mercoledì 29 marzo 2017

12, 28, 29... fata o strega? E' solo un gioco.

Sono una persona fondamentalmente atea e scientifica, razionale e tranquilla, so bene la realtà qual è, eppure, di quando in quando, mi concedo di giocare, mi concedo di viaggiare.
Ho iniziato quando ero bambina. Ogni tanto avevo bisogno di liberarmi di tutto il peso della vita reale e di galleggiare in una dimensione magica e parallela, immaginare piccole fate tra i fiori o sirene fluttuanti tra le onde, parlare agli oggetti, al vento e al mare, indovinare i segreti e i pensieri altrui. Questo, inevitabilmente, mi ha reso una bambina strana. Ho passato l’infanzia da sola, incompresa dalla mia maestra e probabilmente anche da tutti gli altri. E vabbè, tutto non si può avere.
Adoro la matematica e l’astrazione, un altro gioco che mi sono sempre concessa è contare tutto, far caso alle date, concentrarmi sui numeri ricorrenti, geometrizzare la realtà, cercare le simmetrie e i ritmi segreti del tempo.  So benissimo che è tutto casuale, che non esistono una Cabala suprema, un Disegno divino o un Fato già scritto. E’ solo un gioco, nulla di più.
Quando ero ragazza, ad esempio, mi ero fissata col 12, “mi succede tutto col 12!”. Il meccanismo era semplice: ignoravo tutti gli altri numeri e ponevo l’attenzione solo su ciò che aveva a che fare col 12 che così sembrava, magicamente, ricorrere sempre.
Poi ho conosciuto Lui e il 12 è andato un po’ in secondo piano, non so perché ma mi ci siamo stabilizzati oltre la ventina. Un professore (piuttosto maniaco) gli disse di fare attenzione a me, che avevo il naso strano e che probabilmente ero una specie di seducente streghetta.
Un milione di anni fa, sotto un meraviglioso albero di Natale a Piazzale Michelangelo, gli ho regalato il mio primo bacio e una silenziosa promessa di amore eterno. Mi sembrava così speciale e pieno di talento. Pensavo di aver incontrato finalmente qualcuno a cui piacessi davvero (così stramba com’ero), qualcuno a cui aprire le porte del mio mondo segreto senza paura di essere giudicata, qualcuno su cui avrei potuto contare sempre.
Il 29 giugno 2002, 6 anni dopo, sotto il meraviglioso moro del nostro giardino, ho ripetuto quella promessa davanti a tante persone care. L'indomani apparentemente siamo partiti in treno per Roma, in hotel ci hanno dato la camera n° 12, in verità siamo partiti per il mio mondo incantato. L’ho accompagnato in una realtà parallela fatta di dolcezza, serenità, fiducia e amore. E' stato meraviglioso per entrambi.
La prima desideratissima gravidanza è stata difficilissima, ma tra di noi c’era una grande sintonia.
Il 28 luglio 2005, io ed Elia abbiamo lottato insieme (e l’uno contro l’altra) per la vita o per la morte. Per 12 lunghissime ore, poi alla fine, il 29 luglio, il mio piccolo Re dei Sugolini è finalmente nato e io sono quasi morta. Lui era così felice di avere un figlio che non si è accorto di niente, è uscito a complimentarsi con i parenti e non ha capito che me ne stavo andando. Comunque io sono una pellaccia, sono solo quasi morta, non del tutto, perciò va bene così.
Crescere insieme Elia è stato stupendo, siamo partiti tutti per l’Isola dei Sugolini.
Però, dopo qualche anno, Lui ha cominciato a diventare un po’ insofferente a tutto ciò che non gli sembrava “perfetto”. E qui bisogna capire che valore dare alla parola “perfetto”. Innanzitutto diciamo che la perfezione non esiste e meno male se la si intende come un monotono modello ideale, il clone inutile di un pensiero comune. Io sono di certo più strana che perfetta, ci vuole poco a rendersene conto e Lui cominciò a farlo. Elia è uno spettacolo, ma anche lui ha le sue stranezze e molto spesso ha bisogno di liberare il suo pensiero parallelo. Quindi è speciale, meglio che perfetto, no?… ma certamente non sempre di facile lettura, non per tutti gli altri. Ad esempio per le maestre della materna non risultava abbastanza “standardizzato”… ok, non vogliamo certo che diventi un po’ disadattato come la madre, diamogli una mano a standardizzarsi (a travestirsi da persona comune) per facilitargli la vita e i rapporti sociali, certamente, sono d’accordo, ma poi, alla fin fine chissenefrega delle maestre della materna che avevano da ridire se colorava gli alberi di grigio invece che di marrone, no? No? Ecco, invece a Lui fregava. Comunque, per il resto, tutto bene.
4 anni dopo ero di nuovo incinta. Al quinto mese qualcosa cominciò ad andare storto, la piccola aveva dei problemi al cervello, all’inizio la diagnosi non era chiara (caliamo un velo pietoso sugli obiettori di coscienza). comunque io volli aspettare per capire. Credevo che Lui mi stesse accanto e che come me volesse capire, ma iniziai a rendermi conto che stava combattendo una battaglia diversa: voleva solo dimostrare a tutti i costi che i dottori si erano sbagliati e che la bambina “era perfetta”. Un mese di analisi, poi la situazione precipitò e io che, ve l’ho già detto, sono una persona razionale e che sa bene la realtà qual è, decisi. Comunque a quel punto anche Lui era d’accordo. Quando i dottori in Francia fissarono l’inizio del processo di ITG (interruzione terapeutica di gravidanza) per il 28 luglio, sbiancai. L’equipe parlava solo francese, io non parlo una parola di francese, Lui parla francese, ma quando è arrivato il momento di spingere, è uscito, mi ha lasciata sola a partorire quel piccolo cadavere.
Così, il 29 luglio 2009, quattro anni dopo aver messo al mondo il mio piccolo Re, ho di nuovo fatto quello che dovevo, ma stavolta da sola.
Ero delusa, ma ho pensato solo “non l’ha fatto apposta, comunque è finita, perciò va bene così”.
Cosa succede nella testa di una madre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai? Niente di così insopportabile in verità, purché questa madre riesca a rendersi conto che siamo animali e che questo può succedere, che la natura fa delle prove a caso e non sempre il risultato va nella direzione che vorremmo e che per fortuna la scienza può aiutarci ad aggiustare il tiro. Non succede molto, davvero, ma continua ad aspettare, questo sì. Negli anni seguenti ho desiderato tanto un altro figlio che mi aiutasse a terminare quella gravidanza iniziata e mai conclusa. Solo adesso me ne rendo conto: può succedere molto di peggio nella testa di un padre che ha spettato 6 mesi una figlia che non conoscerà mai. Stava di nuovo combattendo una battaglia diversa dalla mia: voleva dimostrare a tutti i costi (e a tutti gli altri?) che “eravamo perfetti” e che Lui poteva avere un altro figlio sano. Sentivo che ne aveva tanto bisogno, lo amavo e anche io volevo un altro figlio perciò abbiamo tentato molte volte. Ogni volta che iniziava e poi andava male era sempre peggio per me, sempre meno grave per Lui che stava prendendo le distanze. Al quarto aborto spontaneo ho deciso che non ne valeva più la pena. Avevamo già qualcosa che era “più che perfetto”: avevamo noi due e avevamo Elia, nessuno al mondo era fortunato quanto noi! Ho detto “basta, godiamoci questa vita”.
Ed è successa una cosa strana, non so se in modo completamente razionale o meno, non credo, ma ad un certo punto Lui ha fatto di testa sua.
Col senno di poi, mi rendo conto che il suo amore per me (ammesso che sia stato mai capace di provarne) è finito quel giorno. La questione non è se sia stato un atto più o meno volontario o inconsapevole, la questione è che (dopo tanti anni di tentativi inutili) quell’unica volta che ha agito da solo ha avuto successo. Questo lo ha fatto sentire di nuovo “perfetto” e potente e lo ha distaccato per sempre da me (che mi ero tirata indietro e quindi ai suoi occhi avevo fallito). Da quel momento ha smesso di considerarmi una persona con dei sentimenti, mi ha usato e basta.
Fisicamente la gravidanza di Matilde è stata altrettanto difficile di quella di Elia, evidentemente non sono una brava gestante (c’è chi è portata e chi no), ma alla fine tiro fuori dei bei capolavori! Dal punto di vista psicologico è stata peggio perché Lui aveva già ottenuto tutto quello pensava di poter ottenere da me e stava spostando tutto il suo interesse su se stesso e sul suo nuovo potere.
Il 29 aprile 2014 mi si sono rotte le acque, di mattina, al supermercato, ero positiva al tampone per lo streptococco perciò siamo corsi subito all’ospedale, mi hanno rimandato indietro “lei si è sbagliata: non si sono rotte le acque”. Col cavolo, hanno sbagliato loro a fare la diagnosi, Matilde ha maturato un’infezione pazzesca, la sera ho puntato i piedi e sono voluta tornare all’ospedale, induzione d’urgenza, la mia piccola Fata è nata nella notte, quasi morta, ma solo quasi, non del tutto, perché è una pellaccia come la sua mamma. Col cazzo che va bene così, comunque anche questa era fatta.
A questo punto Lui è crollato, ha avuto una specie di “depressione post-parto”, oggi mi viene di pensare che gli sia venuta perché si vergognava di come si era comportato con me e di come sentiva di volersi comportare in futuro, forse già sentiva di non provare più niente e questo lo spaventava, non me lo diceva, anzi mi rassicurava che Noi (io, Elia e Matilde) eravamo tutta la sua vita, sembrava disperato ma di nuovo empatico e dolcissimo… io gli credevo, gli sono rimasta sempre accanto, ho fatto tutto quello che potevo per cercare di farlo tornare da Noi (io, Elia e Matilde) che invece eravamo tanto felici. Ed è incredibile il modo in cui riuscissi a vivere spaccata in due (angosciatissima per Lui, felicissima per Loro), ma lo facevo. Io me la sono proprio goduta questa bimba, come il mio bimbo, Loro sono la dimostrazione che la vita ti sorprende sì con delle grandi sfighe, ma ogni tanto ci mette una botta di culo inimmaginabile e quello è il momento di essere grata e felice perché non esserlo sarebbe proprio un delitto. Quando la depressione gli è passata anche Lui mi è sembrato di nuovo felice, non proprio uno splendore, ma comunque ho smesso di chiedermi ogni minuto del mio tempo: “Sarà soddisfatto? E’ tutto abbastanza perfetto?”. Diciamo che, vista la situazione, mi sembravano domande retoriche. Mi sono un po’ rilassata, può succedere, ok?
Il 28 gennaio 2016 abbiamo fatto le valige uno accanto all’altra, mi ricordo che cercavo in Lui una consolazione: sapevo di partire per andare al capezzale di mio padre (non sapevo che lui sapeva di partire per andare ad imbrodarsi di successo ed iniziare una tresca con un’altra donna). E’ stato il mio primo grande lutto, mi aspettavo un aiuto da Lui, un appoggio, invece sono seguiti due mesi di totale assenza e freddezza e quindi svariate proteste e domande da parte mia, sempre senza risposta. Non riuscivo a capire perché ce l'avesse con me.
Il 28 marzo, a cena, a 2 metri da Elia, con un bel sorrisetto compiaciuto, mi ha comunicato ”mi sento benissimo, ho finalmente capito che per raggiungere l’equilibrio devo allontanarmi da te.”
Gli ho quasi sputato la minestra in faccia, credevo stesse scherzando “mi stai lasciando?”
“Che vuoi che sia? Possiamo tranquillamente rimanere a vivere insieme e crescere i bimbi, ma i nostri percorsi devono separarsi”. Discorsi senza senso.
“Ma che stai dicendo?... c’è un’altra donna? Per questo da due mesi sei tutto da un’altra parte?”
“Assolutamente no! Vedi che non sei in grado di capire?! Tu devi curarti e solo dopo capirai!”.
Ero talmente sotto shock che gli permisi persino di coricarsi nel letto accanto a me e Matilde, credevo sinceramente che stesse sparlando, non poteva essere vero!
Il 29 mattina, una volta rimasti soli ha confessato che aveva incontrato un’altra, la sua vera anima gemella, la donna che finalmente lo aveva portato all’equilibrio e alla perfezione “tu lalla non arriveresti ai nostri livelli neanche con 5-6 anni di analisi”. Che delusione, che squallore e che idiozie… ma incominciavo a intravedere il senso. Che stupida! Altro che aver trovato una persona speciale con cui condividere il mio mondo e su cui poter contare sempre!
Ho chiesto chi fosse l’eletta (la curiosità è donna) e quando era cominciata questa storia, poi ho aggiunto: “Quanto sei banale” e “esci da questa casa”. E dal mio mondo di meraviglie, per sempre.
Non era questo che volevo, proprio per niente, e fino a quel momento di rivelazione l’ho amato e ho fatto di tutto per scusarlo. Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver creduto a una falsità per quasi vent’anni? Cosa succede nella testa di una donna che scopre di aver donato tutta se stessa e i suoi figli alla persona sbagliata? Praticamente tutto. Prova il dolore più grande della sua vita, una roba da creparci, ve lo giuro, e solo perché sono davvero una pellaccia non è successo. Ho subito un trauma da cui non penso che mi riprenderò mai. Cioè: sono di nuovo felice, ma non mi fido più, non c'è verso e questa non è una cosa bella. E vabbè, tutto non si può avere.
Ho sempre me stessa e i miei due bambini meravigliosi, perciò me la faccio andare bene così.
E nonostante tutto, ogni tanto, mi concedo ancora di lasciare questa terra. Mi aiuta la mia mente che non si ferma mai, mi aiutano tutti i miei sensi altrettanto instancabili, mi aiutano le mie mani, sporche di terra o di colori.
Pochi giorni fa il mio avvocato mi ha comunicato che ormai la separazione è ufficiale “dopo la firma è arrivato il nullaosta, a fine luglio il divorzio”.
“Di preciso quando?”
“La legislazione è nuova… un giorno che cada dopo il 26 luglio… per sicurezza diciamo il 30”.
Ok, non il 29, non può succedere tutto il 29 luglio, giusto? O forse sì?

lalla

P.S. Siete curiosi di sapere che fine ha fatto quella che insieme erano arrivati a dei livelli che io manco con 5-6 anni di analisi? Dopo 2 mesi in città ha fatto le valige, arrivederci e grazie!
Sì, lo so: non è elegante gioire delle disgrazie altrui, né tanto incantato portare rancore. Inoltre, per il bene dei miei figli, devo sperare che Lui sia felice così da poter essere anche un buon padre… lo so, lo so, ma sapete che vi dico? Che sono un essere umano anch’io, porca miseria, e che persino le fate se si incazzano diventano streghe!
Dopo che la bella dileguossi come Cenerentola, Lui mi ha detto: “aveva ragione il nostro professore, tu sei davvero un po’ strega, hai sempre sentito e capito tutto”.
Ah sì? O non ero quella che doveva curarsi per riuscire a capire? Chissenefrega di quello che mi dice! Comunque, tante volte fosse vero… ieri era il 28 marzo, il nostro nuovo anniversario, appena sveglia, davanti allo specchio, gli ho mandato una bella maledizione: “Con me hai assaporato la vera felicità, ma sei stato tanto stolto da sottovalutare e rinnegare la tua fortuna. Che tu possa cercarmi in tutte le donne che incontrerai e non trovarmi mai più!”.
Faceva parecchio Malefica, vero?
Suvvia, è già passata, ieri sera spaghetti con le vongole, oggi è il 29, sono di nuovo razionale e tranquilla e spero sinceramente, per il bene di tutti, che lo sia anche Lui.

lunedì 27 febbraio 2017

in onore a tutte le donne con le palle

Il Carnevale è una festa che divide. Non come il Natale che piace a tutti, non come il Capodanno che  deprime in egual misura il popolo. Il Carnevale divide, fin da bambini. Cioè, li vedi quelli in preda all’euforia con un travestimento improbabile, assemblato alla meno peggio in casa (come da sempre faccio io) e quelli che nonostante indossino un modello “ufficiale” che costa quanto una notte in Bed &Breakfast, hanno un muso lungo fino ai piedi e si vergognano come cani. Li guardi negli occhi e lo capisci che il loro unico pensiero è: “Quando finisce questo strazio?”.
Il Carnevale è una questione, oserei dire, genetica. C’è chi ha il gene del “trasformismo” e chi non ce l’ha. Tipo quello che ti fa piegare la lingua in due oppure no. Non credo che nessuno scienziato ci si sia mai dedicato in modo serio, a parer mio dovrebbe. Forse è un gene che nella giungla primitiva accomunava il primate al camaleonte, valla a sapere… io sono un camaleonte! Anche i miei figli lo sono. Noi ci travestiamo molto spesso, non solo quando il Carnevale lo rende socialmente accettabile. E’ così divertente mascherarsi e interpretare un ruolo diverso, è così liberatorio. Probabilmente è anche il gene degli attori. Mi piace un sacco!

La mia mamma, la settimana scorsa, essendo che mi ama, mi ha detto una cosa molto bella: che è fiera di me per come ho reagito a quello che è successo, che ho una forza incredibile e che “si toglie tanto di cappello”. Io però ero preoccupata di non aver pensato abbastanza alle persone intorno a me e allora lei, essendo molto arguta, mi ha detto una cosa centrata: “Non dire fesserie! Devi pensare Lalla che è come se tu fossi stata schiacciata da un autobus e avessi dovuto passare 4-5 mesi tutta tritata al CTO, in una situazione disperata, senza sapere se avresti mai più potuto camminare… nonostante ciò, hai continuato a prenderti cura dei tuoi figli, dei tuoi studenti e a gestire tutti gli altri… nessuno sa come hai fatto, ma dopo nemmeno un anno, cammini di nuovo!”.
E’ vero: cammino di nuovo. E faccio anche dei bei saltelli a dire il vero.
La forza evocativa di questa metafora mi ha fatto venire in mente una grande pittrice che è stata davvero, letteralmente, schiacciata da un autobus. E’ tornata a camminare e non ha mai smesso di dipingere. Un giorno, rivolgendosi a Rivera (che gliene ha fatte di cotte e di crude) gli disse: "
Ci sono stati due brutti incidenti nella mia vita, Diego: quell'autobus e tu. Tu sei di gran lunga il peggiore…". Nonostante abbia sofferto e zoppicato tutta la vita, neanche con i piedi in cancrena, ha mai abbassato lo sguardo.
Questo Carnevale, in onore a tutte le donne con le palle, io sono Frida.


lalla

P.S. Sabato ho organizzato una festicciola per i ragazzini, un tè per le signore e una pizzata per tutti.
Mentre mi disegnavo il monociglio, Elia mi guardava storto: “perché ti trucchi da sgorbio?”
“Ma che dici?! Mi sto travestendo da Frida Kalho! E’ stata una grande pittrice e una grande donna. E’ molto famosa, sai? Tu non la conosci perchè sei ancora un ragazzino, ma vedrai che i genitori mi riconosceranno”. Gli mostro la foto su google.
“Se lo dici tu, a me sembra un po’ sgorbio”.
Ok, ammetto che due genitori all’ingresso si sono complimentati: “che bel vestito da cinese” (?), ma gli altri mi hanno riconosciuta. Nessuno (forse per educazione) ha detto che ero sgorbia, ogni tanto coglievo degli sguardi straniti, probabilmente avranno pensato che sono un po’ strana a vestirmi in maschera a 41 anni, possibile? Ma se il cappellino di fiori l’ho confezionato io stessa e indossato per il matrimonio di mia sorella Chiara?… almeno stavolta era Carnevale!

giovedì 23 febbraio 2017

vi dirò una cosa in faccia, a costo di bagnarmi il culo

Alcune persone hanno voglia di dirti la loro in faccia.
Così, tanto per gradire e quasi come fosse un vanto “io sono una/uno che le cose le dice in faccia!”.
E’ un atteggiamento che non ho mai compreso, né condiviso, che tra l’opzione “dire le cose dietro le spalle” e “dire le cose in faccia”, magari si son scordate di vagliarne una terza: “non dirle affatto”.
Allora entra in scena la storia del “dare i consigli” (a parer mio parecchio sopravvalutata). Con la scusa di darti dei consigli (non richiesti) ti rifilano dei giudizi. Piglia e porta a casa.
Io cerco di dare consigli il meno possibile eccetto che ai miei figli e ai miei studenti, a loro ne do un sacco, ma in questo caso il tentativo è appunto quello di “educare” (
suggerire le risposte non serve, si tratta di fornire indizi ed esempi, sempre cercando di rispettare le inclinazioni personali) e non mi piace farlo, ho sempre paura di sbagliare, ma volente o nolente lo DEVO fare: quello dell’educatrice è il mio ruolo. Un ruolo che mi è stato concesso dal mio utero e dal Ministero dell’Istruzione (oltreché da una bella tonnellata di forza di volontà, in entrambi i casi).
Per il resto, cerco di dare consigli solo ed esclusivamente se sono stati richiesti. E anche in questo caso è un gran casino, ci vogliono molto tatto e prudenza perché può capitare (spesso) che le persone che chiedono il tuo parere in verità non vogliano ascoltarlo, ma più semplicemente trovare una conferma a quello che già pensano. Più raramente, c’è chi un consiglio lo vorrebbe davvero. E' meglio procedere in punta di piedi. E’ così complicato riuscire a capire fino a che punto spingere nel discorso la tua opinione o plasmarti su quella degli altri… insomma, è tanto difficile non fare del male (perfino quando un consiglio ti viene chiesto) che proprio non le capisco le persone che gratuitamente ti “dicono le cose in faccia”, così, tipo ceffone in pieno viso!
Comunque, ognuno è fatto a suo modo e ha opinioni diverse, per fortuna.
Ognuno, in una società abbastanza evoluta e civile (come nonostante tutto è la nostra), può scegliere
il posto da occupare  nel mondo.
Io non ho scelto di lavarmene le mani alla Ponzio Pilato, la mia non è una scelta di comodo, è più una scelta di pudore e di rispetto. Io me ne sto da una parte, osservo le persone con grande interesse, provo a capirle e mi rendo disponibile all’ascolto. Poi faccio questo: cerco di distribuire allegria ed entusiasmo intorno a me (e di rompere le palle il meno possibile). Stop.
Forse non è un granchè, ma ci sono posti peggiori, più insulsi o più ingombranti.
Anche perché, ma che diritto avrei io di giudicare o interferire nella vita degli altri? Qualcuno (eccetto il mio utero e il Ministero dell’Istruzione) mi ha investito di questo ruolo? Chi lo dice, ad esempio, che io sia una madre “migliore” delle altre? Nessuno, e infatti non mi ci sento proprio! Per questo non mi sono MAI permessa di andare a consigliare/criticare le mamme intorno a me sul fatto che stessero nutrendo/vestendo/addormentando i propri figli nel modo sbagliato. Condivido il loro modo di crescere i figli? In qualche caso sì, in qualche caso no, ma è possibile che sia io a sbagliarmi, o forse (come appare più logico) facciamo un po’ di cose sbagliate e un po’ di cose giuste entrambe, o più semplicemente: chissenefrega, ognuno farà quel che può con i mezzi che ha!
Insomma, io seguo il principio “vivi e lascia vivere”.
Ma è un principio non universalmente condiviso e così io, in faccia, mi sono sentita dire di tutto. Tu sei fatta così, tu sei fatta cosà, tu sbagli di qui, tu sbagli di là, tu non sei capace di fare questa cosa qui, tu non sei capace di fare questa cosa qua. Piglia e porta a casa.
Che, tra parentesi, tutte queste cose essenziali “da dire in faccia” non si sa perché, ma raramente sono cose belle.
Allora, oggi ho voglia di fare un’eccezione, di rendermi antipatica buttando anche io lì un consiglio così, tanto per gradire.
Premessa: un sacco di gente a un certo punto del proprio percorso entra in crisi, mette in discussione una vita intera, o più semplicemente si sente insoddisfatta, perde di vista il senso e la meta.
Non parlo di coloro a cui l’equilibrio chimico è andato completamente in tilt (perché, onestamente, non esiste una cosa più seria dell’equilibrio chimico di un corpo e io, detto tra noi, sono sempre stata imbevuta in un cocktail perfetto e pure costante, non me lo sogno neanche di sottovalutare il culo che ho).
Ma per tutti gli altri, non lo so, forse mi sbaglio, ma mi sembra di percepire una specie di allergia alla coerenza e alla determinazione condite da una decadente deriva psicanalitica generale. Ora, io non sono una psicologa e una delle mie migliori amiche lo è, non la voglio offendere quindi che sia chiaro: si tratta solo di sensazioni, di dubbi miei così, random.
Mi guardo in giro e non capisco, è la psicanalisi che ha questa pecca o sono le persone a farne un uso distorto? Tutto questo “lavoro interiore” forse fa concentrare troppo le persone su se stesse, sul proprio dolore/problema, le sfinisce sull’autoanalisi, le ripiega nell’introspezione e le incupisce. Fa diventare tutto ancora più grave, pesante e profondissimo.
“Ognuno deve riscoprire il suo Io interiore ed essere se stesso/a”.
E se il tuo “Io interiore” facesse cacare? Cioè, attenzione, non è detto che nel profondo si sia tutti Gandhi. E se qualcuno, nel profondo, fosse Hitler? Magari aver tracciato dei confini negli anni, aver trovato il modo di contenersi, moderarsi, adattarsi alla società e agli altri non sarebbe proprio tutto un lavoro da buttare.
“Ho bisogno di conoscere e capire me stesso/a”.
Se non ti sei conosciuto/a e capito/a per 30/40/50 anni (se non ci sei riuscito/a quando avevi una mente giovane e flessibile) cosa ti fa credere di poterci riuscire adesso? Forse hai poche capacità empatiche e di ascolto delle tue emozioni. O magari c’è poco da capire, semplicemente. O cercare di mettere un’etichetta su se stessi (e sulle altre persone) è SBAGLIATO dato che siamo esseri unici e mutevoli (potrebbe anche avvicinarsi al vero, ma é a scandenza breve). Su questa cosa dell’etichetta (come anche sull’indossare una divisa) vorrei aggiungere che a un sacco di gente piace proprio tanto, da sicurezza, da un senso di appartenenza.
A me fa schifo.
“Tutti hanno il diritto di inseguire la propria felicità”.
Ne siamo sicuri? Anche no se questo significa distruggere quella degli altri. Tutti hanno diritto a inseguirla, ma non ad ogni costo, tra l’altro: scappa parecchio in fretta e non credo proprio che si possa raggiungere mietendo delle vittime.
Ed eccoci al consiglio, citando il film “La prima cosa bella”:
Oggi non vi sentite un granchè? Invece di farvi tante domande, perché non provate a farvi un bel bagno in mare?!
Perché non provate (voi che potete!) a mordere una gustosissima schiacciata fumante ripiena di mortadella appena affettata? … proprio nell’angolino dove c’è un sacco di sale, provate!
Provate a gioire delle cose semplici della vita. Ve lo dice un’epicurea: strabastano a rendere soddisfatti. Se poi avete la sfacciata fortuna di aver messo al mondo un figlio e lui sta bene, esiste, è reale... e lo potete toccare tutti i giorni… vabbè, altro che mortadella!
E’ solo un consiglio, ma ve lo dico perché ci credo: coltivate, se potete, la leggerezza e una sana superficialità. La felicità verrà da voi senza doverla inseguire.

lalla

P.S. Sì, lo so, la frase “cerco di distribuire allegria ed entusiasmo intorno a me (e di rompere le palle il meno possibile)”, fa un po’ ridere considerando questo ultimo anno. E’ una delle cose che mi è dispiaciuta di più: riversare il mio sconcerto e la mia disperazione ovunque, aver preteso così tanta pazienza dalle persone intorno a me. Altro che “portare allegria”, ho chiesto aiuto, tanto aiuto e ho rotto le palle. E per me è stato innaturale e  imbarazzante, ma essenziale. Lo dovevo fare per forza, o sarei morta. Mi sono sfogata, tanto, ho chiesto conferme (anche solo che fosse vero, perché a me sembrava tutto impossibile) e consigli (sì, ho chiesto anche dei consigli!) su quale fosse il comportamento più corretto da seguire nell’interesse dei miei figli. E le persone che mi hanno aiutato di più sono state tanto sagge da ascoltarmi (sopportarmi!) e alla fine non darmene quasi nessuno. Perché barare non vale e suggerire le risposte non serve (come a scuola). La strada scelta non sarà mai quella giusta se non arrivi a imboccarla da sola. A chi mi ha aiutato dico grazie con tutto il cuore e a buon rendere (anche se non gli auguro certo l’inferno che è toccato a me!).

P.P.S.S. lunedì dovevo partecipare a un collegio di plesso un’oretta dopo il termine delle lezioni. Prendo un gelato e mi spingo sulla spalletta dell’Arno, c’è il sole. Mentre mi gusto il cono, vengo incuriosita da alcuni ragazzi stranieri che scavalcano furtivamente la spalletta, scendono sull’argine e si dirigono verso la pescaia. Guardo meglio, ci sono alcuni pescatori, un po’ di fidanzatini, turisti, è piuttosto popolata, tutta quella gente ha scavalcato? Forse allora non è una cosa particolarmente disdicevole…
in un attimo sono nel punto giusto del muretto, è un po’ altino… mi guardo intorno veloce (se mi vedono dei colleghi sai che figura!) non c’è nessuno, ma perché no? Salto! La pescaia è in parte bagnata e c’è un po’ di limo, cerco di non impantanarmi. I ponti e le case si riflettono sull’acqua, nonostante ci siano altre persone è tutto umanamente silenzioso (i turisti dormono, i fidanzatini si baciano, i pescatori pazientano) e naturalisticamente rumoroso (a pochi metri l’Arno precipita fragorosamente). Un’oca si sta ripulendo le piume in bilico sul bordo della diga. Non resisto: mi distendo accanto all’oca sulle pietre più asciutte con la testa a 10 cm dal filo d’acqua, dove sembra immobile. Chiudo gli occhi e ascolto, sento: il sole caldo sulle palpebre, la calma dell’Arno accanto a me, il suo nervosismo a pochi metri da me, il gusto di cacao in bocca... e il culo bagnato finito in una piccola pozzanghera! Passano 20’, devo tornare indietro verso la scuola. Ripercorro a ritroso il sentiero e arrivo al muretto. Al primo tentativo di risalire non ce la faccio per niente perciò mi prende il ridere e al secondo va pure peggio, poi un po’ di panico (penso alla figura di merda che dovrò fare telefonando a un collega per farmi aiutare), mi concentro e al terzo ce la faccio. Con una piccola corsetta arrivo in tempo alla riunione. Salgo le scale a due a due, arrivo nella sala, molti hanno le facce stanchissime e abbastanza assenti, io ho ancora il sole sulle guance, il cacao in bocca, il culo bagnato... e tanta voglia di fare!

venerdì 10 febbraio 2017

verso la primavera

In verità, non ho particolari cose da raccontare.
Non che manchino belle novità, come il fatto che tra pochi mesi (incrociando le dita) dovrei essere una “donna divorziata” (che la parola fa schifo, lo so, ma la sensazione, credetemi, è proprio tutt’altra cosa!).
Non che manchino rotture di scatole, come il fatto della drastica diminuzione delle iscrizioni nel mio liceo e il pericolo di diventare il prossimo anno non solo “potenziata”, ma anche “sovrannumeraria” (cavolo, che soddisfazioni mi da la scuola italiana!).
Non che manchino preoccupazioni, come il fatto di dover gestire un Re preadolescente e una Piccola Fata infante (amorosissimi entrambi, per altro).
Nessuna di queste cose mi pesa sul cuore. Nessuno degli aspetti della mia vita mi affligge, nessuno mi sconcerta. Avevo bisogno di un po’ di leggerezza, tutti noi ne avevamo bisogno. E adesso la stiamo coltivando insieme, io e i miei piccoli. Ci alziamo ogni giorno e andiamo tutti e tre a scuola (al nido, alle medie, al liceo), poi ci ritroviamo a casa e ci dilettiamo in Barbie, trucco e parrucco (solo io e Matilde), compiti (solo io ed Elia), canto sfrenato, ballo, progetti folli, avventure, esplorazioni, cucina e degustazioni degne di Master-chef, nonché maratone cinematografiche con relative classifiche nerd e, soprattutto, coccole (per tutti).
Mi ci sento (leggera) perché tutto ha inaspettatamente preso un verso. E io lascio che ogni cosa vada nella direzione in cui vuole andare, dove era giusto che andasse (ormai da tempo), senza cercare di opporre alcuna resistenza.
Nuotare nella direzione giusta è importante, ma non sempre è facile trovarla.
Può apparire chiara davanti a te e allora si tratta solo di avere il coraggio di tuffartici dentro, io l’avevo fatto vent’anni fa: un bel tuffo di testa carpiato, col batticuore e gli occhi chiusi. Un tuffo da applausi. Poi ho fluttuato serena e ignara nell’acqua azzurra per tanto tempo, strasicura di trovarmi nella direzione giusta e di dove quel fiume mi avrebbe portato.
Non mi aspettavo più grosse sorprese.
E invece, può succedere anche di cascare in acqua quando non te l’aspetti, per sbaglio, indietreggiando sulla banchina, e di sbatterci il muso dolorosamente. Eppure, anche questo tuffo inaspettato che ti brucia sù per il naso e ti fa ingoiare una bella gozzata d’acqua salata, per quanto incredibile possa sembrare, ti scaraventa nella direzione giusta.
E una volta imboccata, c’è poco da fare, è una corrente che ti trascina in un solo verso (e indietro non si torna).
Io ve lo devo dire: ora come ora non lo so di preciso dove mi porterà questa corrente, so solo che mi sta portando lontano da dove ero (consentendomi di trattenere me stessa e tutto quello per cui vale la pena vivere). A questo punto, visto anche il gorgo infernale che ha cercato di risucchiarmi verso il fondo e a cui sono sopravvissuta senza annegare (e la conseguente fiducia in me stessa parecchio rinforzata), non mi sembra così importante cercare di “spoilerarmi” il finale.
Dovunque mi porti, sarà una sorpresa.
Dovunque mi porti, io ho intenzione di andarci con tutta la leggerezza possibile.

Perché il sorriso (e un certo malsano ottimismo) sono sempre state le mie armi migliori e anche se fa un freddo cane fuori è ed ancora inverno, io lo sento, e ne sono certa, che sto andando verso la primavera.

lalla

"verso la primavera", olio su masonite, 59x59 cm.
P.S. Esempio di classifica nerd cinematografica di lalla&Elia.
“esseri pseudo-teneri che nella rispettiva scena madre canterina ci hanno fatto venir voglia di sterminarli con un bazooka”:
1. Gli Ewok di “Guerre stellari”
2. I Troll esperti in amore di “Frozen”

3. I 7 nani di “Biancaneve” della Disney quando cantano lo jodel.

martedì 17 gennaio 2017

caro babbo, noi comunque ci siamo impegnati e va benissimo così.






Una cosa che mi ha sempre fatto girare le scatole è che i morti diventino santi. Non è vero che “se ne vanno sempre i migliori”, se ne vanno tutti. E’ come se il lutto generasse un’amnesia parziale nella testa delle persone sopravvissute che porta a scordare le cose brutte e a ricordare solo quelle belle. A dimenticare le litigate e le difficoltà della convivenza, a rimuovere le cattiverie, a smussare gli spigoli del carattere, insomma a staccarsi dalla realtà (a idealizzare) e a rinnegare così la storia. I cimiteri si trasformano in luoghi popolati da salme di santi, di modelli di perfezione e perciò di tanti cloni, tutti migliori di noi che siamo ancora vivi per il solo fatto di essere morti. Spesso le persone ci vanno, armate di un mazzo di fiori, a rimpiangere una specie di supereroe che non è mai esistito e a nutrire un sentimento di amore puro, di affetto perfetto che non avevano mai provato verso l’altra persona (quella defunta) quando era ancora viva. Lo fanno perché forse è la cosa più naturale da fare, la più spontanea e la più facile per sentire di meno la mancanza, l’unico modo che hanno per sopportare la perdita, per continuare a cullarsi nella nostalgia di quello che era (anzi, di quello che non era, ma che sarebbe stato bello potesse essere stato). Quindi, in definitiva, queste persone lo fanno per soddisfare un bisogno personale, non certo per ricordare chi se n’è andato. Ma così facendo, io mi chiedo: cosa resta del defunto? Niente. Non sono credente perciò non posso immaginarmi una vita dopo la morte se non nella continuità genetica della propria stirpe e nella memoria dei propri cari. Per questo io non ci sto: mi rifiuto di scordare, dimenticare, rimuovere e perfino smussare. Le cose belle, e anche quelle brutte.
Non si ama di meno una persona rendendosi conto e ammettendo che possa avere (o possa aver avuto) dei difetti. Si prende il pacco completo e lo si ama lo stesso.
E’ passato quasi un anno dalla morte del mio babbo, ma riesco a ricordarlo ancora con sincerità: prima di tutto era un convinto maschilista. Durante l’infanzia è stato un padre “normalmente assente” (considerata la generazione d’appartenenza), tornava dal lavoro a ora di cena e nel fine settimana aveva i suoi svaghi (carte, caccia e pesca). Io passavo molto del mio tempo con i miei fratelli o da sola (ho sempre amato la solitudine), o con la tata (che era più una nonna che una tata), o con la mamma (che c’è sempre stata). Ma il mio babbo era, anche, molto affettuoso. Ogni sera, rientrando a casa, ci baciava, noi e la mamma, anzi, prima la mamma. Lo stesso faceva una volta che eravamo sotto le coperte, ricordo benissimo la sua barba morbida e fine (mai pungente) che mi faceva il solletico. Qualche volta capitava che tornasse prima, magari mentre uscivo dalla vasca, la mamma doveva cucinare e allora ci pensava lui ad asciugarmi i capelli e mi ricordo bene che mi piaceva tanto quando lo faceva lui, mi piaceva di più. La mamma aveva sempre fretta quando mi pettinava e (molto spesso) mi strappava un po’ di capelli, lui invece li spazzolava a lungo e con calma, venivano tutti vaporosi. Mi diceva sempre che ero bellissima e sono certa che lo pensasse davvero.
Il mio babbo era prepotente. Quando ero adolescente cominciai a trasformarmi in una persona, non ero più solo la sua bambina, i rapporti diventarono più difficili. Non riusciva ad accettare che i suoi figli potessero pensare in modo indipendente, sfuggire al suo controllo. La sera tornava sempre più tardi, sempre più fiero del suo lavoro, ma sempre più stanco, anche io ero stanca e un po’ indolente come tutti gli adolescenti, avevo sentito la sua mancanza, potevo trasformarmi in un’intransigente e lui in un iracondo. E allora son state litigate, anche brutali, quasi sempre a cena. Per delle cazzate, oggettivamente. Per la mia indolenza e la sua prepotenza. “Lalla, vai a prendere il formaggio nello stanzino”, detto con calma, ma deciso (che forse a ripensarci adesso non voleva essere un ordine, ma una richiesta, ma io ero un’adolescente e lo percepivo più come un ordine che come una richiesta). E allora io, detto altrettanto con calma, ma con noncuranza (tipo per dire: ”me ne frego di scattare se mi dai degli ordini”): “prima finisco la minestra e poi vado”. E allora si offendeva e giù con la rabbia: “… io che lavoro tutto il giorno per voi, ti chiedo un piacere e non lo fai… i figli devono portare rispetto e bla,bla,bla (anzi BLA, BLA, BLA! a 20.000 decibel)”. Così mi offendevo io che mi sentivo (anzi, ero sicura di essere) nel giusto, ero la figlia modello, no? Studiosa e tranquilla, non mi meritavo certo queste sfuriate per un tocco di formaggio! (sì, ok, adesso mi è chiaro che il formaggio fosse la cosa che c’entrava di meno).
A questo punto, capito il personaggio (per certi versi molto più simile a me di quanto mi sarebbe piaciuto ammettere), la via più semplice sarebbe stata fingersi mansueta e adorante, non contrastarlo più e fare le cose (tutte le cose della mia vita) di nascosto, ma io non mi sono mai accontentata della via più semplice. Se una cosa ti interessa ti ci impegni, porca miseria, non imbastisci un rapporto di facciata per vivere tranquilla. Non mi andava di raccontare bugie, di fare forche a scuola o di uscire di nascosto, di indossare una maschera e rinunciare per sempre ad un rapporto reale. E il mio babbo in questo mi ha aiutato perché era anche una persona intelligente e sapeva essere ragionevole sulle questioni serie (non sul formaggio). Perciò mi sono fatta coraggio e li ho resi partecipi delle mie scelte (entrambi i genitori), gli ho raccontato la mia vita, le mie storie d’amore, ho spiegato il mio punto di vista e a volte entrambi non lo condividevano e neanche io il loro, ma se ne poteva parlare comunque, magari concitatamente, con vigore, ma con rispetto. Certo, tutto questo è faticoso, quando le posizioni erano contrastanti, quando leggevo nei loro occhi che non mi approvavano, che mi avrebbero desiderato diversa mi sentivo incompresa e la vivevo come un’ingiustizia, mi facevano soffrire. Anche io, ora lo so, devo aver fatto soffrire loro. Forse, devo ammetterlo, ho scelto per tutti la via più dolorosa, la via del confronto. La si può percorrere solo se ci si impegna per far tutto pulito e se ci si sente forti della propria posizione, se si è sinceri nel rapporto con l’altra persona (e con se stessi) e non si prova vergogna. Perciò è pure faticosa come via e piuttosto spietata, ma ancora oggi sono fiera di aver scelto così. Io ho vissuto in questo modo ogni rapporto della mia vita, fino infondo.
Una volta il babbo ci raccontò, sempre a tavola (ora che ci penso in casa nostra succedeva tutto a tavola): “quando voi eravate ancora piccoli, un collega mi mandò la figlia in prova come segretaria. Mi accorsi subito che era troppo bella e in più aveva quel modo di fare un po’ così… insomma, io con una scusa la mandai via”. La mamma, mi ricordo bene, fece un’espressione un po’ offesa (comunque sia non le piaceva che lui avesse trovato seducente un’altra donna al punto da ritenerla “pericolosa”) e allora partii io con la filippica femminista: “ma non è giusto però, una allora se è bella non può lavorare! Questa è discriminazione, dovevi resisterle!”. E lui, che era una persona pratica, rispose non a torto: “lascia perdere quello che è giusto Lalla, se a una cosa ci tieni davvero la devi proteggere, deve essere sempre la tua priorità, giocare col fuoco può essere divertente, ma prima o poi ti bruci”. Il mio babbo era una persona coerente (come la mia mamma, non è un caso che lo sia anche io) e che ha sempre lottato, sempre, con tutti noi (e contro tutti noi), senza lasciare niente di intentato, per prendersi cura della cosa più importante che avevamo: la nostra famiglia.
L’adolescenza è poi finita. Così ho capito che prima o poi a tutti può scappare “la parolina di troppo” al momento sbagliato, che le persone di tutte le età possono essere stanche e irascibili, possono avere difficoltà nel relazionarsi, possono essere intransigenti, convinti di se stessi, anzi troppo convinti (convintissimi) e possono farsi del male a vicenda. Però, se queste persone imperfette sono state sincere tra loro e hanno cercato un confronto reale, alla fine non importa chi avesse ragione (se poi davvero uno ce l’aveva questa ragione), l’importante è che se ci hanno provato sul serio, se si sono impegnate, se hanno fatto tutto il possibile e del loro meglio con quello che erano (se non hanno scelto la via più semplice) allora va bene così. Va benissimo così. Una volta diventata adulta, ho perdonato il mio babbo per non essere stato “il padre perfetto” e ho perdonato me stessa per non essere stata “la figlia perfetta”. E chissenefrega della perfezione!
Dopo il babbo si è ammalato e, ripensandoci, io sono davvero contenta che sia stato “dopo” (cioè mi ritengo fortunata di aver avuto il tempo di perdonarlo prima, quando era ancora tutto lui, maschilista, prepotente e convintissimo di sé) perché in seguito ha perso dei pezzi per strada ed è per forza di cose cambiato. Il mio babbo era sempre stato un’enorme piramide di pietra indistruttibile e infatti il suo male ci ha messo quasi un decennio a smontarlo, un piccolo tassellino alla volta. Questo calvario ha generato caratteristiche che non erano sue proprio per niente come la disillusione, lo smarrimento e la paura, si è fatto più fragile ed emotivo. Praticamente tutto il peso del suo dolore lo ha riversato sulla mamma (che c’è sempre stata) e io gliel’ho anche detto che si comportava male con la mamma, che doveva essere più buono con lei (sempre piuttosto intransigente la signorina). A me (che non vivevo più così vicina, ma a “distanza di sicurezza”) ha invece detto, sinceramente, delle cose bellissime. Ma il nostro rapporto non era più paritario ormai, eravamo tornati alla mia infanzia, ma questa volta era lui il bimbo fragile e innamorato e io l’adulta “normalmente assente”.
Il motore della sua vita è stato combattere e illudersi davvero di essere indistruttibile, fino alla fine (ha rinnovato la patente di guida la settimana prima di morire), quindi abbiamo deciso di concedergli di mantenere la speranza (che voleva così tenacemente): nessun discorso d’addio e nessun accenno alla fine imminente. Ma io sono sempre la solita rompicoglioni, si sa, la via facile del “far finta di nulla” ancora una volta non mi piaceva, non lo volevo lasciare andare così, senza un saluto vero. Così ho escogitato un trucco per il giorno del suo ultimo compleanno anticipato, quando la famiglia si è seduta per pranzare insieme un’ultima volta: ho fatto vedere a tutti il filmino della nostra vita. E così abbiamo riso, ci siamo commossi tanto e ci siamo detti addio. Che infondo non serve davvero la parola “addio” per dirsi addio. Dopo la proiezione era stremato, oltre al colpo di grazia del filmino c’era stato il pranzo prima (dove non aveva quasi toccato cibo). Io comunque un cioccolatino artigianale glielo avevo allungato e lui l’aveva mangiato facendo quella faccia che faceva sempre tipo “mmm, buonissimo”, ma questa volta probabilmente l’aveva fatta solo per farmi contenta (era un grande attore il mio babbo e anche lui si stava impegnando parecchio quel giorno), però io ancora un po’ ci spero che se lo sia gustato davvero quel cioccolatino. E anche la partita a carte che hanno organizzato dopo, quando io stavo già guidando verso Firenze (volevo tornare dal mio amore che era appena rientrato dalla Francia dopo un faticoso viaggio di lavoro, probabilmente mi stava già aspettando… non lo sapevo ancora quale fosse il vero motivo per cui era andato ad Angouleme, il mio amore).
Ed eccoci arrivati al nostro ultimo momento, proprio un momento sbagliato, il babbo era in imbarazzo perché voleva giocare a carte, ma doveva urinare e non aveva la forza di andare in bagno. Si vergognava, così abbiamo cercato di convincerlo che non era niente di grave: “e vabbè, portatemi la padella”. Sono usciti tutti dalla stanza, Guido è tornato, lui e la mamma stavano per sollevarlo un po' e sistemare la padella, perciò io adesso avevo davvero pochi secondi per poterlo salutare. Ma, nonostante avessi già Matilde in collo e fossimo tutte imbacuccate, lui in qualche modo mi ha dato ancora un po' del suo tempo, si è allungato sfiorandomi con le labbra e ha detto “grazie Lalla del filmino e vai piano con la macchina”. No, concedimi ancora solo un attimo babbo, prima di distrarti troppo pensando alla padella, o alla partita di carte … gli ho risposto, tutto d’un fiato: “grazie a te babbo, per le bellissime avventure che abbiamo vissuto insieme!”. Sapevo che sarebbero state le mie ultime parole, ma non ho avuto il tempo di sceglierle e probabilmente non sono uscite bene, in effetti la voce si è un po’ rotta e forse lui non era più abbastanza attento, perciò devo ammettere che mi è rimasto questo dubbio: non lo so se mi ha capito.
Ecco la cosa brutta della morte: è irreversibile, è definitiva. Non è che se adesso mi viene voglia di dirgli una cosa fondamentale che proprio vorrei dirgli posso chiamarlo e dirgliela. La morte è un punto di non ritorno. Noi non ci possiamo dire più niente. E lo so che siamo stati due chiacchieroni e che di cose ce ne siamo dette tante, ma comunque in questo anno ogni tanto avrei avuto ancora voglia di poterlo fare. Mi ha dato proprio fastidio questa storia dell'irreversibilità.
Invece, uno dei primi giorni del 2017, il 2 o il 3, non ricordo di preciso quale, ho fatto un sogno.
Ero in una stanza vuota, sulla soglia alle mie spalle c’era (forse) il resto della mia famiglia. Questa stanza grigia avrebbe potuto assomigliare ad un obitorio, ma dentro mi ci sentivo bene (non aveva la freddezza e la tristezza di un obitorio), davanti a me, disteso su un lettino (tipo da obitorio appunto), c’era il mio babbo coperto solo da un lenzuolo (forse grigio, forse bianco), ma col volto scoperto. Mi avvicino, lo guardo per essere sicura che è lui. Sì, è proprio lui, ma ha ripreso qualche chilo dall'ultima volta che l'ho visto. Apre gli occhi e mi guarda.
Mi piglia un colpo, sono sorpresissima “Babbo, ma sei vivo?!”
E lui, tranquillo “ma certo”.
“Ma noi si credeva che tu fossi morto, ti s’è fatto anche il funerale, sai? E da parecchio tempo”.
E lui, sempre più serafico: “Sarà stata morte apparente, io sto proprio bene”.
E allora io a quel punto avrei potuto fare a me stessa e a lui tantissime domande irrilevanti tipo “Perché siamo in un posto che sembra un obitorio (ma un po' meglio) e tu non hai freddo coperto solo da un lenzuolo forse grigio o forse bianco? Che cavolo hai fatto in questo anno se non eri morto? Sto sognando? Siamo nell’aldilà? Mi dai i numeri del Lotto per favore?”. E invece, per fortuna, (nonostante fossi in fase REM) ho capito in un millesimo di secondo che questa era la mia unica occasione, l’ultima che avrei mai avuto, di sfuggire alla condanna dell’irreversibilità.
Così ho iniziato: “comunque…” (che stava per: “dovunque ci si trovi in questo momento, che sia l’aldilà o più semplicemente un angolino del mio inconscio, che in realtà non ce ne frega nulla”) e poi ho concluso, con una sincerità totale: “…io ti voglio bene”. Ci siamo sorrisi, complici, come per dire: “ma certo, noi questa cosa si sa”. Che bella sensazione.
A quel punto ho subito pensato che avrei dovuto avvertire gli altri alle mie spalle e soprattutto la mamma (anche loro di certo avrebbero voluto parlargli), ma il sogno è finito e io mi sono svegliata. I sogni finiscono sempre.  
E anche le cose vere finiscono, tutte le cose vere (quelle brutte e quelle belle).

lalla
adesso sto colorando la mia serenità.




sabato 31 dicembre 2016

il 2016 è stato l'anno della verità ed io una piccola Cassandra.

Ebbene siamo giunti alla fine 2016, sei stato un anno tosto, ma sincero.
Circa un mesetto fa mi sono imbattuta in questa paginetta a fumetti che avevo realizzato e regalato al mio ex nel 1998, agli albori del nostro amore. La paginetta voleva essere una parodia scherzosa del nostro rapporto, mi ero impegnata molto nel realizzarla perché di solito non mi cimentavo nello stile grottesco, quello è il suo campo, è un genio nel fumetto umoristico e su questo non si discute (peccato che in Francia non se ne sia accorto nessuno), io invece sono una disegnatrice realistica/accademica/pallosa. Scrivere la sceneggiatura e i dialoghi invece mi era venuto naturale e mi aveva divertito tanto. Ricordo che lui fece un mezzo sorriso e subito dopo un commento negativo sullo stile, disse che il mio modo di disegnare era sempre “inquietante” (vedi le gocce di sudore nella vignetta n° 5 o i peli nella n° 14). Anche a me, rileggendolo adesso, è sembrato davvero molto (moltissimo) inquietante, ma nel contenuto. Sono rimasta di ghiaccio: questa paginetta stilisticamente incerta è la sintesi perfetta della nostra storia, altro che parodia. Io che faticavo come una bestia, che correvo di continuo per moltiplicare magicamente le ore della giornata, studiavo come una forsennata per superare esami all’università, esami alla Scuola di Specializzazione, preparare lezioni, correggere compiti, vincere un concorso… per mandare avanti la famiglia, organizzare feste, diversivi, viaggi, intrattenere i bambini e coccolare lui… per essere sempre bella e pronta quando schioccava le dita, lui, al contrario, che faceva la sua vita, con calma, che mi concedeva  il suo tempo quando ne aveva voglia, senza rinunciare a niente, che si prendeva i suoi spazi, per giocare a calcio, per viaggiare ai festival, per avere le sue vie di fuga, da me, da noi. E il finale, perfetto. Ma non ci sbagliamo: quella nella terzultima vignetta non voleva essere  una metafora della donna sexy in contrapposizione alla casalinga, è proprio una “donnina allegra” (come le chiamava bonariamente il mio babbo quando negli anni ‘90, passando in auto all’imbrunire, le vedevamo comparire sul viale e non so perché le chiamasse così, forse perché non le aveva mai conosciute da vicino e conservavano per lui una certa aurea di sogno, ma io le guardavo in faccia e mi sembravano tutto fuorché allegre), la tipa in questione era pure bruttina e un po’ sfatta, aveva il suo "ufficio” dietro lo studio di illustrazione vicino al Comunale, se ne stava lì strizzata nel bustino e nelle calze autoreggenti davanti all’uscio, ad adescare in pieno giorno, e il mio ex ogni volta faceva commenti , allegri, appunto. Perciò non è vero che l’amore “rende ciechi”, io ci vedevo benissimo anche 20 anni fa! Lalla, la piccola Cassandra che non ha creduto neppure a se stessa.
Il problema dell’amore è intrinseco proprio nel motivo che ti far star bene: la presenza in massa di serotonina all’interno del tuo corpo. E così, strafatta fino alla punta dei capelli come ti ritrovi, ti senti euforica, ti senti speciale, ti senti felice e vorresti continuare a sentirti così, perciò, per quanto intelligente tu possa essere, sei spinta a sottovalutare drammaticamente i segnali.
Mi sono innamorata di lui proprio per quel suo umorismo così pungente e arguto, per come mi faceva ridere, mi prendeva in giro, credevo che fossero solo scherzi “perché in realtà mi ama, in realtà ha scelto me”. Adesso mi sono resa conto che non scherzava mai. Le sue non erano battute benevole, ma il suo modo per “smontare” chi aveva di fronte e ribadire la sua superiorità. Non erano mai rivolte verso se stesso. In breve tempo aveva individuato i miei punti deboli, le mie insicurezze, i miei complessi (dove non c’erano, li ha generati lui) e ha cominciato a martellare lì (in modo ironico e geniale). Così la prima volta ho riso, la seconda anche, poi, lentamente, e sempre sorridendo, ho cominciato a credergli. Ho creduto di avere un corpo tozzo e brutto dato che ogni volta che mettevo un abitino corto che lasciasse nude le gambe esordiva con “stasera tiro con l’arco, eh?” (in una scena di uno dei miei film preferiti, “Robin Hood” della Disney, il protagonista a un certo punto si traveste da cicogna, mi diceva sempre che quella ero proprio io, col busto corto e largo, due gambe lunghe e secche e un becco al posto del naso). Il mio naso… un becco, una pinna di squalo, un’arma pericolosa… il mio abbigliamento mai abbastanza femminile, mai all’altezza di qualche ragazza imbarazzante che incrociavamo per strada, sentirsi sempre paragonata a tutte le altre… i miei occhi all’ingiù (questa poi!)… il mio seno giunonico praticamente ignorato per due decenni “il seno grande è meglio vestito”…
e non era solo una questione fisica, intendiamoci, in ogni cosa che facevo non ero mai all’altezza del suo modello ideale. Perciò come insegnate di Storia dell’Arte ero approssimativa, “tu non conosci davvero affondo la materia, un vero insegnante scrive trattati, fa ricerche serie, come il nostro amico Giovanni, lui sì che è un insegnante serio, te sei una dilettante”. E come mamma, neanche lì andavo davvero bene perché ero troppo ansiosa, tradizionale, troppo presente e affettuosa, anche in questo venivo continuamente paragonata alle altre che erano sempre un passetto avanti e più moderne. Ero addirittura non correttamente alfabetizzata, perché "hai delle lacune che non riuscirai a superare mai a causa del tuo atteggiamento" (vedi le mia lieve dislessia)… ero troppo rumorosa e chiacchierona se eravamo in pubblico… ero troppo volgare se mi scappava una parolaccia… ma io andavo avanti, tra una corsa e l'altra non ho mai rinuciato ad essere me stessa e a coltivare le mie passioni, a quel punto però venivo quasi osteggiata (ma sempre con la giusta ironia): questo blog era "una roba da femmine" e la mia scrittura “di pancia, ma senza stile” “tu sei brava solo a scrivere i temi sul razzismo” (al liceo andavo molto bene in Italiano, ma secondo lui, “noi scrivevamo saggi storici e commenti letterari, a te facevano scrivere temi di attualità che non hanno alcun valore”). Ogni volta che dipingevo partivo bene, ma poi lui si faceva tutta una sua idea su come avrei dovuto finire il quadro, un suo progetto di perfezione, io ovviamente andavo per la mia strada e allora lo deludevo e diventava cattivo “non sei mai all’altezza in ogni parte del dipinto. Non mantieni abbastanza la concentrazione. Peccato, l’hai rovinato”.
Ma che pal*e! Ma come caz** ho fatto a sopportare uno str**zo  presuntuoso pezzo di merd** così??? (scusate, ma se sono volgare, sono volgare).
Ve l’ho detto:  è colpa della serotonina che, bugiarda come una ladra, ripetendomi per 20 anni "sono solo scherzi perché in realtà ti ama, in realtà ha scelto te”, mi ha rubato mezza vita. Per fortuna adesso la serotonina si è dissipata, ma la sua stronzaggine no.
Lui continua ad essere se stesso (non è che l’alzata d’ingegno che ha avuto l’ha reso una persona migliore, anzi), continua a tentare di smontarmi nascondendo nei suoi discorsi da S.Paolo folgorato sulla via di Damasco i soliti messaggi denigratori “l’amore vince su tutto, sei tu che non lo capisci e fai soffrire i nostri figli” (traduzione: la colpa se soffrono è tua che non accetti la famiglia allargata) “I figli stanno male a stare lontani da te perché avete un legame troppo forte, è un bene che si distacchino da te, li farà crescere” (traduzione: sei sempre la solita cattiva madre) “è colpa tua se le persone danno il loro peggio con te, devi curarti e scoprire e accettare la tua zona d’ombra” (traduzione: dovrei accettare la sua) “tu non puoi comprendere il percorso di individuazione di Jung che ho avuto perché non sai niente di psicologia e non hai mai letto un libro in vita tua almeno che non dovessi farci un esame, studia prima di parlare con me” (non credo che qui ci sia bisogno di tradurre). Sapete perché insiste? Perché ancora una volta mi rifiuto di aderire alla sua idea su come dovrebbe finire questa storia, al suo progetto di perfezione, me ne vado per la mia strada e allora, come sempre, lo deludo e diventa cattivo.
Però, mi dispiace per il mio caro ex, non funziona più, grazie all’enorme vaso di Pandora che questo 2016 ha scoperchiato per me, è stata spazzata via in un soffio tutta la serotonina dal mio corpo ed io posso essere me stessa con orgoglio e imparare a sbattermene altamente il caz**  dei suoi giochini! E se io rimango Robin Hood alla gara di tiro con l'arco, lui si é trasformato in Giovanni senza terra, vanitoso, invidioso, che brama la corona e finisce per succhiarsi il ditone rimpiangendo la mamma... evviva il Re fasullo d'Inghilterra!
Un po’ mi preoccupa, devo ammetterlo, pensare che quando scoperchi il vaso di Pandora lo schifo esce a raffica e non si ferma più… ci vorrà ancora parecchia pazienza, anche il 2017 non sarà una passeggiata.
Ma non importa, forza e avanti lalla, a testa alta.
Addio 2016 e grazie, non ti dimenticherò mai.


Lalla

P.S. tutte le cose su cui mi ha preso in giro sono vere. E’ sempre stato molto acuto e intelligente, molto oggettivo. Il punto è proprio questo: chi ama non può essere oggettivo. Chi ama desidera far stare bene l’altro, incoraggiarlo. Se davvero ama, non dovrebbe cercare di dominare, di manipolare, di cambiare l’altra persona per farla aderire al proprio disegno, dovrebbe lasciarla libera di essere se stessa, con i suoi difetti, ed amarla lo stesso, come ho fatto io.
P.P.S.S. Ma che cavolo sto dicendo? Oggettivo un caz**! Avrò pure un corpo tozzo, ma ho una bocca da favola, poppe fantastiche e due gambe da urlo, altro che tiro con l’arco, come diceva il mio babbo ogni volta che indossavo un gonna “Lalla, hai due gambe da fare invidia a Angie Dickinson!” poi guardava la mamma e compiaciuto aggiungeva, tutte le volte, ma come se questa informazione la conoscesse solo lui e giungesse nuova a noi altre “la chiamavano “le gambe”. Anche lui ti sei portato via 2016, ma era giunta la sua ora e neanche per questo ti porto rancore.