grande polmonite, anche allora mi hanno messa in quarantena e io ci sono stata, senza farla troppo lunga. Ho continuato a insegnare a distanza (senza che nessuno mi avesse obbligato a farlo) inviando lezioni scritte ai miei studenti di quinta e ho ottenuto di poter tornare in classe dopo “solo” 45gg indossando la mascherina per le seguenti due settimane.  
Non è stato così terribile, a parte i sensi di colpa verso i miei studenti, per il resto potevo girare liberamente in casa scatarrando a destra e a manca, gli unici fastidi erano la tosse notturna e le scarsissime energie (non riuscivo ad alzare abbastanza il braccio per mettere una scodella a scolare nella piattaia).
Ma nel complesso, una passeggiata di salute rispetto ai due mesi passati completamente immobile e imbottita di medicinali nella primavera del 2005. In quel caso dovevo evitare che il mio corpo espellesse prematuramente il povero Elia. Il mio Re dei Sugolini abitava la mia pancia da soli 5 mesi, non era proprio il caso che la lasciasse così presto. “Completamente immobile” significa che potevo alzarmi solo per fare i miei bisogni nel bagno, fine. Tutte le altre funzioni le facevo a 180° e senza storcere il naso.
Moltissime persone, venendomi a trovare, si meravigliavano: “ma come fai a non diventare pazza?”. Si chiedevano come facessi ad affrontare quel periodo difficilissimo con il sorriso.
Mica ero scema, anche per me il periodo era difficilissimo, ma non per le ragioni che pensavano loro. Quelli si meravigliavano di come potessi restare immobile e docile, ma non era certo quella la parte difficile. La parte difficile era cercare di scacciare la paura quando ogni nuova contrazione mi ricordava che la vita del mio bambino era in pericolo, la parte difficile era conservare l’ottimismo.
Ma se ogni contrazione mi metteva paura, ogni calcetto mi ricordava che c’era una ragione dentro di me, la più importante di tutte, per tenere duro e non arrendermi.
Io ho sempre seguito questo ragionamento: se la situazione è di merda e io non posso cambiarla perché non dipende da me, posso almeno chiedermi: “c’è qualcosa che io possa fare o un modo di comportarmi che per lo meno eviti di peggiorare le cose?”.
Se durante la gravidanza del piccolo Re mi fossi agitata e disperata avrei finito solo per far aumentare le contrazioni, l’unica cosa che potevo (e dovevo) fare per mantenere in vita Elia era rimanere immobile in quel letto e restare calma e positiva. E’ andata bene, ha funzionato.
Per favore, adesso proviamo tutti insieme a fare altrettanto. Un po’ di autocontrollo, per l’amor di Dio!
Stiamocene tutti chiusi in casa buoni e tranquilli, forse andrà bene, forse funzionerà.
Non possiamo davvero sapere come andrà (come non lo sapevo io col mio bambino), ma più di questo non possiamo fare.
Non sono una che tende a drammatizzare e anche io due mesi fa ho creduto alla fandonia “è solo un’influenza” (d'altronde l’hanno detta persone molto più accreditate di me) e inizialmente ho pensato che aver bloccato le gite scolastiche fosse un provvedimento esagerato, ma ho fatto in fretta a prendere meglio le misure su cosa stava realmente accadendo e ad adeguarmi alla situazione, con civiltà.
Probabilmente nei prossimi due mesi bruceremo metà della produttività del paese, in ogni caso non vedo un’altra soluzione possibile. Se per adesso non siamo capaci di sconfiggere il virus, dobbiamo almeno provare a rallentarlo quel tanto che basti per dare a tutti gli ammalati la possibilità di essere curati.
Non credo che la proposta inglese di immolare i più deboli in nome del mantenimento del benessere economico sia una strada da potersi seriamente prendere in considerazione, non senza essere una specie di nazista disposto a rinunciare all’unica cosa che conti: rimanere umani.
Percorriamo insieme questa strada economicamente suicida e se alla fine saremo stati capaci di salvare anche solo un migliaio di persone in più, credo che dovremo andarne davvero molto fieri.
Nessuno di noi adesso è in grado di saperlo con certezza, ciò che invece sappiamo è quanto siamo fortunati a non essere tra quei malati bisognosi di cure.
Finché sarà così, io me ne starò a casa con i miei figli, tenendoli impegnati e facendoli sorridere il più possibile e lavorerò come un ciuco nella didattica a distanza cercando di trasmettere ai miei studenti la forza di non arrendersi, di non mollare, di andare avanti.
Col sorriso e sentendosi, per adesso, molto fortunati.

lalla


P.S. Ma le persone che dicono di annoiarsi poi? Io lavoro davvero moltissimo (faccio lezioni in videoconferenza per alcune classi e per le altre registro delle spiegazioni a braccio, piuttosto indignitose, che carico su you-tube) inoltre intrattengo la Piccola Fata e la aiuto con i compiti (da dicembre sta imparando a casa a leggere, scrivere e far di conto, ha chiesto lei di imparare e si impegna molto e insomma con una certa lungimiranza ha intrapreso un percorso di “istruzione parentale” giusto con due mesi d’anticipo sul resto degli studenti italiani), cucino in abbondanza per entrambi i figlioli, pulisco la casa, esco a fare la spesa ogni tre giorni, nutro i gatti, poto il giardino. Tempo per dipingere, niente. Tempo per scrivere, sono riuscita a rubarne giusto un’oretta oggi.

P.P.S.S. E tanto per farsi due risate, a proposito dei video con le lezioni su you-tube, li registro direttamente con la ap “fotocamera” di window, a braccio, fingendo proprio di essere a scuola e poi li carico senza alcuna post-produzione. Lo scopo sarebbe quello di far sentire meno abbandonati gli studenti, ma i video, diciamocelo, sono abbastanza imbarazzanti.

Rivedendomi sarei potuta rabbrividire per quanto risulto approssimativa (mi verrebbe voglia di migliorare delle frasi, aggiungere qualcosa o correggermi), ma in realtà il particolare che me li ha resi del tutto intollerabili è una altro.
Premessa: negli anni ’90, come gran parte dei giovani d’allora, anche io iniziai a guardare “Beverly hills 90210”, un telefilm davvero tristansuolo con interpreti che fingevano d’essere bellocci e adolescenti e sinceramente non mi pare che fossero né l’una né l’altra cosa (se non mi sbaglio, una bruttina era la figlia del produttore e una vecchiarella la moglie di un altro?). Comunque, la magia dello schermo televisivo mi aiutava a crederci fino a quando accadde l'irreparabile. Una delle protagoniste finte-gnocche si chiamava Brenda e sembrava la meno raccomandata, interpretava quella bella, povera e un po’ ribelle, tutto ok finché non mi accorsi che c’aveva uno dei due occhi piazzato più basso dell’altro di 1 cm. Capisco che una gli occhi non sceglie da sola dove piazzarseli e che molto probabilmente sia io ad avere un grosso problema di fissazione con le simmetrie, in ogni caso da quel momento fine dei giochi, non ce l'ho più fatta a guardare neanche una scena e a credere che tutti si innamorassero di lei, come facevano a non accorgersi che assomigliava a Sloth dei Goonies???
Ebbene, i miei video sono una prova inconfutabile: anche io faccio parte del club!
Il mio sopracciglio sinistro (che davanti allo specchio si finge mansueto e perfettamente allineato all’altro) in verità è un vero traditore e mentre io cerco di spiegare la Storia dell'Arte lui se ne parte per la tangente allegro e contento fino a raggiungere metà della mia fronte. Tenete conto che io ho la fronte alta, altissima! Altro che 1 cm! Maledetto bastardo di un sopracciglio, ma come si permette?!
Ecco, fine dei giochi, appena i miei studenti si accorgeranno di lui, non ce la faranno più a seguire le mie spiegazioni. Hanno tutta la mia comprensione, sarò clemente.
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Brenda Walls
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Sloth

martedì 4 febbraio 2020

perdo colpi, ma non su tutti i fronti

Scusa babbo, mi dispiace, cerco di darmi un tono, ma ogni volta al giorno della merla ci arrivo con la lingua in terra. E’ una bella fregatura gestire un’indole da maniaca del controllo senza possedere le oggettive capacità per esserlo, soprattutto in zona scrutini.
Ma ci sono tante attenuanti.
Per esempio, da settembre ci sto mettendo tanta buona volontà (anche quella conta) per arginare il mio odio atavico e adempiere prontamente a ogni schifezza burocratica. Tutto ciò alla lunga sfinisce e ciononostante non è che io non mi fossi preparata per tempo o che non avessi corretto e valutato ogni tavola e verifica passo-passo da brava formichina laboriosa, ma considera che la fine del primo quadrimestre riesce sempre e comunque a trasformarsi in un evento piuttosto apocalittico.
Gli studenti ci mettono del loro, le mie ripetute minacce e penalizzazioni non sono bastate per impedire che quei disgraziati di 5° facessero scivolare la consegna delle tavole di progetto fino all’ultimo giorno possibile e (in)immaginabile: venerdì 31 gennaio. E anche quei birboni di 4° hanno rimandato il compito di St.Arte fino allo stesso giorno.
E quindi, a mia discolpa, puoi considerare che venerdì, dopo 5h di scuola, ne abbia passate altre 7 correggendo, facendo medie e prendendo decisioni (scomode).
Dopo 12h di lavoro ci sta di essere un po’ bolliti.
Sabato mattina me ne sono servite altre 3 per ripensarci, caricare ogni voto sul registro e infine scrivere ogni singolo giudizio.
Sono stata davvero diligente e alle 10.30 avevo già finito e mi stavo scapicollando verso il Carrefour per ritirare la stampa di 500 fotografie e acciuffare al volo qualche alimento.
Alle 11.00 è tornata Matilde con raffreddore e catarri (se ne era andata venerdì mattina sana come un pesce), da quel momento ho imbastito il suo intrattenimento, la preparazione del pranzo e il contemporaneo montaggio degli album fotografici.
Alle 14.15, quando è rientrato Elia da scuola (anche lui raffreddato), ho servito a entrambi un ottimo pollo arrosto con patate e carciofi ritti in pentola, bravina, no? Ho mangiato pure poco perché sono a dieta, te lo ricordi vero che schifo che erano le diete? Tienine conto!
Alle 15.00 mi sono rimessa ad attaccare fotografie, efficiente come un treno, dopo circa 2h avevo completato 6 bellissimi album: 3 da regalare la sera stessa a Silvia per il suo compleanno e 3 per la mia mamma che altrimenti sarebbe stata un po’ gelosa (bisogna sempre pensare insieme a tutte le persone che si amano, come quando ci son due sorelline e al compleanno di una, fai un piccolo pensierino anche all’altra). Le foto raccontano delle nostre avventure a Torino, Vicenza e Treviso, bel regalo, non ti pare?
Considera a questo punto quanto mi sentissi fiera di me: contro ogni pronostico, ce la stavo facendo a gestire tutto!
Alle 17.00 mi son messa a preparare la valigia, a sistemare i gatti e la casa per la partenza.
Alle 17.30 era quasi fatta, ma prima di vestire a festa la Piccola Fata, l’ho guardata negli occhi e mi è garbata poco, così le ho provato la temperatura: 37.7°.
Momento di disperazione: tutta la mia corsa era stata inutile? Mi veniva quasi da piangere, altro che album bellissimi. Non avrei potuto raggiungere S.Giovenale e festeggiare mia sorella. Soprattutto non sarei potuta stare accanto alla mia famiglia in questi giorni che sono i più delicati dell’anno, ammantati di dolcezza e tristezza insieme. L’indomani non sarei potuta venire al cimitero da te ad augurarti buon compleanno... io lo so che tu non sei lì dentro in quella bara babbo e neppure tra le nuvole in cielo, so che tutto quello che mi rimane di te lo devo cercare nel mio corpo e nella mia memoria, ma le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno.
No, a saltare questa proprio non ci stavo, infondo la Piccola Fata sembrava volenterosa, sabato freddo non era e così mi sono decisa a partire lo stesso.
Ora, considera che avevo perso almeno 30’ in autocommiserazioni e il ritardo pesava nella mia tabella di marcia interiore, quindi quando è arrivato il momento di vestire me stessa “a festa”, l’ho fatto un po’ in fretta e furia, ma con rinnovato ottimismo e l’ottusa certezza di avere di nuovo tutto sotto controllo.
Alle 18.00 ho raccattato ogni cosa, album straripanti di foto, valigia, pacchetti, due figli in precario stato di salute e ho trascinato il mio bottino verso l’auto.
E qui, i primi cenni di cedimento strutturale: ho sbagliato a ricordarmi la via dove avevo parcheggiato e ai poveri ammalati ho fatto fare un inutile giro pesca (altri 15’ persi e qualche grado di febbre guadagnato).
E comunque, dopo 1h di guida, alle 19.15 sono arrivata a destinazione, accompagnata da due untori pieni di catarro, ma prima di tutti e in perfetto orario. Finalmente ho cominciato a rilassarmi e a pensare: “evviva, ce l’ho fatta!”
Autostima a 1000.
Pian piano sono arrivati gli altri e io bella pimpante come sempre.
Infine è arrivata mia nipote Elisa e dopo i consueti baci contaminatori, mi ha guardata un po’ strana e mi ha detto: “scusa zia, ma non è che per caso ti sei messa due scarpe diverse?”
Porca miseria, l’ho fatto.
Ciao autostima, mi sono cascate le braccia, poi l’abbiamo presa parecchio a ridere (prenderla a piangere non ci pareva proprio il caso).


Allego documentazione fotografica, ma tu babbo te le sei mai messe due scarpe diverse per andare in ufficio tutto in tiro? No? ... e due calzini? Nemmeno?
E vabbè, vediamola da un’altra angolazione: il cervello della tu’ figliola sta andando in pappa, ma guardando questa foto mi viene di pensare che ha pur sempre un bel paio di gambe!
Ogni volta che mi metto una gonna lo faccio con orgoglio ricordardomi di tutte le volte che mi hai detto che avevo le gambe più belle del mondo. Non importa quanto sia vero, è bello che tu sia riuscito a farmelo credere.
Mi hai fatto credere anche cose meno simpatiche, mi ricordo anche quelle e mi sta bene così.
Mi sta bene che tu sia nella mia testa e sapere che per sempre ci resterai.


lalla


P.S. Anche ieri mi sono rimboccata le maniche e ho totalizzato 11h di lavoro praticamente continuative, agli scrutini ho cercato di fare del mio meglio per gli studenti e spero in qualche modo di avercela fatta. Sono tornata a casa a ora di cena e mi è iniziato un simpatico mal di gola (gli untori colpiscono ancora).
Stamani effettivamente mi sentivo un po’ confusa, più volte ho dovuto guardare l’orario per ricordarmi in che classe andare e meno male che c’è la “pausa didattica” perché brancolavo parecchio nel buio.
Dopo pranzo ho telefonato alla mamma (le foto, a proposito, sono piaciute molto ad entrambe, soprattutto perché le nostre avventure sono fantastiche). Comunque, mi sentivo stanca e stonata, ma cercavo di parlarle del più e del meno, poi lei mi fa: “ma insomma non te lo ricordi che oggi è il 4 febbraio?”. E io certo che me lo ricordo (le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno), ma perdonami babbo se preferisco celebrare il giorno della tua nascita e non quello della tua dipartita anche se, per coincidenza, sul calendario sono così vicini.

sabato 25 gennaio 2020

Strega comanda colore

La Strega si è messa a dieta il 7 di gennaio.
Una collega ha cercato di dissuaderla “a una certa età bisogna scegliere: o la faccia o il culo”, magari… il lato B della Strega regge benissimo (ed è un vero peccato che nessuno possa dargli un’occhiata a parte lei), l’annoso problema è la pancia.
Comunque lei non lo fa per tornare gnocchissima, farsi desiderare da tutti gli uomini del mondo e poi schifarli guardandoli dall’alto in basso (non che le dispiacerebbe, per carità, sempre femmina è).
La ragione più nobile e primaria è che da molti mesi a questa parte ogni pomeriggio si sentiva uno straccio (il suo fegato malandato è in affanno, ha bisogno di alleggerire la portata e di maggior rigore).
La ragione meno nobile è che non le calzavano più i pantaloni, sotto ogni golf si vedeva un rotolino e non le si chiudeva più neanche un cappotto (questo, diciamocelo tra noi che adesso lei non ci sente, va ben oltre l’essere gnocchissima).
Possibili soluzioni:
1) girare in versione insaccato come nulla fosse e a testa alta, all’americana.
Sì, sarebbe bello, ma mi dispiace, per adesso ancora non ce la fa ad essere una mortadella orgogliosa, cioè, col tempo è diventata orgogliosa di tante cose: ha conquistato l’orgoglio nerd, l’orgoglio stramba, l’orgoglio rughe e capelli grigi, l’orgoglio single e perfino l’orgoglio curvy (sulle poppe e sul sedere sì, ma sulla pancia proprio no, non c’è verso!)
2) ricomprare tutto il guardaroba.
Peggio che mai, è troppo tirchia e poi non andrebbe bene verso l’ambiente.
E allora? Non rimaneva che la soluzione n° 3, la più odiata di tutte, ma l’unica percorribile: la dieta.
La Strega, che ricordiamo essere piuttosto tappa (162 cm a stento), il 7 gennaio pesava uno sproposito: ben 68,5 kg. Non sono stati i banchetti natalizi, magari, lei per questioni di salute non se li può permettere certi cibi e non assaggia più un pandoro da anni.
Ma, pandoro o meno, la Strega ha un metabolismo bastardissimo e lentissimo che, zitto zitto, senza far troppi stravizi, le regala circa mezzo chiletto a stagione.  E voi penserete, e vabbè, che sarà mai? Nulla, per carità, ma con questo andazzo in 3 anni puoi metter sú circa 6 kg in piena tranquillità e senza praticamente rendertene conto (se non ci fosse il cappotto rivelatore).
E poi, spontaneamente, non c’è verso che scenda mai di un grammo.
C’è chi accumula in inverno e poi cala in estate perché fa caldo e gli scende l’appetito (ma quando mai???) o chi dimagrisce sotto stress (per carità!) o quando soffre (neanche per sogno!) o quando è tranquilla e felice (ma nemmeno!). Neanche un grammo, mai successo senza enormi sacrifici volontari.
Sapete da cosa si capisce se qualcuno ha combattuto con il suo peso per tutta la vita? Perché si ricorda esattamente ogni sua oscillazione nel corso degli anni. Il resto della popolazione dimentica, ma chi ha dovuto spesso imporsi di soffrire la fame, non si scorda neanche 1 kg.
Ad esempio, nel 2002 la Strega pesava 62 kg e mi ricordo che in primavera si vedeva un po’ tondetta e si mise a dieta per tornare sui 60 kg. La Strega non è mai stata magra e non vuole neanche diventarlo, vorrebbe solo evitare di aumentare costantemente, per questo ogni tanto si deve convincere a stare a stecchetto per qualche mese. Negli ultimi 4 anni ha evitato di porsi il problema, c'erano altre priorità (tipo mantenere la calma), ma alla fine il momento è giunto.
Insomma, obiettivo complessivo (e parecchio ottimistico): perdere 8 kg in 7 mesi.
Siamo sinceri e guardimoci negli occhi: la Strega non ce la farà mai, ma almeno speriamo che non interrompa la dieta dopo il primo mese, appena avrà perso solo 2-3 kg e le sarà rallentato il metabolismo, altrimenti se li riprenderà in 15 giorni con gli interessi.
Sarebbe la fine: 70 kg, il punto di non ritorno.
No, no, no, ottimismo! Forza e coraggio Strega: ce la puoi fare!
In ogni caso, ancora non si sa bene se le orribili privazioni stiano portando ad un effettivo dimagrimento, ma di certo il nervosismo e il peggioramento del carattere a quest’ora fioccherebbero alla grande se non fosse che (ed ecco qui l’alzata d’ingegno) per star tranquillina la Strega si è regalata un antistress.
Ha funzionato benissimo, tutti questi colori le hanno riportato in bocca il gusto, le pennellate morbide le hanno regalato attimi di sogno. La Strega si veste spesso di nero (perchè sfina), ma, badate bene, ha un'anima da rificolona.
Il primo mese di torture è quasi finito senza che abbia fatto troppe vittime intorno a sé.
Ma abbiamo appena detto che non è certo questo il momento di fermarsi e il suo antistress è quasi finito… e allora d’ora in poi statele alla larga, question di poco e comincerà a scagliare anatemi a destra e a manca!

lalla

P.S. la mia mamma mi ha chiesto: “quando inizi un quadro sai dove vuoi arrivare o è la pittura a guidarti? In quelli figurativi comandi di più e in quelli astratti comanda più lei?”
Bellissima domanda.
Entrambe le cose in effetti, diciamo che la pittura vorrebbe sempre prendere il sopravvento, nei quadri figurativi ci combatto di più, è vero, cerco di ricondurla dove voglio io e qualche volta ho l’illusione di avercela fatta. Negli astratti sono più accondiscendente, abbasso la guardia e mi lascio trasportare lontano.
Questo quadro si intitola "Fluida" e, nonostante non sia un ritratto, credetemi se vi dico che mi somiglia moltissimo.

martedì 24 dicembre 2019

Babbo Natale siamo noi


Come ogni anno, alla fine ci siamo.
Io adoro il Natale!
Essendo una Strega, ho sempre sorvolato sull’aspetto religoso dell'illustre nascita (per altro avvenuta in primavera), ai miei figli ho insegnato invece quanta magia ci sia in questa festa, che è un’occasione in più per stare vicini alle persone che amiamo e farglielo sapere.
Ieri abbiamo impacchettato e firmato insieme i regali, poi Babbo Natale passerà quando gli pare, ma intanto noi ci scambiamo i nostri doni oggi, alla Vigilia.
A proposito di pacchetti, finalmente è arrivato il mio momento, anni e anni di scherno, ma adesso la causa ambientalista riportata alla ribalta da Greta è (almeno all’apparenza) condivisa e nessuno questo Natale potrà storgere il naso di fronte ai miei pacchetti di riuso. Tengo in caldo le mie carte stropicciate tutto l’anno, finalmente ieri gli ho concesso la loro seconda occasione! Ci siamo fatti prendere la mano e ci siamo divertiti a invertire appositamente i contenuti: vestiti in buste di libri, libri in buste di oggettistica... (per chi saprà stare al gioco si accrescerà l’effetto sorpresa).
Regali nuovi e rigorosamente acquistati per l’occasione, ma in buste vecchie e rigorosamente di riusco e con orribili (ma abbondanti) fiocchi appiattiti e nastri arricciati. Lo confesso, ci siamo superati creando gli impacchi più brutti di sempre, ma ci abbiamo messo il divertimento (speriamo che conti anche quello).
Accantonati gli orribili incarti, li ho aiutati a preparare dei biscotti da regalare per la colazione di Natale. Il Re dei Sugolini ha mani enormi (molto più grandi delle mie), ma gli sono cresciute troppo in fretta e ancora non le controlla molto bene (che poi sarebbe un altro modo per dire che in cucina è piuttosto svogliato e inetto): ha sbrodolato impasto fluido su tutta la sua felpa e ribaltato il latte sul bancone. La Piccola Fata ha mani piccoline e precise, ma le guida appositamente per combinare i peggiori disastri (che poi sarebbe un altro modo per dire che è dispettosa e ribelle): ha tentato di imbastire nuove ricette parallelamente alla nostra, aggiungendo ingredienti random e impropri e ogni volta che metteva tre stelline decorative, se ne mangiava altrettante.
Allora, la cucina me l’hanno ridotta un disastro, ma secondo me i biscotti sgonfiotti e senza grassi sono venuti buoni. Un po’ bruttarelli, ma buoni e alla nostra famiglia piaceranno. Sarà un Natale con un po’ meno forma, ma con tantissima sostanza… non vi pare perfetto?!
In questi anni a Matilde ho raccontato che suo nonno era Babbo Natale. In un certo senso penso proprio che possa essere vero. Quando era in vita era cocciuto, irruento e forte, ma anche facile alla commozione, entusiasta e ancora bambinesco, adorava la musica, mangiare, far festa, regali e organizzare soprese. Poi le ho mostrato una sua foto con la barba bianca e il pancione e da quel momento lei non ha avuto più dubbi.
Sa che sono io ad organizzare il calendario dell’avvento personalizzato in uno stivalone di pannolence numerato e stracolmo di regalini per lei e suo fratello, infatti dal 1° dicembre mi chiama “figlia di babbo Natale” non dimenticando di sottolineare con orgoglio di esserne la nipote.
Oggi abbiamo fatto colazione insieme sapendo che il 24° giorno avrebbero terminato il calendario e trovato il regalo più grande, che poi è il mio dono natalizio. Ma mentre mangiava Matilde non faceva altro che chiedere: “quando abbiamo finito ci scambiamo i regali, giusto?”.
E io sorridevo pensando che fosse una sorta di modo di dire perché non vedeva l’ora di curiosare nella calza (sono io che faccio i regali di solito, dagli ultimi due anni ha iniziato anche Elia, ma lei al massimo si attribuiva il merito di portare a casa il “lavoretto” fatto alla materna) e invece il Re dei Sugolini e la  Piccola Fata sono sempre meglio di come me li aspetti (nonostante io mi aspetti parecchio).
Dopo aver scartato i miei pacchi bruttissimi, è stata la volta dei doni di Elia per entrambe e quindi, inaspettatamente, anche Matilde ha tirato fuori i suoi, realizzati e custoditi in gran segreto.
I miei figli sono già due splendidi babbonatalini, si sono fatti e mi hanno fatto regali azzeccatissimi, li hanno scelti o realizzati con il cuore. Il Re dei Sugolini mi ha regalato il libro perfetto per me “Dietro una grande donna, c’è sempre un grande gatto”, Matilde mi ha disegnato una pozione magica e mi ha spiegato che potrò usarla per convertire le brutte cose in delfini, meglio di così?
Una meraviglia!
E adesso lo so che questo post è un po' sempliciotto e scritto in fretta e furia, ma avevo 40' di numero e per caricare una foto non c'è tempo, devo correre a far cose più importanti perchè non è finita qui, adesso carico valigia, pacchi e figlioli in auto e mi sposto a San Giovenale dalla mia mamma, devo dare una mano ai fornelli, stasera ceneremo tutti insieme, ci scambieremo i regali, giocheremo, diremo bischerate e faremo tardissimo, stanotte se non erro dovrebbe passare anche Babbo Natale…
Penserete che è troppo, far durare il Natale dal 1° al 25 dicembre, ma vi sbagliate, in verità ogni giorno dell’anno può essere Natale e spero di avere abbastanza energia per far sì che ogni giorno del 2020 lo sia.
Lo auguro a tutti voi!


lalla