mercoledì 9 agosto 2017

la vita di coppia è una questione di contabilità e dolciumi industriali

Qualcuno potrebbe pensare che per aver successo nei rapporti di coppia contino qualità quali dolcezza, fedeltà e affettività... bo, se non queste altre, ma robe un po' così, e invece no! Di recente ho scoperto che caratteristiche del tutto diverse avrebbero fatto la differenza e sfortunatamente io ne ero del tutto manchevole da sempre.

Io sono una ragazza di campagna, ma non sono cresciuta solo a pane e cipolla e pesche col vino, cioè: anche a pane e cipolla e pesche col vino (che buone!) ma non solo, ho avuto anche uno strano rapporto di amore e odio con i dolciumi confezionati.
Negli anni '80 per mia madre le "pastine" rappresentavano un gran risparmio di tempo, me le infilava in cartella e via, merenda risolta (lavorando e con quattro figli, era una questione di sopravvivenza, ogni tanto lo faccio anch'io e ne ho solo due!). Per me rappresentavano una gran golosità, le Girelle Motta per esempio, le srotolavo con cura, mi si appiccicava tutta la farcitura di cioccolato alle dita (che poi mi ciucciavo), che goduria... i primi tre giorni. Al quarto cominciavo ad addentarle senza interesse, al quinto mi ricrescevano in bocca e avrei tanto voluto assaggiare il trancio di pizza ghiaccio e bisunto del mio compagno di banco e al sesto pur di cambiare gusto avrei preferito addentare una mela verde (di quelle dure come la pietra e acide come lo Svelto)... ma la confezione era composta di 8 girelle e non c'era verso, nonostante fossero imbottite di conservanti e plastificate singolarmente, probabilmente la mia mamma si era convinta che fossero facilmente degradabili perché mi condannava a finirle tutte di fila, un giorno dopo l'altro, senza soluzione di continuità. Se poi facevo l'orribile errore di non avvertirla in tempo che mi erano venute a noia (suggerendole di passare ai rotolini di mela MisterDay o ai Tegolini Barilla), addio, mi toccava un'altra settimana di patimenti. Povero fegatino mio!
Questi traumi alimentari avrebbero dovuto allontanarmi per sempre da quel mondo, ma, evidentemente, non vi riuscirono mai abbastanza.

Di palo in franca, il mio albero genealogico è composto da due grandi correnti: quella scientifica (del mio bisnonno anatomista, del mio nonno botanico e della mia mamma biologa) e quella commerciale (del mio nonno imprenditore e del mio babbo commercialista). Mia sorella maggiore ha scelto la natura, quella minore la ragioneria, mio fratello di tenere il piede in due staffe, io ho scelto di scansarle entrambe e di buttarmi a pesce baleno nel piccolo rigagnolo artistico della mia nonnastra pittrice (sorellastra del nonno botanico). Comunque, fossi stata proprio obbligata avrei scelto la natura (che adoro), ma ad incasellare numeri, contare soldi e far percentuali del dare e avere proprio mai! Io odio la burocrazia! E questo, sempre più evidentemente, non va bene per niente.

Sono in vacanza da un po'. Fuori dal solito tran tran, una cosa un po' fastidiosa è dover parlare della mia situazione con persone (per altro molto carine e animate da buonissimi propositi) che solitamente non incontro o che per varie congiunzioni astrali non avevo avuto ancora occasione di ammorbare con i particolari squallidi della vicenda. Uso il verbo "dovere" perché le persone hanno una forte esigenza di sapere/tentare di capire e io ho una forte esigenza di raccontare/tentare di spiegare (sarebbe innaturale far finta di niente e parlare del tempo). E' un dovere sociale appunto, ma del tutto infruttuoso: gli altri non possono certo riuscire a capire questa realtà in poche ore (non ne sono capace neanche io che ci sguazzo da più di un anno e ho vissuto tutto in prima linea) e le osservazioni o i consigli che mi danno non solo risultano spesso scontati o inutili, ma possono perfino ferirmi. Insomma, alla fine tutto si risolve per me in qualcosa di terribilmente stancante e penoso. Era meglio parlare del tempo.
Ma il dovere è dovere e siccome io sono una che non solo ascolta le persone con grande attenzione, ma che ripensa alle parole che le vengono dette, ci ripensa ancora, e ancora, poi ci riflette, ci riflette ancora, e ancora,  e quindi si mette in discussione, tanto in discussione, ancora e ancora... anche l'uso del verbo "ferire" è appropriato. Credetemi: non c'è bisogno di urlare con me, bastano uno sguardo o un sussurro e io sento tutti e tutto, tanto tanto forte. Le persone mi feriscono da sempre, mi attraversano con tante lame, mi dilaniano, anche quelle molto carine e animate da buonissimi propositi (figuriamoci gli stronzi). Vi chiederete come possa sopportare di vivere così, ebbene, non saprei come vivere altrimenti. Negli anni ho compreso che questo è il prezzo della profondità (che è il contrario di superficialità), della sensibilità (che è il contrario di essere capace di ridere in faccia a una persona che piange), della coerenza (che è il contrario di dire una cosa e poi fare il contrario quando fa comodo fingendo di aver cambiato idea), della capacità di provare sentimenti reali (che è il contrario di far grandi proclami sentimentali e poi riuscire a vedere solo se stessi) e soprattutto di amare (che, a mio parere, è mettere spontaneamente il bene della persona che ami davanti al tuo). Chi possiede uno scudo che respinge gli attacchi o i buoni consigli degli altri, chi va dritto come un fuso convinto di far sempre bene e di essere sempre nel giusto, chi non prova mai dolore, in realtà, forse, non prova mai niente. E allora mi va bene così, finché ne avrò la forza, è un prezzo che continuerò a pagare... infondo era meglio non parlare del tempo.
Facciamo un esempio di frasi che mi vengono dette (in senso benevolo) sotto l'ombrellone e su cui (dolorosamente) rifletto.
Una, recentemente, mi ha colpito proprio tanto perché in un anno e mezzo è la prima volta che una persona proprio esterna alla vicenda, che ci aveva visto insieme (come coppia) giusto quattro/cinque volte, mi dice: "Si capiva osservandovi da fuori che poteva finire così perché era chiaro che nel vostro rapporto tu davi il 70% e lui il 30% e questo non va bene".
Prima di tutto, ma porca vacca, da fuori si capiva come sarebbe andata a finire? E io non l'ho capito, quanto sono scema! Poi, la storia del 70/30... eccoci, ve l'avevo detto che non sono una brava ragioniera! Ma come si fa a contabilizzare le percentuali corrette da dare e da ricevere? No, questa carezza non gliela do perché sarebbe la quinta della giornata invece lui me ne ha date solo due... novvia, se ti viene spontaneo di dare senza provare peso o fastidio, se lo fai senza sforzo, lo fai e basta. E va detto, a mia discolpa, che tra noi in privato c'era tanta complicità (ora, non vorrei esagerare, ma almeno un 15% in più me lo dava secondo me), ma in pubblico lui faceva sempre la recita ironica del bello e tenebroso che si era concesso alla povera sprovveduta, si faceva parecchio cadere dall'altro, si atteggiava parecchio a superiore... ma che cavolo sto dicendo? E basta! Altro che recita ironica! Era se stesso invece e io la grulla che credevo che fosse una recita!
Sempre la stessa persona (sempre molto carina e sempre animata da buonissimi propositi) mi ha detto: "si percepiva l'onnipotenza del tuo amore, che i bambini e lui erano il tuo centro, ma soprattutto lui, che avresti fatto sempre qualsiasi cosa per renderlo felice, anche troppo, se lo avessi guardato meglio potevi accorgertene, ma tu eri distratta dall'immensità del tuo amore e non ti rendevi conto, credevi di vivere nella famigliola del Mulino Bianco".
E qui fa male. Parecchio male, nonostante i buonissimi propositi.
Perché detta così sembro proprio una stupida, ma io non sono una stupida e non è vero affatto che non mi rendevo conto. Ho sempre saputo che la vita non è solo rose e fiori, ma sono sempre vissuta nella convinzione che non bisogna mai arrendersi o dare le cose per scontate, combattere per renderla migliore possibile. Che vale la pena sempre di godersi il bello che c'è, che è tanto nella vita e che basta e avanza per essere felici. Ecco, evidentemente io sono una persona forte (perché ho un'alta soglia di sopportazione) e semplice perché, mi rendono conto, mi bastano cose semplici per andare avanti ed essere felice. Ma semplice non vuol dire stupida, più che altro vuol dire rara, mi sa.
Ora, io non lo so se il babbo del Mulino Bianco nonostante l'espressione benevola e protettiva in realtà era un banalissimo stronzo bizzoso e donnaiolo, può darsi, non sembrava, ma può darsi (non lo sembrano mai e quasi sempre lo sono), ma lasciamo perdere, concentriamoci per un attimo su di lei. Non so neanche se la mamma del Mulino Bianco soffriva di un'insufficienza epatica cronica, si era sorbita un calvario di divertentissimi disastri legati all'argomento "gravidanze" (andate a buon fine o meno) e in contemporanea le alterazioni di umore del marito, le sue depressioni e i suoi periodi di presunta onnipotenza... non lo so davvero se anche a lei era capitato ciò, ma se nonostante tutto questo sorrideva ancora allegra gustandosi una colazione preconfezionata e abbracciando il suo compagno (perché lo amava sul serio e credeva che stessero affrontando tutto insieme) e i suoi bimbi (perché era matematicamente certa che fossero la cosa più bella del mondo e anche parecchio orgogliosa di essere riuscita a metterceli), insomma, a me come donna non parrebbe un esempio tanto deprecabile. Ma una tipa tosta invece, animata da tanto entusiasmo e gioia di vivere, una da ammirare (saccottini all'albicocca a parte), perché è così che si sta al mondo! Senza piangersi addosso, senza lamentarsi o sentendosi insoddisfatte di non si sa che cosa, si sta al mondo felici di starci, di amare e di sentirsi amate.
Sentirsi amata. Ecco, questo lo devo proprio ammettere e mi dispiace: io che di solito riesco ad avvicinarmi empaticamente alle persone e capirle, non sono stata capace di farlo con la persona più importante, quella con cui avevo scelto di condividere tutta la mia vita, su di lui mi sono sbagliata: lui non mi amava. Non sono stupida e mi sono sempre resa conto di quanto fosse innamorato di se stesso, ma credevo (mi ha fatto credere) che ci fosse lo spazio per amare anche me. Ho sempre vissuto con questa illusione ed è per questo che sorridevo felice, non per fare pubblicità a un biscotto di frumento con la granella di zucchero, ma perché sentirsi amate rende felici. Che vi devo dire? Non solo la contabilità non mi piace, ma manco mi riesce. Ogni tanto sospettavo di dare tanto, ma il 70%??? Bo, comunque il suo 30% mi sembrava tantissimo, mi sembrava il 50% (che insomma 70 + 50 farebbe 120...) ma anche fosse stato il 15% a me bastava per farmi sentire tanto fortunata.
Certo, la nostra è sempre stata una relazione a tre: io, lui e il suo Ego. Ora, io e lui eravamo davvero ben assortiti, combaciavamo alla perfezione come due Ringo incollati con la panna, ci piacevano le stesse cose e ci piaceva condividerle, ci sentivamo soddisfatti facendo i nostri giochi, coccolandoci e gustando le cose semplici (e rare) della vita, le cose vere. Ma il terzo incomodo era un gran rompicoglioni, a lui piaceva "il prestigio", lui aveva bisogno di essere adulato. L'ho sempre saputo che c'era anche lui, ma insomma, chi è perfetto scagli la prima pietra, io non ho mai pensato di esserlo e non ho mai preteso che lo fossero le persone accanto a me (ma sincere e un minimo affettive sì, cavolo!). Ho lasciato libero sfogo al terzo incomodo finché ho potuto, sorridendo alle sue battutine denigratorie nei miei confronti (soprattutto in pubblico ci teneva a sottolineare che "lui era di più"), lasciandogli l'illusione di essere la star della coppia (visto che ci teneva tanto) e soprattutto che fosse una cosa tanto importante esserlo... ho cercato di arginarlo quando esagerava, ma ho anche contribuito ad alimentarlo, purtroppo lo so, perché era un continuo ringraziarlo per la gioia che mi dava, o complimentarsi con lui per il suo talento, per il suo essere speciale o per come fosse coraggioso nell'affrontare i suoi problemi di depressione (col senno di poi, altro che ringraziamenti, dei bei calci nel culo, sai!)... di certo l'ho sottovalutato durante la crisi di mezza età, così il Signor Ego, con una moglie un po' invecchiata (Succede, gli anni passano anche per chi serve in tavola crostatine alla Nutella) e un nuovo prestigioso incarico di lavoro, ha assaporato un minimo di fama e ha convinto lui (il biscotto bianco che combaciava tanto bene con me che sono il biscotto nero) che non potevano più bastargli le cose semplici (e rare) per essere felice e, nel modo più banale possibile, ha pensato bene di tirare nel mezzo una sciacquetta conosciuta (in senso biblico) da mezzo mondo del fumetto facendomela passare per la Madonna di Lourdes... diciamo che a quel punto la situazione è diventata decisamente troppo squallida e affollata!
E' stata colpa mia perché mi fidavo ciecamente e lo amavo troppo? Ma che cavolo vuol dire "amare troppo"? Sempre rimanendo nel campo delle percentuali, ditemi voi se sbaglio, ma se sei capace di amare, di voler bene, lo fai al 100% e non ti pesa, ti viene naturale. A questo proposito gradirei aprire una parentesi per fare una precisazione: non esiste differenza tra i verbi "amare" e "voler bene" (tranne che nel mondo dei cioccolatini Perugina che è assai peggio di quello dei biscotti Barilla) quindi, ve lo chiedo per favore, fatela finita tutti di dirmi (con intento pseudo-consolatorio) la seguente frase (sia al passato che al presente): "lui ti voleva/ti vuole certamente molto bene, solo che non ti amava/ama più". Mi fa proprio incazzare. Chi vuole bene si comporta in modo diverso e io lo so bene perché la mia non era un'unione di convenienza, io gli volevo bene davvero. Quando vuoi bene/ami non sei cieca (lo sei solo nella fase dell'innamoramento) e neanche repressa (se non stai bene con te stessa, non stai bene con gli altri), perciò io sono sempre stata nel posto dove volevo stare, felice di starci. Quando il signor Ego ha iniziato a prendere il sopravvento, a renderlo insoddisfatto e irrequieto, ho provato a parlarci per capire se c'erano dei problemi tra noi e lui ha mentito (ripensandoci, l'ha fatto sempre, con me, con se stesso e con tutti gli altri, per tutta la vita), non mi ha mai detto che i suoi malesseri o le sue insoddisfazioni erano legate a me o alla nostra famiglia (del Mulino Bianco), ha sempre proclamato che io/noi eravamo la cosa più importante per lui. E a me, negli ultimi due anni, questo proclama imperiale cominciava a stonare perché un'altra cosa di cui sono convinta è che non conti una benemerita mazza quello che le persone dicono, conta solo come le persone si comportano. E lui aveva iniziato a comportarsi male, ad allontanarsi (a scansarmi?), passava sempre meno tempo con me o con Elia e degnava a malapena di uno sguardo la piccola. Così non andava bene per niente e gliel'ho detto che si stava perdendo un sacco di cose meravigliose (io sono una persona mite, ma che combatte). E lui, davvero meschino, ha usato la scusa della sua (presunta?) malattia per fare sempre di più lo stronzo e farmi sentire in colpa: "ma io sono stato male, ho avuto la depressione, non ricordi? Non vorrai mica farmi ammalare di nuovo? Ormai ho capito tutto: mi è successo perché ero arrivato a un livello troppo alto di responsabilità, pretendevo troppo da me stesso, ho capito che per stare tranquillo e stare bene c'è un limite che non devo valicare, che devo prendermi del tempo per me". A sì? E io che credevo che stessimo affrontando la vita insieme, invece gli ci volevano, com'è che le chiamava? Non ricordo bene, ma una roba tipo "zone di decompressione". Ma da chi? Da noi?
Che bella soddisfazione ritrovarsi a quarant'anni con due bambini spettacolari (un decenne speciale e per niente geloso e una neonata dolcissima allacciata al corpo) e pensare che tuo marito, il loro padre, avesse bisogno di decomprimersi (da noi?) per andare avanti tranquillo e stare bene.
Non sono stata cieca, né stupida, amica molto carina e animata da buonissimi propositi, negli ultimi 4/5 anni (probabilmente quelli in cui ci hai visto tu) ho cominciato a farmi tante domande e negli ultimi 2 come coppia (si fa per dire) mi sono accorta di tutto, ma c'era la scusa del "sono tanto malato" e c'erano i 15 anni precedenti da mettere sulla bilancia e (ancora animata dalla balla che il tizio fosse capace di amare un altro essere umano oltre a se stesso) ho deciso di restargli vicino, ho deciso di combattere perché la vita è lunga e se vuoi condividerla con qualcuno lo devi sapere in partenza che non sarà sempre tutto perfetto, che ci possono essere dei periodi difficili e poi magari, mettendocela tutta, passano.
O degenerano del tutto, come è capitato a noi, ma almeno non posso accusarmi di non avercela messa tutta. Ce ne ho messa troppa? Che vi devo dire? Ciascuno da quello che si sente di dare, contabilità a parte. Io do tantissimo (troppo?) nel lavoro, do tantissimo (troppo?)  ai miei studenti, do tantissimo (troppo?) ai miei amici, do tantissimo (troppo?)  ai miei figli e molto probabilmente, anzi certamente, ho dato tantissimo (troppo) alla persona che amavo. Dando tantissimo/troppo c'è il rischio, anzi, la certezza, di attirare tanti sfruttatori, tante sanguisughe, tanti viscidi esseri che succhiano e io il peggiore di tutti me lo ero messo nel letto.
Ancora la stessa persona (ancora molto carina e ancora animata da buonissimi propositi): "Tu sei un'idealista, per questo non riesci a perdonare quello che ha fatto. Da tutta questa storia potrai imparare a vivere i rapporti meno da idealista".
Ora, qui il verbo "riuscire" mi sembra proprio usato a sproposito, non è che io "non riesco", io "non voglio" e soprattutto "non devo" perdonare proprio nessuno. Gli uomini che fanno violenza (fisica o psicologica che sia) non vanno perdonati, vanno allontanati e basta.
E "tu sei un'idealista" detto tipo offesa non mi piace per niente, mica è un difetto avere degli ideali o dei valori (basta non pretendere di imporli agli altri). Cioè, io mica vado in giro a costringere la gente ad amarsi per tutta la vita. Manco lui ho costretto, non l'ho obbligato a impegnarsi con me, non l'ho obbligato a farmi certe promesse (me le ha fatte lui perché sapeva cosa avrei voluto sentirmi dire per ottenere da me quello che voleva) e quando mi ha allegramente comunicato di aver incontrato la donna della sua vita (che, per inteso, non sarei stata io) mentre tutto il resto della mia famiglia piangeva e diceva addio al mio babbo (quando per una volta sarei stata io ad aver bisogno di appoggio), non ho neanche provato a trattenerlo, gli ho detto solo "quella è la porta, vai"). Che ognuno nella vita faccia quello che gli pare, ma che le persone non vogliano convincermi che voler bene davvero al proprio compagno/a e rimanergli accanto "nella buona e nella cattiva sorte" sia un comportamento deprecabile.
Insomma, io dovrei imparare a impegnarmi di meno e a fregarmene? Che infondo che vuoi che sia, stiamo insieme finché va poi arrivederci e grazie, amici come prima, morto un Papa se ne fa un altro, si chiude una porta e si apre un portone o peggio ancora: si riapre la stessa porta di prima... dovrei imparare a sguazzare nella dilagante superficialità e a coltivare anaffettività e menefreghismo.
Lo sapete invece che vi dico, che purtroppo dai traumi non si imparano mai cose belle (a patto che queste lo siano). I traumi non insegnano, segnano e basta.
Vorrei tanto riuscire ancora a credere alle persone. Vorrei tanto poter pensare che siano sincere su quello che provano e vogliono, ma ormai lo so che non è così. Io sono sincera, io sono profonda, io sono esposta. Da piccola percepivo il rischio che gli altri mi facessero del male, per questo preferivo stare da sola, per questo ho dovuto faticare tanto per trovare il coraggio di aprirmi e fidarmi. Ma adesso basta, non mi fido più.
Non voglio e non posso rinunciare a sentire tutto quello che sento, è così bello, non posso rinunciare ad amare fino infondo, è così appagante, non posso rinunciare a essere me stessa, così innamorata della vita. Voglio continuare a viverla felice, assaporando le cose semplici e vere, che sono rare. Voglio continuare a essere sincera, idealista e pura.
Ma quella sensazione di rischio che sentivo da piccola adesso è una certezza. Tutti mi hanno ferito e la persona di cui mi fidavo di più, con cui mi ero aperta totalmente, mi ha usata e devastata senza ritegno, deridendo il mio dolore.
Io sono davvero segnata e per questo, ora come ora, ne sono certa, desidero e spero di non innamorarmi più. Consideriamo per un momento che il mio modo di amare sia davvero sbagliato, può essere, figurati se pretendo di avere la ricetta giusta (l'evidenza palesa che non ce l'ho!) ma è il mio modo, io sono fatta così. Non mi riescono le vie di mezzo, il "finché va va e dopo restiamo amici come prima", non sono capace di impegnarmi solo un pochino e starne fuori quel che basta... magari la prossima volta comincerei facendo la splendida (tutta distaccata), ma poi lo so come andrebbe a finire (io mi affeziono anche agli scontrini, figurati a uno che mi fa gli occhi dolci): ci cascherei di nuovo, finirei per fidarmi e darei ancora tantissimo/troppo al mio compagno e lui (annusata la situazione di sfruttabilità) comincerebbe a prendere/pretendere ogni giorno di più (subdolamente e con stile, come solo gli uomini sanno fare), ancora e ancora, senza fine. Non è amore questo.
Penserete: ma non sono mica tutti così! No, non tutti per fortuna, ma parecchi sì! Vedo in giro tante donne che si accontentano, che tirano avanti in qualche modo raccontandosi che "tutti possono sbagliare", "ci possono essere momenti di debolezza", "loro hanno esigenze diverse dalle donne", "hanno bisogno di sentirsi realizzati nel lavoro", "hanno bisogno di svagarsi", "hanno bisogno di fare sport", "hanno bisogno dei propri spazi"... hanno un sacco di bisogni, loro. Vedo in giro così pochi uomini capaci di mettere il bene della propria compagna (e perfino dei propri figli) davanti al proprio... Non lo so se sono solo io a vederci male perché ora come ora mi si è pure abbassata la vista oltre che segnato il cuore. Non lo so se sono sbagliati loro o se sono sbagliata io. Per molte donne va bene così, per me no, io voglio sincerità e rispetto, voglio essere amata, non sfruttata. Ma probabilmente, ormai l'ho capito, io sono una persona facile da sfruttare e difficile da amare. E allora è meglio che me ne stia sola. L'ho detto anche all'amica tanto carina e animata di buonissimi propositi di cui sopra: "Voglio stare da sola".
E lei: "Non dirlo, sarebbe un peccato così grande che una persona buona come te rimanesse da sola".
Ma cara, è proprio perché sono buona che è bene che me ne stia da sola. E a dirla tutta non sono solo buona, sono anche belloccia, interessante, entusiasta e soprattutto rara. Che queste non saranno caratteristiche essenziali per una serena vita di coppia come vituperare la famigliola del Mulino Bianco, tener bene la contabilità affettiva e vivere con la giusta superficialità, ma comunque adesso, per favore, facciamoci un tuffo o parliamo dello Scirocco, che è meglio.

lalla

P.S. la storia delle pastine che mi venivano a noia vale per tutte tranne che per le Fiesta per cui sviluppai una vera e propria dipendenza. Molti mi dicono di averla per la Nutella, pensiamoci, forse la Ferrero nei suoi prodotti ci mette la droga, altro che l'olio di palma!

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