domenica 14 ottobre 2018

10 anni

No, non è un post in ritardo per il compleanno di mio figlio che compie gli anni a luglio (e inoltre è già a 13).
E’ un anniversario diverso: il 14 ottobre 2008 ho iniziato a scrivere questo blog.
10 anni e 187 post. Perché ho iniziato?
Un passo alla volta, cerchiamo intanto di capire perché ho iniziato a ottobre.
Innanzi tutto va detto che settembre è proprio un mesuccio difficile per me, provo a spiegarmi.
Io sono una secchiona e cerco di dare sempre il massimo (l’ho fatto negli studi e lo faccio nel lavoro), è una rincorsa continua per cercare di fare il mio dovere, non stacco mai la spina eppure non basta, non sono mai all’altezza delle aspettative (le mie), la parola “relax” non mi compete, io vivo nell’ansia. Tranne che in vacanza, per questo adoro stare in vacanza, la spina la butto proprio, svuoto la mente dalla tensione e la riempio solo di cose belle, tante cose belle, tante esperienze, progetti, pensieri, anche la parola “noia” non mi compete, il mio cervello pensa sempre qualcosa di meraviglioso da fare e il mio corpo lo segue a ruota. Ci starei volentieri tutta la vita in vacanza, per questo non sopporto settembre. Poi vabbè: l’abbronzatura scompare immediatamente dal viso (che si riappropria del suo luttuoso color verdognolo) e nel resto del corpo si sgretola lasciandomi “sudicia”, si sfalda a pezzettini o si esfolia stile muta di serpente, la mattina fa freddo, le giornate si accorciano drammaticamente, arrivano i primi raffreddori … schifo, schifo, schifo!
L’unica cosa che salva ‘sto mese del cavolo è il capodanno, i nuovi inizi valgono sempre la pena di essere vissuti.
Sì, lo so, per tutti gli altri il capodanno è a gennaio, ma io nella scuola c’ho passato tutta la vita, come studentessa (meno male che i miei mi hanno risparmiato almeno la materna) e poi come insegnante.
Per me l’anno inizia il 1° settembre col botto degli esami di riparazione e degli scrutini, prosegue a ritmo forsennato con interessanti preparazioni di lezioni, divertenti ore passate in classe, noiosissime correzioni (da svolgersi soprattutto nei giorni di interruzione di frequenza, tipo le domeniche, le pause natalizie e pasquali), orribili adempimenti burocratici (sono sempre di più, che palle!!!) e interminabili riunioni collegiali, poi si infittisce mostruosamente nel mese di giugno con le stressantissime valutazioni finali e gli scrutini, magari prosegue per inerzia negli esami di maturità fino a metà luglio e quindi si conclude con un mese e mezzo di meritatissimo riposo, il 31 agosto è finito.
Il 1° di settembre si ricomincia, è capodanno.
OK, ci siamo capiti, poi ricordo che a quei tempi, a inizio secolo (ganzo dire “a inizio secolo”, fa tanto Signora Belle Epoque), ero ancora “precaria” e settembre era pure peggio, perché mi licenziavano a giugno/luglio e poi mi riprendevano quando gli pareva quindi l’anno ricominciava per tutti tranne che per me, dovevo aspettare, a volte giorni, a volte mesi, per sapere “di che morte dovevo morire”, scoprire da che parte della provincia sarei finita a insegnare (se sarei finita da qualche parte) e magari in due o tre scuole molto lontane (tipo quell’anno che mi toccò la bella accoppiata Campi Bisenzio-Empoli oppure quello dopo: Empoli-Bagno a Ripoli… ma che comodità!). A settembre entravo in sospensione, mi sentivo inutile e preoccupata, era così difficile non avere nessuna certezza.
Ma perché ho iniziato proprio nel 2008?
Quel settembre lì fu una passeggiata di salute rispetto a come era stato quello precedente quando il giorno 17 settembre 2007, così, senza alcun preavviso, il babbo era precipitato a un passo dalla morte palesando, violentemente, la sua malattia. Che anno d’inferno il 2007/2008!
Ma siamo una bella squadra di lottatori, non potevamo stare solo a piangerci addosso 365 giorni perché, pover’uomo, aveva poco più di 60 anni e quel giorno era invecchiato 20 anni di colpo, oppure perché era sempre stato il nostro irremovibile riferimento (fin troppo padre/padrone) e adesso ci guardava con gli occhi smarriti di un cucciolo abbandonato, oppure perché aveva sempre posseduto un corpo immenso/invincibile e non se lo meritava di essere smontato così a pezzi, perchè tutto questo era ingiusto, perché, perché, perché… ce ne sarebbero stati così tanti di “perché” per farci piangere. E infatti un bel po’ abbiamo pianto, e non abbiamo dormito e ci siamo disperati, ma senza arrenderci mai, la parola "resa" non ci compete, noi viviamo e moriamo in battaglia. Mica perché siamo degli eroi, molto più semplicemente perché arrendersi non è consesso, non è un’opzione possibile e, sinceramente, non serve proprio a niente. Nella vita, qualsiasi sapore abbia, alla fine tocca farsi piacere la minestra, se questa passa il convento. Si fa così: ci si adatta e in qualche modo si va avanti. Per lo meno, noi facciamo così.
Quindi, tornando a me, nonostante le vacanze estive, non arrivavo ad affrontare settembre bella riposata, ci arrivavo traumatizzata e col bisogno di voltare pagina, felice di chiudere quell’anno maledetto e piena di speranza per quello nuovo. Insomma un settembre non da buttare e forse era arrivato il momento di rendersi conto che nessuno di noi è infinito, che siamo progettati a termine e di quanto non sia proprio il caso di sprecare neanche un minuto della propria vita.
Dopo un anno di adattamento alla nuova realtà, finalmente guardavamo avanti.
Ora, io in avanti ci guardo sempre a dire il vero, pure troppo, e anche dentro gli altri (ancora di più), e soprattutto dentro di me (troppissimo), perciò, dopo tanti anni, tanto per cambiare, quello che mi concessi di fare non è stato guardare, bensì rubare. Rubare un po’ più di tempo per me e per la mia pittura.
Cosa fosse un blog io non lo sapevo, ma accanto a me avevo un tizio tecnologico che mi suggerì di pubblicare i miei quadri online, accompagnati magari da un breve commento, creare insomma un blog professionale che mi aiutasse a vendere “è una cosa che va di moda adesso, ne scrive uno la ragazza di un mio amico fumettista che vuol fare la sceneggiatrice, anche tu hai sempre detto che ti piace scrivere”.
Così il 14 ottobre 2008 ho iniziato e subito dal primo post ho tradito il suggerimento di fare “un breve commento”, ho scritto una pappardella infinita e tutti si saranno rotti le scatole. C’ho provato a essere “professionale e distaccata” ma non è proprio nella mia natura, in pochi post ho iniziato a dilungarmi inutilmente (commercialmente parlando) su ogni sensazione, sono riuscita a mantenere un minimo di distacco durante i primi mesi, poi pian piano il lato oscuro ha preso il sopravvento e ho finito per riversare nelle righe tutto quello che mi passava per la testa. Addio blog professionale e distaccato che ti aiuterà a vendere.
Insomma, un fallimento? No, perché? Il mio blog ha preso la direzione che gli piaceva di più, quella di cui io avevo più bisogno, ha cambiato funzione: non mi reclamizza e non sa vendermi, ma sa ascoltarmi, coccolarmi, consolarmi… questo piccolo blog è un successo!
E intanto la vita si è fatta splendida, tante volte, e si è fatta durissima, tante altre. E il mio piccolo blog sempre ad aspettarmi paziente, quando non potevo dedicarmi a lui, e sempre accanto a me, se ne avevo bisogno.
Mi è servito nei momenti meravigliosi, quando le persone in carne ed ossa non avevano né tempo né voglia per starsene lì ad esultare con me (o forse erano troppo invidiose per farlo).
Mi è servito nei momenti orribili, quando le persone in carne ed ossa non avevano né tempo né voglia per starsene lì a piangere e imprecare con me (o forse erano troppo distratte per farlo) e non hanno saputo dirmi altro che frasi fatte o ammorbarmi con indegni luoghi comuni.
Ecco perché non ho mai smesso di scriverlo.
Insieme alla mia pittura è diventato tutt’uno, un tutt’uno che è un po’ come se fosse vivo, un altro piccolo figlio, per me certo, non per gli altri, va bene così dai, deve servire a me, non agli altri. E questa bestiola blog+pittura infondo è il mio specchio e parla sempre di me, cavolo come sono lallacentrica! Poi vabbè, mi piace illudermi: ogni tanto spero che possa servire un po’ anche a qualcun altro (sotto forma di lettore) e questo pensiero, quando mi sfiora, è bellissimo…
Quindi piccolo blog, per favore, continua a starmi vicino, nella buona e nella cattiva sorte. Continua ad aiutarmi, continua ad ascoltarmi, continua a coccolarmi.
Io sono una persona empatica (poveretta me), cioè una di quelle che sprizza sentimenti da tutti i pori e da tantissimo agli altri, che regala aiuto, attenzioni e amore a destra e a manca pretendendo e aspettandosi poco in cambio. Attenzione: il fatto che non lo pretenda e non me lo aspetti non significa che anche io non abbia bisogno di essere ascoltata, aiutata e coccolata. Altroché! Mi stupisce quante poche persone se ne siano rese conto... io ho tanto bisogno d’essere amata, di Amore puro, limpido, senza secondi fini e che duri per sempre.
Questi dieci anni mi hanno dimostrato innumerevoli volte che non posso e non devo sperare di riceverlo da nessun altro, che è sbagliato pretenderlo e perfino stupido cercarlo negli altri. Perché alla fine, nonostante i gesti gentili, i tanti sorrisi e le belle parole, alla resa dei conti, nel preciso momento in cui io di quell’Amore avrò davvero bisogno, disperatamente bisogno, tutti gli altri non saranno capaci di darmelo e scapperanno da me. Solo tu, piccolo blog, me lo darai.
Solo io me lo darò.

lalla

P.S. Ora non cominciamo con le crociate “convinci lalla che il prossimo la ama”, lo so che molte persone mi vogliono bene e che i miei figli mi amano (certo però non posso riversare i miei problemi su di loro e non posso pretendere il loro appoggio incondizionato, devo proteggerli, io sono l’adulto, il nostro non è un rapporto paritario). Non è una cosa triste quella che ho scritto, ma una serena presa di coscienza, sto parlando di un tipo di comprensione ed empatia, di un tipo di appoggio e sostegno, di un tipo di ascolto e perdono, tutti ottenibili, a parer mio, solo da se stessi.
In sostanza: io mi voglio molto bene, tutto qua, sono grata a me stessa per l'Amore che ho saputo darmi anche nelle situazioni più disparate (e disperate) e sono fiera di aver generato degli strumenti di aiuto e cura così efficienti... brava, no?

Poi, vabbè, ce n'è sempre bisogno (di ascolto e coccole, aiuto e cura), volendo tornare all’anno 2008/2009, si è detto che mi ci affacciavo con grandi aspettative, giusto?
E infatti, povera fessa, è stato un anno notevolmente peggiore del precedente, ma questa è un’altra storia… e forse un altro post.

sabato 8 settembre 2018

Ogne scarrafone è bell' a mamma soja. E viceversa.

Quest’anno niente maturità: vacanze lunghe e bellissime, sempre in movimento. Unica pecca: organizzare, pensare, fare, caricare, scaricare, sfare e rifare le valige centomila volte, che stress!
A Luglio, una settimana a Castiglioncello e una all’Elba con bimbi e parentado vario, una a Londra con la mia mamma, quindi il matrimonio di un'amica d'infanzia.
Ad Agosto, di nuovo due settimane all’Elba con bimbi e parentado vario, cinque giorni di campeggio fluviale-avventura in Corsica con i bimbi, infine una settimana a Ponza con un’altra amica d'infanzia.
A Settembre: si ricomincia con una bella settimana serratissima di lavoro, esami, studenti angosciati, genitori angoscianti, colleghi/e scleranti, colleghi/e carinisssimi/e, disfunzioni organizzative, rogne varie, ieri ho passato 10h ininterrottamente a scuola, nove scrutini, il delirio. Alle 20.00 a casa, in stato comatoso, ma alle 21.00 cena sull’Arno e tante chiacchiere davanti a un’insalata del “polpaio dell’Elba”(quando si dice la nostalgia) e a una deliziosa birra alla spina (sì, lo so che fa un po’ male al fegato, ma sospetto che l’alcool si chiami anche “spirito” perché a quello fa parecchio bene!)
Stamani me la sono presa comoda, sono rimasta a leggere nel letto fino alle 10.00, ho colazionato/pranzato alle 11.00 con pomodori, pane e feta (per sembrare meno sfigata e più cool potrei chiamarlo brunch?), poi ho finito di scaricare le foto estive sul PC. Sto scrivendo in pigiama, ma tranquilli, non mi sono rammollita, ho già in mente di smettere presto e tra un’oretta rifare ancora una volta le valige: voglio chiudere la stagione con altri 3gg a Castiglioncello, io e i bimbi. Mi riposerò in autunno, quando il sole tramonterà alle 16.30, evento notoriamente deprimente e schifoso e meno male che già a novembre per le strade accendono le lucine di Natale e addobbano le vetrine (datemi retta: non lo fanno solo per biechi e lucrosi scopi commerciali, ma al fine caritatevole di limitare i suicidi di noi povere metereopatiche).
Finché c’è un po’ di sole, c'è speranza e io ho intenzione di godermelo, meglio se al mare.
Comunque, non allunghiamo il brodo che c’ho fretta, le valige chiamano!
Il punto è che scaricando le foto poi mi è per forza venuta voglia di guardarle, che bellezza, ma saranno almeno un migliaio, ci sono stata un’ora, cavolo!
Aldilà dell’effetto immersione, rapimento, soddisfazione, quasi profumo e temperatura che la visione di molte di loro mi procura, mi sono soffermata a riflettere su un fenomeno.
Nonostante io assuma al sole una splendida colorazione epidermica (che, intendiamoci, io considero la mia unica e vera colorazione naturale, perciò io non sono una che banalmente si "abbronza" in estate, ma che molto più tristemente "si stinge" in inverno), è difficile trovare una foto dove mi sembra di essere “venuta bene” e dove mi veda abbastanza carina. Eccessiva autocritica? Aspettative troppo elevate? … ci sta.

Invece, quelle dei miei figli sono stupende, anzi: loro sono STU-PEN-DI!
E quelle delle mia mamma? Anche le sue sono bellissime, anzi: lei è BEL-LIS-SI-MA!
Anche gli scatti di paesaggi e città se la cavano alla grande.
Coincidenze? … può darsi. Non voglio deprimermi per questo, Autunno via da me! Come attenuante potrei asserire che le foto che mi ritraggono sono proporzionalmente poche e (eccetto qualche autoscatto) inquadrate e scattate da occhi meno allenati e mani meno esperte delle mie. Bo. L’attenuante mi pare deboluccio.
Allora i casi sono tre:
1)Sono la Regina Mida della fotografia e tutto ciò che seleziona il mio sguardo e cattura la mia Canon, attraverso le mie manine magiche, poi luccica come oro!
2) La mia famiglia è composta di persone stupendamente belle e fotogeniche, eccetto me, che sono un cesso (nonostante la pelle di velluto).
3) Ogne scarrafone è bell' a mamma soja. E viceversa.
E dai, sto scherzando! So di avere mani capaci ma non propriamente magiche, so di non essere per niente un cesso (neanche in foto), invece è proprio vero: l
a bellezza è negli occhi di chi guarda... con amore.

lalla

20 agosto 2018, ore 16.30 (altro che novembre!!!)
Gole dell'Asco, entroterra della Corsica.
Re dei Sugolini, con occhi a forma di cuore: "Mamma, non potrai dire mai più che non ti piaci in foto: te ne ho fatta una adesso dove sei meravigliosa!"
Ecco, belloccia, vero? Ma se aggiungessi anche quelle scattate da me ai miei figli nella stessa location potreste apprezzare facilmente la differenza, siccome in questo momento mi voglio parecchio bene, non lo faccio.

P.S. Per abitudine, non posto praticamente niente durante le vacanze: il momento di pausa me lo godo! Dopo le vacanze, invece, mi fa piacere ripensare a tutto, quindi a presto con un po’ di post viaggerini su Londra, sul campeggio corso, su Ponza…

mercoledì 18 luglio 2018

nella vita ci vuole fortuna... culo, anzi, classe

Anni fa vidi “Match Point” di Woody Allen, un film perfetto, ma difficile da classificare. Un film che forse non ti aspetteresti, strano per essere di Woody Allen. Interessata alla questione, ascoltai un’intervista del regista che spiegava che non aveva voluto girare un film romantico, né un thriller, né un poliziesco, bensì un film sulla fortuna e su quanto peso possa avere nella vita delle persone. Mica scemo Woody Allen (mai avuto dubbi a riguardo, cioè: magari gravemente disturbato e pedofilo sì, ma scemo no di certo!).
Per vivere bene ce ne vuole parecchia di fortuna.
Il mio babbo era un accanito giocatore di carte, almeno una partitina in pausa pranzo tutti i giorni e magari due in vacanza. Non giocava mai per soldi perciò non parlerei di vizio, ma di passione, tramandatagli da sua madre. Giocava per il gusto di giocare, e di vincere. Perché in effetti non sapeva perdere e comunque vinceva tantissimo, specialmente contro noi figli, infieriva volentieri e si incazzava pure se sbagliavamo a giocare, come fosse stato un peccato mortale aver scartato un cinque invece che un quattro a “scala 40”(soprattutto perché il quattro sarebbe servito a lui per aprire!).
Entrambi i miei genitori mi hanno raccontato che una delle prime volte che la mia mamma era stata introdotta nella famiglia di lui, avrà avuto 16 anni, dopo un pranzetto cordiale, fu invitata a fare una partitina a carte… accettò, mal gliene incolse! Il novello fidanzatino e la futura suocera non solo si infuriarono a vicenda ma soprattutto contro di lei che non era abbastanza ferrata e con i suoi errori falsava e comprometteva l’andamento del gioco! La mamma decise di tenersi comunque il ragazzo, ma promise a se stessa che non avrebbe mai più giocato a carte, né con lui, né con alcun membro della sua famiglia. E’ una donna di parola: neanche con noi figli ha mai giocato!
Insomma il babbo giocava e vinceva tantissimo e il gioco di carte è un gioco di fortuna, no? Hai voglia a giocare bene, ma se hai una mano di merda, c’è poco da fare, no? Perciò la nostra unica difesa, poveracci noi, era giustificarsi con il solito: “ma non vale babbo, te c’hai culo!”
E lui, saggio, rispondeva: “Una volta è culo, ma tre volte culo è classe!”.
Allora mettiamola così, come sarebbe piaciuta a lui: il mio babbo era un uomo di classe.
La fortuna, nella vita, è tutto.



Prima di tutto ci vuole la fortuna di nascere nel posto giusto. Perché se fossi nata nel 1975 come sono nata, ma in un paese africano poverissimo o in guerra, sarei probabilmente morta affogata cercando di traversare il Mediterraneo (io bevo se metto la testa sotto senza tapparmi il naso, figuriamoci che goduria rovesciata da uno scafista criminale di notte nell’acqua nera petrolio a km dalla costa), oppure sarei sopravvissuta nonostante il viaggio stipata come una sardina per poi finalmente approdare in Italia, dove mi avrebbero tenuta due giorni bloccata in porto con un caldo bestia, senza sapere niente del mio destino, quindi fatta sbarcare e guardata con sospetto, scansata e magari presto costretta a prostituirmi per ripagare il debito del passaggio ponte…
invece sono nata a Firenze, una delle città più belle del mondo, in una famiglia colta e benestante e al massimo posso incazzarmi se, tornando da una vacanza al mare come domenica scorsa, la nave dell’Elba Ferries ritarda due ore lasciandomi in attesa sul molo in auto e sotto il sole. Un bel disagio, ma c’è una sostanziale differenza.
Ho un bel culo, no?
Poi ci vuole la fortuna  di nascere al momento giusto. Perché se fossi nata a Firenze come sono nata, ma durante il medioevo, mi avrebbero impedito di studiare e di dipingere, mi avrebbero ammaestrata per diventare una brava moglie-bambina, oppure una suora. Nella prima ipotesi sarei probabilmente morta di parto giovanissima dopo aver sgravato un erede maschio o un’altra femmina sciagurata come me. Nella seconda ipotesi, nonostante l’ammaestramento, essendo portatrice sana di moltissima curiosità e propensione alla ribellione intellettuale, mi sarei probabilmente inoltrata nella ricerca clandestina e nella voglia di conoscere e così mi avrebbero bruciata viva come strega…
invece sono nata oggi, quando la parità dei diritti è ancora lontana mille miglia, ma almeno noi femminucce un po’ ce la caviamo. Ho potuto studiare (anzi, sono stata invogliata a farlo) e dipingere. Ho potuto scegliere il mio destino. Sono eretica e me ne vanto. Ho sconfitto grazie ai progressi della scienza una serie di possibili sciagure legate alle gravidanze: 1) ho quasi abortito Elia dopo 5 mesi di gestazione e poi sono quasi morta per emorragia al parto, 2) sono stata quasi condannata dal caso a partorire una creatura deforme e sfortunata, che non sarebbe sopravvissuta a lungo e ho potuto fare tutti gli accertamenti possibili prima della sua nascita, tentare di salvarla in ogni modo e infine scegliere di salutarla senza rimorsi e senza farla soffrire, 3) Matilde è quasi morta per grave sepsi (infezione diffusa da streptococco) alla nascita… quasi, quasi, quasi… in questi 3 QUASI c’è tutta la differenza del mondo e dei 1000 anni di evoluzione scientifica e culturale che ci hanno permesso di cavarsela!
I miei figli sono state o no delle vere e proprie botte di culo?!
Ci vuole la fortuna di avere un corpo sano e molta forza(fisica). Perché se fossi nata gravemente malata o deboluccia e non fondamentalmente una roccia come sono, tutto sarebbe stato diverso. Le persone che patiscono dolori fisici o che vivono con menomazioni , non valgono certo meno degli altri, ma, ricordiamocelo sempre: faticano il triplo degli altri e magari lo fanno anche col sorriso e senza farcelo pesare! Certe malattie sono un impegno grande, che richiede tanto sforzo fisico e mentale, certo, io ho un fegato così così, ma chi non ha qualche acciacco? C’è una bella differenza!
Sono sempre stata forte, una pellaccia, non mi ha mai fermato niente, tantomeno il ciclo mestruale. Ho un’altissima resistenza al dolore e grande capacità di recupero (meno di una settimana fa mi sono affettata mezzo pollice tagliando il pane, ci sono rimasta un po’ male perché non mi era mai successo e se non avessi incontrato l’osso avrei proseguito tranquillamente la mia corsa fino ad amputarmelo completamente. Comunque sia: è praticamente già tornato tutto a posto, guarisco più velocemente dei cani!). Ho gambe e braccia possenti. Nonostante la statura limitata, posso arrampicarmi ovunque, camminare intere giornate e sollevare con discreta facilità un po’ di tutto: banchi in classe per fare esperimenti, mobili in casa per fare traslochi, valige in auto per iniziare viaggi, mia figlia che pesa già 20 kg. per farla volare...
ancora un bel culo, no?
E ci vuole la fortuna più grande: quella di saper apprezzare le proprie fortune. La fortuna di avere entusiasmo e amare la vita, saper assaporare le piccole cose (che in realtà sono grandi) e quelle grandi (che in realtà sono enormi). Non dirò “la fortuna di svegliarsi sempre di buon umore”, ma più che altro: di svegliarsi sempre, più o meno, dello stesso umore. Perché se non fossi nata razionale ed equilibrata come sono nata, ma di volta in volta scossa da ormoni contrastanti, sarebbero stai loro a decidere se quel giorno era un buon giorno o se quella cosa era una giusta cosa, non io. Sarebbero stati loro a farmi sentire felicissima o tristissima, indipendentemente da come stavano andando realmente le cose intorno a me. Sarebbero stati loro a mentirmi e condizionarmi, a farmi prendere fischi per fiaschi e giudicare male il valore delle cose piccole (che sono grandi) e di quelle grandi (che sono enormi). Mi avrebbero confuso le idee, condizionato nel fare tutta una serie di sbagli e la cosa più triste è che avrei creduto di fare solo cose giuste…
invece io mi sveglio ogni giorno ricordando perfettamente la mia situazione di vita (nel bene e nel male), mi guardo allo specchio, riconosco me stessa e, siccome mi sto simpatica, mi faccio un bel sorriso. Ogni giorno non scordo quali siano le cose che contano davvero (come ascoltare i miei figli e guardare la bellezza) e quelle che posso anche lasciar perdere (come fare shopping). La razionalità non mi rende arida o seria, anzi, richiama tante emozioni e coccole e soventemente mi spinge a prenderla a ridere, questa strana vita, e a lasciarmi andare alle stupidaggini, al sentirmi ancora una bambina.
Sempre più culo, vero?
Infine, non dirò che ci vuole “la fortuna di incontrare la persone giuste” lungo la strada perché questa proprio non esiste. Si incontrano emeriti stronzi invece, nel 95% dei casi. Allora dirò invece che ci vuole la fortuna di saper riconoscere quei 5 che valgono, o in alternativa (se si è un po’ tardi e creduloni come me) ci vuole la fortuna di possedere la forza (mentale) per resistere all’onda d’urto dei 95 stronzi. Piantare bene i piedi e mantenere la posizione, nonostante lo tsunami che ti si abbatterà contro e ricordare il proprio nome e se stessi, nonostante il ciclone che ti scuoterà la testa. Serve davvero tanta forza interiore, ora, non vorrei montarmi la testa, ma pure ‘sto culo qui mi pare d’avere!
Insomma: non tre, ma almeno cinque volte culo (e potrei elencarne molte altre)… come direbbe il mio babbo: sono una donna di gran classe!
Qualcuno potrebbe obiettare: "dalla terza in poi non si tratta di fortune, ma di caratteristiche tue". Certo, è vero. E io cosa sono se non una combinazione genetica e irripetibile estratta a caso tra milioni di probabilità? Io sono, tutti lo siamo, frutto della fortuna (più o meno buona).
Molti di noi hanno vinto al super-enalotto almeno una volta nella vita, la volta più importante, quella che ci ha portato su questa terra, sarebbe bene rendersene conto.
Ed esultare.


lalla


P.S. tra due giorni saluterò i miei figli (che passeranno una settimana al mare col padre) e salirò su un aereo per Londra con la mia mamma… volare mi fa paura, anche saperli lontani da me, ma ormai abbiamo stabilito che sono una persona fortunata, giusto? Quindi siamo d'accordo amico culo, ci conto.

lunedì 16 luglio 2018

chi vogliamo far vivere per sempre?


Pochi giorni fa, siamo all’Elba, a fare il bagno in mezzo al golfo di Marina di Campo, dove c’è la secca, l’acqua è cristallina e tocca anche la Piccola Fata. C'è poca gente.
Il Re dei Sugolini canta “Who want to live forever”. Ora, così a mollo in mezzo al paradiso saremmo stati bene anche in silenzio, ma comunque non mi lamento, prima di tutto perché il Re non ha attaccato con uno dei suoi soliti jingle dei videogames che mi fanno uscire di cervello e poi perché non sarà Freddie, ma ha una voce bellissima e in fin dei conti non ne viene fuori lo scempio che potreste immaginare.
Poi si ferma e tenta di fare il simpatico improvvisando una delle sue solite battute che non sono molto ben calibrate e spesso risultano, loro sì, un po’ stonate: “Ganzo, no? Voleva vivere per sempre, invece è morto”.  Che allegria.
Mitighiamo, va, cerchiamo di alleggerire e recuperare la spensieratezza dell’ammollo: “A parte che questa canzone è la colonna sonora di un film su un tizio immortale, comunque, Freddie Mercury è stato davvero grande e adesso tu stai qui, in mezzo al mare, a cantare una sua canzone, tutti si ricordano di lui, si può dire che un po’ vivrà per sempre, non credi?”
Ma lui non è mica un ragazzino qualunque, abbagliabile con facili miti, è il Re dei Sugolini e anche se ha un umorismo davvero strano e spesso indelicato, sa darti quelle risposte lì, secche e precise, che non ti aspetti.
“Potremmo dire lo stesso di Hitler, anche di lui si ricordano tutti”.
Questo è profondamente vero, e ingiusto.
Spensieratezza addio.
“E’ vero, in effetti anche lui è stato grande, purtroppo, grande nel male… “ Sto faticando “Voglio dire: le persone cattive esistono e nella storia dell’umanità ce ne sono state e ce ne sono anche adesso crudeli quanto lui, però lui è stato uno davvero “bravo” nell’attuare il suo terribile disegno, pensa che è riuscito a convincere una nazione intera (mica erano tutti cattivi come lui i tedeschi, ma li aveva convinti) che l’origine di ogni male fosse un popolo “diverso” da loro, quello ebraico, e che la cosa giusta da fare fosse uccidere milioni di persone o più semplicemente far finta che tutto questo non stesse neanche avvenendo. Nel suo orrore, se ci pensi, non è mica una cosa da poco!”.
“Sì, mamma, ma si tratta solo di saper essere convincenti, di saper parlare alla gente, di condizionare gli altri e invogliarli a fare quello che vuoi tu, di manipolarli, come Ulisse con i suoi compagni: gli fece un bel discorsino e quelli tutti contenti lo seguirono al purgatorio”.
Allora rimango in silenzio, perché non è facile ribattere, va a finire che dalla laguna paradisiaca dove siamo, c’infiliamo in un ginepraio.
Pochi capiscono le sue battute e non è un manipolatore proprio per niente, questo un po' mi consola, magari verrà ricordato per cose belle... due schizzi in faccia e riporto tutto a una dimensione più ludica. La Piccola Fata vuol giocare alle sirene.
Però la cosa non mi piace per niente e in realtà vorrei dirgli: “Hai ragione figliolo mio, alla morte non sopravvivono i giusti, le persone di valore, ma più spesso chi “ci sa fare”, i carismatici, gli imbonitori, quelli pieni di fascino e privi di scrupoli. E’ profondamente ingiusto che certi individui si guadagnino l’immortalità!”

Dopo, con calma, mi metto a riflettere sulla questione.
Gli ebrei hanno perfino istituito un Giorno della Memoria, col cavolo che si scordano Hitler!
Non sono per niente brava con i grandi numeri, allora provo a scendere nel piccolo, nel conosciuto, nel personale, d'altronde le persone cattive (che fanno del male) esistono nella vita di tutti i giorni, non c’è bisogno di scomodare i grandi sterminatori della storia.
Di fronte a un abuso, a un male fatto da qualcuno, le possibilità sono due.
La prima: provare a minimizzare, far finta di non vedere, girarsi dall’altra parte oppure guardare con una calibrata disattenzione, e presto dimenticare. Lasciare che il tempo lavi il ricordo, farlo scorrere via, come se il male provato non fosse mai esistito e quindi non fosse mai stato fatto. Si comportano così il 90% delle persone, quasi sempre quelle non direttamente interessate dagli spregi (le non-vittime) e qualche volta anche chi ha subito, ma non ha la forza di ricordare e la sente come unica strada possibile. Fanno così non solo per piccole questioni, lo fanno con tutto, anzi: più il fatto è brutto e spiacevole, più è ingiusto e ripugnante, più è insopportabile associarlo a un amico, a un conoscente o a un connazionale, quindi (per continuare a vivere sereni) più velocemente va minimizzato o dimenticato.
Nel ricordo di questi “smemorati” si sostituiscono velocemente versioni più edulcorate, più piacevoli, “che infondo che vuoi che sia” “alla fine è stato meglio così” “non si rendeva conto di quello che faceva” “ormai è acqua passata”… infine si arriva al negazionismo, al mettere in discussione che i fatti siano veramente successi.
Insieme con Elia abbiamo visto il film “La verità negata”, mica era uno scherzo.
O.K., allora io dico (sia che venga applicata a un abuso privato, che al genocidio di un popolo): questa prima possibilità fa schifo!

La seconda possibilità è ricordare.
Fanno benissimo gli ebrei ad aver instituito il Giorno della Memoria altrimenti le prime a essere dimenticate sarebbero state le vittime e il loro dolore. I fatti vanno ricordati per quello che sono. Certo, le persone che hanno subito un trauma vivrebbero meglio (più serenamente) se riuscissero a dimenticare e risulterebbero anche più simpatiche alla comunità. Così come sono (traumatizzate appunto) fanno tristezza a tutti, a tutti ricordano il crimine subito (da loro) e soprattutto commesso (dal proprio aguzzino), a tutti ricordano la vergogna di appartenere al genere umano. Per questo le persone traumatizzate vengono velatamente scansate da un bel po’ di gente, cioè da tutti quelli che preferiscono vivere smemorati (e sereni). Ma a loro, ai traumatizzati, va bene così, loro preferiscono ricordare (anche se è difficile e questo ricordo li condizionerà per sempre nella vita), perché almeno così il dolore che hanno provato ha un senso, portarselo dietro, accoglierlo e conviverci è un sacrificio necessario. La memoria non serve solo a condannare fermamente e a prendere le distanze, serve soprattutto a mantenere viva la speranza più importante: che certi fatti possano non risuccedere più. Serve a proteggerci e a proteggere.
Poi un’altra cosa: conservare la memoria della verità storica è faticoso e riuscire a farlo deve farci sentire fieri, non farci vergognare, si vergognino quelli che hanno fatto del male e anche quelli che dimenticano ed edulcorano, la via più giusta non è quasi mai quella più semplice da seguire!
Mi torna tutto, ma così l’inghippo rimane, non c’è una via d’uscita, ha ragione il Re dei Sugolini: Hitler non verrà mai dimenticato, al pari di Gandhi e Michelangelo e questo è ingiusto. Non solo, venendo conservato all’interno della storia dell’umanità, ogni tanto raccoglierà qualche allegro simpatizzante, ogni tanto nascerà qualche imitatore e i suoi metodi, la sua logica, il suo carisma, potranno sempre essere d’esempio.
Dobbiamo stare attenti: ricordare i cattivi è un'arma a doppio taglio.
Non va bene, porca miseria!

Ci vuole una terza possibilità.
Le vittime andrebbero sempre consolate, aiutate, frequentate e accolte (anche se portatrici di dolore, non sempre allegre, leggere e corrispondenti alla tipologia “Re della festa”), i fatti andrebbero sempre ricordati per come sono andati (anche se dolorosi o atroci), i carnefici no (per quanto carismatici e potenti), loro si meriterebbero solo due cose, non la memoria e neanche il rancore, solo la solitudine e l’oblio.
Questa terza possibilità e l’unica giusta davvero, io non so bene come fare a realizzarla, non so farlo nel mio piccolo (a livello personale), non credo sia possibile farlo nel grande (a livello storico e globale).
Non so farlo ma sono ottimista, il mio straordinario figlio sta crescendo, io lo ascolto con attenzione e chi lo sa, tra un tuffo nel blu e una battuta fuori luogo, un giorno non lontano forse sarà lui a suggerirmi il modo.

lalla

giovedì 28 giugno 2018

alla Donna, all'Arte, ai cerchi che si aprono e si chiudono

Ho finito il mio ultimo quadro e sono felice.
Avevo un po' di paura, non sapevo se sarei stata in grado di gestirlo, per le grandi dimensioni, per il tempo e la dedizione che pretendeva e, soprattutto, per lo speciale rapporto d’amore che mi lega al tema trattato.
Cercherò di spiegarmi attraverso un post sull’Arte, un post avventuroso e per me difficile da scrivere (perché sono naturalmente prolissa e invece dovrò cercare di essere meno secchiona/insegnante/pallosa possibile, altrimenti risulterà odioso da leggere).
Ovvia, cominciamo, Prof.ssa Gonnelli via da me, abbandona questo corpo!

Questo quadro è una dichiarazione d’amore alla bellezza femminile e all’Arte (quella con la A maiuscola, quella che ammiro e studio da sempre, quella dei geni del passato, non la mia).
E’ un cerchio che si chiude, dopo circa 25 anni, un cerchio che si è aperto una mattina di primavera agli Uffizi (durante una gita scolastica) facendo cadere in amore una piccola lalla sedicenne, un cerchio che da quel momento ha avvolto la mia vita, ha deciso la mia professione di insegnante e sospinto la mia passione per l’Arte.
In sostanza, di fronte alla meravigliosa “Venere di Urbino” di Tiziano, ebbi quella che potremmo  definire una lieve "sindrome di Stendhal".
(Per chi è proprio masochista e volesse approfondire, nel 2010 ho raccontato l’evento  nel post la secchiona, il "rosa maiale" e la morbidezza della carne).
Comunque, per farla breve: quella che provai non fu per niente una sensazione banale o leggera e da allora il desiderio di riprovarla e la gratitudine verso gli autori che me la trasmettono, non mi ha mai abbandonato. Mi è capitato ancora tantissime volte, in San Vitale a Ravenna, di fronte agli astratti informali di kandinsky, sull'Empyre State Bulding...
Ma ritorniamo al tema specifico del primo quadro ammaliatore: una donna nuda semi-distesa.
L’eleganza femminile, la linea curva, l’equilibrio formale, l’armonia cromatica, la pelle morbida e calda, lo sguardo ammiccante… come potevano lasciare impassibile una come me, cresciuta dall’età di 6 anni praticamente (solo) disegnando (solo) donne?
Negli anni, studiando/visitando/spiegando la Storia dell’Arte, mi è diventato sempre più chiaro che quel tema fascinoso non aveva stregato solo me, ma moltissimi grandi (immensi) artisti prima di me, Tiziano compreso.
Perché, al di là dei singoli significati specifici legati alla contestualizzazione storica e alle caratteristiche artistiche dell’autore, il corpo nudo di donna è splendido, c’è poco da fare. E’ languido, è morbido, è rassicurante, è attraente, è maestoso, fa pensare alla vita, alla fertilità e alla prosperità.
Gli garbava perfino agli antichi Greci della classicità, è proprio per questo non lo ritraevano nudo, perché “gli garbava troppo”: capivano che avrebbe favorito nello spettatore l’insorgere di sensazioni quali il desiderio, l’amore e l’attrazione… insomma sensazioni umane e mutevoli (del tutto negative, dato che attraverso l’Arte essi cercavano di trasmettere la propria perfezione, superiorità ed eternità).
Ma, Greci pieni si sé e estremisti religiosi a parte, tutte le altre civiltà hanno onorato il nudo femminile attraverso i secoli e alcuni artisti, in un continuo gioco di citazioni, anelli e cerchi che si aprivano e si chiudevano, hanno creato dei veri e propri capolavori legati a questa specifica posa semi-distesa.
Oddio, scusate, si è riaffacciata la Proffe!
Ma pazienza, via, bisogna che la richiami e vi faccia vedere qualche esempio, ne vale proprio la pena, sono una gioia per gli occhi e dal vivo, ovviamente, sono ancora più spettacolari… mi raccomando fate i bagagli e andate a cercarli!
"Sarcofago degli sposi", VI sec. a.C, terracotta.
Sì, lo vedo anche io che è vestita, ma la posa è quella e poi, cavolo, una donna posta al pari dell'uomo, anzi, DAVANTI all'uomo, con lui che regge un piattino da cui lei pilucca del cibo mentre chiacchiera e gesticola... che popolo di illuminati questi Etruschi!

Sandro Botticelli, "Venere e Marte", 1482-83, tecnica mista su tavola, 69x173 cm.
Figuriamoci se Sandrino, a cui le donne venivano eleganti e piene di grazia in qualunque posizione, non ne faceva una semi-distesa... la sua non è una bellezza terrena, ma quella ideale e pura dell'Iperuranio. Tutto è definito dal disegno fiorentino, dalla linea netta e curva di contorno.
Giorgione (e Tiziano probabilmente nel panneggio), "Venere dormiente", 1507-10, olio su tela, 108,5x175 cm.
Bellezza casta e inconsapevole, una sorta di Madre Natura immersa nel dolce e rassicurante paesaggio veneto. Tutto è generato dal colore: l'armonia compositiva, la profondità della prospettiva cromatica, la morbinezza delle sfumature. Che senso di pace, maestà e tranquillità.
Tiziano Vecellio, "Venere di Urbino", 1538, olio su tela, 119x165 cm.
Eccola qui, il mio amore, con quella carne morbida e calda, quello sguardo impudico, i gioielli e l'ambientazione che la fanno sembrare più una castellana che una Venere. E la composizione delle forme... asimmetrica, non rigida, in equilibrio perfetto. Tutto grazie al colore, com'è vivo quel rosso!

Johann Heinrich Fussli, "Incubo", 1781, olio su tela, 75,5x64 cm.
Il visionario Fussli lavora nel bel mezzo del Neoclassicismo, ma in preda a fermenti preromantici. Rigira verso il basso la curva compositiva e la sua donna si lascia andare a un sonno/svenimento, ad un incubo/sogno erotico, flessuosa e sensuale, fatta tutta linee curve ed ellissi allungatissime. Gioca sul dualismo paura/desiderio, amore/morte... non a caso è finita nella saga fantasy di Twilight!
Jaques Louis David, "Madame Recamier", 1800, olio su tela, 174x224 cm.
David era un Neoclassico e pure moralista, figuriamoci se la spogliava! Però questa donna è proprio un ritratto dal volto somigliante. L'immagine non è pomposa come potremmo aspettarci visto il periodo, è invece realizzata con pochi orpelli, una tavolozza cromatica ribassata e calda e grandissima sensibilità.
Antonio Canova, "Paolina Borghese come Venere vincitrice", 1804-08, marmo e oro, 160x200 cm.
Altro neoclassico, ma la bellezza pura e neoplatonica arriva a Canova filtrata dalla grazia Rococò. Squisiti dettagli (anche in oro, da Fidia) e perfezione formale. Il mio amore per Canova si è un po' mitigato quando scoprii che faceva scolpire la sua bottega e rifiniva le opere solo alla fine... insomma, Michelangelo che si fa la Sistina tutto da solo c'ha un altro fascino!
Di solito le opere classiche hanno un solo punto di vista preferenziale, ma questa era posta su una pedana rotante, mi sono imbattuta in questa vista di schiena, curiosamente, ricorda la mia ragazza.
 
Francisco Goya, "Maja vestida" e "Maja desnuda", 1800, olio su tela, 95x190.
Di fatto la prima vera donna nuda (e vestita) della Storia dell'Arte, nel senso che non finge di essere una Venere o altro, è una donna nuda e basta. Goya era un illuminista e il suo amore per la ragione gli permise di fare questo salto. Sì, lo so, manca un po' di collo e i seni sembrano rifatti adesso da un chirurgo plastico, ma il pube, le gambe e i piedi sono spettacolari. Pennellate veloci, freschissime, quasi ceramiche.


Jane Auguste Dominique Ingres, "la grande Odalisca", 1814, olio su tela, 88.9×162.56 cm.
Io adoro Ingres, il suo amore per le donne e il suo modo di rappresentarle, quasi sempre di schiena, servendosi di deformazioni manieriste e puriste, pur di catturarne l'eterna eleganza. I colori sono laccati, i dettagli nitidissimi, i vezzi orientaleggianti. Non c'è niente di reale in questo corpo, tranne la sua bellezza senza tempo.
Edoard Manet, "Olympia", 1863, olio su tela, 130,5x190 cm.
Una geniale parodia della Venere di Tiziano, col gatto nero impaurito al posto del cane raggomitolato (simbolo di fedeltà) e la serva che porta i fiori. Le dame ben pensanti svenivano osservando questo corpo reale, tozzo, moderno, esposto così impudicamente e la sfrontatezza con cui Olympia, la prostituta più famosa di Parigi, le sfidava con lo sguardo. Da applausi! Manet era un pittore realista e un maestro del colore, qui è tutta un'armonia di bianchi.
Paul Gauguin, "e tamari no Atua - La nascita di Cristo, figlio di Dio", 1896, olio su tela, 96x131 cm.
Le forme arcaiche, quasi romaniche e il ritorno ai temi religiosi filtrati dalla spiritualità primitiva di un mondo incontaminato dal progresso e dalla modernità. Io sono una ragazza di Gauguin, non so spiegare cosa provi ogni volta che ne vedo uno, i suoi dipinti sono tutti miei ritratti, del mio corpo e della mia anima.
Amedeo Modigliani - Nu Couché au coussin Bleu.jpg
Amedeo Modigliani, "nudo disteso con cuscino blu", 19016, olio su tela, 60x92cm.
Amedeo Modigliani, "nudo disteso", 1917, olio su tela, 89x146 cm.
Modigliani era uno scultore nello spirito, ma la salute cagionevole lo costrinse a ripiegare sulla pittura, per questo gli occhi spesso sono vuoti (come quelli delle statue) e i corpi solidi, incisi e taglienti. Era toscano e in lui rivive tutta l'eleganza di Botticelli.
Ecco, vi siete annoiati?
Loro, i grandi, lo sanno che scherzo e non si offendono se mi prendo qualche confidenza, ma non pretendo certo paragonare il mio lavoro al loro, non oserei, e adesso a mettere le foto del mio quadro qui sotto non so come fare, mi vergogno come una ladra!
Ma perdonatemi, io non voglio rubare niente.  Ho dipinto senza guardare questi capolavori,  lasciando che mi ispirasse il loro ricordo nella memoria e il meraviglioso corpo di Lucia che avevo davanti.
Il mio è un omaggio alla Donna e a tutte queste opere.
Per dirgli grazie di tanta bellezza.

lalla  
lalla, 2018, "Dea dell'amore", olio su masonite, 90x157,8 cm.
Ora, va bene che la mia versione è un po' più fru-fru delle sue illustri antenate, ma i colori in queste foto sono falsati...
 
P.S. un piccolo/grande ringraziamento anche a Paul Klee, a lui le donne nude semi-distese non interessavano per niente, ma in quanto a eleganza di linea e colore, non aveva rivali.
Immagine correlata
Paul Klee, "Separazione alla sera", acquerello su carta, 1922.