domenica 12 luglio 2020

parlando di esami

Io sono sempre stata un caterpillar nel fare esami. Una macchina da guerra.
La cosa che mi rendeva speciale era la capacità di “fare io” l’esame, di condurlo. Nel senso che non me ne stavo lì come un agnello sacrificale in attesa della mazzata, nel 90% dei casi è stata praticamente una conversazione alla pari anche perché avevo ben chiaro dove sarebbe calato il bastone e così potevo scansarmi in tempo. La caratteristica più importante del bravo studente non è la preparazione, bensì la capacità di “leggere” il proprio insegnante. Insomma, potendo prevedere dove saremmo andati a parare, non ci sono mai state troppe sorprese. Sia io che il mio professore avevamo qualcosa (molto) da dire sull’argomento perché ovviamente io ero anche preparatissima (oltre che sveglia) e quando si tratta di parlare, qualcuno dovrebbe spararmi alle gambe per farmi stare zitta.
Tutto è iniziato alle elementari, le ho vissute in modo davvero travagliato.
Non ho frequentato nessun asilo e ne vado fiera, ho passato la mia infanzia allegramente appesa sugli alberi, a coccolare gatti e a rincorrere galline. Trascorrevo le giornate da sola (e in piena armonia) a disegnare splendide donne libere (come lo ero io) e a inventare storie (più o meno quello che mi piacerebbe fare anche adesso). La vera spensieratezza.
Poi da un giorno all’altro, senza preavviso, mi hanno buttato su un banco (e io sono nata a novembre, quindi a scuola ci sono pure andata presto).
Non l'ho presa bene. C’ho provato, credetemi, e all’inizio ero molto emozionata di questa novità e anche ottimista (sono una a cui piace buttarsi). Avrei conosciuto la maestra di Guido e Silvia, solida istituzione del paese, ci tenevo a fare bella figura.
Appena entrati in classe ci fece un bel sorriso, poi ci chiese: “Chi di voi sa scrivere il proprio nome?”
Io alzai subito la mano perché sapevo scriverlo benissimo, anzi, andavo tutta fiera di aver inventato un modo molto grafico di incastrare le due “LL” per formare una firma stilosa da apporre sui miei disegni. Scrisse i nostri nomi alla lavagna e ci chiese di alzarci, uno per uno, e di andare a riconoscerli. Io non sapevo leggere nient’altro che il mio nome, ma ci sono andata fiduciosa, solo che quello non c’era e così le ho detto: “Il mio nome non c’è.”

“Come no? Allora scrivilo tu, se ne sei capace davvero.” Aveva smesso di sorridere, il suo tono di sfida mi turbò. Non conoscevo ancora la “razza insegnante”, era il mio primo contatto, e non mi aspettavo di poter finire così alla gogna in un attimo. Ricordo che la mano mi tremava e la firma non venne tanto elegante. “Questo non è il tuo nome: lalla non significa niente, tu ti chiami Ilaria,” e sempre più fredda: “Vai a sederti.” Quindi pensò bene che non bastasse e che fosse il caso di umiliarmi di fronte a tutta la classe: “Bambini, ricordatevelo bene tutti: se non sapete fare una cosa non dovete dire bugie, io non sopporto le persone che mentono.”
Io non mento mai. Era lei a non conoscere il mio vero nome. Prendermi della bugiarda in quel modo dopo dieci minuti di scuola, è stata una delle offese più pesanti che ho subito nella vita.
A fine mattinata entrò un’altra insegnate: “Dovremmo riequilibrare le classi, l’altra sezione è troppo piccola, va spostato uno studente, dopo ne parliamo.”
La maestra/istituzione del paese non ci pensò neanche un secondo, lo disse senza guardarmi negli occhi: “Non c’è bisogno di parlarne, prenditi lei.”
Prenditi lei.
Lo so che questa storia l’ho già raccontata un milione di volte, il fatto è che, evidentemente, mi brucia ancora. Magari a quella povera donna era morto il gatto il giorno prima, vallo a sapere, ma io sono permalosa a livello patologico e a tutt’oggi non mi è chiaro una cosa: se sono nata dislessica o se ci sono diventata per forza di volontà. Quel rifiuto mi fece sentire in diritto di rifiutare. In ogni caso, non posso negare di aver sofferto di disturbi specifici dell’apprendimento (e di non esserne guarita mai completamente).
Non ricordo più niente della prima elementare e sospetto persino di non averla fatta, in ogni caso non credo di aver imparato praticamente nulla. La maestra/istituzione fu costretta a riprendermi in seconda, ma quel primo giorno era cominciata una guerra, dal mio punto di vista l’aveva iniziata lei, io mi impegnai molto nel portarla avanti scrivendo davvero come una bestia.
I miei quadernoni di seconda elementare sono commoventi, li ho ritrovati anni fa e mi sono quasi messa a piangere, poi li ho rinchiusi in uno scatolone che non ho avuto più il coraggio di riaprire. Ricordo solo di aver pensato: “La mia mamma vedendo questi scempi come ha fatto a non pensare che io avessi un problema?” Boh, misteri della maternità.
In alcune pagine campeggiano enormi parole (in quello che sarebbe dovuto essere un corsivo) scritte con un pennarellone spuntato viola, tutte storte e completamente fuori-scala, praticamente illeggibili e completamente fuori dalle righe, come mi sentivo io.
Passavo la ricreazione a disegnare sa sola, nel mio banco. Quella era l’unica cosa che sapevo fare davvero bene e in fondo anche adesso, no? Non è che poi in quarant’anni si cambi granché.
Torniamo in seconda elementare, forse anche la maestra ci metteva del suo: io adoravo recitare ed ero anche bravissima e pimpante ma allo spettacolo di Natale lei mi fece vestire da pastore maschio “sei troppo scura per fare la Madonna e hai i capelli troppo corti per fare la femmina”. Per Maria scelse una sdolcinata bionda e vabbè, ma farmi fare il pastore maschio... stiamo scherzando?
Ero scura e maschiaccia, è vero, ma sapevo disegnare meglio degli studenti di quinta. Tutte le maestre della scuola se ne erano accorte, ignoravano però che a poco più di sette anni sapessi anche vendicarmi. Mi misero a decorare tutte le finestre della scuola, che settimane magnifiche, passavo intere mattinate a dipingere un enorme presepe sui vetri mentre i miei compagni (poveracci) se ne stavano al banco a spremere le meningi.
Nell’ultima grande finestra dipinsi la Sacra Famiglia, erano tutti bellissimi e con la pelle più scura di Barack Obama. La mia mamma si fece una grassa risata, poi sentenziò che la mia ricostruzione era storicamente corretta e per poco la maestra/istituzione non ci rimase secca!
Continuammo a scambiarci cortesie per quattro anni.
Ricordo ancora l’incubo di quando mi interrogava per giorni e giorni in piedi sulle tabelline esordendo sempre con la stessa frase “Ora sentiamo l’Ilaria che tanto non le sa.” E infatti io non le sapevo, mai. Non mi capacitavo, il pomeriggio le ripassavo e ogni volta al mattino mi fregava. Alla fine, disperata, mi rivolsi alla mamma: “Ti prego aiutami, sono un caso disperato con le tabelline, in classe lo sanno tutti ormai.” Dopo avermele fatte un po’ ripetere la mamma, con mia grande sorpresa, disse: “Guarda lalla che tu sai praticamente tutte le tabelline eccetto pochissime (7x6, 8x6, 7x9, 8x9).”
L’arpia mi chiedeva sempre quelle!
In una mezz’oretta trovai il modo di impararle  e il giorno dopo la lasciai senza fiato: “Ma come hai fatto Ilaria a imparare tutte le tabelline in un giorno?”
E io, che sono una pura di spirito, le risposi pure: “Non le ho imparate tutte, lei mi chiede sempre le solite quattro o cinque più rognose, mi è bastato imparare quelle!”
Arriviamo all’esame di 5° elementare (che purtroppo adesso non esiste più) e al momento che ha dato finalmente un senso al nostro rapporto di maestra e allieva.
L’ho affrontato con grande serenità e infatti non avevo studiato un bel niente di Storia (per me, che ancora non riuscivo a leggere fluidamente, studiare senza le immagini era un supplizio). Dopo il tema di Italiano mi ricordo che ci divisero un po’ a scaglioni, mentre interrogavano alcuni a matematica, misero altri a fare scienze e un disegno. Il disegno lo finii presto e così entrai in aula dove la maestra/istituzione stava interrogando in geometria. La geometria mi piace parecchio!
Toccava a Nicoletta, compagna intelligente, sempre ben preparata e molto più scolarizzata di me.
La maestra sorridendo cominciò a dettarle il testo di un problema e lei lo scrisse elegantemente alla lavagna, fece un bel disegno, riportò i dati e la domanda e… silenzio… si voltò impietrita: “Non lo so fare.”
Momento di panico, la maestra guardò meglio la pagina: “Oddio, scusa Nicoletta, questo argomento non lo abbiamo fatto, lo farete il prossimo anno alle medie, cancella pure la lavagna.”
E io: “Scusate, ma io invece credo di saperlo fare, posso provare?”
Erano entrambe incredule, in ogni caso mi disse che potevo avvicinarmi.
Il mio ultimo giorno di elementari ho alzato la mano e sono tornata di mia spontanea volontà di fronte alla stessa lavagna, alla stessa maestra, a dimostrare quello che sapevo fare.
Non ricordo esattamente il testo del problema, c’entravano una circonferenza e un triangolo equilatero inscritto, il raggio… Pitagora? Ricordo bene la faccia della maestra osservando il mio ragionamento perfetto e veloce.
Alla fine le chiesi: “Va bene così?”
E lei, ancora un po’ meravigliata, rispose: “Va benissimo Ilaria… penso che adesso puoi andare alle medie.”
E io, votata al sacrificio: “Ma no Maestra, dovete interrogarmi ancora in Storia…”
“No, fidati, sei pronta.” Come lo disse, con calma e orgoglio, davanti a mezza classe rimasta congelata, Nicoletta compresa.
Che botta d’autostima!
In quell’attimo si chiuse il cerchio perfetto. Quell’esame mi ha consegnato ai successivi impegni scolastici convinta di avere sì tantissimi limiti, ma anche infinite possibilità.
Aveva ragione la mia meravigliosa e terribile maestra/istituzione: io ero pronta. E a quel punto mi ci aveva portato lei, con le sue durezze, con le sue sfide assurde, con i suoi piccoli dispetti, ma anche con la sua capacità di sopportare le mie ripicche e, alla fine, di riconoscere i miei pregi oltre ai miei difetti e alle mie stravaganze.
In prima media ho dovuto davvero sgobbare molto per cercare di colmare i miei problemi di letto-scrittura, non esistevano i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e non avendo aiuti speciali, ho dovuto trovare con la logica una strada per aiutarmi da sola, inventarmi dei trucchi, ce l’ho fatta soprattutto perché mi ero convinta di avere la forza di potercela fare. Mi ero convinta di poter fare tutto quello che avrei voluto. E quindi diciamo che poi l’esame di 3° media con Ottimo, il 60/60 alla maturità, il 110 e lode alla laurea, il 1° posto al concorso a cattedre per l’insegnamento… contano molto meno e sono solo una logica conseguenza di quel primo grandioso esame e di quel primo disastroso giorno di scuola. Sono la conseguenza di una sfida nata e poi vinta davanti a quella lavagna e della consapevolezza che con la mia determinazione da quel momento in avanti avrei potuto vincerle tutte!

Gli esami, magari c’é chi li prende sotto gamba, ma possono contare molto nella vita, sono degli spartiacque. Per questo ci tenevo tanto che riuscissimo a far svolgere alle nostre 5° gli esami di Stato (la famosa “maturità”) in presenza.
Molti ragazzi si sarebbero venduti il cane pur di portare avanti una farsa a distanza, la paura ovviamente era tanta. Alla fine per fortuna li abbiamo delusi. Certe cose nessuno ha mai voglia di farle, ti ci devono costringere, ma quella fifa e quell’adrenalina ogni tanto ci vogliono nella vita!
Il terribile periodo che il mondo intero sta vivendo gli ha evitato di giocarsela agli scritti, peccato soprattutto per il tema di Italiano, perché quella sensazione da “fine di mondo” che ho provato il 24 giugno 1993, all’apertura della busta con i titoli, non è per niente una roba comune. Comunque, qualche brividino anche i miei studenti l’hanno provato e soprattutto grazie a me.
Per iniziare il colloquio interdisciplinare siamo partiti sempre da un’opera d’Arte. Io sono una persona corretta, non si fanno pagliacciate: non gli ho fatto nessuna anticipazione su che opera gli sarebbe toccata (nel programma dettagliato erano circa trecento). Ogni volta che andavo a proiettare l’immagine ero presa io stessa dal terrore, sapevo che erano preparati, ma se con il panico del momento avessero avuto un vuoto e non l'avessero riconosciuta? Non si sa mai… invece è andato tutto bene e alcuni non solo hanno analizzato in modo approfondito l’opera, ma sono riusciti a creare continui collegamenti interdisciplinari e a condurre un colloquio eccellente! Che bellezza!
Ho cercato di dare soddisfazione a tutti e concedergli quella spinta tanto determinante che, quando avevo solo dieci anni, fu data a me.
Li ho visti piangere, gioire, tremare, alcuni sono stati capaci di meravigliarmi e di riempirmi d’orgoglio, li conosco da quattro anni, come potevo rimanere distaccata emotivamente?
In sostanza, nonostante la serietà e l’entusiasmo, non sono l'insegnate adatta per fare il membro interno alla maturità: non ho dormito una settimana intera!
Poi, molto velocemente (solo orali di sessanta minuti ciascuno, si fa presto), il 20 giugno anche questo esame è finito.
Ma io non ho potuto riprendere sonno fino al 23 giugno, mi aspettava un altro esame e ora vi spiego il perché.

Visto che gli esami alle elementari non esistono più, noi abbiamo trovato il modo di inventarcelo. 
La Piccola Fata è nata il 30 aprile 2014, è molto grande e sveglia, avrei potuto mandarla in 1° elementare a settembre 2019, ma non sono riuscita a capire se fosse o meno una buona idea, non volevo farle un torto. Tutti a dirmi “le togli un anno di giochi”, questione per me poco chiara, in che senso? Io comunque l’avrei rispedita alla materna otto ore al giorno, non è che proprio l’avrei lasciata libera di farsi i cavoli suoi come me ne stavo io alla sua età.
Comunque, alla materna ci era sempre andata volentieri, il padre era contrario all’anticipo e quindi nulla.
A settembre ha iniziato il suo terzo anno all’asilo e mi ha sorpreso: piangeva e non voleva più andarci, ci è rimasta malissimo che le migliori amiche fossero andate alle elementari, ha iniziato a ribellarsi, non voleva più stare in cerchio a cantare (secondo una maestra: “Meno male che non l’avete iscritta alle elementari, la bambina è regredita. Evidentemente è molto indietro. Quando raccontiamo una storiella lei non ha memoria e non capisce, ad ogni domanda risponde sempre “siamo in autunno”).
Ma se per due anni mi avevano detto che era intelligente, allegra e socializzava con tutti?
Non capisce??? Forse non ascolta!
“Matilde, ma perché non vuoi più ubbidire alle maestre e andare a scuola? Ti garbava tanto!”
“Ci sono tanti bambini piccoli e io mi annoio, voglio imparare a leggere e scrivere.”
Oioi, e ora?
“Facciamo un patto Tinne: adesso tu vai a scuola più allegra e provi a fare amicizia con i bambini nuovi e a divertirti, io ti prometto che a Natale, se ne hai ancora voglia, inizio a insegnarti io a leggere e a scrivere.”
Pensavo che se ne scordasse.
Il 1° dicembre abbiamo fatto l’albero e lei mi ha detto tutta seria: “Adesso è Natale, insegnami.”
Così ho tirato fuori i quaderni del piccolo Elia (riesumare i miei orripilanti non mi pareva proprio il caso) e ho iniziato a farle fare le stesse identiche cose, ogni giorno voleva andare avanti. Pensavo che le passasse. Non le passava, ha iniziato a scrivere bigliettini d’amore per me e il fratello, a firmare e descrivere i disegni con cui decora tutta la casa. Siamo state insieme all’open-day della scuola elementare, ha parlato con le maestre e le è piaciuto tutto. Mi sono informata e ho scoperto che a giugno i bimbi possono fare un esamino per entrare direttamente in seconda. Quindi dopo due mesi mi sono resa conto che sarebbe stato il caso di chiamare una vera maestra per capire dove stavamo andando a parare.
La vera maestra mi ha detto che la bimba era sveglissima e interessata e che secondo lei era il caso di “cavalcare l’onda”.
Poi c’è stato il lock-down, la didattica a distanza, ore e ore davanti al PC, io che registravo video-lezioni e lei che disegnava in silenzio accanto a me, la sua bronchite, la mia polmonite, in tutto questo c’eravamo anche io e la mia Piccola Fata, un’ora ogni giorno solo per lei, per farla imparare.
Ho chiesto alla scuola i programmi da farle fare, mi hanno dato quelli comuni a tutte le classi dell’istituto.
Ha lavorato con grande dedizione, ogni tanto è stata più svogliata (quando l’argomento le piaceva meno).
Finalmente a fine aprile ho ottenuto di poter comunicare con le sue possibili maestre di seconda, volevo avere delle dritte per allineare la sua preparazione a quella delle sue compagne, mi hanno risposto, molto carine: “ma non si preoccupi, con il coronavirus si è praticamente fermata la didattica, non importa che le faccia fare l’intero programma, faremo un breve colloquio per conoscerci meglio, ci ricordiamo di Matilde, la accogliamo in seconda con tanto piacere”.
Vabbè, noi comunque siamo andate avanti su tutto, fino al 23 giugno.
Il giorno prima ho confessato alla mia mamma di essere terrorizzata. “Ma dai lalla, è un formalità, poi con molti studenti d’Italia che non hanno fatto nulla, lei è così brava, le faranno leggere e scrivere due frasi e fare due operazioni, che vuoi che sia?”
Temevo che potesse essere qualcosa di spiacevole per lei, magari un piccolo/grande trauma, perché ormai un po’ d’esperienza ce l’ho e conosco “la razza insegnante”…
Eccoci al primo esame della Piccola Fata presentato da me come: “Tinne, che bello! Oggi andiamo a conoscere le maestre delle elementari, vogliono vedere cosa hai imparato, quindi tu sii educata, ascolta e fai tranquilla ciò che ti chiedono, non preoccuparti se qualcosa ti riesce di meno, ok?”
E lei subito “Ti sbagli mamma, le abbiamo già conosciute all’open day”. Già, questa è quella senza memoria.
L’esame è stato sconcertante.
Innanzi tutto le due maestre carine non c’erano, c’erano un maestro e una maestra molto giovani e che hanno preso la questione parecchio seriamente.
L’hanno fatta sedere a un banco e l’hanno interrogata, giuro, su qualsiasi cosa per un'ora e mezza. Una bambina che a un banco non c’era stata seduta mai. Ha tenuto la mascherina tutto il tempo.
Io ero a soli due metri da lei appena fuori dalla porta e ho ascoltato tutto.
Nella prima oretta ha fatto pure la splendida, esordendo con frasi tipo: ”Ma questo è un subacqueo, voi due lo sapete che è una delle “parole bagnate” che ci scrivono  con C e Q?” Poi gli ha detto tutte le altre e anche l’unica che si scrive con QQ. Ha proseguito tipo maestrina spiegando ai due mal capitati la storiella di Re Nome e dei suoi servitori gli Articoli e dei due birichini che perdono la faccia davanti alla vocale e gli resta una lacrimuccia… e via così di grammatica in grammatica, l’analisi della frase, singolare e plurale… dopo 60’ ha iniziato ad accusare la stanchezza e quando le hanno chiesto se conosceva i numeri ordinati non lo sapeva (non glieli avevo fatti) e neppure cosa fosse un numero precedente perché non le avevo insegnato al parola (poi appena le hanno detto che era il numero che veniva prima allora lo sapeva), poi maggiore minore e uguale, ha fatto le operazioni, risolto un problema (ma arrancava, non ne poteva più), risposto in inglese, parlato dei 5 sensi e delle stagioni…
E’ uscito il maestro per fare delle fotocopie e gli ho spiegato che non le avevo mai parlato dei numeri ordinati e che la bambina mi sembrava un po’ provata.
“Sì Sì, non si preoccupi, nella prima parte è stata bravissima, molto pronta, poi adesso ci siamo resi conto che è stanca, ma siamo interessati a sondare tutto il programma”.
Madonnina celeste.
Al novantesimo minuto, alla domanda secca “Il fungo è un vivente?” era un po’ perplessa e a dire il vero anche io.
Ha risposto: “Sono stanca.”
“Lo sappiamo, ma secondo te è un vivente?”.
“Non lo so.”
“… ma cresce come un albero…”
“… allora sarà vivente.” che era un po’ come dire: fai un po’ come ti pare, a me non è che a quest’ora me ne freghi più molto.
Fine.
I due esaminatori sono stati fin troppo accurati, ma per fortuna niente di umiliante, le hanno fatto un sacco di complimenti. Hanno voluto trattenere i quattro quadernoni di Matilde per farli vedere alle maestre spergiurandomi che me li restituiranno (devo impilarli con quelli belli di Elia e con quelli orripilanti miei).
Siamo usciti, ero più sfinita io di lei.
“Tinne sei stata bravissima, scusa che non ti avevo insegnato cosa fossero i numeri ordinati.”
“Non importa mamma, tanto me l’hanno spiegato questi due maestri e adesso lo so.” Che mito.
“Mamma, ma come mai non c’erano le altre due maestre?”
“Oggi non sono potute venire, ma non ti preoccupare: gli raccontano tutto quello che gli hai detto e loro le rivedi a settembre.”
Dopo abbiamo chiamato la nonna e lei complimentandosi le ha spiegato un po’ meglio che aveva appena sostenuto un esame e da quel momento la Piccola Fata ha cominciato a vantarsi in giro con tutti. Speriamo bene, che questo strano inizio di istruzione parentale con maestra/mamma/dislessica sia per te un buon inizio e che questo lunghissimo primo esame ti porti fortuna.
Ma è solo il primo, Piccola fata, perché gli esami non finiscono mai.

lalla

Quella con le braccia incrociate e dallo sguardo inferocito (che ben rappresenta il mio stato d'animo alle elementari) sono io, proprio di fronte alla mia amata/odiata maestra, l'unica da cui desideravo così tanto ottenere l'approvazione e che, solo pochi giorni dopo questa foto, finalmente e definitivamente me la concesse (cambiando per sempre la mia espressione).
Il cartellone con i ritrattini di tutti i compagni ovviamente lo avevo disegnato io.

venerdì 24 aprile 2020

niente panico, tanto non mi legge nessuno

Confido nell’algoritmo di Face-book, che mi schifa.
Confido nel fatto che il mio blog sia visitato solo da due gatti. Che infondo sia un posticino quasi privato, che i miei scritti se ne rimangano lì, a galleggiare, praticamente indisturbati.
Per lo meno, che non diventino virali (e scusate il gioco di parole).
Allora posso anche scrivere in piena tranquillità, senza paura di scatenare il panico, cominciamo.
Io la quarantena l’ho presa sul serio, dall’8 marzo sono uscita di casa una sola volta a settimana per portare la spazzatura e contemporaneamente fare la spesa, tutta bardata tipo astronauta, con i guanti e la mascherina e tutti, comprese le autorità e l’OMS a dire “che te la metti a fare la mascherina? Tanto non serve, basta rispettare la distanza”.
Una roba tipo “che me la metto a fare la cintura di sicurezza? Tanto non serve se guido bene e mantengo le distanze di sicurezza”.
Ma che discorso è? All’imprevisto non ci pensava nessuno?
Cioè, a me è mai capitato lo scemo di turno che si era abbassato la mascherina fino alla gola per fumare e che a sorpresa m’ha girato l’angolo piombandomi a 10 cm dal muso tossicchiando, meno male che almeno io la mascherina ce l’avevo calzata bene, no?
Altrimenti che facevo, gli ammollavo un ceffone?
Neanche, altrimenti sarei dovuta correre a disinfettarmi le mani!
Che poi, vogliamo parlare di questa famosa “distanza”? All’inizio sembrava  1 m, poi meglio 1,5 m, ad un certo punto è circolata l’ipotesi  4-5 m… panico generale, adesso nel mio Carrefour hanno scritto 1,80 m. 1,80? Ci fanno lo sconto di 20 cm? Facciamo 2 m, cifra tonda, che dite?
Vabbè, comunque io son di natura ribelle, ho pensato: “secondo me se tutti avessimo una barriera davanti a naso e bocca il contagio diminuirebbe, sicché me la metto, pace”.
All’inizio me le costruivo di carta da forno, solo due settimane fa le ho acquistate in farmacia. Negli stessi giorni il comune me ne ha donate 6 (2x3), invece di suonarmi il campanello le ha buttate tutte sciolte nella cassetta della posta e in mezzo alle bollette, quindi perfettamente non-sterili, complimenti!
Comunque, io mi sono impegnata un casino, mi sono sempre cambiata le scarpe rientrando, ho dato il cencio con il Liso-form, mi sono lavata le mani. L’ho fatto più che altro per senso civico, non per cercare "di scamparla", per salvare altra gente, perché se mi avessero chiesto di scommettere “lo prendi o non lo prendi questo virus?” io avrei scommesso su “lo prendo”.
Non perché sia persona paurosa o terrorizzata dalle malattie, ragiono solo per esperienza.
Ho 44 anni, ormai mi conosco, se passa un virus a 1km (alla faccia della “distanza”), io lo prendo. E sono pure una nerd che vive isolata dall’universo, quindi pure distanziata socialmente, ma è sicuro che lo prendo. Non si sa bene secondo quali congiunzioni astrali e battiti d’ali dall’altra parte del mondo, ma in qualche modo, lo prendo.
Il 2 aprile Matilde ha iniziato a tossire di notte, prima poco, poi tanto, tosse secca. Mhm…
Dopo qualche giorno febbricola intorno a 37,2° e catarri, chiamo la pediatra e lei (per telefono): “non si preoccupi, non ha preso un virus, avrà preso fresco in giardino”. E chi si preoccupa?
Ora, io non sono laureata in medicina, ma… in che senso?
Se prendi fresco ti si possono abbassare le difese immunitarie, ma a quel punto non è che maturi la tosse spontaneamente, devi prendere un virus, no?
Dove lo avrebbe preso Matilde questo virus?
Allora, dall’inizio del lock-down  i miei figli ogni giovedì sera alle 19.00 si spostano a piedi verso casa del padre (a 50m sulla stessa strada) per ritornare esattamente 48h dopo a casa mia (per questo faccio la spesa e pulisco casa di sabato, quando sono sola).
Anche il padre è stato a casa ed è uscito solo per spesa/figli, ma lui è un tipo easy che ogni volta li viene a prendere tutti bardati tipo astronauti e poi me li riporta senza guanti (o rimettendogli i guanti della volta precedente!) e io li vedo entrare nell’androne che si toccano la faccia e la mascherina con le mani dopo aver aperto il portone condominiale, orrore. Lui si è messo la mascherina solo quando il comune gliele ha regalate e il primo mese ha sempre fatto la spesa al Conad senza alcuna protezione (nonostante le palle che gli ho fatto io).
Allora io sono pallosa, ok?
E voi penserete: “ siete pure divorziati, saranno cazzi suoi”.
Invece no, saranno cazzi nostri dato che sbaciucchia i miei figli e saranno cazzi miei dato che poi me li sbaciucchio io.
Comunque vabbè, abbracciamo la teoria alternativa: “non ha preso un virus, avrà preso fresco in giardino”.
Pediatra: “In ogni caso, facciamo una copertura antibiotica con lo Zitromax, 3gg basterebbero a coprire una settimana… glielo dia per 4-5gg, è meglio. Se peggiora mi richiami, mi tenga aggiornata e non si preoccupi”. E chi si preoccupa?
Matilde ha avuto anche disturbi intestinali, ma con l’antibiotico la frebbricola è scomparsa e la tosse pian piano è migliorata, oggi (dopo 22gg) il padre mi ha detto che non ha mai tossito… evviva!
Il 14 aprile, 12 giorni dopo Matilde io ho iniziato a sentire una strana patata in gola ed eccoci ai cazzi miei.
E’ iniziata la tosse secca, quindi dopo 3gg la febbricola a 37,2° e la patata ha dato vita a meravigliosi grumi di muco colloso e giallo che praticamente a ciclo continuo, 24 ore su 24, mi tocca sputare con una sorta di urto di vomito… sì, lo so che fa schifo da leggere, figuratevi da fare! Ovviamente ho avuto anche i disturbi intestinali, una favola.
Stessi sintomi della mia Piccola Fata, ma più carognosi, perché sono più vecchia.
Secondo voi “il fresco in giardino senza virus” è infettivo?
Addio ipotesi alternativa: virus è.
La mia dottoressa (per telefono): “non si preoccupi, in ogni caso, facciamo una copertura antibiotica con lo Zitromax, 3gg bastano a coprire una settimana…”  Questa l’ho già sentita.
“In ogni caso mi chiami tutti i giorni, voglio che mi tenga informata sul decorso”.
Il decorso è buono, la febbre dopo 3gg è scomparsa, sono una pellaccia.
Ieri: “Aggiunga anche fermenti lattici e vitamine” Già fatto dottoressa.
“Aggiunga anche un mucolitico, io glielo dico Signora, probabilmente lei ha preso il Codiv19, ma non si preoccupi,  la clinica è buona”. E chi si preoccupa?
Tutto per telefono, tutto senza una visita.
Io non lo so se quello che sputo nei fazzoletti è Codiv19 o qualche altro virus incoronato, ma so che mi ha procurato una sorta di bronchite o polmonite.
Non lo dico perché sono una persona paurosa o terrorizzata dalle malattie (io non mi preoccupo, a differenza di pediatra e dottoressa), io ragiono solo per esperienza.
Ho 44 anni, ormai mi conosco, ho già avuto due polmoniti virali, riconosco i sintomi.
Dico solo questo, capisco che i dottori abbiano paura, ma è giusto privare un cittadino del diritto a essere visitato? La diagnosi va fatta ascoltando i polmoni con uno stetoscopio, non al telefono! Mettetevi uno scafandro da palombaro, poca miseria e visitateci!
Alla faccia delle “diagnosi precoci”!
Senza che mi facciano il tampone, io domani verso le 13.30 dovrò recarmi a fare la spesa, bardata da astronauta e attentissima a non contagiare nessuno, ma sotto la mascherina mi sentirò una potenziale assassina. Non mi piace sentirmi un’assassina.
I tamponi non li fanno, almeno che tu non abbia 40° di febbre e sia in procinto di affogare nel muco o almeno che tu non sia venuto in contatto con un malato conclamato.
Non credete ai numeri che danno in televisione, sono tutti falsi.
Serve veicolare l’idea che il contagio stia scendendo, altrimenti l’Italia intera se ne va a gambe all’aria (se non c’è già andata).
La tecnica del governo mi pare sia stata la seguente: “Di questo virus non capiamo niente, chiudiamo tutto così diminuiscono i contagi e poi speriamo che passi tipo influenza stagionale”.
“Non è passato, ammazza ancora 400 persone al giorno, ops, peccato, ma ormai bisogna riaprire per forza sennò la gente disperata si butta alle cattive”.

E allora io ve lo dico, non vi date alla pazza gioia dal 4 maggio, non organizzate cene con gli amici e aperitivi nelle case, il virus non è scomparso e neanche abbiamo idea di quanto sia diffuso nella popolazione, altro che “regioni a contagio 0”.
Senza fare i tamponi, ci parlano del niente.

Secondo me a fine maggio siamo punto a capo. Ma magari mi sbaglio, speriamo che mi sbaglio, vedremo.
Comunque, stanotte, dopo 11 giorni, ho finalmente dormito 6h di fila, è vero, mi sono svegliata piena di muco, ma anche piena di vita!
Ho sputacchiato un po’, mi son fatta una bella doccia e poi tutta linda (e truccata da sana) ho tenuto ben 3h di lezione sostenuta da almeno 5 caramelle al miele. Eh sì, ho continuato a fare lezione anche la settimana scorsa, con la febbre, scatarrosa e la voce da orco, i vantaggi della didattica a distanza.
Oggi in confronto è stata una passeggiata.
Matilde è quasi guarita (“quasi” perché lo crederò quando la vedrò con i miei occhi) e anche io ho intenzione di cavarmela, ma che sia chiaro, praticamente abbiamo fatto tutto da sole.
Elia non ha sintomi e spero che regga così.
Quando tutto sarà passato mia piacerebbe fare un test seriologico serio, lo faccio anche a pagamento purché mi garantiscano che funziona al 100%, sai che ganzo se avessimo avuto il virus incoronato? Mi sarei tolta il pensiero e mi sentirei anche una specie di eroina, una barriera vivente per il virus, parteciperei gloriosamente all’immunità di gregge. Un mito, anelo già di belare!
Queste le mie intenzioni (se uno le dichiara i punti valgono doppi, come nel gioco delle carte):
uscire da questa casa quando sarà il momento, sana come un pesce, auto-vaccinata e particolarmente gnocca*.



lalla

*gnocca - sì, lo so che in quarantena vi date tutti ai manicaretti e state mettendo sù peso.
Anche io mi do ai manicaretti, per divertire una bimba e sfamare un adolescente vorace, ma forse nessuno si ricorda che il 7 gennaio mi sono messa  a dieta. Se non si fosse capito, non sono una che molla.
Per adesso ho perso 6 kg, mangiando poco e soprattutto sanissimo e rispettando in pieno la tabella di marcia. Da qui a luglio mi sarebbe piaciuto perderne altri 2, ma sarà difficilissimo perché con questo malanno ho dovuto ricominciare a mangiare più carboidrati. Vabbè, se ce l’avessi fatta davvero, magari questa estate non sarei manco potuta andare al mare e infilarmi un costume da bagno, pensa che smacco…
Vi preoccupate, pensate che diventerei troppo secca?
Ma io sono una falsa-magra, anzi, una falsa-media, le cicce ce l’ho eccome!



Allego foto di repertorio (7 anni e 5kg fa) scattata in Portogallo, eravamo appena usciti dalle acque gelide dell’oceano Atlantico e ricordo che avevamo i bordoni, quel bimbetto magrolino che fa le smorfie di freddo accanto a me,  adesso è un nottolo altro circa 175 cm (sfiora la “distanza” del Carrefour) e quindi è chiaro che non potrò mai tornare ad essere come nella foto, con grande fatica e privazioni potrei riuscire a togliermi altri 2-3kg di dosso, ma gli effetti di un’altra gravidanza e 7 anni di tempo, proprio mai… 

domenica 22 marzo 2020

ai nostri cari vecchi

Sono una persona abitudinaria.Nel mio corpo ho un orologio che, ogni mattina, mi fa aprire gli occhi pochi secondi prima della sveglia.Per questo, quando scatta l’ora legale fatico molto, perché per spostare l’orologio del mio corpo ci vogliono almeno 15gg, se non un intero mese, non una sola notte.
Per questo, anche oggi mi sono svegliata alle 7.00, come avrei fatto in ogni 22 marzo della mia vita, l’orologio del mio corpo ignora la quarantena da covid-19 quanto l’ora legale.
I bambini dormono (Matilde mantiene il suo orario interiore delle 8.30, Elia è fin troppo bravo a spostare l’orologio, se verso le 10.00 non lo aggredisco potrebbe scivolare tranquillamente a mezzogiorno).
I gatti si rincorrono e giocano, loro dormono 16h al giorno e stanno svegli soltanto dalle 5.00 alle 9.00 (sia a.m. che p.m). Il resto intorno a me è silenzio.
Dopo un’intera settimana passata “collegata” alla scuola e un mal di testa portentoso di cui soffro da tre giorni, ieri sera ho promesso di staccare. Oggi è pur sempre domenica.
So che probabilmente il mal di testa è dovuto agli arrovellamenti collegati alla didattica a distanza e all’eccesso di schermo pc. Questo portatile l’avevo acquistato con i 500e del bonus docenti e poi non l’avevo mai usato, mi erano sembrati soldi buttai via, dal 5 marzo è diventato il mio mondo, quindi devo ricredermi, 500e spesi bene (o male, dipende dai punti di vista).
In ogni caso, non è certo un segno di furbizia averlo riaperto anche stamani, ma scrivere per me vale il rischio mal di testa. Il benessere ha tante sfaccettature.
Qualcosa mi ronza in testa, mi serve tirarlo fuori.
Mentre sono qui, circondata da qualche balzo felino e dal silenzio, circa 5000 persone sono morte in Italia per il nuovo coronavirus.
Scusate se oggi mi concentro solo sulla nostra nazione, non ce la faccio a pensare anche a tutti gli altri.
E man mano che la situazione peggiorerà, io credo, sarò portata a pensare maggiormente alla nostra regione, la Toscana, E poi alla nostra città, Firenze. E infine alla nostra famiglia.
Perché siamo in guerra, e in guerra arriva il momento in cui sei costretto a ripiegarti indietro, nella tua tana, e a sperare che si salvi l’essenziale.
L’essenziale che ti permetta di poter ricominciare quando sarà finita, che ti permetta di spostare indietro nella memoria questa merda di virus, di parlare delle vittime e dello strazio delle loro famiglie con grande compassione certo, ma anche con un certo distacco e con la piena consapevolezza di essere stato fortunatissimo perché infondo tu, nel tuo piccolo, non sei stato toccato veramente.
Come quei professori di Storia che parlano delle deportazioni degli ebrei, dei russi in Siberia, delle foibe, dei massacri in Libia, quei professori che prima o poi parleranno anche dei massacri che stanno avvenendo a Lesbo e nel resto dei confini greci in questo momento (di cui adesso non si parla più perché appunto chissenefrega dei migranti e delle altre guerre, visto che in guerra adesso ci siamo anche noi) … come quei professori che appassionatamente cercano di spiegare quei genocidi, ma che in quei genocidi, beati loro, non hanno perso nessuno.
Ho molta paura di poter vivere quel momento, il momento in cui mi renderò conto di essere felice, anche se altre 10.000 persone saranno morte, ma solo e soltanto se il mio piccolo mondo, solo il mio, si sarà salvato. Ho tanta paura della vergogna che proverò, ma temo ancora di più di non avere mai la fortuna di poterla provare. Nessuno può dirmi adesso, con certezza, che io sarò tra le fortunate che non perderà la madre diabetica di 75 anni, i tanti amici ultrasessantenni, le molte persone con una patologia che conosco (io stessa non ho un fisico perfetto).
5000 persone sono già morte.
Fin dall’inizio di questa pandemia, come un mantra, è stata ripetuta la media dell’età nei decessi (che ronza intorno agli 80 anni).
Su questo, ho bisogno di fare alcune considerazioni.
In base al desiderio intrinseco ed egoistico della sola sopravvivenza personale (che è ancora più schifoso e bestiale di quello di cui parlavo sopra) da parte di una bella fettona di gente (evidentemente giovane) si è levato il pensiero (anche espresso a voce e per scritto) “questo virus non è poi tanto pericoloso, infondo muoiono solo i vecchi!”. Tale nobile pensiero è stato alla base di comportamenti incivili e irresponsabili, del fregarsene delle regole, prendere treni che non andavano presi, continuare a fare apericena e festini che non andavano fatti. Ne paghiamo e ne pagheremo a lungo tutti le conseguenze, grazie.
E’ stato anche detto: “in Italia muore più gente con il coronavirus perché l’Italia è un paese di vecchi”.
Sempre i vecchi, ma chi sono questi vecchi?
La parola non mi disturba e per questo continuerò a usarla per tutto il post, non cambia molto chiamandoli anziani o diversamente giovani.
E’ vero, l’Italia è sempre stata un paese con un’aspettativa di vita molto lunga e crescita demografica vicina allo 0.  Se ne sono sempre lamentati tutti e io non ho mai capito il perché. Mi sono sempre sembrati due dati estremamente virtuosi. Pochi bambini e molti vecchi, perfetto direi.
Prima di tutto non fare figli o farne pochi è un comportamento encomiabile dato che abitiamo su un pianeta di dimensioni limitate. Siamo quasi otto miliardi (aspetta che lo scrivo con gli zeri, così è più chiaro: 8.000.000.000), ci siamo moltiplicati in modo spropositato e stiamo prosciugando le risorse della Terra in modo irreversibile. No via, un po’ d’ottimismo, irreversibile no, il nostro pianeta è molto in gamba e la Vita ha trovato sempre un modo di andare avanti. Io spero che ce la faccia ancora per millenni, nonostante noi.
Sapete in quale modo la Natura si difende quando una specie animale cresce a dismisura e mette in pericolo l’intero ecosistema? Di solito insorge una grande epidemia. Ma dai?
Questa Terra deve provare ad ucciderci, noi ce lo meritiamo, deve provare in ogni modo a decimarci, ne va della Vita stessa. Il genere umano deve ritenersi molto fortunato perché a questo giro la nostra cara Madre Natura non è stata abbastanza brava. Questo virus, almeno che non si inventi una bella mutazione a sorpresa col botto, non ci decimerà. Ma ci metterà in ginocchio, ci farà soffrire molto e ci cambierà per sempre. Questo sì.
Parlo dell’Italia, questo virus ci sta portando via una grossa fetta di società, una fetta importante e senza cui ci sentiremo meno italiani di prima. Da noi le persone vivono a lungo perché alla fine forse il nostro sistema sanitario (nonostante i tagli criminali degli ultimi vent’anni) non fa così schifo come pensiamo, ma c’è anche un altro motivo.
I nostri vecchi noi li teniamo vicini, non li chiudiamo negli ospizi, non li escludiamo dalla vita sociale, non li allontaniamo nella solitudine. Li teniamo letteralmente in vita e all’interno della famiglia perché hanno tutto il diritto di farne parte. Li facciamo partecipare alle riunioni, alle feste, ai pranzi e alle cene (vecchi e bambini). Noi, in Italia, ci mescoliamo, mangiamo, parliamo, ridiamo, fregandocene dell’età.
Non fanno così nel resto d’Europa, sappiatelo.  Parlo per esperienza, in Francia e Inghilterra i vecchi e i bambini sono esclusi dalla vita sociale e infatti in questi giorni dall’estero ci hanno detto anche questo: “In Italia il coronavirus si è diffuso maggiormente per colpa dalla famiglia”. Colpa? Mi permetterei di rispondere “vaffanculo!”.
Sì, siamo italiani, siamo macchiette che gesticolano, siamo quelli che parlano troppo forte, che mangiano e festeggiano di continuo (non siamo quelli della siesta, quelli sono gli spagnoli, lo preciso perché uno razzista e pure ignorante una settimana fa ha detto: “ma non staranno esagerando gli italiani a fermare tutto per il coronavirus? Secondo me è una scusa per fare la siesta!”)
Sì, i nostri vecchi noi li amiamo e siamo pronti a fermare tutto, a rinunciare al nostro benessere economico, a mettere a rischio l’intero sistema per salvarli (e non ci sono solo i vecchi, ci sono anche gli immunodepressi, i malati e anche molta gente apparentemente sana, ma molto fragile verso questo virus). Non è che una persona visto che non produce denaro allora non conta niente, per lo meno non in Italia. I nostri vecchi sono i custodi della nostra memoria, sono i nostri saggi, lo sapevano bene i Romani che li ritraevano con grande realismo e attenzione, indugiando su ogni ruga e segno del tempo. Molti di loro se ne stanno andando e le nostre famiglie non saranno più le stesse. L’Italia non sarà più la stessa.
E nonostante tutto quello che ho scritto, ringrazio la protezione civile che ogni giorno, subito dopo averci dato il conto dei morti, ci tiene velocemente a specificare l’età media dei deceduti.
Perché se adesso provo a pensare allo strazio di Bergamo, ai figli e ai nipoti che in videochiamata danno l’ultimo saluto ai propri cari che muoiono da soli, se penso che potrebbe capitare a me di perdere mia madre senza poterle neanche stringere la mano, mi tremano le gambe. Io sento che non ce la farei, che sarebbe troppo, ma mi sbaglio.
Io sono obbligata a rendermi conto che in qualche modo dovrei trovare la forza di andare avanti. La stessa Madre Natura che sta cercando di farci fuori, non so come, mi aiuterebbe, noi siamo geneticamente progettati per sopportare il dolore di veder morire i nostri genitori. E’ incredibile, ma è così, l’Italia ce la farà.
Non funzionerebbe mai con i nostri figli.
Proviamo tutti a immaginare se quelle 5000 vittime fossero bambini e rendiamoci conto che una guerra del genere non l’avremmo mai potuta vincere, né superare. Mai.
Quanto sono felice che la Natura, per questa volta, abbia preso male le misure.
Quanto sono felice che il Covid-19 non abbia generato una pandemia pediatrica.
Quanto sono certa che anche i nostri vecchi, che sono grandi persone, che ci hanno insegnato a vivere, a sacrificarsi e ad amare, la pensano come me.
Quanto sono felice adesso di smettere di scrivere perché Matilde si è già svegliata da una mezz’oretta, sta benissimo ed è arrivato il momento di farsi una bella colazione e una doccia, insieme.

lalla

https://www.artesplorando.it/wp-content/uploads/2017/01/statua-famiglia-Torlonia.jpg
Ritratto di Patrizio, Roma Repubblicana

lunedì 16 marzo 2020

in quarantena con il sorriso

Sì, lo so che la quarantena è dura, però bisogna che vi dica una cosa dal profondo del mio cuore: molti di voi mi hanno proprio stufato. Ma datevi una scrollata, porca miseria!
La situazione sanitaria è difficilissima, è terribile pensare ai malati che non riescono a respirare e che rischiano di non avere un letto in terapia intensiva, forse tra pochi giorni i dottori saranno costretti a scegliere chi tentare di salvare e chi lasciare morire, questo non è solo duro, è insopportabile.
Invece stare chiusi in casa propria sani e con tutte le comodità può considerarsi più che altro fastidioso, nulla di più. Vivere in questo strano limbo e non sentirsi liberi di fare ciò che si vuole non è una bella sensazione, è vero, ma non è insopportabile, perché altrimenti, sappiatelo, a essere insopportabilmente viziati siete voi!
Lo so bene da quando in seconda elementare ho dovuto saltare circa 60gg di scuola perchè bloccata nel letto con una polmonite virale attecchita in seguito alla pertosse.
Ricordo ancora la sensazione di sentirmi schiacciata dal peso delle coperte in quelle giornate infinite passate a guardare il soffitto (e meno male che era bellino, scandito da splendidi travetti di legno).
Mentre i miei compagni di scuola imparavano a scrivere per bene le c e le q, io accumulavo un bel po’ di lacune (che forse sono all’origine dei miei problemi para-dislessici). In ogni caso, non stavo sprecando il mio tempo, bensì investendolo per affinare aspetti del mio carattere di non poco interesse e utilità nella vita. Per esempio, ho sviluppato le arti della pazienza, dell’adattamento, dell’osservazione e dell’immaginazione. Ogni venatura di quel legno ce l’ho impressa nella memoria, in ogni particolarità e nodo ho imparato a scorgere una forma, un disegno particolare, una figura che poi prendeva vita nelle mie storie di fantasia. Ho imparato a trovare il buono e il fantastico anche in una situazione di costrizione. Avevo solo 7 anni e non mi sono mai lamentata, mica ero scema, l’avevo già capito che se mi fossi messa a strillare e a fare bizze la mia polmonite non sarebbe guarita prima!
Permettetemi di dirvi che di certo a me è mancata un po’ di grammatica, ma che forse a molti di voi è mancata una bella quarantena in età scolare. Non vi avrei augurato una polmonite come la mia che ha leggermente compromesso il mio sistema immunitario e mi ha poi esposto a miriadi di virus e bronchitelle nell’arco di tutta la vita. Una decina d’anni fa ho attraversato una nuova grande polmonite, anche allora mi hanno messa in quarantena e io ci sono stata, senza farla troppo lunga. Ho continuato a insegnare a distanza (senza che nessuno mi avesse obbligato a farlo) inviando lezioni scritte ai miei studenti di quinta e ho ottenuto di poter tornare in classe dopo “solo” 45gg indossando la mascherina per le seguenti due settimane.  
Non è stato così terribile, a parte i sensi di colpa verso i miei studenti, per il resto potevo girare liberamente in casa scatarrando a destra e a manca, gli unici fastidi erano la tosse notturna e le scarsissime energie (non riuscivo ad alzare abbastanza il braccio per mettere una scodella a scolare nella piattaia).
Ma nel complesso, una passeggiata di salute rispetto ai due mesi passati completamente immobile e imbottita di medicinali nella primavera del 2005. In quel caso dovevo evitare che il mio corpo espellesse prematuramente il povero Elia. Il mio Re dei Sugolini abitava la mia pancia da soli 5 mesi, non era proprio il caso che la lasciasse così presto. “Completamente immobile” significa che potevo alzarmi solo per fare i miei bisogni nel bagno, fine. Tutte le altre funzioni le facevo a 180° e senza storcere il naso.
Moltissime persone, venendomi a trovare, si meravigliavano: “ma come fai a non diventare pazza?”. Si chiedevano come facessi ad affrontare quel periodo difficilissimo con il sorriso.
Mica ero scema, anche per me il periodo era difficilissimo, ma non per le ragioni che pensavano loro. Quelli si meravigliavano di come potessi restare immobile e docile, ma non era certo quella la parte difficile. La parte difficile era cercare di scacciare la paura quando ogni nuova contrazione mi ricordava che la vita del mio bambino era in pericolo, la parte difficile era conservare l’ottimismo.
Ma se ogni contrazione mi metteva paura, ogni calcetto mi ricordava che c’era una ragione dentro di me, la più importante di tutte, per tenere duro e non arrendermi.
Io ho sempre seguito questo ragionamento: se la situazione è di merda e io non posso cambiarla perché non dipende da me, posso almeno chiedermi: “c’è qualcosa che io possa fare o un modo di comportarmi che per lo meno eviti di peggiorare le cose?”.
Se durante la gravidanza del piccolo Re mi fossi agitata e disperata avrei finito solo per far aumentare le contrazioni, l’unica cosa che potevo (e dovevo) fare per mantenere in vita Elia era rimanere immobile in quel letto e restare calma e positiva. E’ andata bene, ha funzionato.
Per favore, adesso proviamo tutti insieme a fare altrettanto. Un po’ di autocontrollo, per l’amor di Dio!
Stiamocene tutti chiusi in casa buoni e tranquilli, forse andrà bene, forse funzionerà.
Non possiamo davvero sapere come andrà (come non lo sapevo io col mio bambino), ma più di questo non possiamo fare.
Non sono una che tende a drammatizzare e anche io due mesi fa ho creduto alla fandonia “è solo un’influenza” (d'altronde l’hanno detta persone molto più accreditate di me) e inizialmente ho pensato che aver bloccato le gite scolastiche fosse un provvedimento esagerato, ma ho fatto in fretta a prendere meglio le misure su cosa stava realmente accadendo e ad adeguarmi alla situazione, con civiltà.
Probabilmente nei prossimi due mesi bruceremo metà della produttività del paese, in ogni caso non vedo un’altra soluzione possibile. Se per adesso non siamo capaci di sconfiggere il virus, dobbiamo almeno provare a rallentarlo quel tanto che basti per dare a tutti gli ammalati la possibilità di essere curati.
Non credo che la proposta inglese di immolare i più deboli in nome del mantenimento del benessere economico sia una strada da potersi seriamente prendere in considerazione, non senza essere una specie di nazista disposto a rinunciare all’unica cosa che conti: rimanere umani.
Percorriamo insieme questa strada economicamente suicida e se alla fine saremo stati capaci di salvare anche solo un migliaio di persone in più, credo che dovremo andarne davvero molto fieri.
Nessuno di noi adesso è in grado di saperlo con certezza, ciò che invece sappiamo è quanto siamo fortunati a non essere tra quei malati bisognosi di cure.
Finché sarà così, io me ne starò a casa con i miei figli, tenendoli impegnati e facendoli sorridere il più possibile e lavorerò come un ciuco nella didattica a distanza cercando di trasmettere ai miei studenti la forza di non arrendersi, di non mollare, di andare avanti.
Col sorriso e sentendosi, per adesso, molto fortunati.

lalla


P.S. Ma le persone che dicono di annoiarsi poi? Io lavoro davvero moltissimo (faccio lezioni in videoconferenza per alcune classi e per le altre registro delle spiegazioni a braccio, piuttosto indignitose, che carico su you-tube) inoltre intrattengo la Piccola Fata e la aiuto con i compiti (da dicembre sta imparando a casa a leggere, scrivere e far di conto, ha chiesto lei di imparare e si impegna molto e insomma con una certa lungimiranza ha intrapreso un percorso di “istruzione parentale” giusto con due mesi d’anticipo sul resto degli studenti italiani), cucino in abbondanza per entrambi i figlioli, pulisco la casa, esco a fare la spesa ogni tre giorni, nutro i gatti, poto il giardino. Tempo per dipingere, niente. Tempo per scrivere, sono riuscita a rubarne giusto un’oretta oggi.

P.P.S.S. E tanto per farsi due risate, a proposito dei video con le lezioni su you-tube, li registro direttamente con la ap “fotocamera” di window, a braccio, fingendo proprio di essere a scuola e poi li carico senza alcuna post-produzione. Lo scopo sarebbe quello di far sentire meno abbandonati gli studenti, ma i video, diciamocelo, sono abbastanza imbarazzanti.

Rivedendomi sarei potuta rabbrividire per quanto risulto approssimativa (mi verrebbe voglia di migliorare delle frasi, aggiungere qualcosa o correggermi), ma in realtà il particolare che me li ha resi del tutto intollerabili è una altro.
Premessa: negli anni ’90, come gran parte dei giovani d’allora, anche io iniziai a guardare “Beverly hills 90210”, un telefilm davvero tristansuolo con interpreti che fingevano d’essere bellocci e adolescenti e sinceramente non mi pare che fossero né l’una né l’altra cosa (se non mi sbaglio, una bruttina era la figlia del produttore e una vecchiarella la moglie di un altro?). Comunque, la magia dello schermo televisivo mi aiutava a crederci fino a quando accadde l'irreparabile. Una delle protagoniste finte-gnocche si chiamava Brenda e sembrava la meno raccomandata, interpretava quella bella, povera e un po’ ribelle, tutto ok finché non mi accorsi che c’aveva uno dei due occhi piazzato più basso dell’altro di 1 cm. Capisco che una gli occhi non sceglie da sola dove piazzarseli e che molto probabilmente sia io ad avere un grosso problema di fissazione con le simmetrie, in ogni caso da quel momento fine dei giochi, non ce l'ho più fatta a guardare neanche una scena e a credere che tutti si innamorassero di lei, come facevano a non accorgersi che assomigliava a Sloth dei Goonies???
Ebbene, i miei video sono una prova inconfutabile: anche io faccio parte del club!
Il mio sopracciglio sinistro (che davanti allo specchio si finge mansueto e perfettamente allineato all’altro) in verità è un vero traditore e mentre io cerco di spiegare la Storia dell'Arte lui se ne parte per la tangente allegro e contento fino a raggiungere metà della mia fronte. Tenete conto che io ho la fronte alta, altissima! Altro che 1 cm! Maledetto bastardo di un sopracciglio, ma come si permette?!
Ecco, fine dei giochi, appena i miei studenti si accorgeranno di lui, non ce la faranno più a seguire le mie spiegazioni. Hanno tutta la mia comprensione, sarò clemente.
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Brenda Walls
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Sloth

martedì 4 febbraio 2020

perdo colpi, ma non su tutti i fronti

Scusa babbo, mi dispiace, cerco di darmi un tono, ma ogni volta al giorno della merla ci arrivo con la lingua in terra. E’ una bella fregatura gestire un’indole da maniaca del controllo senza possedere le oggettive capacità per esserlo, soprattutto in zona scrutini.
Ma ci sono tante attenuanti.
Per esempio, da settembre ci sto mettendo tanta buona volontà (anche quella conta) per arginare il mio odio atavico e adempiere prontamente a ogni schifezza burocratica. Tutto ciò alla lunga sfinisce e ciononostante non è che io non mi fossi preparata per tempo o che non avessi corretto e valutato ogni tavola e verifica passo-passo da brava formichina laboriosa, ma considera che la fine del primo quadrimestre riesce sempre e comunque a trasformarsi in un evento piuttosto apocalittico.
Gli studenti ci mettono del loro, le mie ripetute minacce e penalizzazioni non sono bastate per impedire che quei disgraziati di 5° facessero scivolare la consegna delle tavole di progetto fino all’ultimo giorno possibile e (in)immaginabile: venerdì 31 gennaio. E anche quei birboni di 4° hanno rimandato il compito di St.Arte fino allo stesso giorno.
E quindi, a mia discolpa, puoi considerare che venerdì, dopo 5h di scuola, ne abbia passate altre 7 correggendo, facendo medie e prendendo decisioni (scomode).
Dopo 12h di lavoro ci sta di essere un po’ bolliti.
Sabato mattina me ne sono servite altre 3 per ripensarci, caricare ogni voto sul registro e infine scrivere ogni singolo giudizio.
Sono stata davvero diligente e alle 10.30 avevo già finito e mi stavo scapicollando verso il Carrefour per ritirare la stampa di 500 fotografie e acciuffare al volo qualche alimento.
Alle 11.00 è tornata Matilde con raffreddore e catarri (se ne era andata venerdì mattina sana come un pesce), da quel momento ho imbastito il suo intrattenimento, la preparazione del pranzo e il contemporaneo montaggio degli album fotografici.
Alle 14.15, quando è rientrato Elia da scuola (anche lui raffreddato), ho servito a entrambi un ottimo pollo arrosto con patate e carciofi ritti in pentola, bravina, no? Ho mangiato pure poco perché sono a dieta, te lo ricordi vero che schifo che erano le diete? Tienine conto!
Alle 15.00 mi sono rimessa ad attaccare fotografie, efficiente come un treno, dopo circa 2h avevo completato 6 bellissimi album: 3 da regalare la sera stessa a Silvia per il suo compleanno e 3 per la mia mamma che altrimenti sarebbe stata un po’ gelosa (bisogna sempre pensare insieme a tutte le persone che si amano, come quando ci son due sorelline e al compleanno di una, fai un piccolo pensierino anche all’altra). Le foto raccontano delle nostre avventure a Torino, Vicenza e Treviso, bel regalo, non ti pare?
Considera a questo punto quanto mi sentissi fiera di me: contro ogni pronostico, ce la stavo facendo a gestire tutto!
Alle 17.00 mi son messa a preparare la valigia, a sistemare i gatti e la casa per la partenza.
Alle 17.30 era quasi fatta, ma prima di vestire a festa la Piccola Fata, l’ho guardata negli occhi e mi è garbata poco, così le ho provato la temperatura: 37.7°.
Momento di disperazione: tutta la mia corsa era stata inutile? Mi veniva quasi da piangere, altro che album bellissimi. Non avrei potuto raggiungere S.Giovenale e festeggiare mia sorella. Soprattutto non sarei potuta stare accanto alla mia famiglia in questi giorni che sono i più delicati dell’anno, ammantati di dolcezza e tristezza insieme. L’indomani non sarei potuta venire al cimitero da te ad augurarti buon compleanno... io lo so che tu non sei lì dentro in quella bara babbo e neppure tra le nuvole in cielo, so che tutto quello che mi rimane di te lo devo cercare nel mio corpo e nella mia memoria, ma le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno.
No, a saltare questa proprio non ci stavo, infondo la Piccola Fata sembrava volenterosa, sabato freddo non era e così mi sono decisa a partire lo stesso.
Ora, considera che avevo perso almeno 30’ in autocommiserazioni e il ritardo pesava nella mia tabella di marcia interiore, quindi quando è arrivato il momento di vestire me stessa “a festa”, l’ho fatto un po’ in fretta e furia, ma con rinnovato ottimismo e l’ottusa certezza di avere di nuovo tutto sotto controllo.
Alle 18.00 ho raccattato ogni cosa, album straripanti di foto, valigia, pacchetti, due figli in precario stato di salute e ho trascinato il mio bottino verso l’auto.
E qui, i primi cenni di cedimento strutturale: ho sbagliato a ricordarmi la via dove avevo parcheggiato e ai poveri ammalati ho fatto fare un inutile giro pesca (altri 15’ persi e qualche grado di febbre guadagnato).
E comunque, dopo 1h di guida, alle 19.15 sono arrivata a destinazione, accompagnata da due untori pieni di catarro, ma prima di tutti e in perfetto orario. Finalmente ho cominciato a rilassarmi e a pensare: “evviva, ce l’ho fatta!”
Autostima a 1000.
Pian piano sono arrivati gli altri e io bella pimpante come sempre.
Infine è arrivata mia nipote Elisa e dopo i consueti baci contaminatori, mi ha guardata un po’ strana e mi ha detto: “scusa zia, ma non è che per caso ti sei messa due scarpe diverse?”
Porca miseria, l’ho fatto.
Ciao autostima, mi sono cascate le braccia, poi l’abbiamo presa parecchio a ridere (prenderla a piangere non ci pareva proprio il caso).


Allego documentazione fotografica, ma tu babbo te le sei mai messe due scarpe diverse per andare in ufficio tutto in tiro? No? ... e due calzini? Nemmeno?
E vabbè, vediamola da un’altra angolazione: il cervello della tu’ figliola sta andando in pappa, ma guardando questa foto mi viene di pensare che ha pur sempre un bel paio di gambe!
Ogni volta che mi metto una gonna lo faccio con orgoglio ricordardomi di tutte le volte che mi hai detto che avevo le gambe più belle del mondo. Non importa quanto sia vero, è bello che tu sia riuscito a farmelo credere.
Mi hai fatto credere anche cose meno simpatiche, mi ricordo anche quelle e mi sta bene così.
Mi sta bene che tu sia nella mia testa e sapere che per sempre ci resterai.


lalla


P.S. Anche ieri mi sono rimboccata le maniche e ho totalizzato 11h di lavoro praticamente continuative, agli scrutini ho cercato di fare del mio meglio per gli studenti e spero in qualche modo di avercela fatta. Sono tornata a casa a ora di cena e mi è iniziato un simpatico mal di gola (gli untori colpiscono ancora).
Stamani effettivamente mi sentivo un po’ confusa, più volte ho dovuto guardare l’orario per ricordarmi in che classe andare e meno male che c’è la “pausa didattica” perché brancolavo parecchio nel buio.
Dopo pranzo ho telefonato alla mamma (le foto, a proposito, sono piaciute molto ad entrambe, soprattutto perché le nostre avventure sono fantastiche). Comunque, mi sentivo stanca e stonata, ma cercavo di parlarle del più e del meno, poi lei mi fa: “ma insomma non te lo ricordi che oggi è il 4 febbraio?”. E io certo che me lo ricordo (le ricorrenze ricorrono, che io lo voglia o meno), ma perdonami babbo se preferisco celebrare il giorno della tua nascita e non quello della tua dipartita anche se, per coincidenza, sul calendario sono così vicini.

sabato 25 gennaio 2020

Strega comanda colore

La Strega si è messa a dieta il 7 di gennaio.
Una collega ha cercato di dissuaderla “a una certa età bisogna scegliere: o la faccia o il culo”, magari… il lato B della Strega regge benissimo (ed è un vero peccato che nessuno possa dargli un’occhiata a parte lei), l’annoso problema è la pancia.
Comunque lei non lo fa per tornare gnocchissima, farsi desiderare da tutti gli uomini del mondo e poi schifarli guardandoli dall’alto in basso (non che le dispiacerebbe, per carità, sempre femmina è).
La ragione più nobile e primaria è che da molti mesi a questa parte ogni pomeriggio si sentiva uno straccio (il suo fegato malandato è in affanno, ha bisogno di alleggerire la portata e di maggior rigore).
La ragione meno nobile è che non le calzavano più i pantaloni, sotto ogni golf si vedeva un rotolino e non le si chiudeva più neanche un cappotto (questo, diciamocelo tra noi che adesso lei non ci sente, va ben oltre l’essere gnocchissima).
Possibili soluzioni:
1) girare in versione insaccato come nulla fosse e a testa alta, all’americana.
Sì, sarebbe bello, ma mi dispiace, per adesso ancora non ce la fa ad essere una mortadella orgogliosa, cioè, col tempo è diventata orgogliosa di tante cose: ha conquistato l’orgoglio nerd, l’orgoglio stramba, l’orgoglio rughe e capelli grigi, l’orgoglio single e perfino l’orgoglio curvy (sulle poppe e sul sedere sì, ma sulla pancia proprio no, non c’è verso!)
2) ricomprare tutto il guardaroba.
Peggio che mai, è troppo tirchia e poi non andrebbe bene verso l’ambiente.
E allora? Non rimaneva che la soluzione n° 3, la più odiata di tutte, ma l’unica percorribile: la dieta.
La Strega, che ricordiamo essere piuttosto tappa (162 cm a stento), il 7 gennaio pesava uno sproposito: ben 68,5 kg. Non sono stati i banchetti natalizi, magari, lei per questioni di salute non se li può permettere certi cibi e non assaggia più un pandoro da anni.
Ma, pandoro o meno, la Strega ha un metabolismo bastardissimo e lentissimo che, zitto zitto, senza far troppi stravizi, le regala circa mezzo chiletto a stagione.  E voi penserete, e vabbè, che sarà mai? Nulla, per carità, ma con questo andazzo in 3 anni puoi metter sú circa 6 kg in piena tranquillità e senza praticamente rendertene conto (se non ci fosse il cappotto rivelatore).
E poi, spontaneamente, non c’è verso che scenda mai di un grammo.
C’è chi accumula in inverno e poi cala in estate perché fa caldo e gli scende l’appetito (ma quando mai???) o chi dimagrisce sotto stress (per carità!) o quando soffre (neanche per sogno!) o quando è tranquilla e felice (ma nemmeno!). Neanche un grammo, mai successo senza enormi sacrifici volontari.
Sapete da cosa si capisce se qualcuno ha combattuto con il suo peso per tutta la vita? Perché si ricorda esattamente ogni sua oscillazione nel corso degli anni. Il resto della popolazione dimentica, ma chi ha dovuto spesso imporsi di soffrire la fame, non si scorda neanche 1 kg.
Ad esempio, nel 2002 la Strega pesava 62 kg e mi ricordo che in primavera si vedeva un po’ tondetta e si mise a dieta per tornare sui 60 kg. La Strega non è mai stata magra e non vuole neanche diventarlo, vorrebbe solo evitare di aumentare costantemente, per questo ogni tanto si deve convincere a stare a stecchetto per qualche mese. Negli ultimi 4 anni ha evitato di porsi il problema, c'erano altre priorità (tipo mantenere la calma), ma alla fine il momento è giunto.
Insomma, obiettivo complessivo (e parecchio ottimistico): perdere 8 kg in 7 mesi.
Siamo sinceri e guardimoci negli occhi: la Strega non ce la farà mai, ma almeno speriamo che non interrompa la dieta dopo il primo mese, appena avrà perso solo 2-3 kg e le sarà rallentato il metabolismo, altrimenti se li riprenderà in 15 giorni con gli interessi.
Sarebbe la fine: 70 kg, il punto di non ritorno.
No, no, no, ottimismo! Forza e coraggio Strega: ce la puoi fare!
In ogni caso, ancora non si sa bene se le orribili privazioni stiano portando ad un effettivo dimagrimento, ma di certo il nervosismo e il peggioramento del carattere a quest’ora fioccherebbero alla grande se non fosse che (ed ecco qui l’alzata d’ingegno) per star tranquillina la Strega si è regalata un antistress.
Ha funzionato benissimo, tutti questi colori le hanno riportato in bocca il gusto, le pennellate morbide le hanno regalato attimi di sogno. La Strega si veste spesso di nero (perchè sfina), ma, badate bene, ha un'anima da rificolona.
Il primo mese di torture è quasi finito senza che abbia fatto troppe vittime intorno a sé.
Ma abbiamo appena detto che non è certo questo il momento di fermarsi e il suo antistress è quasi finito… e allora d’ora in poi statele alla larga, question di poco e comincerà a scagliare anatemi a destra e a manca!

lalla

P.S. la mia mamma mi ha chiesto: “quando inizi un quadro sai dove vuoi arrivare o è la pittura a guidarti? In quelli figurativi comandi di più e in quelli astratti comanda più lei?”
Bellissima domanda.
Entrambe le cose in effetti, diciamo che la pittura vorrebbe sempre prendere il sopravvento, nei quadri figurativi ci combatto di più, è vero, cerco di ricondurla dove voglio io e qualche volta ho l’illusione di avercela fatta. Negli astratti sono più accondiscendente, abbasso la guardia e mi lascio trasportare lontano.
Questo quadro si intitola "Fluida" e, nonostante non sia un ritratto, credetemi se vi dico che mi somiglia moltissimo.