giovedì 30 marzo 2017

leggetemi, se volete, e perdonatemi, se potete.

Mi vengono poste delle domande, c’è rischio che non ci si capisca bene, che nascano degli equivoci, così ho pensato di prendermi del tempo per spiegare alcune cose riguardo al senso di questo blog.

- Che tipo di equivoci?
- Non voglio che i miei lettori pensino che il suo scopo sia quello di diffamare qualcuno, non è un blog “contro”, non serve a dire “di chi è la colpa”. Ogni tanto può sembrare, me ne rendo conto, per questo ci tengo a dirlo: non è questo lo scopo.
Lo scopo non è neanche raccontare la verità dei fatti storici avvenuti, non sono un cronista oggettivo e distaccato (ammesso che qualcuno lo sia stato mai), racconto solo il mio punto di vista (emozionale) sulla vita. Scrivo questo blog dal 2008, alcune volte i post sono più ironici e gioiosi, altre più romantici e incantati, più comunicativi e didattici… altre ancora più tragici, crudi e profondi. I miei post rispecchiano la varietà dei sentimenti che provo e la varietà delle situazioni che capitano.


- Perché scrivi?
- Perché ne ho bisogno. E infatti l’ho sempre fatto, fin da bambina. Succede che dei pensieri comincino ad apparirmi in testa e a girare, a riproporsi sempre più frequentemente, a cercare un senso, a perfezionarsi… poi, ad un certo punto diventano quasi fastidiosi. Mi disturbano, fanno rumore, bussano: vogliono uscire! Così, l’unico modo per star bene è, letteralmente, “tirarli fuori”, tradurli in lettere e parole. Funziona: loro escono e non mi disturbano più, andandosene mi regalano un senso di completezza, di conclusione. Di pace.
Perciò, penso, possiamo dirlo: la mia è una scrittura terapeutica. Se è per questo anche la mia pittura è terapeutica. Sono in terapia da tutta la vita!


- OK, ma perché scrivi su un blog? (comprati un diario con la chiavetta )
- Il diario non funziona nello stesso modo. Fin quando il diario è “segreto” tutto rimane ancora dentro di me, tutto è ancora solo mio e allora non serve a nulla, il processo di “tirare fuori “ non arriva a compimento. Da piccola ovviamente ce l’avevo, il diario con la chiavetta, ma non lo tenevo segreto, lo facevo leggere in giro, lo condividevo. E solo condividendolo mi aiutava a stare bene. Anche i disegni, li facevo e subito li mostravo. Mi succedeva una cosa e subito la raccontavo (anche adesso, anche al panettiere che non gliene frega nulla). Bo, sono fatta così (male probabilmente), però funziona.


- Ma così possono leggerti degli estranei e farsi delle idee sbagliate!
- Che mi leggano degli estranei e si facciano delle idee sbagliate non mi preoccupa affatto. Perché sbagliate? Si faranno le loro e qualunque esse siano, per loro, saranno giuste. Mi preoccupano di più le persone che mi conoscono, le persone a cui voglio bene, ho sempre timore che possano sentirsi disturbate, scosse, magari offese. Ma io non posso proprio fermarmi, non ho intenzione di smettere di scrivere. Comunque non è che gli spedisco lettere private a casa, basta non aprire questo blog e sono salve. Vi prego: smettere di leggermi se questo processo vi turba.

- Ma perché sbandierare così dei fatti privati? La tua vita? Io non lo farei mai!
- Se non lo fai, fai bene a non farlo perché non è nella tua natura. Che vi devo dire? La mia natura è diversa. Non tanto rara nel genere umano a dire il vero, visto il successo planetario dei social network. E non tanto moderna se si pensa ai romanzi autobiografici. Cioè, alla fine parlare di sé è sempre esistito e lo fanno in parecchi.


- Perché questo desiderio globale di esibirsi, secondo te?
- Il fatto è che ciascuno di noi percepisce la propria realtà come qualcosa di speciale e unica. La “mia” vita, i “miei” sentimenti. E invece io penso che le vite, alla fin fine, si somiglino tutte (ciascuna con i suoi drammi e le sue gioie inattese) e i sentimenti che le persone provano siano anch’essi piuttosto comuni. Parlare di se stessi, esibirsi, da anche la possibilità di riconoscersi negli altri, sentirsi un po’ compresi e meno soli. “mal comune, mezzo gaudio”.


- Vorresti dire che gli scrittori autobiografici sono solo degli esibizionisti come te?
- Non lo so, non solo. Credo che parlare e scrivere di sé, non sia altro che parlare e scrivere di tutti, ma attraverso esperienze personali e sentimenti che conosci davvero perché li hai provati sulla propria pelle. E’ sbagliato comportarsi così? Chi può dirlo? Io vorrei rispondere di no, altrimenti non avrei mai potuto leggere “Paula” di Isabel Allende, “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo, vedere “cartoline dall’inferno” dal romanzo di Carrie Fisher o un qualsiasi autorittratto di Van Gogh… la lista è davvero infinita e conta nomi molto più illustri. Queste opere esistono grazie ai loro creatori e per me è un bene. Fatte le debite proporzioni (il mio è solo un minuscolo blog), il senso si è capito.


- Vorresti spaccaiarla non solo come una “terapia” benefica per te, ma addirittura per gli altri!?
- Be, magari! Non sono abbastanza talentuosa o originale da fornire al mondo chissà quale messaggio o rivelazione. Forse qualcuno leggendomi potrà riconoscersi in alcune sensazioni provate, forse potrà sorridere o piangere… spero almeno di non fare troppi danni in giro, questo sì.


- E se un giorno ti leggessero i tuoi figli? A loro non pensi?
- Sì, mi è capitato di pensarci… giusto di quando in quando…
ma certo che ci penso! In continuazione ci penso!
I miei figli molto probabilmente un giorno mi leggeranno, se ne avranno voglia (è tanta roba e loro avranno un sacco di cose più interessanti da fare). Penso che siano due persone intelligenti e spero che capiranno che quello che stanno leggendo era solo il punto di vista di una persona. Un persona che stava cercando di vivere come meglio poteva, che stava affrontando delle esperienze (non sempre facili o prevedibili) con i mezzi che aveva (e scrivere era uno di questi), che quello che scriveva era solo l’espressione dei sentimenti di un momento preciso e non una verità universale. Se ne sentiranno il bisogno, potranno fare delle domande (lo spero proprio) chiedere spiegazioni, non solo a me, ma anche alle altre persone coinvolte nelle nostre vicende. Penso che ognuno avrà il diritto di raccontare secondo il proprio punto di vista. I miei figli potranno conoscere meglio la propria mamma anche attraverso la scrittura e poi saranno liberi di giudicarmi come meglio credono. Io non voglio “passar bene” con loro, io voglio essere sincera, mostrarmi per quella che sono, o tutto il nostro rapporto non avrebbe più senso. Io non voglio diventare un mito, i mei figli dovranno distruggermi un giorno, è l’unico modo che hanno per crescere, e questo blog potrà aiutarli a farlo. La loro mamma non è stata sempre perfetta, è stata anche ingenua, strana, arrabbiata e perfino disperata. Va bene così, le persone reali sono così. I miei figli (lo spero con tutto il cuore) un giorno sapranno anche perdonarmi.
 

lalla

P.S. Detto ciò, adesso, se ve la sentite, potete provare a leggere il post che ho pubblicato ieri, non saprei, volevo parlare dei numeri magici… ma sono un po’ sfociata nel “tragico, crudo e profondo”, evidentemente ne avevo bisogno, ma voi no, se preferite uscire a mangiarvi un gelato, oggi c’è il sole, mi pare un’ottima alternativa!

mercoledì 29 marzo 2017

12, 28, 29... fata o strega? E' solo un gioco.

Sono una persona fondamentalmente atea e scientifica, razionale e tranquilla, so bene la realtà qual è, eppure, di quando in quando, mi concedo di giocare, mi concedo di viaggiare.
Ho iniziato quando ero bambina. Ogni tanto avevo bisogno di liberarmi di tutto il peso della vita reale e di galleggiare in una dimensione magica e parallela, immaginare piccole fate tra i fiori o sirene fluttuanti tra le onde, parlare agli oggetti, al vento e al mare, indovinare i segreti e i pensieri altrui. Questo, inevitabilmente, mi ha reso una bambina strana. Ho passato l’infanzia da sola, incompresa dalla mia maestra e probabilmente anche da tutti gli altri. E vabbè, tutto non si può avere.
Adoro la matematica e l’astrazione, un altro gioco che mi sono sempre concessa è contare tutto, far caso alle date, concentrarmi sui numeri ricorrenti, geometrizzare la realtà, cercare le simmetrie e i ritmi segreti del tempo.  So benissimo che è tutto casuale, che non esistono una Cabala suprema, un Disegno divino o un Fato già scritto. E’ solo un gioco, nulla di più.
Quando ero ragazza, ad esempio, mi ero fissata col 12, “mi succede tutto col 12!”. Il meccanismo era semplice: ignoravo tutti gli altri numeri e ponevo l’attenzione solo su ciò che aveva a che fare col 12 che così sembrava, magicamente, ricorrere sempre.
Poi ho conosciuto Lui e il 12 è andato un po’ in secondo piano, non so perché ma mi ci siamo stabilizzati oltre la ventina. Un professore (piuttosto maniaco) gli disse di fare attenzione a me, che avevo il naso strano e che probabilmente ero una specie di seducente streghetta.
Un milione di anni fa, sotto un meraviglioso albero di Natale a Piazzale Michelangelo, gli ho regalato il mio primo bacio e una silenziosa promessa di amore eterno. Mi sembrava così speciale e pieno di talento. Pensavo di aver incontrato finalmente qualcuno a cui piacessi davvero (così stramba com’ero), qualcuno a cui aprire le porte del mio mondo segreto senza paura di essere giudicata, qualcuno su cui avrei potuto contare sempre.
Il 29 giugno 2002, 6 anni dopo, sotto il meraviglioso moro del nostro giardino, ho ripetuto quella promessa davanti a tante persone care. L'indomani apparentemente siamo partiti in treno per Roma, in hotel ci hanno dato la camera n° 12, in verità siamo partiti per il mio mondo incantato. L’ho accompagnato in una realtà parallela fatta di dolcezza, serenità, fiducia e amore. E' stato meraviglioso per entrambi.
La prima desideratissima gravidanza è stata difficilissima, ma tra di noi c’era una grande sintonia.
Il 28 luglio 2005, io ed Elia abbiamo lottato insieme (e l’uno contro l’altra) per la vita o per la morte. Per 12 lunghissime ore, poi alla fine, il 29 luglio, il mio piccolo Re dei Sugolini è finalmente nato e io sono quasi morta. Lui era così felice di avere un figlio che non si è accorto di niente, è uscito a complimentarsi con i parenti e non ha capito che me ne stavo andando. Comunque io sono una pellaccia, sono solo quasi morta, non del tutto, perciò va bene così.
Crescere insieme Elia è stato stupendo, siamo partiti tutti per l’Isola dei Sugolini.
Però, dopo qualche anno, Lui ha cominciato a diventare un po’ insofferente a tutto ciò che non gli sembrava “perfetto”. E qui bisogna capire che valore dare alla parola “perfetto”. Innanzitutto diciamo che la perfezione non esiste e meno male se la si intende come un monotono modello ideale, il clone inutile di un pensiero comune. Io sono di certo più strana che perfetta, ci vuole poco a rendersene conto e Lui cominciò a farlo. Elia è uno spettacolo, ma anche lui ha le sue stranezze e molto spesso ha bisogno di liberare il suo pensiero parallelo. Quindi è speciale, meglio che perfetto, no?… ma certamente non sempre di facile lettura, non per tutti gli altri. Ad esempio per le maestre della materna non risultava abbastanza “standardizzato”… ok, non vogliamo certo che diventi un po’ disadattato come la madre, diamogli una mano a standardizzarsi (a travestirsi da persona comune) per facilitargli la vita e i rapporti sociali, certamente, sono d’accordo, ma poi, alla fin fine chissenefrega delle maestre della materna che avevano da ridire se colorava gli alberi di grigio invece che di marrone, no? No? Ecco, invece a Lui fregava. Comunque, per il resto, tutto bene.
4 anni dopo ero di nuovo incinta. Al quinto mese qualcosa cominciò ad andare storto, la piccola aveva dei problemi al cervello, all’inizio la diagnosi non era chiara (caliamo un velo pietoso sugli obiettori di coscienza). comunque io volli aspettare per capire. Credevo che Lui mi stesse accanto e che come me volesse capire, ma iniziai a rendermi conto che stava combattendo una battaglia diversa: voleva solo dimostrare a tutti i costi che i dottori si erano sbagliati e che la bambina “era perfetta”. Un mese di analisi, poi la situazione precipitò e io che, ve l’ho già detto, sono una persona razionale e che sa bene la realtà qual è, decisi. Comunque a quel punto anche Lui era d’accordo. Quando i dottori in Francia fissarono l’inizio del processo di ITG (interruzione terapeutica di gravidanza) per il 28 luglio, sbiancai. L’equipe parlava solo francese, io non parlo una parola di francese, Lui parla francese, ma quando è arrivato il momento di spingere, è uscito, mi ha lasciata sola a partorire quel piccolo cadavere.
Così, il 29 luglio 2009, quattro anni dopo aver messo al mondo il mio piccolo Re, ho di nuovo fatto quello che dovevo, ma stavolta da sola.
Ero delusa, ma ho pensato solo “non l’ha fatto apposta, comunque è finita, perciò va bene così”.
Cosa succede nella testa di una madre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai? Niente di così insopportabile in verità, purché questa madre riesca a rendersi conto che siamo animali e che questo può succedere, che la natura fa delle prove a caso e non sempre il risultato va nella direzione che vorremmo e che per fortuna la scienza può aiutarci ad aggiustare il tiro. Non succede molto, davvero, ma continua ad aspettare, questo sì. Negli anni seguenti ho desiderato tanto un altro figlio che mi aiutasse a terminare quella gravidanza iniziata e mai conclusa. Solo adesso me ne rendo conto: può succedere molto di peggio nella testa di un padre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai. Stava di nuovo combattendo una battaglia diversa dalla mia: voleva dimostrare a tutti i costi (e a tutti gli altri?) che “eravamo perfetti” e che Lui poteva avere un altro figlio sano. Sentivo che ne aveva tanto bisogno, lo amavo e anche io volevo un altro figlio perciò abbiamo tentato molte volte. Ogni volta che iniziava e poi andava male era sempre peggio per me, sempre meno grave per Lui che stava prendendo le distanze. Al quarto aborto spontaneo ho deciso che non ne valeva più la pena. Avevamo già qualcosa che era “più che perfetto”: avevamo noi due e avevamo Elia, nessuno al mondo era fortunato quanto noi! Ho detto “basta, godiamoci questa vita”.
Ed è successa una cosa strana, non so se in modo completamente razionale o meno, non credo, ma ad un certo punto Lui ha fatto di testa sua.
Col senno di poi, mi rendo conto che il suo amore per me (ammesso che sia stato mai capace di provarne) è finito quel giorno. La questione non è se sia stato un atto più o meno volontario o inconsapevole, la questione è che (dopo tanti anni di tentativi inutili) quell’unica volta che ha agito da solo ha avuto successo. Questo lo ha fatto sentire di nuovo “perfetto” e potente e lo ha distaccato per sempre da me (che mi ero tirata indietro e quindi ai suoi occhi avevo fallito). Da quel momento ha smesso di considerarmi una persona con dei sentimenti, mi ha usato e basta.
Fisicamente la gravidanza di Matilde è stata altrettanto difficile di quella di Elia, evidentemente non sono una brava gestante (c’è chi è portata e chi no), ma alla fine tiro fuori dei bei capolavori! Dal punto di vista psicologico è stata peggio perché Lui aveva già ottenuto tutto quello pensava di poter ottenere da me e stava spostando tutto il suo interesse su se stesso e sul suo nuovo potere.
Il 29 aprile 2014 mi si sono rotte le acque, di mattina, al supermercato, ero positiva al tampone per lo streptococco perciò siamo corsi subito all’ospedale, mi hanno rimandato indietro “lei si è sbagliata: non si sono rotte le acque”. Col cavolo, hanno sbagliato loro a fare la diagnosi, Matilde ha maturato un’infezione pazzesca, la sera ho puntato i piedi e sono voluta tornare all’ospedale, induzione d’urgenza, la mia piccola Fata è nata nella notte, quasi morta, ma solo quasi, non del tutto, perché è una pellaccia come la sua mamma. Col cazzo che va bene così, comunque anche questa era fatta.
A questo punto Lui è crollato, ha avuto una specie di “depressione post-parto”, oggi mi viene di pensare che gli sia venuta perché si vergognava di come si era comportato con me e di come sentiva di volersi comportare in futuro, forse già sentiva di non provare più niente e questo lo spaventava, non me lo diceva, anzi mi rassicurava che Noi (io, Elia e Matilde) eravamo tutta la sua vita, sembrava disperato ma di nuovo empatico e dolcissimo… io gli credevo, gli sono rimasta sempre accanto, ho fatto tutto quello che potevo per cercare di farlo tornare da Noi (io, Elia e Matilde) che invece eravamo tanto felici. Ed è incredibile il modo in cui riuscissi a vivere spaccata in due (angosciatissima per Lui, felicissima per Loro), ma lo facevo. Io me la sono proprio goduta questa bimba, come il mio bimbo, Loro sono la dimostrazione che la vita ti sorprende sì con delle grandi sfighe, ma ogni tanto ci mette una botta di culo inimmaginabile e quello è il momento di essere grata e felice perché non esserlo sarebbe proprio un delitto. Quando la depressione gli è passata anche Lui mi è sembrato di nuovo felice, non proprio uno splendore, ma comunque ho smesso di chiedermi ogni minuto del mio tempo: “Sarà soddisfatto? E’ tutto abbastanza perfetto?”. Diciamo che, vista la situazione, mi sembravano domande retoriche. Mi sono un po’ rilassata, può succedere, ok?
Il 28 gennaio 2016 abbiamo fatto le valige uno accanto all’altra, mi ricordo che cercavo in Lui una consolazione: sapevo di partire per andare al capezzale di mio padre (non sapevo che lui sapeva di partire per andare ad imbrodarsi di successo ed iniziare una tresca con un’altra donna). E’ stato il mio primo grande lutto, mi aspettavo un aiuto da Lui, un appoggio, invece sono seguiti due mesi di totale assenza e freddezza e quindi svariate proteste e domande da parte mia, sempre senza risposta. Non riuscivo a capire perché ce l'avesse con me.
Il 28 marzo, a cena, a 2 metri da Elia, con un bel sorrisetto compiaciuto, mi ha comunicato ”mi sento benissimo, ho finalmente capito che per raggiungere l’equilibrio devo allontanarmi da te.”
Gli ho quasi sputato la minestra in faccia, credevo stesse scherzando “mi stai lasciando?”
“Che vuoi che sia? Possiamo tranquillamente rimanere a vivere insieme e crescere i bimbi, ma i nostri percorsi devono separarsi”. Discorsi senza senso.
“Ma che stai dicendo?... c’è un’altra donna? Per questo da due mesi sei tutto da un’altra parte?”
“Assolutamente no! Vedi che non sei in grado di capire?! Tu devi curarti e solo dopo capirai!”.
Ero talmente sotto shock che gli permisi persino di coricarsi nel letto accanto a me e Matilde, credevo sinceramente che stesse sparlando, non poteva essere vero!
Il 29 mattina, una volta rimasti soli ha confessato che aveva incontrato un’altra, la sua vera anima gemella, la donna che finalmente lo aveva portato all’equilibrio e alla perfezione “tu lalla non arriveresti ai nostri livelli neanche con 5-6 anni di analisi”. Che delusione, che squallore e che idiozie… ma incominciavo a intravedere il senso. Che stupida! Altro che aver trovato una persona speciale con cui condividere il mio mondo e su cui poter contare sempre!
Ho chiesto chi fosse l’eletta (la curiosità è donna) e quando era cominciata questa storia, poi ho aggiunto: “Quanto sei banale” e “esci da questa casa”. E dal mio mondo di meraviglie, per sempre.
Non era questo che volevo, proprio per niente, e fino a quel momento di rivelazione l’ho amato e ho fatto di tutto per scusarlo. Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver creduto a una falsità per quasi vent’anni? Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver donato tutta se stessa e i suoi figli alla persona sbagliata? Praticamente tutto. Prova il dolore più grande della sua vita, una roba da creparci, ve lo giuro, e solo perché sono davvero una pellaccia non è successo. Ho subito un trauma da cui non penso che mi riprenderò mai. Cioè: sono di nuovo felice, ma non mi fido più, non c'è verso e questa non è una cosa bella. E vabbè, tutto non si può avere.
Ho sempre me stessa e i miei due bambini meravigliosi, perciò me la faccio andare bene così.
E nonostante tutto, ogni tanto, mi concedo ancora di lasciare questa terra. Mi aiuta la mia mente che non si ferma mai, mi aiutano tutti i miei sensi altrettanto instancabili, mi aiutano le mie mani, sporche di terra o di colori.
Pochi giorni fa il mio avvocato mi ha comunicato che ormai la separazione è ufficiale “dopo la firma è arrivato il nullaosta, a fine luglio il divorzio”.
“Di preciso quando?”
“La legislazione è nuova… un giorno che cada dopo il 26 luglio… per sicurezza diciamo il 30”.
Ok, non il 29, non può succedere tutto il 29 luglio, giusto? O forse sì?

lalla

P.S. Siete curiosi di sapere che fine ha fatto quella che insieme erano arrivati a dei livelli che io manco con 5-6 anni di analisi? Dopo 2 mesi in città ha fatto le valige, arrivederci e grazie!
Sì, lo so: non è elegante gioire delle disgrazie altrui, né tanto incantato portare rancore. Inoltre, per il bene dei miei figli, devo sperare che Lui sia felice così da poter essere anche un buon padre… lo so, lo so, ma sapete che vi dico? Che sono un essere umano anch’io, porca miseria, e che persino le fate se si incazzano diventano streghe!
Dopo che la bella dileguossi come Cenerentola, Lui mi ha detto: “aveva ragione il nostro professore, tu sei davvero un po’ strega, hai sempre sentito e capito tutto”.
Ah sì? O non ero quella che doveva curarsi per riuscire a capire? Chissenefrega di quello che mi dice! Comunque, tante volte fosse vero… ieri era il 28 marzo, il nostro nuovo anniversario, appena sveglia, davanti allo specchio, gli ho mandato una bella maledizione: “Con me hai assaporato la vera felicità, ma sei stato tanto stolto da sottovalutare e rinnegare la tua fortuna. Che tu possa cercarmi in tutte le donne che incontrerai e non trovarmi mai più!”.
Faceva parecchio Malefica, vero?
Suvvia, è già passata, ieri sera spaghetti con le vongole, oggi è il 29, sono di nuovo razionale e tranquilla e spero sinceramente, per il bene di tutti, che lo sia anche Lui.