mercoledì 14 febbraio 2018

buon San Valentino lalla

Oggi ho fatto una lezione introduttiva agli ospiti francesi della mia terza su “Firenze, la città del Rinascimento” (alla cui scoperta li accompagnerò nei prossimi giorni), io c’ho provato ma dubito che abbiano capito una sola parola di italiano, ma tant’è… ed ho (anche) un raffreddore fotonico.
Comunque oggi è una bellissima giornata di sole, almeno il cielo azzurro l’avranno gradito… ed è (anche) S.Valentino, la festa degli innamorati.
A proposito di San Valentino, ormai non riesco più a contare l‘enorme quantità di commenti e suggerimenti che negli ultimi due anni mi sono stati regalati (a sproposito) sulla mia coppia scoppiata e sull’argomento “amore”.


Iniziando dagli improbabili e (dal mio punto di vista) persino offensivi:
- “Ci sono novità? E’ tornato indietro?” (Eh no, mi dispiace, forse avrebbe voluto, ma non aveva acquistato un biglietto del treno A/R)
- “Avete risolto?” (come se il nostro fosse stato un problema di geometria, magari).


Attraverso i banalissimi e poco rassicuranti:
-“morto un papa se ne fa un altro” (sai che soddisfazione! E perché non “morto un papa si passa all’ateismo”?)
- “si chiude una porta, si apre un portone” (ma per dove? Dove vuole andare e mandarmi ‘sta gente? Attenzione, preferirei evitare di andarmene nuovamente affanculo!)
- “vedrai che tra poco fuori ci sarà la fila” (Ma perché mai? Non sono mica un’attrazione turistica, non mi ci metto a stampare tickets!).


Fino ai più recenti, paradossali e increduli:
- “perché non ti cerchi un fidanzato?”(alludendo credo a una pratica seria tipo “ricerca di mercato”, mi è giunta in effetti voce di portali appositi, anche se mi è parso di capire che di solito si trova altro). Guardate, lasciamo perdere, mi fanno già abbastanza incazzare le 300 richieste di amicizia da parte di uomini che ho su facebook….
- “non ti piacerebbe innamorarti ancora ed essere felice di nuovo?”
E su questo, stai calma lalla…


Allora, grazie a tutti del pensiero, ma di tutta questa saggezza popolare elargita aggratisse ne farei volentieri a meno.
Credetemi, non ce n’è bisogno, sull’argomento “amore” sono piuttosto ferrata. Mi ci sono abbandonata completamente e per molti anni ho assaporato fino infondo la sensazione con ogni fibra del mio corpo nonostante (e grazie a) i miei piedi per terra. Per lungo tempo ho reso la persona amata molto felice e lo sono stata anche io. Ho provato l’amore vero (so di cosa stiamo parlando) che è meglio assai di quello scritto sui cioccolatini e che sarebbe durato in eterno proprio come quello delle favole se solo l’altro soggetto coinvolto non avesse combinato l’inverosimile per distruggerlo.
Perciò, una volta accertata una mia certa competenza a riguardo, vorrei rispondere alle ultime domande una volta per tutte: “No, non me lo vado a cercare un fidanzato con la scritta Saldi sulla fronte” e “No, non desidero innamorarmi di nuovo”.
Il tempo è breve, non ho intenzione di sprecarlo nei rimpianti o nel tentativo di ripetere esperienze già vissute. Quel che è stato, è stato.

E, a proposito della felicità… nel 99,9% dei casi non sono gli uomini a rendere felici le donne (guardatevi intorno, gente!). A dire il vero non sono neppure le donne nel 99,9% dei casi a rendere felici gli uomini (ma diciamo che questo aspetto mi interessa di meno a questo punto della storia, mi sembra di essermi già prodigata abbastanza!)
La felicità non è qualcosa che va cercata, ma che viene da dentro, che nasce dall’equilibrio (chimico), dall’amore per le piccole cose e da una certa spericolata curiosità e propensione al rischio. Credo che quando si ha il mega culo di provarla, vada difesa e coltivata con una forte determinazione e coerenza. C’entra anche qualcosa col guardarsi allo specchio al mattino e sentirsi puliti e fieri di se stessi.
Sono sempre stata una persona equilibrata e non ho rimpianti: ho seguito il mio cuore e ho ascoltato la mia coscienza. Tutto questo aiuta. Al di là del giramento di coglioni che ogni tanto la situazione mi impone, dopo 42 anni di impegno, avventure e disavventure, vado molto d’accordo con lalla… non vorrei mai che proprio adesso un terzo incomodo arrivasse a rovinarmi l’idillio!
E poi c’è un’altra cosa: sono una persona piuttosto ottimista, non mi va di pensare che la vita sia così banale da ripropormi ancora le stesse cose (che noia!), mi auguro invece che stia preparando per me qualcosa di nuovo.
Anzi, ci conto.


lalla


P.S. Non finirò mai di ringraziare questo corpo (imperfetto e degradabile) che da sempre mi regala la possibilità di sentire, pensare e vivere. E, soprattutto, mi regala la possibilità di farlo in un modo tutto diverso dagli altri, perciò di essere un’entità distinta (imperfetta e degradabile), unica e sola.
Dura poco, ma non è una cosa da poco, esistere.
Ti voglio bene cara lalla e scusa se ogni tanto non mi prendo abbastanza cura di te, so che fai sempre del tuo meglio, per favore accompagnami ancora a lungo su questa terra, stare da queste parti mi piace un sacco!

un po' di selfie senza filtri e senza vergogna, ma con molto orgoglio e amore (per me).

martedì 6 febbraio 2018

un po' come i Romani, il "Ritratto Felino"

In Storia dell’Arte gli antichi Romani passano spesso per copioni dei Greci. Cavolate!
L’organizzazione culturale, sociale e politica dell’Impero Romano non aveva nulla a che vedere con quella delle democratiche poleis greche, figuriamoci se potevano avere la stessa arte!
Vi sembra che il Colosseo di Roma (per scopo/forma/materiali/tecnica costruttiva) abbia forse qualcosa a che vedere con il Partenone di Atene?
I Romani erano come spugne, assorbivano ciò che gli serviva, ma hanno inventato anche un sacco di costrutti architettonici e artistici nuovi (tipo l’Arco di Trionfo, tanto per dire) e tutti funzionano alla grande (e infatti loro sì che sono stati scopiazzati ad oltranza > vedi Napoleone e il suo Arc de Triomphe!).
O.K., dai Greci avevano copiato gli Dei dell’Olimpo, questo è vero, ma ciò dimostra solo e soltanto che della religione, agli antichi Romani non gliene poteva fregare di meno, allora tanto valeva prendersene una già fatta e usarla per scopi di potere (così l’imperatore poteva spacciarsi per semi-Dio). L’impronta dell’imperatore sull’Arte era talmente forte che quello Romano è l’unico periodo artistico che non ha praticamente tramandato il nome degli autori, ma solo quello dei committenti.
Hanno conquistato mezzo mondo, erano certamente un popolo molto pratico e se dovevano impegnare del tempo per fare qualcosa ci doveva essere uno scopo ben preciso (anche in Arte).
Pratici, ma non aridi e a dire il vero un culto personale, spontaneo e sincero, ce l’avevano: era il culto dei Lumi, degli antenati. Per loro la cosa più importante era conservare la memoria storica (della propria famiglia e del proprio popolo).
Per questo, per ricordare il singolo e le sue gesta, si diffuse il Ritratto.
Il Ritratto è l’esatto contrario del Modello Ideale greco (codificato per rappresentare la superiorità fisica e psicologica di tutti i cittadini della polis). I ritratti dovevano invece sottolineare tutte quelle caratteristiche (fisiche e psicologiche) che allontanavano la singola persona dal modello ideale e che la rendevano unica. Quasi tutti chiamano queste caratteristiche “difetti”. Cavolate!
A chi mai piacerebbe vivere in un popolo di cloni identici e perfetti? Forse agli antichi Greci, ma a me no di certo. Io adoro le differenze.
Un ritratto molto speciale inventato dai romani è il Monumento Equestre (dove la potenza del cavallo si unisce all’intelligenza dell’uomo per simboleggiare l’invincibilità del grande condottiero). Si pensi al bronzeo Marco Aurelio (l’unico sopravvissuto alle fusioni cristiane): l’imperatore calmo e pacato doma con la sola forza del pensiero l’irrequieto destriero (simbolo anche del grande Impero in declino). Come già detto, la roba romana funziona benissimo e, dal Rinascimento in avanti, giù a rifare Monumenti Equestri in tutte le piazze d’Italia e poi d’Europa, nei secoli dei secoli, Amen.
Non mi lamento, per carità, mi piacciono molto i monumenti equestri, ma (almeno per adesso) non mi interessa copiarli perché sono diversa da un Imperatore Romano e di conseguenza diversa è la mia Arte. Non ho (ancora) un ego abbastanza grande per conquistare il mondo.
Ma anche io, come gli antichi Romani, ho il culto dei Lumi e custodisco gelosamente la memoria della mia famiglia e del mio popolo. E infatti anche io faccio Ritratti, ma un po’ meno monumentali di quelli imperiali.
Cerco soprattutto di raccontare me stessa e il mio mondo, che è quello delle donne.
Per questo ho pensato a un ritratto di donna con animale. Il cavallo è un meraviglioso animale, ma non mi serviva un simbolo di potenza muscolare e soprattutto non volevo che la mia donna lo domasse. Adesso mi viene in mente la mia opera preferita di Leonardo:"la dama con l'ermellino" (anni fa venne a trovarmi a Firenze e io andai a incontrarla nella sala bianca di Palazzo Pitti, che eleganza sublime), ma non va bene neanche quella, non è un omaggio alla donna in realtà, ma il ritratto dell'amante di un potente (è Cecilia Gallarani e l'ermellino é un'allusione al suo cognome e a Ludovico il Moro).
Io volevo omaggiare la donna come donna (non come "amante di", "madre di", "figlia di") e mi serviva un animale specchio. Ho pensato che quello specchio potesse essere un gatto, anzi, una gatta.
La gatta non è un animale ammaestrabile, è un simbolo di fierezza, di indipendenza e di mistero.
Nel mio “Ritratto Felino”, la gatta sorniona e sfuggente viene trattenuta dolcemente dalle mani della ragazza che quasi si fondono al suo corpo (le due sono in simbiosi, non in opposizione). Lo sguardo fiero e senza paura della giovane è il mio augurio a tutte le donne: che possano un giorno assaporare la consapevolezza della propria grandezza.
Vedo nella donna una profondità maggiore, una praticità maggiore, una coerenza maggiore, una forza maggiore. E forse ho torto, forse non sono maggiori, ma solo diverse da quelle maschili.
Comunque sia, io adoro le differenze.

lalla
"Le due gatte", Ritratto Felino, olio su masonite, 50x60cm
P.S. La mia splendida modella domani avrà 17 anni. Le ho chiesto io di alzare il mento mentre posava, per natura non ha questo atteggiamento spavaldo. E’ una ragazza mite, silenziosa e misteriosa (come una gatta). Ma è anche intelligente, studiosa e determinata. E’ coerente, è forte, è dolce, è romantica, è piena di speranza, è bellissima. Alla sua età ero come lei, ma forse un po' più imbranata (parecchio più imbranata).
Le auguro di incontrare nella vita persone giuste, che sappiano apprezzare la sua grandezza, che non cerchino di frenarla, che non si sentano in competizione con lei, che siano in grado di godersi la fortuna di averla accanto. E se così non fosse (perché il mondo è pieno di stronzi invidiosi) le auguro di fare come me: di andare avanti come un treno, di continuare a vivere la vita a testa alta e di lasciare indietro chi non se lo merita.
Auguri Lucia, vai e spacca!

sabato 3 febbraio 2018

ciao, oggi ti racconto

Ciao, oggi è il 2 febbraio, il tuo giorno.
Appena mi sono svegliata ho pensato a te. Poi però ho avuto un sacco di cose da fare e noi non ci siamo incontrati, allora ti racconto come ho passato la giornata.
Se avessi visto che tempo! Ha piovuto un casino, tutto il giorno. E’ una noia tremenda quando piove! Devo andare in bici a lavoro e lo so che con le mantelline la gente non si bagna, ma io non sono la gente, io sono parecchio imbranata: ogni volta il cappuccio mi casca sugli occhi trasformando l’80% del campo visivo in zona cieca (pericolo!), piove sempre a vento e (non ho ancora capito secondo quale legge della fisica) il vento è sempre diretto sulla mia faccia, quando parto il sellino sembra asciutto, invece il bastardo è una spugna impegnata e appena mi ci siedo si impregna il mio culo (quando entro in classe alla prima ora sembra che me la sia fatta addosso). Insomma: lo so che alle piante fa bene la pioggia, a me no.
Ho fatto quattro ore di lezione, mi piace sempre il mio lavoro.
A pranzo ho trangugiato un panino di corsa mentre mi spostavo da una sede all’altra, oggi era giornata di scrutini. Quasi sei ore, che fatica! Sul finale procedevamo per inerzia, devastati psicologicamente, è un miracolo se domani non scopriamo di aver dato 4 recuperi alla prima della classe e 10 in condotta al teppistello dell’Istituto!
Stavo per lasciare la scuola quando mi ha chiamato Silvia e così (ancora sotto la pioggia) sono andata diretta a un ristorante messicano, c'erano anche Elena e Elisa. Era la prima volta per me, che ganzo (e che rischio) ordinare a casaccio! Appena ho visto arrivare i piatti ho pensato a come ti sarebbe piaciuto assaggiare tutti quegli intrugli piccanti. Così ho proposto un bel brindisi per te, per farti gli auguri.
D'altronde me l’hai insegnata tu la curiosità culinaria. Avresti addentato qualsiasi cosa, non ti schifava niente, anzi, per certi versi più una roba era strana e orripilante e meglio era. "Quel che non ammazza ingrassa". Vasetti con pietanze sospette o scadute da mesi, perfino da anni. Che temerario, ti credevi invincibile. Mi ricordo ancora in Sardegna, era il 1981, un contadino ci regalò il formaggio coi bachi. La mamma neanche riusciva a guardarlo, Guido non voleva mangiarlo, tu lo gustavi tutto contento (spingendo dentro il pane con un dito i bachini che tentavano la fuga), allora anche io (che avevo solo 6 anni) volli assaggiarlo per forza e dissi che era buonissimo. Sarò sincera: non credo che mi piacesse sul serio, lo dissi per renderti orgoglioso e infatti tu lo eri: “guarda Lucia com’è brava la lalla! Guarda come lo mangia!”.
Che belle estati quelle passate in Sardegna, a rosolarci al sole.

A dire il vero è da un bel po’ di tempo che non ci incontriamo, allora ti racconto anche un’altra cosa.
Questa appena passata è stata un’estate caldissima, come quella del 2003 (quando per l’appunto tornammo insieme in Sardegna per l’ultima volta). Non è piovuto mai e io son stata proprio bene a rosolarmi al sole, ma le piante no, loro sono state male. Sono morti tanti alberi, anche quelli grandi, sai? Guido ha dovuto annaffiare perfino il Moro di San Giovenale perché si stava seccando, incredibile!
Poi l’estate è passata ed è ricominciato a piovere.
Una sera d’autunno ha tirato un vento forte, giusto una mezz’oretta, ma è bastata. Guido era in giardino per cercare di mettere in salvo dei vasi e ha sentito lo schianto... il Moro, è caduto, si è accasciato su un fianco, con tutte le radici fuori.
Tu e la mamma avete comprato la casa perché c’era quell’albero enorme, ce l’avete raccontato migliaia di volte. Siamo cresciuti sotto la sua ombra, ci abbiamo fatto compleanni, picnic e le feste più disparate, io mi ci sono pure sposata. Tutto finisce.
Quando l’ho saputo ho pianto come se quell’albero mitologico fosse stato un altro pezzettino di te che se ne andava via.
Poi però ho pensato che era giusto così: il Moro era stanco, avrà avuto due o trecento anni (non he ho la più pallida idea), ma insomma ormai aveva tutto il diritto di morire. Ho anche pensato che sarebbe stato bello e catartico piantare al suo posto un nuovo albero proprio il giorno del tuo compleanno (l’ho anche detto alla mamma). A te sarebbe garbata l'idea? O ti saresti messo a vociare arrabbiato? Vallo a sapere...
L’indomani Guido ha scapitozzato la salma del Moro, ha ritirato sù il tronco con delle carrucole, lo ha rimesso al suo posto e lo ha puntellato con dei pali. Bravo eh, per carità, ma io non lo posso vedere così, quel moncherino pericolante non è più lui. La mamma spera che germogli di nuovo, io spero che non lo faccia. Vorrei lasciarlo andare. Vorrei bruciarlo nel fuoco.
Prima o poi tutti hanno il diritto di finire.
Anche gli alberi mitologici e le persone invincibili.
Agli altri, a chi rimane, il dovere di ricordare.

Buon compleanno babbo, niente mi dimentico, mi manchi.
Sempre mi mancherai.

lalla

martedì 9 gennaio 2018

di corsa e stanchissima, ma un disegnuccio me lo concedo

Premessa: io non mi annoio mai, anzi, sono sempre di corsa e drammaticamente in affanno.
L’ho già scritto su questo blog che mi ci vorrebbero almeno due vite (per adempiere decentemente ai miei doveri di mamma e professoressa) e una terza (per fare quello che mi pare). L’ho già scritto, ma sto invecchiando e i vecchi si ripetono, perciò posso farlo anche io. Comunque di vita ne ho una sola e allora faccio tutto “alla meno peggio” e, tra l’ansia che cresce e lo stress a mille, vado avanti così e speriamo bene.
In prossimità del Natale, proprio quando vuoi (per forza) assistere a recite e saggi della prole e devi (per forza) partecipare a vari raduni festaioli, ho anche preso l’influenza. L'ho trascurata per giorni, ho insistito nell’andare a scuola imbottita di antibiotici e cortisone e nel presenziare a tutti i suddetti saggi/recite/raduni, così invece di guarire l’ho evoluta in bronchite e me la sono trascinata, tra cenoni e pranzi natalizi, fino al 30 di dicembre infettando prima i miei figli e in seguito vari altri amici e parenti fortunelli (che, incauti, insistevano nel baciarmi). Il 31, ristorata da 3 settimane di malattia, orari strampalati e bagordi alimentari, sono partita 3gg per Milano con la mia mamma (anche lei tossacchiosa) ed è stato comunque bello, ma non propriamente riposante. Al mio ritorno, sono stata con i miei bimbi, ma non ci siamo riposati: abbiamo incontrato e accolto svariate famiglie di amici (che mi hanno fatto gradite visite anche a sorpresa) con cene e manicaretti vari. L’ultimo giorno di vacanze (il 7) ho addirittura avuto il piacere di ospitare (al volo) Jara Marzulli, pittrice pugliese che ammiro moltissimo…
Tutto bello e meraviglioso (tranne il giro di bronchite) ma ieri, al rientro a scuola, mi sentivo stanchissima.
E anche oggi: stanchissima.
Il martedì è il mio giorno libero, stamani ho corretto compiti per 3h, poi spesa di verdure al mercato e l’ingrata idea di dirigermi ai saldi per raccattare qualche calzino, pantalone, golf (tanto per sbarcare la stagione)… che fatica provarsi i leggings con 30°! Sì lo so: anche la lamentela delle
temperature tropicali durante i saldi invernali (e siberiane durante quelli estivi) l'avevo già scritta, ma tanto vale ribadire: io odio fare shopping!
Alle 15.00 ho ingurgitato un finocchio crudo, uno yogurt e l’adeguato quantitativo di cacao che giornalmente mi garantisce di mantenere una parvenza di salute mentale (cioè tanto).
Poi ho riordinato un po’ lo studio (il martedì sono anche senza bimbi oltre che senza scuola).
Insomma, verso le 18.00 mi sarebbe toccata anche la spesa al supermercatino all’angolo (mancano carne e croccantini per i gatti), ma insomma, me la meritavo un’oretta e mezzo di svago, no?
E’ da molto tempo che ho in testa un dipinto e non ho il tempo di iniziarlo. Neppure oggi a dire il vero, ma almeno uno studio, un disegnuccio, tanto per aprire l’anno, me lo sono concesso.
E adesso di corsa al supermercatino che chiude tra 30’, e poi tornano i bimbi alle 21.00, e la cena?
La cena niente, tanto c’ho le riserve ed è inutile prendersi per il culo: alla fine i leggings l'ho presi piccini!

lalla

"le due gatte", disegno su carta, 30x40cm.

martedì 19 dicembre 2017

orgoglio streghesco di vari colori

Gli adolescenti ascoltano la musica a volumi altissimi e seguono le mode e allora può darsi che io non sia mai stata adolescente. Io parlavo (parlo) a volumi altissimi e canticchiavo (canticchio) tutto il giorno inventandomi le parole o anche le melodie, la mia (brutta) musica, la musica degli altri mi dava (mi da) quasi sempre fastidio.
Dai 16 anni, in estate, per almeno tre stagioni di fila, ho indossato un paio di calzoni di cotone leggero realizzati dalla mia sorella grande, erano comodissimi. Oltre che comodissimi erano anche il miglior deterrente anti-stupro (e anti-imbrocco) mai generato. Erano un po’ corti, a pinocchietto, e siccome erano tagliati come due cilindri perfetti, portandoli sempre e sedendomici (non educatamente composta, ma tutta avvolticciolata e con un piede sotto il culo, come faccio io) si erano riempiti di pieghe e avevano preso la forma di un ferro di cavallo, insomma riuscivano a far sembrare storte perfino le mie splendide gambe (sarebbero stati male anche a Cindy Crawford)! Ma io me ne fregavo, che tanto lo sapevo che le gambe belle ce l’avevo. Inoltre erano verde ramarro con le strisce viola (e c’erano pure dei girigogoli di colori vari), la stoffa l’avevo scelta io, una roba cromaticamente improponibile perfino negli anni '90. La mia sorella piccola (che aveva 5 anni meno di me, ma a 12 anni già seguiva le mode e ascoltava musica a volumi altissimi) si rifiutava di uscire con me se indossavo i calzoni verdi. “i tuoi calzoni verdi si notano troppo, i tuoi calzoni verdi sono ridicoli”.
Cosa vuol dire ridicoli? Ho sempre preferito pensare che i miei calzoni verdi fossero diversi e disturbanti. Disturbante mi stava bene, così continuavo ad indossarli con orgoglio.
Sono approdata all’Università di Architettura passando dal Liceo Artistico… il primo giorno il Professore di Analisi 1, esordì così “cari ragazzi, se avete fatto uno Scientifico può darsi che vi annoierete al mio corso, invece… chi di voi viene dall’Artistico?”. In classe saremmo stati circa 150 stipati come sardine (io ero seduta su uno scalino), alzammo la mano in due. “Lasciate che vi dica che per voi sarà dura, probabilmente vi ci vorranno parecchi tentativi per riuscire a superare l’esame, forse non ce la farete mai…”

Se c’è una cosa che mi ha fatto sempre incazzare è che mi si dica cosa posso o non posso fare. Che poi lo fanno sempre tutti in base a degli stereotipi (sei donna, hai frequentato la scuola sbagliata, non sei capace, non sei abbastanza forte, addirittura, "non sta bene"…) ma vaffanculo!
Allo scritto del pre-appello di giugno passammo in 17, io c’ero (voto 18-, ma c’ero).
All’orale indossai una maglietta viola, due Nike e i miei amati calzoni verdi. Gli altri 16 si erano dati un tono, si erano tirati a lucido, si vedeva subito che ero diversa e che stonavo nel gruppo. Ero disturbante.
Disturbante andava bene, non me ne fregava niente di “fare bell’impressione”, che tanto lo sapevo di essere preparata. Ebbi l’ardire perfino di contestare la correzione del compito perché in realtà il mio esercizio era fatto bene e l’assistente aveva sbagliato a segnarlo come errato. Il Professore mi fece i complimenti, mi strinse la mano e mi disse “Mi scusi, non posso darle la lode perché ho già registrato uno scritto così basso…” “Non si preoccupi Professore, 30 va bene… una cosa però volevo dirgliela: io ho fatto il liceo Artistico”.
Poi salii in groppa alla mia bici verso lo studio del mio babbo per avvertirlo che avevo superato il mio primo esame per diventare Architetto. Era il suo sogno che facessi l’Architetto, non il mio. Ricordo la sensazione come sa la stessi provando adesso, la sensazione di volare (non di pedalare), la sensazione di sentirsi capace di tutto, uno spettacolo!

Agli eventi (ai matrimoni, alle feste) mi vesto spesso di rosso, se posso mi travesto, mi diverto a stupire, ad attirare l’attenzione, a dare un po’ fastidio. Nella vita di tutti i giorni, quando non sprofondo frettolosamente nel tipico nero (perchè alla fine degli abiti me ne frega ben poco) mi vesto spesso a righe.
Le righe orizzontali non mi donano, ho il busto corto e largo, un seno infinito, lo so. Non importa, le righe orizzontali fanno bene al mio umore, come facevano bene al mio umore i calzoni verdi.
L’anno scorso ai saldi ho comprato un giaccone di quelli verde militare con la pelliccia colorata (quelli da adolescente, ma io non sono mai stata adolescente, perciò adesso non sono neanche di mezz’età). La pelliccia è fuxia. Il fuxia e il verde stanno benissimo insieme (sono complementari), ma questo non toglie che il fuxia sia il colore più disturbante che esista (per altro è complementare anche alla mia carnagione olivastra e starebbe male anche a beyonce). Quando lo indosso sembro un faro. La gente per strada si volta, qualcuno mi guarda male, io sorrido.
Ogni tanto lo metto anche per andare a scuola, sono strana, forse i colleghi penseranno che sono ridicola… non me ne frega niente, che tanto lo so che il mio lavoro lo faccio con serietà e con tutta la passione del mondo. Questo indumento fa bene al mio umore perciò lo indosso e dare fastidio, stonare un po’, come sempre, mi piace.


Sono una persona strana, ho tanto desiderio di amare e di essere amata, ma sono condannata a stare sola. Sono troppo diversa dagli altri. Non è un modo di dire e non è (solo) un modo di vestire.
Se qualcuno potesse vedermi (dentro a questo corpo) io sono più fuxia del mio giaccone.
Nessuno è stato mai in grado di vedermi. O forse chi l’ha fatto si è spaventato, dentro di me c’è troppo colore. Il fatto è che io non aspiro ad amalgamarmi, vorrei essere amata per quello che sono.
Sono fuori dal gruppo, lo sono sempre stata. Diversa e sola. Alle elementari, al liceo, all’Università, adesso.
Non credo in nessuna religione, non ho fiducia nella politica, non me ne frega niente del calcio. Odio ogni forma di divisa o costrizione. Voglio solo ragionare sulle cose per conto mio e farmi un’idea personale di che cosa sia giusto o sbagliato (vorrei che tutti avessero la forza di farsela, nel rispetto degli altri). Mi è sempre rimasto quel difettuccio di non sopportare che mi venga detto a chi devo o non devo credere, cosa posso o non posso fare, chi devo o non devo votare, addirittura, come devo o non devo vestirmi, come devo o non devo parlare, chi e come posso o non posso amare...
Io sono fortunata ad essere nata nel 1975 a Firenze perché lo so che, se fossi nata da un’altra parte o in un’altra epoca, sarei stata bruciata viva o sfregiata con l’acido. Infondo, essendo nata nel 1975 a Firenze, sono stata solo sfruttata e
piantata da un giorno all'altro per un'altra tipa ... meglio dai!
E me lo meritavo, perché io (nella mia incancellabile gioia di vivere, nella mia dolcezza, nella mia coerenza, nella fiera determinazione e nella mia sincerità totale) sono indomabile, sono inflessibile, stono col resto dell’universo e rispondo solo a lalla. Sono un’eretica e una strega.
E il mondo è pieno di invidiosi, chiusi nelle loro gabbie di banalità e nelle loro anime grigie, che non sopportano le persone libere e che, da sempre, bruciano le streghe.

lalla

P.S. Dal 17 dicembre sto partecipando alla Mostra di scatole di fiammiferi d'autore "E SE RIMANESSIMO AL BUIO?" a cura di Jara Marzulli e Iula Marzulli presso l'atelier e sede dell'associazione Alauda in via Quintino Sella n.3 ad Adelfia (Ba).
Guardate quanto è splendida Jara con una mia piccola opera tra le scapole...
grazie ragazze!
Le mie scatole sono realizzate in tecnica mista su carta cotone incollata. Si intitolano “allora bruciami”.e “nemmeno il fuoco”. Sono due lalle, quella a destra è ispirata alle mie sembianze più giovanili, quella a sinistra è un ritratto più attuale. Ma, al di là dell’età che, come ho già precisato, non è un dato che mi riguarda, rappresentano bene il mio lato disturbante e fiero. E sono blu, il mio colore preferito. Non rivedrò mai più queste due streghette: sono state vendute il giorno dell’inaugurazione.

sabato 18 novembre 2017

Come svolta la giornata

Ieri la giornata è cominciata un po’ male con l’arrivo a scuola e la scoperta che c’era “autogestione” e l’immediata rivelazione: avevo sprecato il mio tempo preparando le lezioni e avrei trascorso le seguenti 4h a strasciconi senza far niente… che noia. Poi una piacevole sorpresa: un’intera seconda che abbandona le assemblee studentesche/i rigurgiti di ribellione/il gioco di carte/le effusioni amorose/il fumacchiare (e non so quale altra attività “autogestita”) e rientra in classe durante la mia ora per fare la lezione di Disegno perchè “lei è la Proffe più cool” (che ho preso come un complimento nonostante somigliasse a una parolaccia).
Perciò insomma, ero tornata piuttosto di buonumore mentre, a fine mattinata, pedalavo verso casa. Ormai in dirittura d’arrivo entro in zona ciclabile/pedonale dove urge fare un po’ di slalom e andare parecchio piano. Ad un certo punto si forma un piccolo ingorgo di mamme carrozzine dotate, mi fermo e metto un piede a terra. In quel momento giunge dalla direzione opposta un altro ciclista in velocità (ha un’enorme cassetta di cavoli verza legata dietro la bici), si infila nel gruppo zigzagando e mi sbuca davanti, lo vedo in faccia, è scuro di pelle, non frena, svolta a destra e mi evita per un pelo. Ormai è passato... NO! Non è vero, non mi evita in effetti, prende male le misure, la cassetta sporge all’esterno e piomba sul mio manubrio, trova la mano a contrasto, Ahi!
Un rumore forte, un dolore assurdo, alla bocca dello stomaco. Il ciclista/verduraio scappa. Le mamme lo ingiuriano e poi si offrono di aiutarmi. La mano comincia a grondare sangue. Immediatamente penso: “E’ la sinistra, meno male!”. Mollo la bici e mi distendo sotto un loggiato (anche perché comincia a girarmi un po’ la testa), uno sconosciuto si preoccupa e mi offre i suoi fazzoletti per tamponare le ferite, anche lui è scuro di pelle e le mamme di tonalità varie (tanto per dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che stronzaggine o gentilezza albergano in ogni colore). Pigio forte e il sangue si ferma, il dolore scema, le mamme mi mandano segnali di conforto a debita distanza dalla scena splatter. Guardo la situazione: indice e mignolo sono solo sbucciati. Mi sfilo un anellino prima che gonfi l’anulare che, col medio, è messo molto peggio. Provo a muovere le dita, tutto bene, non si è rotto niente, ma ricominciano a dolere e sanguinare. Vabbè, ringrazio tutti e me ne torno a casa a lavarmi e incerottarmi per bene prima che torni Elia.
Il pomeriggio ha un sottofondo di dolore continuo, non riesco a spogliare e rivestire Matilde, non riesco a cucinare, mi faccio aiutare in tutto da Elia.
Insomma, come bilancio della giornata non sembrava tanto positivo.
Poi, a ora di cena, la svolta.
Una cosa proprio inaspettata che mi rende felice come una bimba di 8 anni davanti ai pacchi di Natale!
Premessa: dal 2008 (che ho ripreso a dipingere con continuità, che scrivo questo blog e che sono un pochino più social) ho scoperto e seguo alcune artiste italiane bravissime. Loro hanno creato un gruppo facebook che si chiama “Donne che dipingono donne (artiste italiane)”, non il solito gruppo/minestra di verdura, è una pagina con opere di altissima qualità. Io le stimo proprio, non lo dico per dire, e le seguo con grande piacere da quasi un decennio.
Tra l’altro, alcune di loro si sono dimostrate gentilissime con me, hanno risposto alle mie curiosità e mi hanno dato preziosi consigli tecnici (parlo di Jara Marzulli, Elisa Anfuso, Cristina Iotti, Roberta Serenari... solo per fare alcuni nomi, mi perdonino le altre). E non è scontata per niente una cosa del genere: è facile incontrare creativi che guardano solo in alto, che si sentono superiori (o forse manco ci si sentono e proprio per questo cercano di schiacciarti) ma invece trovarne che tendono la mano a chi sta un po’ più in basso (a chi è meno introdotto o meno esperto), è cosa assai più rara. Insomma, per me è stato molto bello conoscere tanta umanità e apertura in persone così dotate. E, a pensarci bene, una cosa del genere non avrebbe dovuto stupirmi perché la sensibilità e la grandezza che trasmettono le loro opere rappresentano alla perfezione quello che queste donne sono.
Insomma, ieri sera mi scrive Cristina e così, senza avermi detto nulla prima, mi fa vedere che mi ha aggiunto tra le artiste del gruppo… ma chi, io?!
Non so dirvi la soddisfazione e la gratitudine che ho provato (e che provo)!
Essere apprezzata da qualcuno che stimi così tanto è veramente bello, non solo, è anche una roba che mi stupisce da morire! Come quando Enrica Tesio (che scrive il blog più intelligente/esilarante/tagliente e vero che abbia mai letto e che ha pubblicato adesso “12 ricordi e un segreto”, un libro davvero prezioso) ha dedicato un po’ del suo tempo a leggere un articolo del mio blog e mi ha detto che le è piaciuto molto, che è scritto in modo personale e molto coinvolgente… capito? Enrica Tesio l’ha detto a me!!!
Voglio chiarire: non è che cambi niente, non è che mi sia passato il male alla mano (anzi, adesso ho due salsicciotti al posto delle dita e non so manco come farmi la doccia), non è che adesso sia diventata ricca o famosa, non è che un editore mi pubblicherà un libro o un sacco di committenti vorranno i miei ritratti… niente di tutto questo, però porca miseria, queste donne meravigliose mi hanno migliorato assai la giornata (e la vita)!
E adesso sono cazzi.
Adesso dovrò migliorarmi (ancora e sempre) per cercare di essere all’altezza della loro fiducia.
Grazie ragazze, grazie a tutte... e fanculo al ciclista/verduraio!


lalla

P.S. in questa sede non ho fatto i nomi di tantissime altre donne che mi appoggiano e mi seguono (del mondo dell'arte o meno), perdonatemi care e non abbandonatemi!
P.P.S.S. C'è anche qualche uomo a dire il vero (nonostante le mie intemperanze femministe)... grazie anche a loro!

martedì 14 novembre 2017

la mia Piccola Fata

Sento spesso l'esigenza di provare a esprimere e comunicare. Non sempre ho ben chiaro in testa “cosa”, l’unica certezza è che ne ho bisogno e allora comincio: giù a scrivere (ore e ore)… o giù a dipingere (ore e ore). Cosa funziona meglio? Scrivere o dipingere?
Non lo so, non è detto che alla fine si capisca granché, non è detto che il risultato sia accattivante (cioè può darsi che sia brutto da leggere o da vedere). Come già detto, magari non avevo inquadrato bene la questione, nemmeno io sapevo dove volevo arrivare… oppure lo sapevo, ma poi ad un tratto mi son persa per strada dietro a qualche altra strana idea che è arrivata all’improvviso... comunque non importa, di solito per me funziona, mi sento soddisfatta e mi servono tutte e due le cose (scrittura e pittura).
Ecco la ragione di questo blog: qui scrittura e pittura possono cercare di darsi una mano e trarsi in salvo a vicenda. Trarre in salvo me.
Oggi, forse, non ci sarebbe bisogno di tante parole, no, perché questo dipinto (che magari manco vi piacerà) io credo che possa dire da solo tutto quello che ho sempre voluto dire su mia figlia: che lei è una fata.
Lo è sempre stata, una fata.
Quando la tenni nella mia pancia tutto il tempo necessario nonostante le contrazioni uterine volessero spedirla già fuori al 5° mese, nonostante dovessi sostenere un concorsone scolastico (che poi ho vinto), nonostante dovessi assorbire e attutire gli sbalzi umorali del mio compagno (che poi ho perso), e non so ancora come feci a resistere, ma il merito non è mio, è certamente suo che era già un po' fata.
Quando, a un giorno di vita, tutta ignuda e trafitta da tubicini e aghi, in un’incubatrice di vetro, stregò d’amore suo fratello
in un nanosecondo, divenne definitivamente fata.
Quando, nel reparto di neonatologia, giungevo per la poppata notturna dell’1.00 e lei dormiva (mentre tutti gli altri neonati piangevano isterici), poi, una volta finito, tutti gli altri neonati dormivano satolli e lei invece rimaneva sveglia, mi guardava negli occhi soddisfatta e io potevo lasciarla lì da sola, tranquilla, era una fata.
Quando, a circa due mesi d’età, di notte dormiva 6/7 ore di fila, l'altro si girava dall'altra parte e non si accorgeva di niente, ma io no, non dormivo (dalla magia e dall’incredulità), ogni tanto mi svegliavo e mi incantavo anche mezz’ora a guardarla, era una fata.
Quando, a soli 4 mesi, quell’altro volle per forza spedire la cullina in una camera dall’altra parte della casa e io al mattino non vedevo l’ora di correre da lei che quasi sempre era già sveglia (ma non piangeva) e appena mi vedeva mi salutava gorgogliando e ridendo, era una fata.
Quando, a soli 6 mesi, ha iniziato ad abbracciarmi, era una fata.
Quando, alla stessa età, ha intrapreso con noi un viaggio in Francia per il lavoro del padre, ha gioito al decollo dell’aereo e ha sopportato allegra di essere portata a strasciconi per 5 giorni, toccata da estranei, circondata da folle di persone, mai una bizza, mai un capriccio, era una fata.
Quando, dopo i 10 mesi, ha sofferto di mal di denti e allora me la sono presa nel lettone (scatenando l’insofferenza di quell’altro, che manco qualche mese di condivisione ha saputo sopportare) che poi lei neanche piangeva, al massimo si lamentava educatamente, chiedeva il ciuccio o da bere e voleva solo sentirmi vicina per rassicurarsi, era una fata.
Quando siamo rimaste sole (che l’altro s’è definitivamente rivelato per quello che era, cioè scemo) e allora sono stata io a volerla vicina per rassicurami e lei mi ha coccolata con tutto il suo amore, era una fata.
Quando ha iniziato a sentirsi una donna (cioè circa a un anno e mezzo d’età) e da quel momento a coltivare i suoi capelli, a vestirsi da principessa o fata, indossare gioielli e aggirarsi soavemente per la casa in passi quasi di danza, era una fata.
Quando, a due anni, ci siamo abbracciati in tre (io, lei ed Elia) e lei ha sussurrato “tutti”, era una fata.
Quando si lamentava ogni volta che doveva lasciarmi e andare col padre e io le promettevo che si sarebbe divertita "No, Tinne sta con mamma", allora insistevo "vai insieme ad Elia, fate tante belle cose col babbo", allora lei sembrava convinta "sì, Elia va con babbo... e Tinne sta con mamma!"... poi piangeva (mentre il padre rideva), ma per fortuna quasi mai piangeva tantissimo (comunque per me era sempre troppo da sopportare), ma lei invece sapeva sopportare tutto e dopo stava brava anche lontana da me e quando tornava non me la faceva pagare per niente, era una fata.
Quando, quest’estate, salutava me ed Elia (bloccati a casa con l'otite) tutta giuliva e se ne andava in barca con il resto del parentado oppure si tuffava con i braccioli nel mare profondo andando sotto con la testa e riemergendo come se avesse visto la morte in faccia, ma poi temeraria voleva farlo di nuovo, era una fata.
Quando, sempre d’estate, malediceva con riti sciamanici ogni pidocchio rinvenuto sulla sua chioma “via da me pidocchi, sciò!”, era una fata.
Quando, l’altro giorno, ha visto una foto di me con la pancia e c’era anche suo padre che la indicava e allora mi ha guardato e mi ha detto: ”ma allora prima eri tu la fidanzata del babbo?” e io le ho detto “sì, amore” e lei mi ha abbracciato e mi ha detto “io ti voglio bene”, è stata una fata.
Quando, il giorno dopo,  mi ha chiesto: “perché non sposi tu il babbo?”, allora io gli ho risposto che l’avevo già sposato (e le ho anche fatto vedere le foto vestita da principessa), le ho detto che l’ho amato tanto e infatti sono nati loro due, ma che poi lui un giorno mi ha lasciato, allora lei mi ha detto il nome della 'nuova fidanzata del babbo'. Io le ho detto che non importa, che l’unica cosa importante è che il babbo voglia bene a lei ed Elia. Allora lei ha detto:  “sì, anche il babbo mi vuole bene e mi da tanti baci” e mi ha abbracciato di nuovo. Ha poco più di tre anni, è una fata.
Quando cerca di ottenere le cose che vuole con i suoi trucchi di magia come domenica, mi ha chiesto di abbassarmi per strada, poi mi ha dato un bacio sulla guancia e mi ha sussurrato con un sorriso furbetto “in collo” (oppure come quella volta di pomeriggio che eravamo sul divano, io leggevo, lei giocava con le barbie e ad un certo punto deve essersi stufata e mi ha dato le seguente informazione: “lo sai mamma che le bambine guardano i film?”), è una fata.
Quando piange se brontolo suo fratello, ma non per finta, ma perchè proprio ci soffre, è una fata.
Quando addomestica e impone il suo volere a ogni essere vivente della casa, è una fata.
Ogni giorno questa bimba ci ammalia.
Ma, come ho sempre provato a fare col piccolo Re dei Sugolini, cerco di resistere anche ai suoi poteri, alla mia Piccola Fata, per insegnarle a crescere giusta oltreché magnifica.
Il mio compito è molto difficile (i miei bimbi sono magici), ma io penso di farcela. E' stata la mia priorità, è la mia priorità e sarà la mia priorità, sempre. Perchè io non sono scema.
So di essere la mamma più fortunata del mondo, tutto il resto è niente.

lalla
"Piccola Fata del bosco", olio su masonite 35x35 cm

martedì 24 ottobre 2017

quattro ragazze in gita

Il weekend di metà ottobre ho organizzato una piccola vacanza a Ravenna. Siamo partite sabato, io, la mia mamma e la mia sorella grande. Domenica ci ha raggiunto anche la mia sorella piccola. Il tempo ci è stato meteorologicamente amico, temperatura perfetta e sole, perciò domenica abbiamo fatto pure una scappata a Rimini fino a toccare il mare.
Non so, forse della visita artistica a Ravenna non mi va di raccontarvi niente perché, insomma, dovete andarvela a vedere per forza!
Vi svelo solo che l’esterno degli edifici, come dico sempre ai miei studenti, “non sa di niente” (perfino la città nel suo insieme è del tutto trascurabile, un paesello immerso in una piana desolata e appestata di zanzare). Esterni spogli e realizzati in un materiale piuttosto povero: il laterizio. Niente decori, niente fronzoli. Non è che non c’avessero soldi al tempo di Galla Placidia e compari (o che non c’avessero voglia), è solo un trucco: appena varchi la soglia degli edifici sacri vieni abbagliato dai tappeti musivi in pasta vitrea e oro che ricoprono le pareti di absidi, cupole e navate. Fuori c’è il mondo reale e tu non hai varcato solo la soglia di una basilica, hai varcato la soglia del Regno dei Cieli. Per lo meno, l’idea era questa e funziona ancora piuttosto bene dopo 1500 anni e nonostante la nostra assuefazione a internet, al cinema 3D e al full HD di Sky. I mosaici vibrano, si muovono, baluginano, disorientano, quasi fanno girare la testa… si percepisce il senso di magia. Mica scemi questi Romani/Barbari/Bizantini…e dai, una girata fatecela, merita, non a caso è patrimonio dell’Unesco!
E quando ci siete, affacciatevi anche sulla cripta perennemente allagata di S.Francesco, davvero fascinosa, e scendete nella Domus dai tappeti di pietra… basta così, non voglio spoilerarvi troppo! 

Passiamo alle cose serie, qualche considerazione sul cibo.
La piadina non è questa squisitezza che vorrebbero farci credere, cioè, mica è cattiva (lo squacquerone è divino), ma è un bel mattone da digerirsi (nell’impasto c’è lo strutto?) e, tanto per accendere la polemica tra Adriatico e Tirreno, siete mai scesi sul mare a Castiglioncello per assaggiare una schiacciatina all’olio fatta in forno sul momento e riempita di mozzarella, prosciutto crudo e pomodori? E, se proprio uno deve fare uno strappo, una cecina calda e impepata al punto giusto? Vabbè.
La sera del sabato mi sarebbe piaciuto portarle a mangiare i passatelli in brodo, ma le mie compagne hanno avuto pietà di me, non se la sentivano di farmi affrontare un’altra digestione a rischio, così siamo entrate in una raffinata macelleria ravennate e abbiamo acquistato degli straccetti di manzo già conditi con olio, rucola e pomodorini.
“Guardi che noi vogliamo mangiarli crudi”
“ma certo Signore, è carne di ottima qualità, da noi non usa molto il crudo, ma andate tranquille”.
Li abbiamo consumati in appartamento. Non voglio proferire parola sull’argomento "era buona oppure no", non so che cavolo di spezie ci avessero messo, dico solo che sospettavo quasi si trattasse di maiale tanto poco ricordava il manzo. Non vorrei alimentare oltre al polemica di cui sopra, ma insomma… un bel carpaccio con olio extravergine d’oliva, sale e limone in Emilia-Romagna, no? C’avete pure il parmigiano se proprio vi va di infilarci roba, ci sta bene, eh!
Il fegato comunque non si è lamentato, amen.
L’indomani siamo arrivate a Rimini praticamente alle 14.00, abbiamo pranzato proprio di fronte al porto fluviale e alla spiaggia. Una sorta di fast-food di buonissima qualità, ci hanno preparato gustosi burger in versione mare (di gamberi per me, di baccalà per Chiara) accompagnati da insalata e appetitose fritture di pesce. Abbiamo mangiato al sole, all’aperto, io mi sono anche abbronzata (ma solo metà faccia perché stavo sempre girata da una parte), proprio un posto carino.
Qualche considerazione sulla compagnia.
Tutte donne, tutte di ottimo umore… due giorni di chiacchiericcio continuo, sembravamo liceali in gita scolastica e infatti in varie occasioni improvvisati docenti non hanno mancato di sgridarci, che bellezza!
 
 
Noi tre sorelle non ci somigliamo molto nell’aspetto (tranne che per i colori), forse poco anche nel carattere e nelle intenzioni. Gli eventi della vita e scelte differenti ci hanno spesso allontanato, non siamo cresciute con gli stessi gusti (culinari a parte), non siamo cresciute con gli stessi tempi, ogni tanto una delle tre accellerava o frenava drasticamente, le altre schizzavano in direzioni diverse. Spesso ci siamo perse e poi ci siamo cercate di nuovo, ogni volta è stato come tornare a casa. Condividiamo lo stesso lessico famigliare, le stesse consuetudini, gli stessi ricordi… gesticoliamo tutte un casino e parliamo tanto, parliamo troppo e a voce troppo alta (io e Silvia proprio a macchinetta, Chiara in confronto a noi due è quasi posata). Tutte e tre siamo sempre indaffarate e di corsa, ciò nonostante ridiamo parecchio, siamo vivaci, anzi, siamo vive.
Perciò insomma, siamo diverse e viviamo vite diverse, ma siamo anche un po’ uguali perché siamo sorelle. E ci vogliamo bene.
La cosa più piacevole di questa micro-vacanza per me non è stata osservare gli splendidi mosaici di San Vitale o di Sant’Apollinare in Classe, bensì osservare la mia mamma. Lei a dire il vero era partita da casa un po’ sottotono, assillata da alcune problematiche sue, comunque sabato, arrivata a Ravenna, era già molto allegra, domenica, nel preciso istante in cui ha visto Chiara (che ha fatto un vero viaggio della speranza per raggiungerci) uscire dalla stazione ed entrare in auto, si è illuminata ed è rimasta radiosa fino alla sera (nonostante le code di rientro in autostrada). Realizzare questa piccola fuga insieme, vederci scherzare e ascoltarci dir bischerate un giorno intero, tutte e tre le sue figlie, tutte e tre le sue bambine… era in brodo di giuggiole.
Dovrei rapirle più spesso, ma loro hanno la loro vita, solo io e la mamma ogni tanto siamo “disoccupate” e possiamo fuggire nel paese dei balocchi senza rimorsi.
Ma io, piccola Lucignolo, ci proverò.

lalla
P.S. Ed eccoci alla vera ragione di questo post, che dalla metà sembrava voler aspirare a un livello più profondo, e invece no: questo post l'ho scritto al solo scopo di documentare che, alla tenera età di quasi 42 anni non solo mi faccio ancora cogliere soventemente dalla stupidera, ma soprattutto che (senza un’ora di palestra alle spalle negli ultimi 10 anni) salto come un grillo!
 
Alla faccia della sua cattiva fama, l’acqua a Rimini era meravigliosamente cristallina e neanche tanto fredda (lo so perché ci ho messo un piede e mi ci è finita anche parte dei jeans). Non ho fatto il bagno solo per mancanza di attrezzatura adeguata e tempo (volevamo visitare il Tempio Malatestiano). Poi abbiamo scoperto che il povero monumento è in balia di un prete ingrato (verso l’Arte e i turisti) che lo apre quando gli pare (30’ di ritardo), lo tiene con finestre tamponate e luci spente e neanche due righe su una targhetta per indicare gli autori delle opere (poveri Leon Battista Alberti, Matteo de’ Pasti, Giotto e Piero della Francesca).
Ci siamo rifatti con un’elegante passeggiata fino all’arco di Augusto e un buonissimo gelato.


P.P.S.S. grazie a Elena e Jacopo per averci prestato la casa!