venerdì 10 febbraio 2017

verso la primavera

In verità, non ho particolari cose da raccontare.
Non che manchino belle novità, come il fatto che tra pochi mesi (incrociando le dita) dovrei essere una “donna divorziata” (che la parola fa schifo, lo so, ma la sensazione, credetemi, è proprio tutt’altra cosa!).
Non che manchino rotture di scatole, come il fatto della drastica diminuzione delle iscrizioni nel mio liceo e il pericolo di diventare il prossimo anno non solo “potenziata”, ma anche “sovrannumeraria” (cavolo, che soddisfazioni mi da la scuola italiana!).
Non che manchino preoccupazioni, come il fatto di dover gestire un Re preadolescente e una Piccola Fata infante (amorosissimi entrambi, per altro).
Nessuna di queste cose mi pesa sul cuore. Nessuno degli aspetti della mia vita mi affligge, nessuno mi sconcerta. Avevo bisogno di un po’ di leggerezza, tutti noi ne avevamo bisogno. E adesso la stiamo coltivando insieme, io e i miei piccoli. Ci alziamo ogni giorno e andiamo tutti e tre a scuola (al nido, alle medie, al liceo), poi ci ritroviamo a casa e ci dilettiamo in Barbie, trucco e parrucco (solo io e Matilde), compiti (solo io ed Elia), canto sfrenato, ballo, progetti folli, avventure, esplorazioni, cucina e degustazioni degne di Master-chef, nonché maratone cinematografiche con relative classifiche nerd e, soprattutto, coccole (per tutti).
Mi ci sento (leggera) perché tutto ha inaspettatamente preso un verso. E io lascio che ogni cosa vada nella direzione in cui vuole andare, dove era giusto che andasse (ormai da tempo), senza cercare di opporre alcuna resistenza.
Nuotare nella direzione giusta è importante, ma non sempre è facile trovarla.
Può apparire chiara davanti a te e allora si tratta solo di avere il coraggio di tuffartici dentro, io l’avevo fatto vent’anni fa: un bel tuffo di testa carpiato, col batticuore e gli occhi chiusi. Un tuffo da applausi. Poi ho fluttuato serena e ignara nell’acqua azzurra per tanto tempo, strasicura di trovarmi nella direzione giusta e di dove quel fiume mi avrebbe portato.
Non mi aspettavo più grosse sorprese.
E invece, può succedere anche di cascare in acqua quando non te l’aspetti, per sbaglio, indietreggiando sulla banchina, e di sbatterci il muso dolorosamente. Eppure, anche questo tuffo inaspettato che ti brucia sù per il naso e ti fa ingoiare una bella gozzata d’acqua salata, per quanto incredibile possa sembrare, ti scaraventa nella direzione giusta.
E una volta imboccata, c’è poco da fare, è una corrente che ti trascina in un solo verso (e indietro non si torna).
Io ve lo devo dire: ora come ora non lo so di preciso dove mi porterà questa corrente, so solo che mi sta portando lontano da dove ero (consentendomi di trattenere me stessa e tutto quello per cui vale la pena vivere). A questo punto, visto anche il gorgo infernale che ha cercato di risucchiarmi verso il fondo e a cui sono sopravvissuta senza annegare (e la conseguente fiducia in me stessa parecchio rinforzata), non mi sembra così importante cercare di “spoilerarmi” il finale.
Dovunque mi porti, sarà una sorpresa.
Dovunque mi porti, io ho intenzione di andarci con tutta la leggerezza possibile.

Perché il sorriso (e un certo malsano ottimismo) sono sempre state le mie armi migliori e anche se fa un freddo cane fuori è ed ancora inverno, io lo sento, e ne sono certa, che sto andando verso la primavera.

lalla

"verso la primavera", olio su masonite, 59x59 cm.
P.S. Esempio di classifica nerd cinematografica di lalla&Elia.
“esseri pseudo-teneri che nella rispettiva scena madre canterina ci hanno fatto venir voglia di sterminarli con un bazooka”:
1. Gli Ewok di “Guerre stellari”
2. I Troll esperti in amore di “Frozen”

3. I 7 nani di “Biancaneve” della Disney quando cantano lo jodel.

martedì 17 gennaio 2017

caro babbo, noi comunque ci siamo impegnati e va benissimo così.






Una cosa che mi ha sempre fatto girare le scatole è che i morti diventino santi. Non è vero che “se ne vanno sempre i migliori”, se ne vanno tutti. E’ come se il lutto generasse un’amnesia parziale nella testa delle persone sopravvissute che porta a scordare le cose brutte e a ricordare solo quelle belle. A dimenticare le litigate e le difficoltà della convivenza, a rimuovere le cattiverie, a smussare gli spigoli del carattere, insomma a staccarsi dalla realtà (a idealizzare) e a rinnegare così la storia. I cimiteri si trasformano in luoghi popolati da salme di santi, di modelli di perfezione e perciò di tanti cloni, tutti migliori di noi che siamo ancora vivi per il solo fatto di essere morti. Spesso le persone ci vanno, armate di un mazzo di fiori, a rimpiangere una specie di supereroe che non è mai esistito e a nutrire un sentimento di amore puro, di affetto perfetto che non avevano mai provato verso l’altra persona (quella defunta) quando era ancora viva. Lo fanno perché forse è la cosa più naturale da fare, la più spontanea e la più facile per sentire di meno la mancanza, l’unico modo che hanno per sopportare la perdita, per continuare a cullarsi nella nostalgia di quello che era (anzi, di quello che non era, ma che sarebbe stato bello potesse essere stato). Quindi, in definitiva, queste persone lo fanno per soddisfare un bisogno personale, non certo per ricordare chi se n’è andato. Ma così facendo, io mi chiedo: cosa resta del defunto? Niente. Non sono credente perciò non posso immaginarmi una vita dopo la morte se non nella continuità genetica della propria stirpe e nella memoria dei propri cari. Per questo io non ci sto: mi rifiuto di scordare, dimenticare, rimuovere e perfino smussare. Le cose belle, e anche quelle brutte.
Non si ama di meno una persona rendendosi conto e ammettendo che possa avere (o possa aver avuto) dei difetti. Si prende il pacco completo e lo si ama lo stesso.
E’ passato quasi un anno dalla morte del mio babbo, ma riesco a ricordarlo ancora con sincerità: prima di tutto era un convinto maschilista. Durante l’infanzia è stato un padre “normalmente assente” (considerata la generazione d’appartenenza), tornava dal lavoro a ora di cena e nel fine settimana aveva i suoi svaghi (carte, caccia e pesca). Io passavo molto del mio tempo con i miei fratelli o da sola (ho sempre amato la solitudine), o con la tata (che era più una nonna che una tata), o con la mamma (che c’è sempre stata). Ma il mio babbo era, anche, molto affettuoso. Ogni sera, rientrando a casa, ci baciava, noi e la mamma, anzi, prima la mamma. Lo stesso faceva una volta che eravamo sotto le coperte, ricordo benissimo la sua barba morbida e fine (mai pungente) che mi faceva il solletico. Qualche volta capitava che tornasse prima, magari mentre uscivo dalla vasca, la mamma doveva cucinare e allora ci pensava lui ad asciugarmi i capelli e mi ricordo bene che mi piaceva tanto quando lo faceva lui, mi piaceva di più. La mamma aveva sempre fretta quando mi pettinava e (molto spesso) mi strappava un po’ di capelli, lui invece li spazzolava a lungo e con calma, venivano tutti vaporosi. Mi diceva sempre che ero bellissima e sono certa che lo pensasse davvero.
Il mio babbo era prepotente. Quando ero adolescente cominciai a trasformarmi in una persona, non ero più solo la sua bambina, i rapporti diventarono più difficili. Non riusciva ad accettare che i suoi figli potessero pensare in modo indipendente, sfuggire al suo controllo. La sera tornava sempre più tardi, sempre più fiero del suo lavoro, ma sempre più stanco, anche io ero stanca e un po’ indolente come tutti gli adolescenti, avevo sentito la sua mancanza, potevo trasformarmi in un’intransigente e lui in un iracondo. E allora son state litigate, anche brutali, quasi sempre a cena. Per delle cazzate, oggettivamente. Per la mia indolenza e la sua prepotenza. “Lalla, vai a prendere il formaggio nello stanzino”, detto con calma, ma deciso (che forse a ripensarci adesso non voleva essere un ordine, ma una richiesta, ma io ero un’adolescente e lo percepivo più come un ordine che come una richiesta). E allora io, detto altrettanto con calma, ma con noncuranza (tipo per dire: ”me ne frego di scattare se mi dai degli ordini”): “prima finisco la minestra e poi vado”. E allora si offendeva e giù con la rabbia: “… io che lavoro tutto il giorno per voi, ti chiedo un piacere e non lo fai… i figli devono portare rispetto e bla,bla,bla (anzi BLA, BLA, BLA! a 20.000 decibel)”. Così mi offendevo io che mi sentivo (anzi, ero sicura di essere) nel giusto, ero la figlia modello, no? Studiosa e tranquilla, non mi meritavo certo queste sfuriate per un tocco di formaggio! (sì, ok, adesso mi è chiaro che il formaggio fosse la cosa che c’entrava di meno).
A questo punto, capito il personaggio (per certi versi molto più simile a me di quanto mi sarebbe piaciuto ammettere), la via più semplice sarebbe stata fingersi mansueta e adorante, non contrastarlo più e fare le cose (tutte le cose della mia vita) di nascosto, ma io non mi sono mai accontentata della via più semplice. Se una cosa ti interessa ti ci impegni, porca miseria, non imbastisci un rapporto di facciata per vivere tranquilla. Non mi andava di raccontare bugie, di fare forche a scuola o di uscire di nascosto, di indossare una maschera e rinunciare per sempre ad un rapporto reale. E il mio babbo in questo mi ha aiutato perché era anche una persona intelligente e sapeva essere ragionevole sulle questioni serie (non sul formaggio). Perciò mi sono fatta coraggio e li ho resi partecipi delle mie scelte (entrambi i genitori), gli ho raccontato la mia vita, le mie storie d’amore, ho spiegato il mio punto di vista e a volte entrambi non lo condividevano e neanche io il loro, ma se ne poteva parlare comunque, magari concitatamente, con vigore, ma con rispetto. Certo, tutto questo è faticoso, quando le posizioni erano contrastanti, quando leggevo nei loro occhi che non mi approvavano, che mi avrebbero desiderato diversa mi sentivo incompresa e la vivevo come un’ingiustizia, mi facevano soffrire. Anche io, ora lo so, devo aver fatto soffrire loro. Forse, devo ammetterlo, ho scelto per tutti la via più dolorosa, la via del confronto. La si può percorrere solo se ci si impegna per far tutto pulito e se ci si sente forti della propria posizione, se si è sinceri nel rapporto con l’altra persona (e con se stessi) e non si prova vergogna. Perciò è pure faticosa come via e piuttosto spietata, ma ancora oggi sono fiera di aver scelto così. Io ho vissuto in questo modo ogni rapporto della mia vita, fino infondo.
Una volta il babbo ci raccontò, sempre a tavola (ora che ci penso in casa nostra succedeva tutto a tavola): “quando voi eravate ancora piccoli, un collega mi mandò la figlia in prova come segretaria. Mi accorsi subito che era troppo bella e in più aveva quel modo di fare un po’ così… insomma, io con una scusa la mandai via”. La mamma, mi ricordo bene, fece un’espressione un po’ offesa (comunque sia non le piaceva che lui avesse trovato seducente un’altra donna al punto da ritenerla “pericolosa”) e allora partii io con la filippica femminista: “ma non è giusto però, una allora se è bella non può lavorare! Questa è discriminazione, dovevi resisterle!”. E lui, che era una persona pratica, rispose non a torto: “lascia perdere quello che è giusto Lalla, se a una cosa ci tieni davvero la devi proteggere, deve essere sempre la tua priorità, giocare col fuoco può essere divertente, ma prima o poi ti bruci”. Il mio babbo era una persona coerente (come la mia mamma, non è un caso che lo sia anche io) e che ha sempre lottato, sempre, con tutti noi (e contro tutti noi), senza lasciare niente di intentato, per prendersi cura della cosa più importante che avevamo: la nostra famiglia.
L’adolescenza è poi finita. Così ho capito che prima o poi a tutti può scappare “la parolina di troppo” al momento sbagliato, che le persone di tutte le età possono essere stanche e irascibili, possono avere difficoltà nel relazionarsi, possono essere intransigenti, convinti di se stessi, anzi troppo convinti (convintissimi) e possono farsi del male a vicenda. Però, se queste persone imperfette sono state sincere tra loro e hanno cercato un confronto reale, alla fine non importa chi avesse ragione (se poi davvero uno ce l’aveva questa ragione), l’importante è che se ci hanno provato sul serio, se si sono impegnate, se hanno fatto tutto il possibile e del loro meglio con quello che erano (se non hanno scelto la via più semplice) allora va bene così. Va benissimo così. Una volta diventata adulta, ho perdonato il mio babbo per non essere stato “il padre perfetto” e ho perdonato me stessa per non essere stata “la figlia perfetta”. E chissenefrega della perfezione!
Dopo il babbo si è ammalato e, ripensandoci, io sono davvero contenta che sia stato “dopo” (cioè mi ritengo fortunata di aver avuto il tempo di perdonarlo prima, quando era ancora tutto lui, maschilista, prepotente e convintissimo di sé) perché in seguito ha perso dei pezzi per strada ed è per forza di cose cambiato. Il mio babbo era sempre stato un’enorme piramide di pietra indistruttibile e infatti il suo male ci ha messo quasi un decennio a smontarlo, un piccolo tassellino alla volta. Questo calvario ha generato caratteristiche che non erano sue proprio per niente come la disillusione, lo smarrimento e la paura, si è fatto più fragile ed emotivo. Praticamente tutto il peso del suo dolore lo ha riversato sulla mamma (che c’è sempre stata) e io gliel’ho anche detto che si comportava male con la mamma, che doveva essere più buono con lei (sempre piuttosto intransigente la signorina). A me (che non vivevo più così vicina, ma a “distanza di sicurezza”) ha invece detto, sinceramente, delle cose bellissime. Ma il nostro rapporto non era più paritario ormai, eravamo tornati alla mia infanzia, ma questa volta era lui il bimbo fragile e innamorato e io l’adulta “normalmente assente”.
Il motore della sua vita è stato combattere e illudersi davvero di essere indistruttibile, fino alla fine (ha rinnovato la patente di guida la settimana prima di morire), quindi abbiamo deciso di concedergli di mantenere la speranza (che voleva così tenacemente): nessun discorso d’addio e nessun accenno alla fine imminente. Ma io sono sempre la solita rompicoglioni, si sa, la via facile del “far finta di nulla” ancora una volta non mi piaceva, non lo volevo lasciare andare così, senza un saluto vero. Così ho escogitato un trucco per il giorno del suo ultimo compleanno anticipato, quando la famiglia si è seduta per pranzare insieme un’ultima volta: ho fatto vedere a tutti il filmino della nostra vita. E così abbiamo riso, ci siamo commossi tanto e ci siamo detti addio. Che infondo non serve davvero la parola “addio” per dirsi addio. Dopo la proiezione era stremato, oltre al colpo di grazia del filmino c’era stato il pranzo prima (dove non aveva quasi toccato cibo). Io comunque un cioccolatino artigianale glielo avevo allungato e lui l’aveva mangiato facendo quella faccia che faceva sempre tipo “mmm, buonissimo”, ma questa volta probabilmente l’aveva fatta solo per farmi contenta (era un grande attore il mio babbo e anche lui si stava impegnando parecchio quel giorno), però io ancora un po’ ci spero che se lo sia gustato davvero quel cioccolatino. E anche la partita a carte che hanno organizzato dopo, quando io stavo già guidando verso Firenze (volevo tornare dal mio amore che era appena rientrato dalla Francia dopo un faticoso viaggio di lavoro, probabilmente mi stava già aspettando… non lo sapevo ancora quale fosse il vero motivo per cui era andato ad Angouleme, il mio amore).
Ed eccoci arrivati al nostro ultimo momento, proprio un momento sbagliato, il babbo era in imbarazzo perché voleva giocare a carte, ma doveva urinare e non aveva la forza di andare in bagno. Si vergognava, così abbiamo cercato di convincerlo che non era niente di grave: “e vabbè, portatemi la padella”. Sono usciti tutti dalla stanza, Guido è tornato, lui e la mamma stavano per sollevarlo un po' e sistemare la padella, perciò io adesso avevo davvero pochi secondi per poterlo salutare. Ma, nonostante avessi già Matilde in collo e fossimo tutte imbacuccate, lui in qualche modo mi ha dato ancora un po' del suo tempo, si è allungato sfiorandomi con le labbra e ha detto “grazie Lalla del filmino e vai piano con la macchina”. No, concedimi ancora solo un attimo babbo, prima di distrarti troppo pensando alla padella, o alla partita di carte … gli ho risposto, tutto d’un fiato: “grazie a te babbo, per le bellissime avventure che abbiamo vissuto insieme!”. Sapevo che sarebbero state le mie ultime parole, ma non ho avuto il tempo di sceglierle e probabilmente non sono uscite bene, in effetti la voce si è un po’ rotta e forse lui non era più abbastanza attento, perciò devo ammettere che mi è rimasto questo dubbio: non lo so se mi ha capito.
Ecco la cosa brutta della morte: è irreversibile, è definitiva. Non è che se adesso mi viene voglia di dirgli una cosa fondamentale che proprio vorrei dirgli posso chiamarlo e dirgliela. La morte è un punto di non ritorno. Noi non ci possiamo dire più niente. E lo so che siamo stati due chiacchieroni e che di cose ce ne siamo dette tante, ma comunque in questo anno ogni tanto avrei avuto ancora voglia di poterlo fare. Mi ha dato proprio fastidio questa storia dell'irreversibilità.
Invece, uno dei primi giorni del 2017, il 2 o il 3, non ricordo di preciso quale, ho fatto un sogno.
Ero in una stanza vuota, sulla soglia alle mie spalle c’era (forse) il resto della mia famiglia. Questa stanza grigia avrebbe potuto assomigliare ad un obitorio, ma dentro mi ci sentivo bene (non aveva la freddezza e la tristezza di un obitorio), davanti a me, disteso su un lettino (tipo da obitorio appunto), c’era il mio babbo coperto solo da un lenzuolo (forse grigio, forse bianco), ma col volto scoperto. Mi avvicino, lo guardo per essere sicura che è lui. Sì, è proprio lui, ma ha ripreso qualche chilo dall'ultima volta che l'ho visto. Apre gli occhi e mi guarda.
Mi piglia un colpo, sono sorpresissima “Babbo, ma sei vivo?!”
E lui, tranquillo “ma certo”.
“Ma noi si credeva che tu fossi morto, ti s’è fatto anche il funerale, sai? E da parecchio tempo”.
E lui, sempre più serafico: “Sarà stata morte apparente, io sto proprio bene”.
E allora io a quel punto avrei potuto fare a me stessa e a lui tantissime domande irrilevanti tipo “Perché siamo in un posto che sembra un obitorio (ma un po' meglio) e tu non hai freddo coperto solo da un lenzuolo forse grigio o forse bianco? Che cavolo hai fatto in questo anno se non eri morto? Sto sognando? Siamo nell’aldilà? Mi dai i numeri del Lotto per favore?”. E invece, per fortuna, (nonostante fossi in fase REM) ho capito in un millesimo di secondo che questa era la mia unica occasione, l’ultima che avrei mai avuto, di sfuggire alla condanna dell’irreversibilità.
Così ho iniziato: “comunque…” (che stava per: “dovunque ci si trovi in questo momento, che sia l’aldilà o più semplicemente un angolino del mio inconscio, che in realtà non ce ne frega nulla”) e poi ho concluso, con una sincerità totale: “…io ti voglio bene”. Ci siamo sorrisi, complici, come per dire: “ma certo, noi questa cosa si sa”. Che bella sensazione.
A quel punto ho subito pensato che avrei dovuto avvertire gli altri alle mie spalle e soprattutto la mamma (anche loro di certo avrebbero voluto parlargli), ma il sogno è finito e io mi sono svegliata. I sogni finiscono sempre.  
E anche le cose vere finiscono, tutte le cose vere (quelle brutte e quelle belle).

lalla
adesso sto colorando la mia serenità.




sabato 31 dicembre 2016

il 2016 è stato l'anno della verità ed io una piccola Cassandra.

Ebbene siamo giunti alla fine 2016, sei stato un anno tosto, ma sincero.
Circa un mesetto fa mi sono imbattuta in questa paginetta a fumetti che avevo realizzato e regalato al mio ex nel 1998, agli albori del nostro amore. La paginetta voleva essere una parodia scherzosa del nostro rapporto, mi ero impegnata molto nel realizzarla perché di solito non mi cimentavo nello stile grottesco, quello è il suo campo, è un genio nel fumetto umoristico e su questo non si discute (peccato che in Francia non se ne sia accorto nessuno), io invece sono una disegnatrice realistica/accademica/pallosa. Scrivere la sceneggiatura e i dialoghi invece mi era venuto naturale e mi aveva divertito tanto. Ricordo che lui fece un mezzo sorriso e subito dopo un commento negativo sullo stile, disse che il mio modo di disegnare era sempre “inquietante” (vedi le gocce di sudore nella vignetta n° 5 o i peli nella n° 14). Anche a me, rileggendolo adesso, è sembrato davvero molto (moltissimo) inquietante, ma nel contenuto. Sono rimasta di ghiaccio: questa paginetta stilisticamente incerta è la sintesi perfetta della nostra storia, altro che parodia. Io che faticavo come una bestia, che correvo di continuo per moltiplicare magicamente le ore della giornata, studiavo come una forsennata per superare esami all’università, esami alla Scuola di Specializzazione, preparare lezioni, correggere compiti, vincere un concorso… per mandare avanti la famiglia, organizzare feste, diversivi, viaggi, intrattenere i bambini e coccolare lui… per essere sempre bella e pronta quando schioccava le dita, lui, al contrario, che faceva la sua vita, con calma, che mi concedeva  il suo tempo quando ne aveva voglia, senza rinunciare a niente, che si prendeva i suoi spazi, per giocare a calcio, per viaggiare ai festival, per avere le sue vie di fuga, da me, da noi. E il finale, perfetto. Ma non ci sbagliamo: quella nella terzultima vignetta non voleva essere  una metafora della donna sexy in contrapposizione alla casalinga, è proprio una “donnina allegra” (come le chiamava bonariamente il mio babbo quando negli anni ‘90, passando in auto all’imbrunire, le vedevamo comparire sul viale e non so perché le chiamasse così, forse perché non le aveva mai conosciute da vicino e conservavano per lui una certa aurea di sogno, ma io le guardavo in faccia e mi sembravano tutto fuorché allegre), la tipa in questione era pure bruttina e un po’ sfatta, aveva il suo "ufficio” dietro lo studio di illustrazione vicino al Comunale, se ne stava lì strizzata nel bustino e nelle calze autoreggenti davanti all’uscio, ad adescare in pieno giorno, e il mio ex ogni volta faceva commenti , allegri, appunto. Perciò non è vero che l’amore “rende ciechi”, io ci vedevo benissimo anche 20 anni fa! Lalla, la piccola Cassandra che non ha creduto neppure a se stessa.
Il problema dell’amore è intrinseco proprio nel motivo che ti far star bene: la presenza in massa di serotonina all’interno del tuo corpo. E così, strafatta fino alla punta dei capelli come ti ritrovi, ti senti euforica, ti senti speciale, ti senti felice e vorresti continuare a sentirti così, perciò, per quanto intelligente tu possa essere, sei spinta a sottovalutare drammaticamente i segnali.
Mi sono innamorata di lui proprio per quel suo umorismo così pungente e arguto, per come mi faceva ridere, mi prendeva in giro, credevo che fossero solo scherzi “perché in realtà mi ama, in realtà ha scelto me”. Adesso mi sono resa conto che non scherzava mai. Le sue non erano battute benevole, ma il suo modo per “smontare” chi aveva di fronte e ribadire la sua superiorità. Non erano mai rivolte verso se stesso. In breve tempo aveva individuato i miei punti deboli, le mie insicurezze, i miei complessi (dove non c’erano, li ha generati lui) e ha cominciato a martellare lì (in modo ironico e geniale). Così la prima volta ho riso, la seconda anche, poi, lentamente, e sempre sorridendo, ho cominciato a credergli. Ho creduto di avere un corpo tozzo e brutto dato che ogni volta che mettevo un abitino corto che lasciasse nude le gambe esordiva con “stasera tiro con l’arco, eh?” (in una scena di uno dei miei film preferiti, “Robin Hood” della Disney, il protagonista a un certo punto si traveste da cicogna, mi diceva sempre che quella ero proprio io, col busto corto e largo, due gambe lunghe e secche e un becco al posto del naso). Il mio naso… un becco, una pinna di squalo, un’arma pericolosa… il mio abbigliamento mai abbastanza femminile, mai all’altezza di qualche ragazza imbarazzante che incrociavamo per strada, sentirsi sempre paragonata a tutte le altre… i miei occhi all’ingiù (questa poi!)… il mio seno giunonico praticamente ignorato per due decenni “il seno grande è meglio vestito”…
e non era solo una questione fisica, intendiamoci, in ogni cosa che facevo non ero mai all’altezza del suo modello ideale. Perciò come insegnate di Storia dell’Arte ero approssimativa, “tu non conosci davvero affondo la materia, un vero insegnante scrive trattati, fa ricerche serie, come il nostro amico Giovanni, lui sì che è un insegnante serio, te sei una dilettante”. E come mamma, neanche lì andavo davvero bene perché ero troppo ansiosa, tradizionale, troppo presente e affettuosa, anche in questo venivo continuamente paragonata alle altre che erano sempre un passetto avanti e più moderne. Ero addirittura non correttamente alfabetizzata, perché "hai delle lacune che non riuscirai a superare mai a causa del tuo atteggiamento" (vedi le mia lieve dislessia)… ero troppo rumorosa e chiacchierona se eravamo in pubblico… ero troppo volgare se mi scappava una parolaccia… ma io andavo avanti, tra una corsa e l'altra non ho mai rinuciato ad essere me stessa e a coltivare le mie passioni, a quel punto però venivo quasi osteggiata (ma sempre con la giusta ironia): questo blog era "una roba da femmine" e la mia scrittura “di pancia, ma senza stile” “tu sei brava solo a scrivere i temi sul razzismo” (al liceo andavo molto bene in Italiano, ma secondo lui, “noi scrivevamo saggi storici e commenti letterari, a te facevano scrivere temi di attualità che non hanno alcun valore”). Ogni volta che dipingevo partivo bene, ma poi lui si faceva tutta una sua idea su come avrei dovuto finire il quadro, un suo progetto di perfezione, io ovviamente andavo per la mia strada e allora lo deludevo e diventava cattivo “non sei mai all’altezza in ogni parte del dipinto. Non mantieni abbastanza la concentrazione. Peccato, l’hai rovinato”.
Ma che pal*e! Ma come caz** ho fatto a sopportare uno str**zo  presuntuoso pezzo di merd** così??? (scusate, ma se sono volgare, sono volgare).
Ve l’ho detto:  è colpa della serotonina che, bugiarda come una ladra, ripetendomi per 20 anni "sono solo scherzi perché in realtà ti ama, in realtà ha scelto te”, mi ha rubato mezza vita. Per fortuna adesso la serotonina si è dissipata, ma la sua stronzaggine no.
Lui continua ad essere se stesso (non è che l’alzata d’ingegno che ha avuto l’ha reso una persona migliore, anzi), continua a tentare di smontarmi nascondendo nei suoi discorsi da S.Paolo folgorato sulla via di Damasco i soliti messaggi denigratori “l’amore vince su tutto, sei tu che non lo capisci e fai soffrire i nostri figli” (traduzione: la colpa se soffrono è tua che non accetti la famiglia allargata) “I figli stanno male a stare lontani da te perché avete un legame troppo forte, è un bene che si distacchino da te, li farà crescere” (traduzione: sei sempre la solita cattiva madre) “è colpa tua se le persone danno il loro peggio con te, devi curarti e scoprire e accettare la tua zona d’ombra” (traduzione: dovrei accettare la sua) “tu non puoi comprendere il percorso di individuazione di Jung che ho avuto perché non sai niente di psicologia e non hai mai letto un libro in vita tua almeno che non dovessi farci un esame, studia prima di parlare con me” (non credo che qui ci sia bisogno di tradurre). Sapete perché insiste? Perché ancora una volta mi rifiuto di aderire alla sua idea su come dovrebbe finire questa storia, al suo progetto di perfezione, me ne vado per la mia strada e allora, come sempre, lo deludo e diventa cattivo.
Però, mi dispiace per il mio caro ex, non funziona più, grazie all’enorme vaso di Pandora che questo 2016 ha scoperchiato per me, è stata spazzata via in un soffio tutta la serotonina dal mio corpo ed io posso essere me stessa con orgoglio e imparare a sbattermene altamente il caz**  dei suoi giochini! E se io rimango Robin Hood alla gara di tiro con l'arco, lui si é trasformato in Giovanni senza terra, vanitoso, invidioso, che brama la corona e finisce per succhiarsi il ditone rimpiangendo la mamma... evviva il Re fasullo d'Inghilterra!
Un po’ mi preoccupa, devo ammetterlo, pensare che quando scoperchi il vaso di Pandora lo schifo esce a raffica e non si ferma più… ci vorrà ancora parecchia pazienza, anche il 2017 non sarà una passeggiata.
Ma non importa, forza e avanti lalla, a testa alta.
Addio 2016 e grazie, non ti dimenticherò mai.


Lalla

P.S. tutte le cose su cui mi ha preso in giro sono vere. E’ sempre stato molto acuto e intelligente, molto oggettivo. Il punto è proprio questo: chi ama non può essere oggettivo. Chi ama desidera far stare bene l’altro, incoraggiarlo. Se davvero ama, non dovrebbe cercare di dominare, di manipolare, di cambiare l’altra persona per farla aderire al proprio disegno, dovrebbe lasciarla libera di essere se stessa, con i suoi difetti, ed amarla lo stesso, come ho fatto io.
P.P.S.S. Ma che cavolo sto dicendo? Oggettivo un caz**! Avrò pure un corpo tozzo, ma ho una bocca da favola, poppe fantastiche e due gambe da urlo, altro che tiro con l’arco, come diceva il mio babbo ogni volta che indossavo un gonna “Lalla, hai due gambe da fare invidia a Angie Dickinson!” poi guardava la mamma e compiaciuto aggiungeva, tutte le volte, ma come se questa informazione la conoscesse solo lui e giungesse nuova a noi altre “la chiamavano “le gambe”. Anche lui ti sei portato via 2016, ma era giunta la sua ora e neanche per questo ti porto rancore.

sabato 3 dicembre 2016

a scuola con la Prof. Gonnelli, parlando di lalla

Non l’ho ancora scritto su queste pagine, ma… (pausa di suspense)… Da-Dam: da quest’anno sono tornata a insegnare al liceo!
A dire il vero l’accoglienza della dirigenza non è stata un granché, molta puzza sotto il naso, mi hanno affidato solo 4 classi e per il resto “potenziamento” (cioè tappabuchi dei colleghi assenti in classi dove non fanno neppure la mia materia…):
Ma io non mi arrendo con tanta facilità, senza far nulla non ci sto, mi sto impegnando al massimo e ho anche richiesto di poter aiutare in quelle ore una studentessa italiano lingua2 (cioè una bimba dolcissima che è arrivata a settembre dall’Egitto parlando solo arabo) e poi allegria: 4 classi sono mie!
Sono così felice di poter insegnare di nuovo la Geometria Descrittiva, la prima volta che ho spiegato le Proiezioni Ortogonali di punti nello spazio molti dei miei studenti mi guardavano come se fossi io a parlare arabo, ma non importa, alcuni erano curiosi… e dopo io ho sorriso per due giorni di seguito!

Allora, per festeggiare, facciamo un gioco: che la prof. Gonnelli debba commentare un quadro di lalla. Dai, coraggio, così se non altro venite un po’ a scuola insieme a me. Vedrete che (anche se in questo caso l’argomento della lezione non è un granché) la mia classe è un bel posto e ci si sta bene.

prof. G: “ … i disegni li abbiamo ritirati tutti tranne quello di Pinco… “
Pinco, lo sbuccione, tutto sbracato sul banco:  “Se l’è mangiato il gatto Profe”
prof. G: “ Non ne dubito, intanto ti metto una coppia di meno. A questo punto mancano una ventina di minuti… che si fa, interrogo o facciamo insieme una bella lettura d’opera per vedere se la lezione della scorsa volta l’avete capita (e studiata)?”
Tutti: “La lettura! La lettura!!!”-
prof. G: “Figuriamoci... va bene, in verità non ho molta voglia di interrogare oggi...
diamo un’occhiata a “Io, 41 anni”.
Svariati (e a cadenza differenziata): “a che pagina?”
prof. G: “Se avete studiato, la pagina la conoscete… O.K., guardate tutti l’immagine e usiamo la scheda per la lettura d’opera (quella famosa fotocopia che dovete tenere di conto come una reliquia sacra)…”.
Pinco: “Sieeee, io l’ho persa il primo giorno, Profe”.
prof. G, come se nulla fosse: “allora, per i dati perdiamo poco tempo, l’Autrice è lalla, il Titolo è “Io, 41 anni”, la Data è il 2016 (ora, lo sapete che di solito me ne importa poco delle date, ma questo anno è importante nella vita dell’autrice, è l’anno dei lutti, in cui ha perso il padre ed è stata lasciata dal suo compagno amatissimo)…”.
Pallino, quello sgamato e un po’ belloccio, da sotto il ciuffo: “Pe’ i’ su babbo mi dispiace Profe, ma d’essé mollata succede, la fa un po’ lunga ‘sta lalla...”
prof. G: “Sì, in effetti, ma dovete capire che per un’autrice così empatica e bisognosa di esternare i propri sentimenti e pensieri un trauma del genere non può non influenzare la sua produzione. Mica è stata lasciata dal fidanzatino del liceo (senza offesa, eh!), questo uomo per lei era tipo Romeo per Giulietta, aspettate… tipo il vampiro di twilight per Bella!”
Pallina, quella un po' timida e romantica con l’extension fuxia e il naso affondato tra i cuori del suo diario (tutti segretamente dedicati a Pallino): “Siii!!! Edward Cullen! Che fico Profe!”
prof. G: “… appunto, ed era anche il padre dei suoi figli, amatissimi pure quelli”
Il solito Pallino: “ma quanto amava ‘sta lalla…”.
prof. G: “Pallino, non è che ti deve piacere per forza questa autrice, basta che la studi! A me Dante Daniele Rossetti non piace un granché, ma mica ve lo vengo a dire!”. Risatina generale. “Andiamo avanti va', altrimenti non se ne esce. La Tecnica è …”
Pinca, quella secchiona col golfino infeltrito (slogandosi il braccio): “lalla dipingeva mettendo il colore a olio direttamente sulla masonite, senza preparare il supporto, con una tecnica diretta, in questo modo il colore assorbiva e si seccava velocemente e lei finiva una zona alla volta senza usare passaggi successivi, ritoccando pochissimo le zone dove era già passata”.
prof. G: “Brava Pinca. Committente nessuno, è stato fatto per rispondere ad un bisogno personale come quasi tutti i suoi lavori. Ecco, questo è importante: Iconografia (che cosa rappresenta e come), chi ci prova?”
Pinca, che è pure brava oltre che secchiona: “Si tratta di un autoritratto. La pittrice è vestita di nero (molto semplice, per non distogliere l’attenzione dal volto). L’unico gioiello è un anello d’argento a sostituire il posto che fu della fede. Tiene in mano, vicino alla testa, delle rose autunnali che la madre aveva raccolto nel giardino della sua casa d’infanzia e le aveva donato per il suo compleanno, sono un po’ stanche e spampanate… forse un richiamo alla bellezza che sfiorisce invecchiando… alla caducità della vita”
prof. G: “Perfetto Pinca! Bene!. Inoltre forse ci sono altri simboli… stesso significato di “tempo che passa” per i capelli con fili d’argento, ma ancora femminili, soffici e portati sciolti, così leggeri… incorniciano il volto ovale quasi a richiamare il velo di Maria (non dimenticatevi che lalla era un’insegnate di Storia dell’Arte e di Madonne ne aveva viste tante)… e le rose hanno le spine, così accostate al volto sono quasi “pericolose” e richiamano probabilmente alla corona di spine di Cristo e alla passione appena attraversata dall’autrice”.
Sguardo truce di Pallino.
prof. G: “ O.K. ragazzi, noi ci proviamo, ma poi, come vi ho sempre detto: vattelappesca cosa passava per la testa degli autori, forse semplicemente le piacevano le rose e i capelli sciolti!”.
Pallina, ridestandosi dal suo diario: “posso dirla io la Composizione? Quella l’ho capita!”
prof. G, incoraggiante: “ma certo”
Pallina: “la composizione è piramidale, cioè fatta a triangolo. In più le rose e le foglie non sono proprio simmetriche (per non trasmettere rigidità), ma si bilanciano secondo le diagonali di una x, tipo quella roba dei greci antichi… com’è che si chiamava?”
Pinca, ormai col distacco del braccio e la voce un po’ concitata: “si chiamava Chiasma ed è lo schema compositivo del Doriforo di Policleto (V sec. a.C.)”.
prof. G: “Ma brave le mie ragazze!" Sorridono soddisfatte "Sveglia maschietti: Colore, Linea, Luce…? Niente? Allora, I colori sono molto vari sull’incarnato, gioca con i complementari (rosa/rosso + verde), in questo quadro ricompare il nero dopo tanto tempo, può darsi che il periodo personale attraversato dall’autrice c’entri, ma per rispetto a Pallino eviterò di aggiungere oltre.” Gli butto la battuta lì e lui la raccoglie regalandomi il primo sorriso. Poi continuo: “La linea è varia, prevalentemente curva ed elegante, la luce frontale e piuttosto diffusa, non ci sono grossi contrasti chiaroscurali. Il fondo è molto luminoso”.
Pallino, concedendosi: “vabbè Profe, l’Interpretazione dell’autore la faccio io”.
prof. G: “Vai. facci sognare!”
Pallino: “ ’sta lalla si rappresenta così com’è, ce l’ha detto lei Profe l’altra volta (Pallino ci tiene a non prendersi delle responsabilità) che mostra le rughe e il palmo delle mani che ha un sacco di pieghe, perciò, ‘nsomma, 'un è che vole sembrà più bella di quello che è…” lo aiuto: “Magari è pure contenta di farci vedere le rughe e i capelli bianchi, no? Di essere sopravvissuta al suo passato. Tipo un guerriero che mostra le sue cicatrici con orgoglio… ci dici anche Cosa trasmette secondo te?”.
Pallino, che non è scemo per niente: “Bo…ha un’espressione triste… no, triste no, ci guarda negli occhi… fiera”.
prof. G: “... e quindi la sua sarebbe più una corona d'alloro che di spine, una corona di gloria...molto, molto bene Pallino. Per concludere: lo Scopo dell’opera, come tutte le sue opere, è terapeutico. Lalla dipingeva per stare bene. Non era tanto il risultato ad interessarle, ma il processo creativo. Le serviva a scaricare e comunicare le emozioni, a comprendere la realtà, anche ad evaderne in caso di bisogno. Non produceva molto, ma ogni tanto era proprio un'esigenza… se vi interessa approfondire, leggetevi il blog che scriveva a completamento delle sue pitture”. Drriiiinnnnnn!!!!! “Va bene ragazzi, la prossima settimana vi riporto i disegni corretti, Pinco, ricordati che se non mi consegni il tuo ti becchi un 2. Buona giornata a tutti, studiate bene questa autrice e ripassate indietro per venerdì”
Svariati: “arrivederci Prof.” e ancora: “che pagine di preciso?”
Pinco: “ma un’interroga mica la prossima volta Profe? Vero?”
prof. G: “te non ti preoccupare Pinco, disegna e studia, io interrogo quando ne ho voglia… ormai ci conosciamo da un po’: dovreste averlo capito che sono cattivissima!”.

lalla

P.S. Sono convinta che un bel sorriso appena entrata in classe sia il modo migliore per iniziare la lezione e che la noia sia la nemica peggiore dell’apprendimento perciò poche nozioni, molti concetti e accanto ai grandi artisti del passato cito davvero film, serie T.V. e libri da nerd (perchè lo sono io!). Faccio battute su di me e su Picasso, ma pochissime su di loro, i ragazzi hanno bisogno di rispetto e di essere presi sul serio. Alla fine la Storia dell'Arte piace quasi a tutti (anche a Pinco) e io metto 10 a chi se lo merita o
 2 a chi non fa niente (gratificazione e coerenza sono tutto), nessuno si è mai lamentato più di tanto: patti chiari e amicizia lunga!

domenica 27 novembre 2016

io ho un segreto

Allora, io ve lo dico: le persone che dipingono hanno un segreto.
Chi inizia un quadro a olio (e poi non può concedersi il lusso di finirlo tutto in una volta) per quel tempo che ci vorrà a concluderlo, fossero giorni, mesi o anni, ha un segreto.
Fa finta di condurre ancora una vita normale, fa finta di niente, fa la spesa (ogni tanto), la mattina si veste (in qualche modo), forse, si spera, ha “un lavoro vero” (cioè di quelli che danno da mangiare) perciò, abbastanza dignitosamente, ci va e fa pure finta quel giorno che gli stia interessando come tutti gli altri giorni dell’anno, si prende più o meno cura dei suoi affetti, sorride, saluta, sembra che mangi, sembra una persona qualsiasi, ma in verità questa persona ha un segreto. E a ben guadare un po’ si capisce perché è abbastanza sfuggente, può darsi che saltelli (tipo i bimbi che c’hanno il palletico) e che le venga pure da sorridere, spesso e abbastanza fuori luogo, potrebbe apparire un po’ picchiatella.
Ma non è picchiatella, credetemi: ha un segreto.
Il segreto lo sa solo questa persona (e gli altri che dipingono per diletto come lei) e non lo può dire a nessuno o il resto del mondo si arrabbierebbe parecchio, il resto del mondo sarebbe geloso.
Ma io oggi ve lo dico lo stesso, tanto nessuno mi prenderà sul serio...
Il segreto è che questa persona, da quel giorno che ha iniziato il quadro fino al giorno che lo finirà (e probabilmente anche per alcuni giorni a seguire) anche se vi saluta, vi sorride e sembra ascoltare quello che le dite, in realtà questa persona non vi sta ascoltando affatto e di quello che le raccontate (fosse la storia più bella del mondo o la più terribile) non gliene frega assolutamente niente.
Ecco il suo segreto: questa persona finge che le interessi ancora la vita di sempre, ma in realtà vorrebbe smettere di vestirsi, mangiare, lavorare e socializzare. In realtà il suo unico desiderio è chiudersi nel suo studio col suo quadro, col suo amore, perché lo ama, lo ama da morire, questa è la verità.
Non solo, ne è anche succube.
Quando intinge per la prima volta il pennello nel colore e inizia, prova un misto di eccitazione e paura perché teme il dominio dell’aguzzino che sta per generare e lo brama, anche.
Dipingere è un duello, è una guerra. Ed è la pace.
Dipingere le da l’illusione dell’immortalità e la fa sentire forte, invincibile, persino divina (perché che Dio abbia creato la donna e le zanzare è tutto da verificare, ma che questa persona stia creando un quadro è certo, e non ha nessuna rilevanza il fatto che sia bello come una donna o schifoso come una zanzara).
Spesso accade che arrivi un momento in cui il quadro le sfugge di mano (come forse l’umanità è sfuggita di mano a Dio), allora arriva a odiarlo. In linea di massima, è meno permalosa del Creatore ed evita di scagliargli contro un diluvio universale, comunque lo abbandona per giorni, gli tiene il muso, non lo guarda più. Ma poi le dispiace, sente il suo richiamo, allora ci torna e ricomincia la danza, ricomincia il tango… fino alla fine.
Una fine che sempre giunge, il quadro la lascerà e andrà per la sua strada. E allora un po’ sarà un dolore sentirne la mancanza e un po’ sarà un sollievo riassaporare la libertà. Dopo qualche tempo questa persona forse lo incontrerà di nuovo e quasi sempre gli apparirà brutto perché i suoi gusti e la sua tecnica sono andate avanti (o semplicemente da un’altra parte), eppure, anche sentendolo distante, gli sarà per sempre grata ricordando quelle dolci ore di passione.
Non ci credete che la pittura sia così potente? Perché non ci provate allora? Fregatevene di non saper disegnare, se non sapete farlo, non fatelo: colorate e basta, ma provate… però solo se avete molto coraggio perché la pittura ha una sua volontà ed è una brutta bestia da domare.


Dopo un lunghissimo anno finalmente ho ricominciato a dipingere, avevo paura e prima ho ripreso i pennelli in mano per pitturare mezza casa d’azzurro (le scale, la dispensa…). Adesso sono nella fase in cui, non arrabbiatevi, scendessero pure gli alieni sulla cupola del Brunelleschi, del resto del mondo non me ne fregherebbe niente.
Solo i bambini riescono a risvegliarmi dal mio innamoramento.
Non ascolto nessuna musica quando dipingo, mi disturba che qualcuno tenti di cantarmi nelle orecchie le sue emozioni, voglio sentire solo le mie.
Ascolto il silenzio, ascolto i colori e ascolto me stessa.


lalla

Anche Matilde ha assaporato l’ebrezza del cavalletto, i primi giorni l’ho lasciata intervenire con le matite e un po’ di colore… ho creato un mostro: adesso si aggira (pericolosissima) armata di pennarelli (predilige gli indelebili neri) per “ritoccare” ogni mio quadro appeso in casa.
Questa foto me l’ha fatta Elia, l’altra sera mi ha sorpreso. Alle 22.00 tutti a letto, ma io, una volta salutati i bimbi volevo concedermi, finalmente, un po’ di pittura e lui si è arrabbiato: “in questa casa ci sono delle regole, se andiamo tutti a letto ci vai anche tu”... ma guarda questo: "tu hai 11 anni Elia e io ne ho 41!”… poi ho capito: prima di tutto ha ancora un po' paura del buio, poi si è accorto che in questo momento c’è un altro nella mia vita e non ha alcuna importanza che il mio amante sia solo un pezzo di legno imbrattato di colore, ha scoperto il mio segreto ed è geloso.
Non lo so, forse questa cosa è
inevitabile, tutto il mondo lo è sempre stato, ma il mondo, ed Elia, dovranno abituarsi.

lunedì 14 novembre 2016

e per i miei 41 anni, una bella "festa di divorzio"!

Gli esseri umani sono animali sociali e scandiscono la loro vita sociale con cerimonie, riunioni e rituali.
Quando una persona nasce facciamo una bella festa piena di regali. Che si chiami Battesimo, Iniziazione o Presentazione al Tempio poco importa, il succo è che siamo felici di festeggiare e accompagnare l’ingresso di una nuova vita nella comunità. E ogni anno ribadiamo il concetto con un bel Compleanno, perché l’esser venuti al mondo ci piace parecchio.
Allo stesso modo quando nasce un amore facciamo una bella festa piena di regali. Che si chiami Matrimonio, Unione civile o Inaugurazione della casa poco importa, il succo è che siamo felici di condividere e mostrare alla comunità l’inizio di una nuova coppia. E anche in questo caso ci sprechiamo in Anniversari.
Comunioni, Cresime, Feste di Laurea, un nuovo lavoro…
per non parlare del fatto che annualmente i Cristiani festeggiamo pure gli anniversari dei V.I.P: Maria venuta al mondo senza peccato (addobbiamo l’albero), la nascita di Gesù (o di Mitra) con un pantagruelico Natale, l’Epifania con la calza, Assunzioni varie con tanto di battaglie d’acqua, il Patrono cittadino con i fuochi d’artificio e adesso anche Halloween mascherati da zombie e chissenefrega che sia una ricorrenza pagana, finché c’è da festeggiare e stare in allegria, ogni scusa è buona!

Ma non è proprio così, per esempio non ci dimentichiamo della morte e resurrezione di Gesù (anche se un po’ di cioccolata ci scappa) e in verità anche quando uno di noi muore organizziamo una riunione, un po’ meno allegra certo, ma si tratta comunque di una cerimonia, per altro molto sentita da tutti. Che si chiami Funerale, Esequie civili o cerimonia funebre, poco importa, il succo è che in un momento di grave dolore, come in uno di grande gioia, sentiamo comunque il bisogno di avere accanto la propria comunità per condividere e celebrare, per ricordare e dire addio.
Il sistema organizzativo delle cerimonie di vita però è zoppo, ne manca una.
Anche quando un Matrimonio finisce dovremmo fare una riunione. Questa tradizione non esiste perché in passato il Divorzio non era socialmente accettato. In poche parole, se avevi scelto male (o qualcun altro l’aveva fatto per te) erano cazzi amari: se ti ignoravano imparavi a vivere nella solitudine, se c’avevi le corna te le tenevi, se ti menavano le prendevi, a ritrecine, e zitta.
Per fortuna adesso il Divorzio esiste e allora credetemi: è venuto il momento di rimediare ed imbastire una bella cerimonia.
La “festa di Divorzio” non servirà solo a soddisfare il bisogno di avere accanto la propria comunità per condividere il lutto, per ricordare/dimenticare e dire addio.
Servirà soprattutto a soddisfare un bisogno ancora più atavico dell’essere umano: quello di gioire e mostrare a tutti, in caso di sciagura, di essere sopravvissuto.
Perché tutte le persone vengono ipnotizzate dalle terribili notizie di disastri naturali o attentati terroristici? Perché passano ore in trepidazione su internet o di fronte alla TV? E’ vero: dispiace per le vittime, ma ancora di più sono felici per coloro che si salvano e, soprattutto, che non sia toccato a loro. Non c’è vergogna in questo, è un sentimento ancestrale e giusto: sono felici di essersi salvate. Vivono l’ambivalenza di volersi allontanare il più possibile dal disastro e il desiderio di conoscere ogni dettaglio e volerne fare parte. Ogni volta che estraggono  un corpo ancora vivo dalle macerie è come se avessero salvato un pezzo del loro. E’ un po’ lo stesso fenomeno per cui rallentano in autostrada se c’è stato un incidente, per vedere cos’è successo, per scoprire la dinamica... magari per scorgere un cadavere e sentire forte dentro di essere ancora vivi. La curiosità un po' morbosa verso il disastro serve in realtà ad allontanarlo psicologicamente da sé.
In questi mesi tantissime persone mi hanno fatto la fatidica domanda “come stai?”, domanda un po’ sciocca a dire il vero, come volete che stia? Ma molte di loro l’hanno fatta con la sincera volontà di ascoltare ed assorbire il mio dolore, permettermi di far uscire tutto, senza giudicare, di essere vera  e anche sgradevole . Altre hanno chiesto e ascoltato, ma la loro esigenza primaria non era quella di strami vicine, somigliava più a quella del tizio in autostrada: conoscere il disastro e scongiurarlo “comunque sia andata, ‘sto schifo non è successo a me”. E’ giusto così, in ogni caso hanno fatto il loro bene e il mio.

Perciò, per assecondare tutti i miei bisogni e anche quelli della mia comunità, io l’ho fatta: una bellissima “festa di Divorzio”!
Ho iniziato a invitare gli amici più cari, nella “ex-nostra casa” che adesso è solo casa mia, ho invitato fino a che ho potuto, arrivata a 80 mi son dovuta fermare causa capienza massima degli ambienti e mi è dispiaciuto perché così un po’ di persone care che avrei voluto sentire accanto a me non c’erano… perdonatemi, vi prego. Prometto che la prossima volta che mi separo farò una festa con almeno 100 persone!
Agli invitati non l’ho detto cosa festeggiavamo perché sarebbe suonato strano nell’invito, ho parlato vagamente di un’apericena/invasione barbarica, poi è saltato fuori che proprio quel giorno avrei compiuto 41 anni, ma in realtà non c’era bisogno di specificare: lo sapevano tutti perché erano lì. Gli ospiti d’onore erano due: io e l’assenza di lui. E per quanto io possa essere stata scintillante, so che nella mente dei miei invitati il secondo ospite pesava quanto me. Ma la mia famiglia e i miei amici hanno partecipato lo stesso con grande entusiasmo.
Questo fa una vera comunità: partecipa, nel bene e nel male.
E’ stata una bellissima serata nella quale ho potuto mostrare al mondo che sono ancora viva, che ho ancora voglia di organizzare, cucinare, festeggiare e ridere… che la lalla è sopravvissuta.
E in cui la mia grande comunità ha potuto mostrare a me che mi pensa,
che mi vuole bene e che sarà sempre pronta a condividere e scandire insieme a me tutte le tappe della mia vita.
Grazie a tutti, grazie di cuore.


lalla

P.S. La lalla è sopravvissuta... perché la cosa più cretina che mi è stata detta in questi mesi è: “In realtà questa cosa è una fortuna perché così rifiorirai, diventerai più bella, capirai chi sei veramente, bla, bla, bla…” Ma scusate, perché uno dovrebbe desiderare di cambiare se viene lasciato? Questo vorrebbe dire che tutte le donne felicemente accoppiate in verità sono noiose, represse e bruttine? E se invece fossero allegre, soddisfatte e bellocce come sono sempre stata io? Sai che ti dico mondo: che invece io son proprio fiera di rimanere me stessa!

P.P.S.S. alla faccia dell'estate di S.Martino ha sempre piovuto il giorno del mio compleanno, ma questa volta no: questa volta ha festeggiato anche il sole! E a pranzo ho passato un'oretta all'aperto insieme alla mia mamma (l'altra sopravvissuta) mangiando un panino al sole d'autunno, quello dolce dolce che ti scalda le gote e ti rimette al mondo.

P.P.P.S.S.S. molto del resto della giornata l'ho passato a cucinare, cous cous, pollo, macedonia... e un quintale di tiramisù. Vi è mai capitato di farne troppo e ne avanza un pochino con cui preparate una piccola bacinella a parte? Bè, povera piccola bacinella, io non potevo smaltirla causa fegato poco bono, erano due giorni che mi guardava triste dal frigo... così oggi l'ho data a Theo, quando mi ha riportato i bimbi. Infondo era un po' invitato anche lui, una porzione gli tocca. E poi valla a sapere: uova crude e mascarpone, son passati 2gg, magari gli viene la sciolta!