Una cosa che mi ha sempre fatto girare le scatole è
che i morti diventino santi. Non è vero che “se ne vanno sempre i migliori”, se
ne vanno tutti. E’ come se il lutto generasse un’amnesia parziale nella testa
delle persone sopravvissute che porta a scordare le cose brutte e a ricordare
solo quelle belle. A dimenticare le litigate e le difficoltà della convivenza,
a rimuovere le cattiverie, a smussare gli spigoli del carattere, insomma a
staccarsi dalla realtà (a idealizzare) e a rinnegare così la storia. I cimiteri
si trasformano in luoghi popolati da salme di santi, di modelli di perfezione e
perciò di tanti cloni, tutti migliori di noi che siamo ancora vivi per il solo
fatto di essere morti. Spesso le persone ci vanno, armate di un mazzo di fiori,
a rimpiangere una specie di supereroe che non è mai esistito e a nutrire un
sentimento di amore puro, di affetto perfetto che non avevano mai provato verso
l’altra persona (quella defunta) quando era ancora viva. Lo fanno perché forse
è la cosa più naturale da fare, la più spontanea e la più facile per sentire di
meno la mancanza, l’unico modo che hanno per sopportare la perdita, per
continuare a cullarsi nella nostalgia di quello che era (anzi, di quello che
non era, ma che sarebbe stato bello potesse essere stato). Quindi, in
definitiva, queste persone lo fanno per soddisfare un bisogno personale, non
certo per ricordare chi se n’è andato. Ma così facendo, io mi chiedo: cosa
resta del defunto? Niente. Non sono credente perciò non posso immaginarmi una
vita dopo la morte se non nella continuità genetica della propria stirpe e
nella memoria dei propri cari. Per questo io non ci sto: mi rifiuto di
scordare, dimenticare, rimuovere e perfino smussare. Le cose belle, e anche
quelle brutte.
Non si ama di meno una persona rendendosi conto e
ammettendo che possa avere (o possa aver avuto) dei difetti. Si prende il pacco
completo e lo si ama lo stesso.
E’ passato quasi un anno dalla morte del mio babbo, ma riesco a ricordarlo
ancora con sincerità: prima di tutto era un convinto maschilista. Durante
l’infanzia è stato un padre “normalmente assente” (considerata la generazione
d’appartenenza), tornava dal lavoro a ora di cena e nel fine settimana aveva i
suoi svaghi (carte, caccia e pesca). Io passavo molto del mio tempo con i miei
fratelli o da sola (ho sempre amato la solitudine), o con la tata (che era più
una nonna che una tata), o con la mamma (che c’è sempre stata). Ma il mio babbo
era, anche, molto affettuoso. Ogni sera, rientrando a casa, ci baciava, noi e
la mamma, anzi, prima la mamma. Lo stesso faceva una volta che eravamo sotto le
coperte, ricordo benissimo la sua barba morbida e fine (mai pungente) che mi
faceva il solletico. Qualche volta capitava che tornasse prima, magari mentre
uscivo dalla vasca, la mamma doveva cucinare e allora ci pensava lui ad
asciugarmi i capelli e mi ricordo bene che mi piaceva tanto quando lo faceva
lui, mi piaceva di più. La mamma aveva sempre fretta quando mi pettinava e
(molto spesso) mi strappava un po’ di capelli, lui invece li spazzolava a lungo
e con calma, venivano tutti vaporosi. Mi diceva sempre che ero bellissima e
sono certa che lo pensasse davvero.
Il mio babbo era prepotente. Quando ero adolescente cominciai a trasformarmi in
una persona, non ero più solo la sua bambina, i rapporti diventarono più
difficili. Non riusciva ad accettare che i suoi figli potessero pensare in modo
indipendente, sfuggire al suo controllo. La sera tornava sempre più tardi,
sempre più fiero del suo lavoro, ma sempre più stanco, anche io ero stanca e un
po’ indolente come tutti gli adolescenti, avevo sentito la sua mancanza, potevo
trasformarmi in un’intransigente e lui in un iracondo. E allora son state
litigate, anche brutali, quasi sempre a cena. Per delle cazzate, oggettivamente.
Per la mia indolenza e la sua prepotenza. “Lalla, vai a prendere il formaggio
nello stanzino”, detto con calma, ma deciso (che forse a ripensarci adesso non
voleva essere un ordine, ma una richiesta, ma io ero un’adolescente e lo
percepivo più come un ordine che come una richiesta). E allora io, detto
altrettanto con calma, ma con noncuranza (tipo per dire: ”me ne frego di
scattare se mi dai degli ordini”): “prima finisco la minestra e poi vado”. E
allora si offendeva e giù con la rabbia: “… io che lavoro tutto il giorno per
voi, ti chiedo un piacere e non lo fai… i figli devono portare rispetto e
bla,bla,bla (anzi BLA, BLA, BLA! a 20.000 decibel)”. Così mi offendevo io che
mi sentivo (anzi, ero sicura di essere) nel giusto, ero la figlia modello, no?
Studiosa e tranquilla, non mi meritavo certo queste sfuriate per un tocco di
formaggio! (sì, ok, adesso mi è chiaro che il formaggio fosse la cosa che
c’entrava di meno).
A questo punto, capito il personaggio (per certi versi molto più simile a me di
quanto mi sarebbe piaciuto ammettere), la via più semplice sarebbe stata
fingersi mansueta e adorante, non contrastarlo più e fare le cose (tutte le
cose della mia vita) di nascosto, ma io non mi sono mai accontentata della via
più semplice. Se una cosa ti interessa ti ci impegni, porca miseria, non
imbastisci un rapporto di facciata per vivere tranquilla. Non mi andava di
raccontare bugie, di fare forche a scuola o di uscire di nascosto, di indossare
una maschera e rinunciare per sempre ad un rapporto reale. E il mio babbo in
questo mi ha aiutato perché era anche una persona intelligente e sapeva essere
ragionevole sulle questioni serie (non sul formaggio). Perciò mi sono fatta
coraggio e li ho resi partecipi delle mie scelte (entrambi i genitori), gli ho raccontato
la mia vita, le mie storie d’amore, ho spiegato il mio punto di vista e a volte
entrambi non lo condividevano e neanche io il loro, ma se ne poteva parlare
comunque, magari concitatamente, con vigore, ma con rispetto. Certo, tutto
questo è faticoso, quando le posizioni erano contrastanti, quando leggevo nei
loro occhi che non mi approvavano, che mi avrebbero desiderato diversa mi
sentivo incompresa e la vivevo come un’ingiustizia, mi facevano soffrire. Anche
io, ora lo so, devo aver fatto soffrire loro. Forse, devo ammetterlo, ho scelto
per tutti la via più dolorosa, la via del confronto. La si può percorrere solo
se ci si impegna per far tutto pulito e se ci si sente forti della propria
posizione, se si è sinceri nel rapporto con l’altra persona (e con se stessi) e
non si prova vergogna. Perciò è pure faticosa come via e piuttosto spietata, ma
ancora oggi sono fiera di aver scelto così. Io ho vissuto in questo modo ogni
rapporto della mia vita, fino infondo.
Una volta il babbo ci raccontò, sempre a tavola (ora che ci penso in casa
nostra succedeva tutto a tavola): “quando voi eravate ancora piccoli, un
collega mi mandò la figlia in prova come segretaria. Mi accorsi subito che era
troppo bella e in più aveva quel modo di fare un po’ così… insomma, io con una
scusa la mandai via”. La mamma, mi ricordo bene, fece un’espressione un po’
offesa (comunque sia non le piaceva che lui avesse trovato seducente un’altra
donna al punto da ritenerla “pericolosa”) e allora partii io con la filippica
femminista: “ma non è giusto però, una allora se è bella non può lavorare!
Questa è discriminazione, dovevi resisterle!”. E lui, che era una persona
pratica, rispose non a torto: “lascia perdere quello che è giusto Lalla, se a
una cosa ci tieni davvero la devi proteggere, deve essere sempre la tua
priorità, giocare col fuoco può essere divertente, ma prima o poi ti bruci”. Il
mio babbo era una persona coerente (come la mia mamma, non è un caso che lo sia
anche io) e che ha sempre lottato, sempre, con tutti noi (e contro tutti noi),
senza lasciare niente di intentato, per prendersi cura della cosa più
importante che avevamo: la nostra famiglia.
L’adolescenza è poi finita. Così ho capito che prima o poi a tutti può scappare
“la parolina di troppo” al momento sbagliato, che le persone di tutte le età
possono essere stanche e irascibili, possono avere difficoltà nel relazionarsi,
possono essere intransigenti, convinti di se stessi, anzi troppo convinti
(convintissimi) e possono farsi del male a vicenda. Però, se queste persone imperfette
sono state sincere tra loro e hanno cercato un confronto reale, alla fine non
importa chi avesse ragione (se poi davvero uno ce l’aveva questa ragione),
l’importante è che se ci hanno provato sul serio, se si sono impegnate, se
hanno fatto tutto il possibile e del loro meglio con quello che erano (se non
hanno scelto la via più semplice) allora va bene così. Va benissimo così. Una
volta diventata adulta, ho perdonato il mio babbo per non essere stato “il
padre perfetto” e ho perdonato me stessa per non essere stata “la figlia
perfetta”. E chissenefrega della perfezione!
Dopo il babbo si è ammalato e, ripensandoci, io sono davvero contenta che sia
stato “dopo” (cioè mi ritengo fortunata di aver avuto il tempo di perdonarlo
prima, quando era ancora tutto lui, maschilista, prepotente e convintissimo di
sé) perché in seguito ha perso dei pezzi per strada ed è per forza di cose
cambiato. Il mio babbo era sempre stato un’enorme piramide di pietra
indistruttibile e infatti il suo male ci ha messo quasi un decennio a
smontarlo, un piccolo tassellino alla volta. Questo calvario ha generato
caratteristiche che non erano sue proprio per niente come la disillusione, lo
smarrimento e la paura, si è fatto più fragile ed emotivo. Praticamente tutto
il peso del suo dolore lo ha riversato sulla mamma (che c’è sempre stata) e io
gliel’ho anche detto che si comportava male con la mamma, che doveva essere più
buono con lei (sempre piuttosto intransigente la signorina). A me (che non
vivevo più così vicina, ma a “distanza di sicurezza”) ha invece detto,
sinceramente, delle cose bellissime. Ma il nostro rapporto non era più
paritario ormai, eravamo tornati alla mia infanzia, ma questa volta era lui il
bimbo fragile e innamorato e io l’adulta “normalmente assente”.
Il motore della sua vita è stato combattere e illudersi davvero di essere
indistruttibile, fino alla fine (ha rinnovato la patente di guida la settimana
prima di morire), quindi abbiamo deciso di concedergli di mantenere la speranza
(che voleva così tenacemente): nessun discorso d’addio e nessun accenno alla
fine imminente. Ma io sono sempre la solita rompicoglioni, si sa, la via facile
del “far finta di nulla” ancora una volta non mi piaceva, non lo volevo
lasciare andare così, senza un saluto vero. Così ho escogitato un trucco per il
giorno del suo ultimo compleanno anticipato, quando la famiglia si è seduta per
pranzare insieme un’ultima volta: ho fatto vedere a tutti il filmino della
nostra vita. E così abbiamo riso, ci siamo commossi tanto e ci siamo detti addio.
Che infondo non serve davvero la parola “addio” per dirsi addio. Dopo la
proiezione era stremato, oltre al colpo di grazia del filmino c’era stato il
pranzo prima (dove non aveva quasi toccato cibo). Io comunque un cioccolatino
artigianale glielo avevo allungato e lui l’aveva mangiato facendo quella faccia
che faceva sempre tipo “mmm, buonissimo”, ma questa volta probabilmente l’aveva
fatta solo per farmi contenta (era un grande attore il mio babbo e anche lui si
stava impegnando parecchio quel giorno), però io ancora un po’ ci spero che se
lo sia gustato davvero quel cioccolatino. E anche la partita a carte che hanno
organizzato dopo, quando io stavo già guidando verso Firenze (volevo tornare
dal mio amore che era appena rientrato dalla Francia dopo un faticoso viaggio
di lavoro, probabilmente mi stava già aspettando… non lo sapevo ancora quale
fosse il vero motivo per cui era andato ad Angouleme, il mio amore).
Ed eccoci arrivati al nostro ultimo momento, proprio un momento sbagliato, il
babbo era in imbarazzo perché voleva giocare a carte, ma doveva urinare e non
aveva la forza di andare in bagno. Si vergognava, così abbiamo cercato di
convincerlo che non era niente di grave: “e vabbè, portatemi la padella”. Sono
usciti tutti dalla stanza, Guido è tornato, lui e la mamma stavano per
sollevarlo un po' e sistemare la padella, perciò io adesso avevo davvero pochi
secondi per poterlo salutare. Ma, nonostante avessi già Matilde in collo e
fossimo tutte imbacuccate, lui in qualche modo mi ha dato ancora un po' del suo
tempo, si è allungato sfiorandomi con le labbra e ha detto “grazie Lalla del
filmino e vai piano con la macchina”. No, concedimi ancora solo un attimo
babbo, prima di distrarti troppo pensando alla padella, o alla partita di carte
… gli ho risposto, tutto d’un fiato: “grazie a te babbo, per le bellissime
avventure che abbiamo vissuto insieme!”. Sapevo che sarebbero state le mie
ultime parole, ma non ho avuto il tempo di sceglierle e probabilmente non sono
uscite bene, in effetti la voce si è un po’ rotta e forse lui non era più
abbastanza attento, perciò devo ammettere che mi è rimasto questo dubbio: non
lo so se mi ha capito.
Ecco la cosa brutta della morte: è irreversibile, è definitiva. Non è che se
adesso mi viene voglia di dirgli una cosa fondamentale che proprio vorrei
dirgli posso chiamarlo e dirgliela. La morte è un punto di non ritorno. Noi non
ci possiamo dire più niente. E lo so che siamo stati due chiacchieroni e che di
cose ce ne siamo dette tante, ma comunque in questo anno ogni tanto avrei avuto
ancora voglia di poterlo fare. Mi ha dato proprio fastidio questa storia
dell'irreversibilità.
Invece, uno dei primi giorni del 2017, il 2 o il 3, non ricordo di preciso
quale, ho fatto un sogno.
Ero in una stanza vuota, sulla soglia alle mie spalle c’era (forse) il resto
della mia famiglia. Questa stanza grigia avrebbe potuto assomigliare ad un
obitorio, ma dentro mi ci sentivo bene (non aveva la freddezza e la tristezza
di un obitorio), davanti a me, disteso su un lettino (tipo da obitorio appunto),
c’era il mio babbo coperto solo da un lenzuolo (forse grigio, forse bianco), ma
col volto scoperto. Mi avvicino, lo guardo per essere sicura che è lui. Sì, è
proprio lui, ma ha ripreso qualche chilo dall'ultima volta che l'ho visto. Apre
gli occhi e mi guarda.
Mi piglia un colpo, sono sorpresissima “Babbo, ma sei vivo?!”
E lui, tranquillo “ma certo”.
“Ma noi si credeva che tu fossi morto, ti s’è fatto anche il funerale, sai? E
da parecchio tempo”.
E lui, sempre più serafico: “Sarà stata morte apparente, io sto proprio bene”.
E allora io a quel punto avrei potuto fare a me stessa e a lui tantissime
domande irrilevanti tipo “Perché siamo in un posto che sembra un obitorio (ma
un po' meglio) e tu non hai freddo coperto solo da un lenzuolo forse grigio o
forse bianco? Che cavolo hai fatto in questo anno se non eri morto? Sto
sognando? Siamo nell’aldilà? Mi dai i numeri del Lotto per favore?”. E invece,
per fortuna, (nonostante fossi in fase REM) ho capito in un millesimo di
secondo che questa era la mia unica occasione, l’ultima che avrei mai avuto, di
sfuggire alla condanna dell’irreversibilità.
Così ho iniziato: “comunque…” (che stava per: “dovunque ci si trovi in questo
momento, che sia l’aldilà o più semplicemente un angolino del mio inconscio,
che in realtà non ce ne frega nulla”) e poi ho concluso, con una sincerità
totale: “…io ti voglio bene”. Ci siamo sorrisi, complici, come per dire: “ma
certo, noi questa cosa si sa”. Che bella sensazione.
A quel punto ho subito pensato che avrei dovuto avvertire gli altri alle mie
spalle e soprattutto la mamma (anche loro di certo avrebbero voluto parlargli),
ma il sogno è finito e io mi sono svegliata. I sogni finiscono
sempre.
E anche le cose vere finiscono, tutte le cose vere (quelle brutte e quelle
belle).
lalla

adesso sto colorando la mia serenità.